C’è della birra al Palestine?

(Dispacci dal fronte, storie mai raccontate, a cura di Silvia Benedetti per Reporters sans frontières, EGA, 2007)

I marines si avvicinavano. I missili Tomahawk cadevano su Baghdad. Prima soltanto di notte: lampi di luce bianca che esplodevano sulle facciate spettrali dei ministeri e del palazzo di Saddam, sull’altra sponda del Tigri. Poi anche di giorno: bombe invisibili che piombavano sulle case e sui mercati, fiamme e colonne di fumo grigio, allarmi antiaerei, sirene di ambulanze.

Il regime si stava sgretolando. Nei mesi precedenti la sorveglianza degli uomini del Mukhabarat era stata implacabile: gli “interpreti” assegnati ai giornalisti dall’Ufficio stampa del ministero dell’Informazione non ci davano tregua, controllando ogni nostra mossa e inseguendoci fin dentro le stanze dell’hotel Palestine. Dovevamo escogitare astrusi sotterfugi per eludere la vigilanza e uscire di soppiatto dall’albergo, con il rischio di essere sorpresi in flagranza ed espulsi dall’Iraq. Ma nei primi giorni di aprile i segni premonitori dell’imminente crollo si moltiplicarono.

L’esercito, nel futile e disperato tentativo di oscurare i radar dei caccia americani, aveva dato fuoco ai depositi di carburante e una spessa e velenosa coltre nera incombeva come un manto funebre sulla città. I funzionari del ministero erano sempre più nervosi e gli agenti dei servizi segreti avevano allentato la loro morsa. Il personale dell’albergo, ridotto all’essenziale, aveva abbandonato ogni velleità operativa: il bar e il ristorante erano chiusi, le cucine deserte, i letti sfatti, e l’immondizia si accumulava negli androni delle scale. Gli ascensori non funzionavano: la corrente arrivava solo quando partiva il gruppo elettrogeno, un rumoroso ammasso di ferraglia sempre più a corto di gasolio.

Ci eravamo attrezzati. Nella camera che dividevo con Gabriella Simoni, la mia compagna, inviata di Mediaset, avevo immagazzinato scorte di cibo e di acqua minerale, medicinali, coperte, candele, taniche di benzina per alimentare il generatore giapponese acquistato al suq al-Shorja, sistemato in giardino, quindici piani più in basso, e allacciato al nostro balcone da 50 metri di cavo. L’energia era indispensabile per alimentare i computer, ricaricare le pile della telecamera, delle macchine fotografiche e dei telefoni satellitari: strumenti vitali per il nostro lavoro e per comunicare con il mondo esterno. In caso di emergenza, guasto al generatore o esaurimento del combustibile, potevamo attaccarci a una batteria di camion collegata a un rudimentale trasformatore 12-9 volt fabbricato da un abile elettricista di Karrada street: un’idea di Manhal, il mio fedele e impareggiabile autista.

Quella vita, ormai, ci sembrava normale. Avevamo fatto l’abitudine al frastuono della contraerea, ai bagliori dei bengala e dei traccianti, alle detonazioni improvvise, allo spostamento d’aria che percuoteva i vetri rinforzati con strisce di nastro adesivo. Ci eravamo limitati a spostare il letto al centro della camera, lontano dalle finestre. Dormivamo pochissimo e mangiavamo ancor meno. Le alternative alle scatolette di tonno e di fagioli erano l’untuosa shawarma di pollo o di agnello nell’unico fast food di Karrada ancora aperto e le saltuarie spaghettate notturne organizzate in una delle suite del Palestine. I cameramen piazzavano le telecamere sul terrazzino, pronti a balzar fuori alla prima esplosione. E i colleghi andavano e venivano in base agli orari imposti dalle redazioni e dalle edizioni dei tg. Gabriella stava appesa al satellitare fino alle tre del mattino. Giovanna Botteri e Lilli Gruber erano in onda ogni mezz’ora. Ferdinando Pellegrini era sempre inchiodato al telefono. A notte fonda, spedito l’ultimo pezzo, comparivano gli inviati dei quotidiani: Claudio Monici, dell’Avvenire, Lorenzo Cremonesi del Corriere, Alberto Negri del Sole e gli altri amici, che dovevano accontentarsi degli avanzi e di qualche residua birra comprata sottobanco nei negozi dei cristiani.

