The Fall of Tripoli, Libya, August 2011

Giovanni Porzio – da Tripoli, 23 agosto, notte.

Bab al-Aziziya brucia. Lo sterminato compound nel centro di Tripoli dove per mesi si è nascosto Gheddafi è in fiamme: attaccato nel pomeriggio di oggi dagli “shebab” della rivoluzione libica, è stato almeno in parte conquistato.

Gli insorti sono penetrati nel complesso di residenze, caserme e tunnel sotterranei dal lato della “guest house” e del cerimoniale riuscendo a guadagnare posizioni all’interno, pur incontrando un’accanita resistenza.

Verso le 21 e poi alle 22 i caccia della Nato sono entrati nuovamente in azione sganciando missili sui bunker del Colonnello: dense nuvole di fumo acre hanno invaso i quartieri adiacenti dove per tutta la giornata si sono concentrate le forze ribelli. Giovani con la fronte fasciata dalla bandane dei martiri; guerriglieri pigiati sui pianali dei pick-up Toyota trasformati in “tecniche” alla somala, equipaggiate con armi di ogni tipo, mitragliatrici, lanciarazzi, cannoni senza rinculo; giovani imberbi dei comitati di quartiere e combattenti berberi scesi dalle valli del Jebel Nafusa.

I raid dei bombardieri Nato sono proseguiti durante la notte. E per tutta la notte a Bab al-Aziziya si è combattuto. Gheddafi e i suoi figli si sono volatilizzati. Ma la Guida della rivoluzione non ha ancora gettato la spugna. Nessuno sa dove si trova: corre voce che sia fuggito nella roccaforte di Sirte, o nel profondo sud del Sahara, o ancora che si aggiri come un “jinn”, un demonio, nei sotterranei di cemento armato della capitale, mentre i suoi ex sudditi rompono il digiuno del Ramadhan brindando bottiglie d’acqua e di succo di frutta alla caduta del tiranno e sparando raffiche di Kalashnikov contro il cielo stellato per celebrare la fine dell’incubo.

La città è sprofondata nel buio. Negozi, ristoranti e alberghi restano sbarrati. L’hotel Rixos, l’unico aperto, è ancora presidiato dai militari e dagli agenti del mukhabarat, il temuto servizio segreto, e al suo interno sono intrappolati dozzine di giornalisti stranieri.

Non c’è corrente elettrica, nelle case mancano l’acqua, i viveri, il gas. Negozi e abitazioni lasciate incustodite sono state saccheggiate. L’anarchia è assoluta, nessuna forma di sicurezza può essere garantita in queste ore. Donne e bambini non escono in strada. Ma non ho visto finora scene di violenza gratuita e linciaggi: i fedelissimi del Colonnello si sono dileguati.

“Siamo liberi!” grida la gente nella Piazza Verde. “Allahu akbàr!” I residui centri di resistenza del regime sono ormai assediati e privi di rifornimenti. Il 95 per cento della città è controllato dai ribelli. Ma Bab al-Aziziya continua a bruciare e a lungo risuonano nella notte i tonfi dei mortai, le raffiche dei mitra.

Domani sapremo se l’ultimo baluardo di Muammar Gheddafi a Tripoli sarà stato espugnato.

Tripoli, 24 agosto.

No, non l’hanno espugnato. Non completamente. Un nucleo di militari gheddafiani, probabilmente le forze speciali più addestrate e meglio equipaggiate, resiste all’interno del compound di Bab al-Aziziya.

Questa mattina sono entrato da uno degli ingressi sfondati del muro di cinta esterno, camminando su un tappeto di bossoli e di schegge, fino all’edificio semidistrutto che ospitava il piccolo “museo antiamericano” eretto nell’86, dopo il bombardamento ordinato da Ronald Reagan in cui sarebbe morta Hana, la figlia adottiva del Colonnello. “Sarebbe”, perché qui dicono che è viva e vegeta, fa il medico e lavora all’ospedale centrale di Tripoli. Era d’obbligo visitarlo quando si entrava a Bab al-Aziziya per intervistare la Guida della rivoluzione.

I “thowar”, i nuovi rivoluzionari, circondano sparando all’impazzata il ridicolo monumento antimperialista voluto da Gheddafi, un pugno di ferro che stritola una cacciabombardiere americano: festeggiano la vittoria, bruciano i ritratti del tiranno in fuga, calpestano le bandiere verdi dell’ex Jamahiriya, fanno incetta di munizioni.

Ma oltre il secondo anello fortificato la scena cambia. A terra ci sono due cadaveri dilaniati da un colpo di mortaio. Le raffiche di mitra non sono più sparate in aria. E le granate cadono vicine. I thowar camminano rasentando i muri o sfrecciano a bordo delle jeep cariche di armi: non sono i ragazzini che presidiano l’ingresso.

Si dirigono verso il terzo anello, il più interno. Li seguo fin dove è possibile.

Entro da una breccia nel muro e mi infilo in una casamatta di cemento. Dalla feritoia si vede il bunker di Gheddafi, intatto: un parallelepipedo di cemento armato, privo di finestre, come una colossale torretta di tank. Subito dietro, a un centinaio di metri, il fortino assediato degli ultimi scherani del Colonnello: un bastione di cemento rinforzato, con le bandiere verdi al vento. Da lì sparano, con i mortai e i razzi Grad. E’ una fortezza imprendibile per i thowar armati di Rpg e di Kalashnikov. Lanciano una granata e si mettono al riparo. Ma non avanzano di un millimetro, sarebbe un suicidio.

Riattraverso il compound, che ha un perimetro di 9 chilometri, e guadagno l’uscita. La città è stremata. Una città morta. Ai posti di blocco i miliziani chiedono sigarette e cibo. I pochi spacci alimentari vendono solo scatolame. La benzina è introvabile: c’è chi riesce a succhiarla dalle pompe abbandonate e chi va a comprare taniche di carburante in Tunisia. C’è un forno aperto, con una lunga coda in attesa: quando mi avvicino tutti insistono per farmi passare avanti. Il pane è caldo, appena sfornato (non mangio da due giorni..): il fornaio mi mette in mano una decina di panini e si rifiuta di farsi pagare.