I giornalisti spagnoli portavano sempre qualcosa da bere. C’erano Alfonso Rojo del Mundo, José Couso di Telecinco, Angela Rodicio della Tve e Monica Garcia, la moglie di Julio Fuentes, ucciso due anni prima in Afghanistan nell’agguato talibano in cui perse la vita anche Maria Grazia Cutuli. Monica non aveva ancora superato il trauma. Se ne stava per ore silenziosa a fissare il vuoto, assorta nei suoi pensieri. E ci metteva di fronte alla cruda realtà della guerra, della morte che ci circondava, dei rischi che avevamo deciso ancora una volta di affrontare. Numerosi reporter erano già caduti sul campo, saltati sulle mine o falciati dal “fuoco amico”.

La prima vittima era stata Patrick Bourrat, della tv francese, schiacciato da un tank americano in Kuwait: aveva cercato di salvare il suo cameraman, che il gigantesco Abrams stava per travolgere. Patrick era stato prigioniero con me a Bassora, nel 1991, quando la Guardia repubblicana ci aveva sorpresi nei dintorni della città caduta nelle mani dei ribelli sciiti. E negli ultimi mesi avevo perso altri due amici. Jean Hèléne, collaboratore di Le Monde che avevo conosciuto in Somalia, era stato trucidato dalla polizia in Costa d’Avorio. Raffaele Ciriello, fotografo freelance con il quale io e Gabriella avevamo trascorso molte notti insonni durante l’offensiva alleata nella piana di Kabul, era stato colpito a Ramallah da una raffica di proiettili israeliani.

Ora la morte era intorno a noi, dentro Baghdad. Ospedali, obitori e cimiteri erano diventati le nostre mete quotidiane, anche se il regime continuava a minimizzare le perdite e ci permetteva solo visite guidate alle vittime civili dei bombardamenti: interviste pilotate, sotto stretta sorveglianza. Ma ogni tanto riuscivamo ad aggirare i controlli e ad allontanarci dall’albergo senza scorta. I medici non erano in grado di affrontare l’emergenza. I feriti arrivavano al pronto soccorso in condizioni disperate e venivano scaricati dai barellieri nei corridoi. Non c’erano abbastanza letti, le sale operatorie erano insufficienti, mancavano gli antibiotici, gli anestetici, il plasma per le trasfusioni, i reagenti per le analisi di laboratorio, le flebo, i negativi per le radiografie: 12 anni di embargo avevano messo in ginocchio il sistema sanitario iracheno, un tempo all’avanguardia in Medio Oriente.

I cadaveri venivano accatastati alla rinfusa nelle celle frigorifere in attesa del riconoscimento e i parenti sostavano per ore davanti alla morgue: le donne avvolte nell’abaya nera sedevano in silenzio tra le bare di assi di legno inchiodate, con i neonati in collo. Una sera Manhal bussò alla porta della mia stanza: un missile era appena caduto sul mercato di al-Nasir, nel distretto sciita di Shu’ala. Andammo sul posto. Era un rione povero di baracche e fogne a cielo aperto e l’esplosione aveva devastato la zona dei venditori di frutta e verdura uccidendo più di 50 persone, in maggioranza massaie con la borsa della spesa, anziani e bambini che giocavano al pallone tra le bancarelle. I feretri erano già allineati nella piccola moschea del quartiere dove i famigliari delle vittime, straziati dal dolore, invocavano la misericordia di Allah e attendevano il loro turno per l’abluzione rituale delle salme, officiata dall’imam nel lavatoio annesso alla sala di preghiera. Ero l’unico straniero.

Il padre di un bambino di 9 anni, Kharrar, colpito da una scheggia al cuore, mi invitò a presenziare al rito. Non riuscirò mai a dimenticarlo: sembrava mio figlio. La stessa età, gli stessi capelli biondi ondulati, lo stesso giubbottino di jeans, le stesse scarpe da calcio. E quella T-shirt intrisa di sangue. Lo adagiarono sulle piastrelle verdi del bancone, gli sfilarono i vestiti e cominciarono a lavarlo recitando le sure del Corano. Poi lo chiusero nel sudario e lo rimisero nella bara. Lo accompagnai al cimitero.

Seguivamo la progressione terrestre dei marines sullo schermo del computer, collegato a internet col satellitare Inmarsat. I briefing del Pentagono erano volutamente nebulosi: le notizie sugli spostamenti delle truppe erano frammentarie, sottoposte alla censura militare. E nessuno prendeva sul serio le conferenze stampa di “Ali il Comico”, l’ineffabile ministro dell’Informazione Mohammed Said al-Sahaf, che si presentava baldanzoso, con la pistola alla cintura, vaticinando “l’inevitabile disfatta degli invasori”. Gli unici resoconti attendibili erano quelli dei giornalisti americani e inglesi “embedded” con i reparti in prima linea.

La resistenza incontrata dagli alleati intorno al porto di Umm Qasr, sullo Shatt al-Arab, non aveva rallentato la corsa delle divisioni corazzate. Il 22 marzo alle 3,47 del mattino Matt Kelley dell’Associated Press scriveva: “Le truppe americane continuano ad avanzare lungo diverse direttrici, rinfrancate dalla resa di migliaia di soldati iracheni. La Terza divisione di fanteria si è spinta per oltre 150 chilometri nel deserto in direzione di Baghdad mentre i marines americani e inglesi sono alle porte di Bassora, la seconda città del paese”. Il 26 i dispacci dal fronte segnalavano “una tempesta di sabbia che riduce la visibilità a pochi metri”, ma l’offensiva non aveva sosta: violenti scontri erano in corso a Nassiriyah, sull’Eufrate.

Il 2 aprile i primi commando erano a 50 chilometri da Baghdad, mentre le colonne meccanizzate avanzavano oltre le città sante sciite di Karbala e Najaf e investivano Kut, sul Tigri. Il trionfalismo del generale Tommy Franks, responsabile delle operazioni militari, non era mitigato dalle drammatiche notizie diffuse sul web: la Reuters riferiva che i caccia americani avevano centrato un ospedale della Mezzaluna rossa a Mansur, un quartiere della capitale, e a Hillah, a sud di Baghdad, le bombe a frammentazione avevano dilaniato decine di donne e di bambini.

Jonathan Finer del Washington Post raccontava che “una lunga colonna di carri armati, mezzi anfibi d’assalto, Humvee e blindati ha attraversato il Tigri” e riportava una dichiarazione del colonnello Christopher Colin, comandante del Primo battaglione del Settimo reggimento marines: “Questo è l’assalto finale. Siamo ormai nel cortile di Saddam”.

Le unità avanzate della coalizione avevano raggiunto la periferia della capitale e l’artiglieria martellava le divisioni Medina e Baghdad della Guardia repubblicana con gli obici da 155 millimetri. Il 4 aprile i marines occuparono l’aeroporto e il rais apparve per l’ultima volta alla tv irachena: le immagini lo mostravano sorridente e sicuro di sé, attorniato da una folla osannante, in una strada del quartiere sunnita di al-Adhamiyah. Ma Saddam era già un leader sconfitto, un uomo braccato e un generale senza esercito. Le difese intorno alla città erano crollate: i soldati gettavano le divise nel fiume, indossavano abiti civili e si davano alla fuga. Da un giorno all’altro i gerarchi del partito Baath e i temuti sgherri del Mukhabarat erano scomparsi.