Non si vedono saccheggi, ma l’anarchia è totale. L’hotel Corintia, sul mare, è stato riaperto. Ci alloggiano molti giornalisti e vado a dare un’occhiata. Mi trovo coinvolto in un’operazione condotta da miliziani di tutt’altro tipo: bene armati e disciplinati, con giubbotti antiproiettile e catena di comando. Sono libici, ma parlano un inglese perfetto: forze speciali? I “consiglieri” mandati dalla Nato? Tra loro c’è anche uno sniper, un cecchino con fucile di precisione. Irrompono nella hall e si sguinzagliano nei piani, in piccoli gruppi che si muovono coordinati. Cercano uno dei figli di Gheddafi, che si sarebbe rifugiato nell’albergo. Se ne vanno a mani vuote. Resto convinto che mi convenga rimanere nella casa privata dove sono ospite, in un quartiere defilato dei sobborghi. Stanze pulite, un giardino pieno di gatti, un generatore di corrente, e la famiglia che a sera si riunisce per l’“iftar”, la cena che rompe il quotidiano digiuno del Ramadhan.

Mentre scrivo arriva la notizia che non volevo sentire: hanno sequestrato quattro colleghi italiani, quattro amici. Con Giuseppe Sarcina avevo viaggiato tre giorni fa da Roma a Tunisi. Con Elisabetta Rosaspina ho lavorato a Gerusalemme. Con Claudio Monici in Congo, in Iraq, in Palestina, in Somalia…

Se la caveranno.

Tripoli, 25 agosto, mattina.

Stanotte hanno sparato qui vicino, dalla strada accanto. Uno scambio di raffiche durato una quindicina di minuti. A Baghdad era lo stesso, dopo la caduta di Saddam. La gente difende le proprietà dai saccheggi e nasconde le auto nei giardini delle case. Girano bande di rapinatori, camuffati da rivoluzionari. Tutti sono armati. Il mio vicino sta uscendo con la moglie e il figlio piccolo: carica sull’Audi il passeggino e il Kalashnikov, due caricatori da 30 colpi, altre munizioni nel cruscotto.

Sono arrivati molti giornalisti all’Hotel Corinthia, quelli liberati dal Rixos e altri dalla Tunisia. Il rischio per noi aumenta: siamo sacchi di dollari ambulanti, dobbiamo fare attenzione. Il sequestro dei quattro colleghi ne è la prova. Di loro non abbiamo notizie, ma non penso che corrano rischi seri. Sono in una casa dove hanno da mangiare e hanno potuto telefonare. Peggio sarebbe stato se i banditi che li hanno rapiti non li avessero venduti ai governativi…

L’insicurezza aumenta di ora in ora. Sono in molti qui nella capitale a parteggiare per Gheddafi: funzionari, agenti dei servizi segreti, ex militari, burocrati; ma anche i sottoproletari dello slum di Abu Salim, serbatoio di prezzolati al soldo del mukhabarat. Il mio autista è andato al confine tunisino a cercare la benzina: dovrebbe tornate entro sera, insh’Allah, e intanto mi devo spostare in autostop, cercando passaggi con i thowar o su auto guidate da donne.

Il governo di transizione non  si è ancora insediato a Tripoli e non è un buon segno.

Torno a Bab al-Aziziya. Questa guerra del Ramadhan ha un suo andamento peculiare: fino a tarda mattinata tutti dormono, combattenti compresi e si sentono pochi spari; nel pomeriggio l’attività cresce, si intensificano gli scontri, le strade si animano, a Bab al-Aziziya si combatte, iniziano i raid della Nato; poi al tramonto tutti corrono a casa dove le donne hanno preparato la cena dell’iftar e la “prima linea” si sguarnisce. E’ il momento più pericoloso. Il crepuscolo delle imboscate, delle granate sparate a caso, dei cecchini.

Sul terreno è di nuovo stallo. A Tripoli la fortezza militare all’interno di Bab al-Aziziya è ancora saldamente nelle mani dei gheddafiani. A Zuwarah, sull’autostrada per la Tunisia, si continua a combattere. A Sirte sono in corso negoziati con i capi tribù locali per una resa indolore della città. Sebha, l’oasi nel deserto a 650 chilometri dalla capitale, importante base militare e dell’aviazione, resta fedele al Colonnello. Sulla cui testa pende ora una taglia di 1,6 milioni di dollari e di cui si sono perse le tracce. Forse è nascosto a Tripoli o in qualche remota regione dell’immenso sud sahariano.

Tripoli, 25 agosto.

Un sequestro lampo, l’esito che speravamo. I quattro colleghi italiani sono arrivati intorno alle 10,30 di questa mattina all’Hotel Corinthia, provati ma illesi. Elisabetta Rosaspina è scossa. Giuseppe Sarcina ha sul volto i segni di un cazzotto. Raccontano la loro drammatica avventura. Le notizie che erano circolate ieri si sono rivelate false: non sono stati rapiti e venduti da una banda di tagliagole. Erano appena giunti a Tripoli, avevano fatto un giro in auto nella piazza Verde e si erano diretti verso l’Hotel Rixos, finendo per caso in una zona controllata dalle milizie fedeli a Gheddafi. L’auto è stata bloccata da un gruppo armato composto da soldati in divisa e da paramilitari. “E’ stato il momento peggiore” racconta Claudio Monici. “Ci hanno insultato, trascinato in strada e malmenato, ho pensato che ci avrebbero ucciso sul posto”. Al-Mahdi, l’autista, un quarantenne padre di due bambini, ha cominciato a pregare. Quando si è girato lo hanno mitragliato alla schiena. “L’ho visto cadere nella polvere” dice Domenico Quirico. “E ora sento il peso di un’immensa responsabilità. Io sono vivo, e lui è morto, perché io potessi scrivere il paragrafo di un inutile articolo di giornale. Domani ci attende la prova più difficile: andare a Zeitan, a casa di al-Mahdi, guardare in faccia sua moglie e i suoi figli”. Poi torneranno in Italia. Ne hanno avuto abbastanza. Sono senza soldi, senza documenti, senza telefoni, senza computer. Sarebbe assurdo restare.