La mattina del 7, alle prime luci dell’alba, fui svegliato da un rumore insolito. Erano i rotori di un Chinook che sorvolava la moschea di piazza Firdus: il primo elicottero americano nel cielo di Baghdad. Salimmo subito agli ultimi piani del Palestine. Dal balcone si scorgevano due tank americani sulla sponda opposta del Tigri, di fronte al palazzo presidenziale. Era in corso una battaglia: gli edifici all’interno del compound erano in fiamme, si sentivano colpi di mortaio e raffiche di mitra. Alcuni soldati iracheni avevano scavalcato il muro di cinta e correvano sull’argine, disfandosi delle uniformi e delle armi. Ma il ministro dell’Informazione continuava ad affermare che “il nemico è in rotta” e che “gli invasori in preda alla disperazione si stanno suicidando in massa”: una performance da teatro dell’assurdo nella surreale cornice della sala conferenze dell’hotel stipata di reporter e di telecamere.

Partimmo per un giro in macchina con Manhal, che per prudenza aveva lasciato in garage la sua fiammante Mercedes optando per una vecchia Chevrolet col cambio automatico. Era nervoso. Su mia insistenza aveva trasferito in albergo la famiglia: madre, moglie incinta e tre figlie. Cercai di rincuorarlo ma non riuscii a fargli cambiare umore. Il futuro gli appariva nefasto e non aveva alcuna fiducia in Bush e negli americani. “Saddam” diceva “era un figlio di puttana. Ma era il nostro figlio di puttana”.

La città era divisa in due: la riva occidentale era occupata dai marines e di qua dal fiume le strade erano semideserte. Gruppi di Fedaiyn di Saddam armati di Kalashnikov e di Rpg presidiavano gli incroci e qualche auto della polizia sfrecciava sventolando i ritratti del rais. La popolazione era attonita, barricata in casa in attesa degli eventi. Le saracinesche dei negozi erano abbassate. Dal sud e dalla riva destra del Tigri arrivavano furgoni carichi di sfollati e di masserizie. Gli ospedali erano rimasti senza luce e senza acqua corrente.

Passammo la notte al buio, appostati alle finestre per osservare le esplosioni e i movimenti dei tank. E al mattino ci trasferimmo al sedicesimo piano, nella suite del collega argentino del Clarin, Gustavo Serra, da cui avevamo una buona visuale della città. I caccia F-15, gli elicotteri Apache e gli A-10 Warthog scendevano a quote sempre più basse sganciando ordigni sui loro obiettivi, mitragliando i ministeri, le caserme dell’esercito e della polizia, le sedi del partito e le centrali dei servizi di sicurezza. Poco prima, durante un raid, era stato colpito l’ufficio di al-Jazeera, una palazzina in riva al fiume sul cui tetto era ben visibile lo striscione con il logo dell’emittente araba: un cameraman, Tareq Ayub, era rimasto ucciso. Era stato un errore, uno dei tanti “danni collaterali”? Ne dubitavamo: al Pentagono erano state fornite le coordinate precise di tutti gli alberghi e gli edifici che ospitavano i giornalisti.

Intorno a mezzogiorno notammo due Abrams che si erano fermati su uno dei ponti, a meno di un chilometro in linea d’aria dal Palestine. Le telecamere della tv francese e messicana li stavano inquadrando. La torretta di un tank girò lentamente nella nostra direzione e subito dopo il cannone sparò un colpo. Caddi all’indietro, sulla schiena. Un fumo acre aveva invaso il balcone e al piano di sotto qualcuno cominciò a gridare. La stanza 1503 era un ammasso di macerie, sangue e vetri rotti. José Couso era morto sul colpo. Taras Protsyuk, un operatore della Reuters, respirava ancora, con il torace e l’addome squarciati: si spense nel pomeriggio, all’ospedale al-Nafis. Era l’ultimo giorno prima della caduta di Baghdad e quella sera ci riunimmo in giardino, ognuno con una candela in mano, per rendere omaggio ai colleghi scomparsi.