Mentre parliamo si sente sparare. I cecchini tirano sull’albergo dalla parte del mare. Gli uomini della sicurezza rispondono al fuoco, prima con i Kalashnikov, poi con le mitragliatrici montate sulle jeep e con i lanciarazzi. Una sparatoria confusa, durata quasi mezz’ora. Poi è tornata la calma. L’hotel assomiglia sempre più al Palestine di Baghdad: la terrazza trasformata in set per le dirette televisive, i cavi che corrono sui pavimenti, i reporter che indossano elmetto e giubbotti antiproiettile anche se la gran parte non fa un passo fuori dall’albergo. Il solito, stucchevole circo mediatico.

Tripoli, 25 agosto, sera.

Vado all’ospedale el-Tobbi, 1.400 letti quasi tutti vuoti: sono rimasti solo i malati gravi e i feriti di guerra. All’ingresso medici e infermieri sventolano bandiere e cantano il nuovo inno nazionale. Fatma ben Taleb, responsabile del reparto di farmacologia, dice che mancano molti medicinali essenziali, antibiotici, anestetici, insulina, farmaci per la chemioterapia, cardiotonici, disinfettanti. L’ospedale è stato “liberato” tre giorni fa. “Nella sola giornata di ieri” racconta “abbiamo ricoverato più di 200 feriti. All’obitorio ci sono dozzine di cadaveri. Negli ultimi quattro giorni negli ospedali di Tripoli abbiamo contato duemila feriti e 400 morti”.

Al pronto soccorso i feriti arrivano in continuazione. Hussein è di Bengasi e ha un proiettile nel cranio: colpito da un cecchino ad Abu Salim, il quartiere dove i combattimenti sono ora più accaniti. E’ stato fortunato: le funzioni vitali sono normali, è cosciente e riesce persino a parlare. Il chirurgo si prepara all’intervento per rimuovere la scheggia.

Ma intanto nel corridoio sfilano le barelle con i corpi di due ragazzi di 25 anni avvolti nel bianco sudario della sepoltura. E davanti all’obitorio gli infermieri volontari stanno scaricando dal baule di un’auto altri due cadaveri. Anche loro colpiti ad Abu Salim. Dentro, le scene troppe volte viste a Baghdad, a Kabul, a Bengasi: il rituale silenzioso dell’abluzione, il salmodiare del Corano, il lenzuolo cucito stretto sulle sembianze ricomposte.

Una colonna di jeep sfreccia sul boulevard deserto: sono i thowar di Misurata, armati fino ai denti. Vanno verso Abu Salim. Oggi è lì che si combatte. E si muore. Nel tardo pomeriggio riescono a liberare una parte del quartiere. Ma non è ancora finita, si continua a sparare.

Gradualmente i thowar stanno estendendo il loro controllo su Tripoli. I posti di blocco si sono moltiplicati. La fortezza lealista che fino a ieri resisteva all’interno del compound di Bab al-Aziziya è stata evacuata: i militari si sono probabilmente dileguati attraverso i tunnel sotterranei.

Sono ora almeno tre le sacche della capitale tenute dalle forze fedeli al Colonnello: nei quartieri di Abu Salim e di Garghur e nell’area dell’aeroporto, in direzione sudest. Ma i colleghi liberati questa mattina mi hanno detto di avere attraversato un’altra zona della città, non meglio identificata, dove i lealisti sarebbero ancora attestati.

E’ difficile, quasi impossibile, verificare queste informazioni senza spingersi in una terra di nessuno infestata dai cecchini.

Gheddafi intanto si è rifatto vivo con un delirante appello radiofonico al jihad per espellere dalla Libia “i ratti prezzolati dagli imperialisti della Nato”. Sembrano i discorsi rabbiosi e surreali che faceva Saddam prima della sua cattura.

La caccia al Colonnello è cominciata. E finché sarà latitante, la Rivoluzione del 17 febbraio non potrà dirsi conclusa.

Tripoli, 26 agosto, sera.

Black out totale: l’intera città è sprofondata nel buio quando nel pomeriggio le linee di alimentazione dalle centrali elettriche si sono fermate. I pochi generatori hanno smesso di funzionare per mancanza di benzina. Le forniture d’acqua potabile si sono bloccate e l’acqua minerale in taniche e bottiglie sta diventando introvabile. Impossibile ricaricare i computer, i telefoni satellitari, il Bgan per l’invio delle foto e dei video. Anche le linee telefoniche terrestri sono interrotte. Ma se per noi giornalisti è un incubo, per la popolazione di Tripoli è una tragedia che rischia di trasformarsi rapidamente in una catastrofe umanitaria. Anche perché di giorno la temperatura supera i 40 gradi e tonnellate di rifiuti hanno invaso le strade e le piazze della città.

I medici degli ospedali e le organizzazioni internazionali temono il diffondersi di epidemie di colera e di patologie polmonari e gastrointestinali. I corpi insepolti di dozzine di vittime delle battaglie di questi giorni sono una minaccia sempre più seria.

Oggi squadre di volontari in camice verde, guanti di lattice e mascherine protettive hanno cominciato la penosa ronda dei morti: raccolgono i cadaveri in decomposizione, li aspergono di calce, li infilano in sacchi di plastica neri e li caricano sui pianali dei furgoni e degli autocarri.

Ad Abu Salim, teatro ieri di una furiosa battaglia, ho visto raccogliere una trentina di corpi, in gran parte di mercenari africani. Nel loro accampamento all’ingresso del quartiere, tra le tende bruciate, le brande carbonizzate, le foto di Gheddafi, il brusio di milioni di mosche e il tanfo nauseante della putrefazione, sventolano ancora – accanto alle bandiere verdi della Jamahiriya – quelle del Mali, del Niger, del Ciad. I ri che mi accompagnano si danno da fare per ammainarle e sostituirle con il tricolore della nuova Libia, in un tripudio di Allah akbàr! e raffiche di mitra.

E’ stata la brigata di Misurata a dare il colpo decisivo ai lealisti che presidiavano Abu Salim. Lo afferma con orgoglio Yussuf, il barbuto guerrigliero che mi scorta all’interno del quartiere, prima in auto e poi a piedi. Ma rasentando i muri, perché le “sacche di resistenza” e i cecchini non sono stati ancora debellati.

In sostanza: la porzione settentrionale di Abu Salim è controllata dai thowàr, mentre a sud la situazione appare più incerta. Attraversiamo strade deserte, macerie fumanti di case bombardate, edifici crivellati da razzi e mortai, carcasse calcinate di automobili e di carri armati. Due cadaveri sotto un albero, altri sei in quel che rimane della stazione dei pompieri, un ammasso di lamiere contorte e muri sgretolati dove bisogna camminare in punta di piedi su uno strato di bossoli e di granate inesplose.

I segni della battaglia sono ovunque: casse di munizioni abbandonate, cariche di mortai, bossoli di Kalashnikov, maschere antigas, brandelli di divise insanguinate. E l’inconfondibile odore della guerra: puzzo di cadavere, di benzina, di polvere da sparo, di plastica che brucia.

A un certo punto Yussuf mi fa cenno di arretrare. Oltre quel muro di mattoni, oltre quella nebbia di fumo grigio che sale in volute lente dalle macerie di un palazzo sbriciolato è meglio non andare. Si sentono raffiche, scoppi di granate.

Torno verso la moschea di Mawlana Mohammed a Bab al-Aziziya, dove l’imam durante la preghiera di mezzogiorno ha ringraziato Allah per la fine della tirannia e ha esortato i fedeli a non abbandonarsi alle vendette. E scopro che in tutta la città è saltata la corrente. Nell’oscurità, mentre vado verso casa, le esplosioni degli Rpg e le mitragliate sembrano più vicine.

Tripoli, 27 agosto.

Un’esecuzione di massa: hanno trascinato i prigionieri in un magazzino dietro la caserma della brigata Khamis, comandata da uno dei figli di Gheddafi. E prima di ripiegare sotto il fuoco dei thowàr li hanno ammazzati a raffiche di mitra, poi hanno lanciato una dozzina di granate e hanno appiccato il fuoco. I corpi carbonizzati, irriconoscibili, sono sparsi sul pavimento. Almeno 50, forse molti di più. Non è possibile contarli. Alcuni sono miracolosamente riusciti a mettersi in salvo arrampicandosi sui muri. Si aggirano sconvolti, incapaci di parlare.

Un altro orrendo crimine nel carnet del Colonnello. Come a Baghdad, in Rwanda, in Afghanistan, come in ogni guerra, dopo le battaglie si scoperchiano le fosse comune, si scoprono i massacri, le camere di tortura, le prigioni sotterranee. Quanti scheletri usciranno dagli armadi del regime? Nell’ospedale di Abu Salim ci sono due stanze con i muri crivellati di colpi e il pavimento coperto di sangue rappreso: esecuzioni sommarie. Nella prigione ci sono celle anguste senza aperture piene di liquami ed escrementi. Negli uffici del Mukhabarat ci sono migliaia di confessioni estorte, di schede degli oppositori politici, di files che dovranno essere decifrati.

Oggi anche l’aeroporto e i quartieri adiacenti sono stati espugnati. L’ultima sacca di resistenza è confinata alla periferia sudest della città. La capitale è ormai sotto il controllo dei ribelli e in molte zone di Tripoli torna lentamente una parvenza di normalità. Mancano ancora luce e acqua, la benzina è introvabile, le strade sono piene di miliziani armati e il carburante contrabbandato dalla Tunisia ha superato i 70 dollari al gallone. Ma la gente comincia a uscire di casa e numerosi negozi hanno alzato le saracinesche. Si trova il pane, dopo lunghe code, e un po’ di carne, frutta, scatolame, bottiglie d’acqua.

A Bab al-Aziziya si vedono le famiglie con i bambini per la storica foto ricordo davanti al bunker del rais. Alcuni arrivano con i furgoni e si portano via poltrone e materassi. Altri riempiono il baule della macchina di uniformi militari e di inutili suppellettili: più che un saccheggio è il desiderio di possedere qualche oggetto appartenuto agli scherani e ai gerarchi del regime. Meta obbligata è la collinetta immersa nel verde del mirto e del lentisco che nasconde alla vista alcune delle numerose residenze del Colonnello e dei suoi famigliari: la villa della figlia Aisha, quella della ex Guida della rivoluzione, i garage per le auto blindate.

Dal prato antistante si accede ai tunnel. Ci si cala da una scala a pioli di ferro e ci si perde in un labirinto di corridoi dalle spesse pareti di cemento armato, con innumerevoli diramazioni e massicce porte corazzate a tenuta stagna. Pare che uno dei cunicoli, lungo quasi due chilometri, raggiunga i sotterranei dell’hotel Rixos.

E’ notte fonda quando rientro a casa. I check point sono meno frequenti e meglio organizzati: vedo i primi poliziotti in divisa e ci sono più auto lungo i viali. E’ un buon segno. La paura va scemando, la città si riorganizza. Le colonne di combattenti si dirigono fuori Tripoli, a est, verso la roccaforte gheddafiana di Sirte. Anche la strada costiera verso il confine tunisino è adesso percorribile. E da ieri i rappresentanti del Consiglio nazionale di transizione sono nella capitale.