Il 9 aprile cominciarono i saccheggi. Banche e negozi erano in fiamme. Militari e poliziotti si erano dileguati e la gente assaliva i distributori di benzina, le farmacie, i depositi di riso e di farina, i mercati, caricando su camion, pullmini e carretti tirati da cavalli l’insperato bottino: divani, cartoni d’acqua minerale, lattine di olio, frigoriferi, televisori, materassi. Qualcuno disse che gli americani si stavano dirigendo a Karrada. Andammo a cercarli.

Manhal guidava con cautela, lanciando occhiate irrequiete nelle vie laterali e sui tetti delle case. Tutti i veicoli procedevano in senso opposto al nostro e i passeggeri si sporgevano dai finestrini per esortarci a invertire la marcia. “Andate via!” urlavano. “Ci sono i carri armati!”. Il traffico si diradò rapidamente, e infine cessò. All’altezza del Teatro nazionale consigliai a Manhal di parcheggiare. In lontananza, in fondo al viale, mi era sembrato di scorgere qualcosa: un movimento rapido, forse un uomo armato. “Meglio proseguire a piedi” dissi a Gabriella. “I militari sparano sulle auto sospette”.

Il silenzio era impressionante: si sentiva solo il ronzio dei generatori e quello dei nostri scarponcini sull’asfalto. Camminavamo rasentando i muri, con la sensazione di essere osservati: alle finestre si intuivano sguardi, bisbigli, tende scostate. A un tratto, tra le nebbie degli incendi che gravavano nell’aria, riconobbi la sagoma opaca di un tank: immobile, con la lunga bocca da fuoco puntata ad alzo zero. Mi sfilai la camicia bianca e la sollevai sopra la testa, tenendo bene in vista nell’altra mano la macchina fotografica. Avanzavamo a passo lento, fissando la sinistra massa d’acciaio dell’Abrams che si distingueva sempre più chiaramente, pronti a buttarci a terra al minimo segnale di pericolo. Ma non accadde nulla.

Eravamo ormai vicini, a un centinaio di metri, quando il carro armato accese il motore e si mise in moto sputando una nube di fumo nero. Solo allora ci rendemmo conto che ci trovavamo alla testa di un convoglio: una colonna di tank, blindati da combattimento Bradley, Humvee e anfibi corazzati provenienti da sudest e diretti verso il centro della capitale. Sul primo mezzo c’era una scritta: “Sudden death”, Morte istantanea. Vidi un militare a piedi: elmetto, occhiali da sole, auricolare, zaino irto di antenne, M-16 spianato. “Siamo giornalisti!” gridai nel frastuono dei cingolati. “Settimo reggimento marines, California” rispose con un mezzo sorriso. “C’è della birra al Palestine Hotel?”

Tornammo alla macchina e seguimmo il battaglione lungo via Samud. Manhal era scuro in volto e non parlava. Dovetti insistere per convincerlo a superare la colonna: i mitraglieri ci tenevano costantemente sotto tiro. Qualche ragazzino, uscito allo scoperto, si azzardava a salutare. Ma non fu una marcia trionfale: ad accogliere i marines non c’erano le folle festanti e le bandiere a stelle e strisce pronosticate dagli analisti della Cia. Gli iracheni restarono tappati nelle loro case.

La colonna girò intorno al colossale monumento in bronzo di Saddam in piazza Firdus e si arrestò di fronte al Palestine. Da una jeep scesero alcuni graduati e il comandante, che entrò subito nella lobby a prendere simbolicamente possesso dell’“hotel dei giornalisti” e a rilasciare interviste. Gli ufficiali avevano occhi arrossati e stivali infangati: le facce erano tirate ma soddisfatte. Le prime dichiarazioni erano infarcite di frasi fatte: “mission accomplished”, “the job is done”. Sembrava che mancasse una sola cosa per seppellire definitivamente il regime, umiliare il nemico, annunciare la fine della guerra e tornarsene a casa: abbattere la statua del rais.