Tripoli, 29 agosto.

Sviluppi politici: la Francia ha riaperto la sua ambasciata a Tripoli (ancora primi!), e infatti vedo arrivare l’ambasciatore francese all’Hotel Corinthia dove si sono installati, al 25° piano, i rappresentanti del Cnt. Gli uomini della sicurezza stanno scaricando dalle jeep pesanti casse chiuse con lucchetti: carte e documenti arrivati da Bengasi.

Al Jazeera in arabo dice che l’Algeria ha confermato l’arrivo nel Paese della seconda moglie di Gheddafi Safiya, della figlia Aisha e dei figli Hannibal e Mohammed.

Sul piano militare: si combatte a Sebha, dove i thowar hanno attaccato la città attestandosi in alcuni quartieri. Il villaggio di Beni Walid, a sud di Misurata, è ancora in mano ai gheddafiani. A Sirte i ribelli sono in posizione e attendono l’ordine di attaccare, ma si continua a negoziare una resa incruenta.

E’ l’ultima notte di Ramadhan: molti negozi sono aperti per gli acquisti dei regali. Il traffico è notevolmente aumentato e si formano ingorghi ai posti di blocco. Hanno riaperto anche i caffè dove si fuma il narghile e alcuni supermarket. Non si sente quasi più sparare. La paura, qui a Tripoli, è finalmente passata. Restano, per i civili, gli enormi problemi delle forniture di acqua, gas e benzina. L’amministrazione provvisoria fa il possibile per rimuovere i rifiuti, ripulire le strade, disciplinare i check point, assistere gli ospedali. Alcune banche hanno ricominciato a funzionare: gli ingressi sono difesi da ribelli armati. Pare che a tutti i cittadini di Tripoli saranno distribuiti 250 dinari: una ricompensa per le sofferenze patite, un piccolo aiuto per ricominciare a vivere.

Tripoli, 30 agosto.

Frenetici preparativi per l’Aid al-Fitr, la festa della fine del Ramadhan: negozi aperti, ingorghi nelle strade, file chilometriche di auto per fare carburante nei primi (pochi) distributori in grado di erogare benzina. Circola l’allarme per possibili attentati, in occasione della festa religiosa e della ricorrenza dell’1 settembre, da parte dei fedelissimi del Colonnello.

La notizia di oggi è l’ultimatum ai lealisti lanciato dal presidente del Cnt Mustafa Abdul Jalil: entro sabato dovranno deporre le armi, in caso contrario un’offensiva militare su Sirte sarà inevitabile. I thowar sono pronti ad attaccare la roccaforte di Gheddafi da est, da ovest e da sud. La città portuale è circondata da ogni lato, ma le tribù fedeli al Colonnello non hanno ancora risposto positivamente alle proposte di resa avanzate dal governo provvisorio. “L’ora zero” afferma il responsabile delle operazioni militari del Cnt, il colonnello Ahmed Omar Bani, “si sta rapidamente avvicinando”.

Da Tripoli e da Misurata colonne di jeep e camion di munizioni si dirigono verso Sirte. Le armi, in gran parte provenienti dai depositi espugnati dalle forze ribelli, sono in gran parte di fabbricazione russa, ma anche francese, belga, israeliana e italiana. A Bab al-Aziziya il cortile della caserma è letteralmente coperto da manuali d’istruzione e documenti di garanzia di pistole e mitragliette Beretta. I pianali degli autocarri incolonnati sulla strada che da Tadjura prosegue per est verso Misurata sono carichi di casse grigioverdi: razzi, granate, proiettili, cariche di mortaio.

Continua intanto l’emergenza umanitaria. L’acqua è ancora assente in quasi tutta la capitale. L’ospedale di Abu Salim è stato evacuato: gli oltre cento cadaveri che fino all’altro ieri giacevano nei corridoi sono stati rimossi grazie all’intervento del Comitato internazionale della Croce Rossa e i feriti gravi trasportati al Tripoli medical center. Oggi è arrivata a Tripoli un’imbarcazione con 10 tonnellate di materiale sanitario e logistico inviata da Medici senza frontiere.

Tripoli, 31 agosto.

I thowar portano le bare a spalla gridando “Allahu akbar, shadid Allah!”, Allah è il più grande, ecco il martire di Allah! Dentro le casse di legno ci sono i corpi avvolti nel tricolore della rivoluzione di quattro combattenti morti questa mattina mentre con la loro jeep passavano lungo viale Gargaresh, alla periferia ovest di Tripoli. La jeep trasportava un carico di esplosivo e munizioni. “Il veicolo è saltato in aria” racconta un testimone. “Non sappiamo se sia stato colpito o sia esploso accidentalmente”. Erano tutti di Bengasi e tutti tra i 24 e i 26 anni: Mahmud, Ahmed, Gdoura e Ibrahim.

Il rito è frettoloso nel cimitero di Shat al-Enshir, una spianata di sabbia color ocra coperta di tombe con i nomi dei caduti incisi nel cemento fresco: una preghiera, un versetto del Corano infilato nel sudario bianco chiazzato di sangue, una raffica di mitra quando le salme vengono calate, una accanto all’altra, nel sepolcro scavato dalle ruspe.

Poco distante i volontari preparano un’altra fossa comune. Una delle tante, per i cadaveri senza nome raccolti nelle strade e tra le macerie degli edifici distrutti dai bombardamenti: della Nato, dei ribelli, dell’esercito di Gheddafi.

Oggi, da queste macerie, sono emersi documenti inquietanti. Negli schedari custoditi nel quartier generale del Mukhabarat, l’intelligence del Colonnello sbriciolato da un missile dell’Alleanza atlantica, ci sono carte segrete che dimostrano recenti contatti avvenuti tra gli emissari di Gheddafi e alcuni ex esponenti dell’Amministrazione americana.

Tra i documenti “top secret” trovati da Al Jazeera nell’ufficio di Abdullah al-Senussi, capo dei temuti servizi di sicurezza, ce n’è uno intestato “Moussa al-Sadr”, lo sceicco sciita libanese scomparso in Libia oltre 30 anni fa.

Ma a mettere in imbarazzo la Casa Bianca è la minuta di un incontro avvenuto il 2 agosto all’hotel Four Season del Cairo, a due passi dall’ambasciata americana, tra l’ex vice segretario di Stato dell’Amministrazione di George W. Bush, David Welch (che ora lavora per la potente società di costruzioni Bechtel) e due alti esponenti del regime libico, Abubakr al-Zleitny e Mohammed Ahmed Ismail.

Durante l’incontro Welch dà consigli ai suoi interlocutori su come gestire la guerra della propaganda, screditare il Cnt, diffondere il sospetto che la rivolta sia sostenuta da al-Qaeda, approfittare della crisi in Siria e attaccare il “cinico” governo del Qatar.

Altri documenti fanno riferimento a rapporti tra Saif al-Islam Gheddafi e il deputato americano Denis Kucinich, che si offre come mediatore e lobbista contro l’intervento della Nato.

Commento della portavoce del dipartimento di Stato: “Il signor Welch è oggi un privato cittadino”.

Tripoli, 1 settembre.

I soldati di Gheddafi feriti durante la battaglia di Tripoli sono ricoverati all’ospedale militare di Meitga, nei pressi dell’aeroporto internazionale: l’unica clinica con aria condizionata della capitale, un tempo riservata ai dirigenti e agli ufficiali del regime.

Sono una cinquantina, sistemati in quattro stanzoni ai lati di un lungo corridoio presidiato da miliziani armati. L’ordine è di non ammettere giornalisti, ma dopo una lunga trattativa riesco a incontrare alcuni di loro insieme alla troupe di Mediaset. Niente foto, dicono i guardiani. Ma riusciamo a girare di nascosto alcune immagini.

Idris, 25 anni, ha una ferita al torace. Per quattro anni ha militato nella temibile Trentaduesima brigata al comando di Khamis Gheddafi. Guadagnava 650 dinari al mese, 450 dollari. “Non avevamo informazioni” racconta. “Ci dicevano che i ribelli erano terroristi al soldo di al-Qaeda. Che dovevamo difendere la Libia”. Idris è stato colpito da una scheggia di Rpg a Suq al-Jumaa, un sobborgo di Tripoli.

Nel letto accanto, con le braccia fasciate, c’è Ahmed, uno dei mercenari reclutati da Gheddafi in Africa. Appena mi avvicino le guardie mi fanno segno di uscire dalla stanza: riesce a dirmi che è somalo, di Karaan, un quartiere di Mogadiscio nord e che da alcuni anni era in servizio nell’esercito del Colonnello.

In una camera isolata, guardata a vista da due thowar, è in cura una ragazza di 19 anni: una sniper, cecchina. La intravediamo appena, dalla porta socchiusa. “Ha ucciso molta gente” sostiene la dottoressa Maraam. E’ stata catturata mentre tentava di fuggire saltando da un tetto e si è rotta una gamba”.

Tripoli, 1 settembre.

Le chiamano le sette porte dell’inferno: sono le sette entrate blindate e fortificate del quartier generale del Mukhabarat, gli spietati servizi di sicurezza del colonnello Gheddafi. “Io vivo qui vicino” racconta Yusuf, studente di ingegneria, che abita in una casa del quartiere di Jdeida. “Ma non mi sono mai azzardato ad avvicinarmi ai muri di cinta”. Gli edifici principali sono stati bombardati dagli aerei della Nato. A terra documenti, files, schedari. E le sinistre uniformi nere dei corpi speciali. Nell’ufficio devastato del capo dell’intelligence, tra i ritratti sfondati del Colonnello,  ci sono ceste piene di incartamenti triturati. In fondo a un corridoio, le stanze degli archivi.

Le prigioni sono corsie su cui si aprono dozzine di ante di ferro con i lucchetti e i chiavistelli divelti. Sul pavimento delle celle si vedono materassi, avanzi di cibo, coperte. Sui muri e sulle porte i detenuti hanno inciso brevi frasi in varie lingue, forse con un chiodo: “Pas de chance”, “Allahu akbar”, “Febbraio 2011”, “I love my country”.

Camminiamo su vetri rotti, bossoli, macerie. Gli unici rumori sono i passi che risuonano nei corridoi deserti e il cigolio dei cardini di metallo.

Oggi Gheddafi si è rifatto vivo con un messaggio diffuso dalla tv siriana Al Ray. Incita i suoi seguaci alla resistenza contro il neocolonialismo; prevede una lunga guerriglia “sulle montagne, nelle città, nelle pianure, in tutti i villaggi”; afferma che non si arrenderà e che combatterà fino alla morte.

Tripoli, sbarrata per le festività dell’Aid al-Fitr, è come sospesa. L’ultimatum per la resa di Sirte è stato rinviato al 10 settembre: proseguono le trattative con i clan locali. Si combatte a Beni Walid, 130 chilometri a sudest della capitale, dove si sarebbe rifugiato Gheddafi con alcuni dei figli, protetti dalla potente e numerosa tribù dei Warfalla.

Il Cnt stenta a imporre la propria autorità a Tripoli, dove non esiste ancora un comando unificato della rivolta: i thowar che hanno occupato la città si sono spartiti le aree di influenza. I combattenti del Jebel Nafusa controllano i quartieri occidentali, quelli di Zlitan l’autostrada costiera, i guerriglieri di Misurata l’aeroporto e i sobborghi orientali.

Le uniche notizie incoraggianti giungono da Mosca, che ha riconosciuto il governo provvisorio, e dal vertice di Parigi che ha promesso di sbloccare altri fondi per la ricostruzione. Roma ha annunciato di avere già scongelato 720 milioni di dollari.