Tornai in camera a scrivere il pezzo. Ogni tanto mi affacciavo a guardare la piazza: Saddam era ancora sul piedestallo, nonostante l’impegno di una squadra di operai iracheni i cui i ripetuti e inutili sforzi apparivano in diretta sugli schermi della Cnn, della Bbc e di al-Jazeera. Qualcuno, a Washington, doveva aver perso la pazienza perché intorno alle 17 entrarono in azione i genieri con i mezzi pesanti: un blindato agganciò un cavo al collo del rais e mise in forza il motore. La statua s’inclinò su un lato e con un ultimo strattone cadde nella polvere con uno schianto. Era l’immagine che serviva alle televisioni.

Il giorno successivo Baghdad era nel caos. Il comandi americani si erano acquartierati all’Hotel Rashid e nel palazzo presidenziale sulla sponda del Tigri. I marines avevano occupato le basi militari, presidiavano il ministero del Petrolio, controllavano le zone strategiche della città e le principali strade di accesso, dove rimanevano isolate sacche di resistenza. Ma non avevano uomini e mezzi sufficienti per mantenere l’ordine pubblico. Le truppe d’assalto, addestrate al combattimento in prima linea, non erano in grado di gestire l’emergenza. I 5 milioni di abitanti della capitale erano a corto di acqua e di carburante per i generatori. Negli slum sciiti scarseggiavano i viveri e le condizioni igieniche erano disperate. Ovunque la popolazione si abbandonava ai saccheggi, sotto gli occhi dei militari del Pentagono.

Bruciavano i ministeri e le biblioteche, le scuole e gli uffici postali, i ristoranti e i grandi magazzini. Passai alcune ore in una delle ex residenze di Saddam a osservare il lavoro degli sciacalli. Arrivavano famiglie intere, con donne, bambini, amici e parenti armati di carriole, picconi e badili: dopo avere prelevato tutto il mobilio, i lampadari, i tappeti, i tendaggi, gli elettrodomestici, le stoviglie e le suppellettili si dedicavano alle strutture portanti, scardinando lavandini e sanitari, pavimenti di marmo e piastrelle, tubature dell’acqua e fili della luce. Uno spettacolo che avevo già visto nelle strade di Mogadiscio e poi a Kinshasa, nel palazzo di Mobutu. Ma in Somalia e in Zaire nessuno si sognava di “restaurare la legalità e i valori democratici” come invece pretendeva di fare George Bush in Iraq.

Manhal era sempre più pessimista: “E’ questa la democrazia americana?” mi chiedeva con sarcasmo. Ribattevo che ci voleva un po’ di tempo, che la guerra non era ancora finita e che col passare delle settimane le cose sarebbero migliorate. Ma non ne ero affatto convinto. Soprattutto osservando l’atteggiamento dei soldati. Si comportavano da occupanti più che da “liberatori”. E gli “incidenti” si moltiplicavano.

I marines erano giovani di vent’anni, in gran parte di origine asiatica e latinoamericana, che avevano scelto la carriera militare per necessità economica e che non si facevano molte domande. Scaraventati nel deserto iracheno dopo mesi di duro training nelle basi californiane, non avevano la più pallida idea del contesto sociale, religioso e culturale in cui operavano. La “guida del soldato” fornita alle truppe si limitava ad alcuni cenni storici e geografici e a qualche regola di comportamento con le donne, mentre si dilungava in dettagliate informazioni sulle armi e gli esplosivi del nemico.

Non famigliarizzavano con i civili. E durante i pattugliamenti si muovevano in convogli scortati dai blindati, con i mitra spianati e la convinzione che ogni iracheno fosse un potenziale “bad guy”. Avevano il grilletto facile. L’inesperienza, lo stress e la paura cominciarono ben presto a provocare inutili spargimenti di sangue, alimentando la diffidenza e il risentimento della popolazione. Le perquisizioni ai posti di blocco erano spesso condotte con metodi brutali, anche su donne e bambini. Le moschee venivano circondate e setacciate anche durante la preghiera del venerdì. Gli arresti arbitrari si moltiplicavano e alcune ambulanze, scambiate per autobombe, furono distrutte con tutti gli occupanti dal fuoco americano.