Strada per Bani Walid, 3 settembre.

Il bastione gheddafiano comincia a vacillare: 60 chilometri a nord di Bani Walid, in una postazione avanzata dei ribelli, un centinaio di combattenti della tribù Warfalla, finora schierata al fianco del Colonnello, si sono uniti ai thowar di Misurata e di Bengasi che si preparano ad attaccare la cittadina (75 mila abitanti) dove si sarebbe rifugiato Saif al-Islam.

“Saif è lì” dice Mohammed Ghummud, 25 anni, medico di Bani Walid che è riuscito con un gruppo di compagni a raggiungere le forze ribelli. “Sappiamo dove si trova e chi lo protegge. La popolazione è ostaggio dei corpi speciali di Gheddafi. La gente attende con ansia di essere liberata. In città la situazione è disperata, non c’è luce e non c’è acqua”. Mohammed racconta di un massacro che sarebbe avvenuto a Bani Walid lo scorso 28 maggio: 30 giovani che manifestavano contro il regime sarebbero stati arrestati, rinchiusi in una scuola e uccisi.

“Sono un Warfalla” dice Salah, 45 anni, padre di 5 figli. “Ma il patto di fedeltà che mi lega alla tribù non significa che devo difendere una dittatura spietata e corrotta. Se devo dare la mia vita voglio farlo per la libertà della Libia e per il futuro dei miei figli”.

Come a Sirte, anche a Bani Walid sono in corso frenetiche trattative per giungere a una resa senza spargimento di sangue. Ma i thowar si stanno organizzando in previsione di uno scontro armato. Nella postazione dove mi trovo i combattenti sono più di 300. Da Misurata e da Tripoli arrivano rifornimenti di benzina e di munizioni, montoni da macellare per il rancio, acqua, coperte, autocarri carichi di razzi, pezzi di ricambio, granate. All’interno di un edificio semidistrutto, un’ex stazione della polizia gheddafiana, si smontano e si oliano le mitragliatrici pesanti. Sulle jeep vengono montate le batterie di Katiusha, le contraeree, i cannoni senza rinculo. Protetti da un container i combattenti fanno le abluzioni per la preghiera con l’acqua conservata in un fusto di gasolio e si inginocchiano verso la Mecca.

Più avanti non si può andare. Sulla strada, questa mattina alle 4,30, è caduta una pioggia di missili Grad sparati da Sirte, a est, e da Bani Walid, a sud.

 

Giovanni Porzio – da Tripoli (28.08.11)

Le uniche luci sono i bagliori dei falò d’immondizia che bruciano in strada e le stelle filanti dei proiettili traccianti. Nessuno fa più caso alle raffiche di mitra, sempre più lontane, e al rombo dei Tornado che sorvolano la città. A lume di candela la famiglia di Hadia Gana, 37 anni, insegnante di disegno e composizione in ceramica, è riunita nel cortile per la cena dell’iftar, che interrompe il quotidiano digiuno del mese di Ramadhan: datteri, yogurt, focacce preparate nel forno della cucina e l’immancabile chorba, la zuppa di legumi. Le donne si appartano, gli uomini siedono a gambe incrociate sui tappeti, con il Kalashnikov a portata di mano.

Per sei mesi hanno vissuto rintanati nell’angusto recinto della casa affacciata su un vicolo sterrato del quartiere di Ghiran, alla periferia occidentale di Tripoli, scrutando il cielo e ascoltando con il fiato sospeso i suoni della guerra: le esplosione che scuotono i vetri, i tiri di mortaio, gli scoppi delle granate. Con il terrore di una delazione dei vicini e di una retata degli sgherri del Mukhabarat, i servizi segreti di Muammar Gheddafi.

“Ci tenevamo in contatto con la resistenza via sms” racconta Hadia. “E seguivamo gli sviluppi politici e militari su internet e sul canale satellitare Libia Libera, quando la corrente funzionava”. Avevano fatto scorta di viveri e di gas, riempito d’acqua la cisterna, nascosto le munizioni e cinque AK 47 dietro i divani. I cugini di Hadia stavano di guardia giorno e notte, mentre le ragazze cucivano di soppiatto i braccialetti e gli stendardi tricolori con la mezzaluna della rivoluzione. “Abbiamo usato stracci, sciarpe, coperte” spiega Aisha, vedova di 63 anni e madre di otto figli. “C’è chi è stato arrestato per avere comprato stoffe di colore sospetto: il rosso, il nero, il verde della nostra bandiera. E se finivi nella prigione di Abu Salim rischiavi di non tornare”.

Hadia, figlia di un pittore, ha studiato a Londra e parla correntemente il francese e l’italiano. Suo fratello vive a Parigi. Sotto il regime non poteva lamentarsi: aveva uno stipendio decoroso e ha collaborato a un progetto urbanistico di Saif al-Islam, uno dei figli del Colonnello. Ma fin dal primo momento è entrata nella resistenza. E ha tenuto un diario della rivolta. “Arrestano chiunque abbia una connessione internet”. “Gli aerei Nato hanno bombardato Bab al-Aziziya: tutti sui tetti a guardare le colonne di fumo”. “Senza luce e senza gas da due giorni: ci laviamo con un secchio e cuciniamo sui carboni. Come dice zia Aisha: mangeremo angurie e non dovremo lavare i piatti!”

Poi succede qualcosa. 13 agosto: “Esplosioni sempre più vicine alle 4 del mattino. I ragazzi hanno liberato Zawiya e avanzano su Tripoli. Tappati in casa”. 18 agosto: “Si sentono i rumori della battaglia. In strada il check point è stato colpito. Morti e feriti”. 20 agosto: “Sta succedendo! La battaglia finale è cominciata. Cuciamo altre bandiere”. La famiglia di Hadia è di origine berbera. E il 23 agosto la sua gente, i partigiani del Jebal Nafusa, si è unita ai combattenti di Tripoli nell’assalto a Bab al-Aziziya.