I blitz notturni delle forze speciali causavano decine di vittime tra civili. I raid “search and destroy” erano operazioni che avrebbero dovuto stanare i gerarchi di Saddam in fuga e i loro partigiani, ma finivano il più delle volte per investire con centinaia di uomini, elicotteri d’assalto e mezzi corazzati abitazioni dove la gente stava tranquillamente dormendo: le immagini agli infrarossi delle donne in pigiama e dei bambini terrorizzati mentre i marines trascinavano in strada e ammanettavano i presunti agenti del nemico suscitavano lo sdegno di milioni di telespettatori nel mondo arabo.

Dopo un paio di settimane l’ostilità nei confronti delle truppe straniere aveva contagiato anche chi, soprattutto nei quartieri sciiti, aveva salutato con sollievo la caduta dell’odiato regime baathista. La delusione era proporzionale alle messianiche aspettative diffuse dalla propaganda. Dopo anni di embargo economico, di penuria e di razionamento alimentare, la campagna di bombardamenti aerei aveva messo in ginocchio la capitale. Le infrastrutture erano distrutte, i trasporti non funzionavano, le scuole erano chiuse, i servizi inesistenti. Con l’arrivo dei marines la gente si attendeva un’immediata resurrezione morale e materiale. Bush annunciava una “nuova era” di pace, democrazia, ricostruzione. Ma intorno a loro gli iracheni vedevano solo macerie.

La malaugurata decisione di smantellare le forze armate e di licenziare tutti i funzionari, gli impiegati, i medici e gli insegnanti che risultavano affiliati al Baath – benché l’iscrizione al partito fosse obbligatoria – aveva inoltre creato un esercito di disoccupati e gettato nella disperazione milioni di famiglie.

In quei giorni andavo spesso a tastare gli umori a Saddam City, lo sterminato quartiere popolare sciita, subito ribattezzato “madinat al-Sadr”, città di al-Sadr, in memoria dei venerati ayatollah Muhammad Bakr al-Sadr e Muhammad Sadiq al-Sadr, assassinati dai sicari del rais. L’atmosfera, quando soffiava il vento sabbioso del deserto, era ancora più lugubre: case e moschee erano soffocate da una nebbia gialla che al tramonto avvampava di riflessi rossi e violacei. Le donne imbacuccate nell’abaya trasportavano sulla testa i secchi dell’acqua. I ragazzini giocavano tra i mucchi d’immondizia e i fetidi rigagnoli delle fognature. Sui tetti sventolavano gli stendardi dell’islam e i muri erano tappezzati di neri drappi con i nomi dei martiri delle guerre di Saddam. La sera, nei cortili, si accendevano candele, fuochi, lampade a petrolio.

“Maku karabà”, non c’è corrente, ripeteva la gente dello slum. “Dov’è la luce? Dove troviamo da mangiare? Gli americani ci hanno dato un po’ di biscotti. E due ore dopo un elicottero ha bombardato il mercato”.

La logistica e la simbologia dei luoghi contribuivano ad accrescere la distanza tra americani e iracheni. I marines si erano installati nei palazzi di Saddam, nelle residenze dei suoi figli, nelle prigioni e nelle caserme della sua polizia segreta. Le basi dell’esercito erano bunker inaccessibili, circondati da chilometri di concertina e di barriere di cemento, presidiati da carri armati e nidi di mitragliatrici. Di notte, quando la città piombava nel buio, erano illuminate da potenti gruppi elettrogeni. Il compound presidenziale sul Tigri, la “zona verde” dove si erano insediati i comandi alleati, diventò in poco tempo una Little America: aria condizionata e docce calde, internet e palestre, lavanderia e supermarket, hot dog e pollo fritto.

La frattura, insanabile, si era già consumata.

 

 

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