In quelle ore sono arrivato a Tripoli. Il grande compound fortificato era in fiamme. I thowar, le “milizie rivoluzionarie”, avevano sfondato la prima cerchia di mura e avanzavano sotto il fuoco dei mortai e dei cecchini. Correvamo su un tappeto di bossoli e di schegge, buttandoci al riparo dietro le palme e i mezzi blindati abbandonati. A mezzogiorno il primo edificio era espugnato e i thowar cantavano vittoria sparando all’impazzata sul patetico monumento antimperialista fatto erigere dal Colonnello: un pugno di ferro che stritola un cacciabombardiere americano. Ma nel settore più interno del bunker la battaglia è proseguita fino all’alba del giorno successivo. E ci sono voluti altri quattro giorni per eliminare le sacche di resistenza lealista nei quartieri di Abu Salim e di Ghargur e nella zona dell’aeroporto.

Ahmed, 26 anni, uno dei numerosi nipoti di Hadia, mi accompagna ad Abu Salim. E’ la prima volta che si avventura nel centro di Tripoli dall’inizio della rivolta. Gruppi di volontari raccolgono i cadaveri nelle strade e li caricano sui furgoni diretti all’obitorio. In un magazzino dietro la caserma della Brigata Khamis comandata da uno dei figli di Gheddafi ci sono più di 50 corpi carbonizzati, irriconoscibili: prima di ritirarsi i mercenari del Colonnello hanno mitragliato i prigionieri e dato fuoco all’edificio. I pochi superstiti, scampati per miracolo al massacro, si aggirano inebetiti, incapaci di parlare.

Gli orrori della guerra, gli eccidi, le esecuzioni sommarie, i bambini nelle celle frigorifere degli ospedali, non si possono dimenticare. Ma nel cortile di Hadia, al desco dell’iftar, il morale è alto. Il lungo incubo è quasi finito. Zia Aisha può finalmente esporre le bandiere cucite di nascosto senza temere rappresaglie. Suo figlio Yussuf, 25 anni, studente d’informatica, imbraccia il suo Kalashnikov e si avvia con gli amici al check point notturno nel viale accanto. Le figlie Asma, Rukhaya e Omm Asaad possono indossare i braccialetti tricolori e uscire in strada con i loro bambini a cantare il nuovo inno della libertà: i vicini che fino a pochi giorni fa le avrebbero denunciate non osano farsi vedere. Tutti si preparano a festeggiare, con la fine del Ramadhan, la caduta della dittatura.

“Non sarà facile ricostruire il Paese, rimarginare le ferite e le coscienze lacerate, sanare il trauma vissuto dai bambini” dice Hadia. “Però sono ottimista. Siamo meno di 6 milioni e abbiamo un oceano di petrolio. Gli odi del passato e le divisioni tribali alimentate per 42 anni da Gheddafi saranno superate: ci uniscono l’islam, l’orgoglio nazionale, l’amore per la Libia e il sacrificio dei nostri martiri”.

Lentamente, a Tripoli torna una parvenza di normalità. Mancano la luce e l’acqua, tonnellate di rifiuti marciscono nel caldo torrido dell’estate, i prezzi dei generi alimentari sono saliti alle stelle e il gallone di benzina contrabbandato dalla Tunisia è passato da 10 a 120 dinari, più di 70 dollari. Negli ospedali scarseggiano i farmaci essenziali e i cadaveri insepolti accrescono il rischio di epidemie. Però i negozi cominciano ad alzare le saracinesche crivellate di pallottole e annerite dal fuoco. Anche se le code davanti ai forni sono interminabili, il pane si trova. Sotto tende improvvisate qualcuno distribuisce gratuitamente caffè caldo e bibite in lattina. E sulle bancarelle sono apparsi datteri, uva, carne di montone. I posti di blocco sono meno frequenti e meglio organizzati. A fatica la città si riorganizza. Ma la paura resta. Soprattutto dopo il tramonto, quando anche i combattenti devono rifocillarsi.

Squilla un cellulare e Ahmed balza in piedi afferrando il mitra: “Presto! Ci chiamano dall’altra parte della strada. Hanno visto gente armata nella sede della banca”. In pochi minuti l’edificio è circondato da una trentina di thowar. Partono alcune raffiche. Scavalchiamo la cancellata ed entriamo, facendoci luce con le torce. E’ buio pesto. Saliamo le scale, avanziamo nei corridoi, ispezioniamo gli uffici, i bagni, il tetto. Nessuno. “Se ne sono andati” dice Ahmed. Potevano essere rapinatori, cani sciolti dediti al saccheggio, oppure cecchini, uomini fedeli al regime.

La notte senza luna e con le luci spente è degli sciacalli, degli sbandati, degli ex agenti dei servizi di sicurezza, braccati, in fuga. Fantasmi che si possono materializzare all’improvviso, dietro l’angolo, a un incrocio, alla finestra di un palazzo abbandonato. I delegati del Consiglio nazionale di transizione, giunti a Tripoli nei giorni scorsi, si sforzano di rassicurare la popolazione e di evitare che la capitale sprofondi nell’anarchia. Nelle moschee gli imam invitano alla calma e alla sopportazione, nel nome di Allah.

In casa di Hadia le preghiere invocano una sola grazia: che l’ex Guida suprema, il lunatico e spietato leader della Grande Jamahiriya libica araba popolare e socialista, l’odiato “cane”, il ridicolo “parruccone”, sia al più presto catturato, arrestato, ucciso, cancellato per sempre dalle loro vite. La rivoluzione ha conquistato Tripoli. Ma tutti pensano che finché lo spettro del Colonnello continuerà ad aggirarsi nei deserti della Sirte e sulle onde radio della propaganda, l’ultima battaglia non sia ancora stata vinta.