Tharir people
Cairo, December 6, 2011

Giovanni Porzio – Cairo, sabato 3 dicembre

 

L’annuncio dei risultati è stato nuovamente rinviato e si avrà probabilmente nella giornata di oggi: l’unico dato definitivo è per ora il numero dei votanti, il 62 per cento degli aventi diritto, un’affluenza alle urne enfaticamente definita dal portavoce della Commissione elettorale “la più alta dai tempi dei Faraoni”. Ma nessuno mette in dubbio la vittoria dei partiti islamici e il clamoroso successo dei radicali salafisti anche al di fuori delle tradizionali roccaforti di Alessandria e delle zone rurali della provincia di Kafr el-Sheik, nel delta del Nilo, uno dei distretti con la più alta percentuale di povertà e di analfabetismo del Paese.

“Siate ottimisti” esorta sull’Herald Tribune il blogger Wael Ghonim. “Stiamo scrivendo la storia”. E va elencando: la gente non ha più paura di parlare, 15 milioni di egiziani sono connessi a internet, la società civile è uscita allo scoperto, i giovani partecipano attivamente alla politica.

Ma venerdì a Tahrir, la piazza diventata il simbolo della rivoluzione sul Nilo e delle primavere arabe, la stanchezza e la disillusione erano palpabili. Dopo la preghiera, con i rituali sermoni, gli slogan e le invettive contro la giunta militare, la programmata manifestazione per commemorare le 42 vittime degli scontri della scorsa settimana ha radunato poche migliaia di dimostranti. I parenti dei martiri hanno sfilato dietro le bandiere, le bare vuote e le foto listate a lutto tra le tende e le bancarelle dell’accampamento permanente, che ha ormai l’aspetto di un mercato rionale, con i venditori di tè e di pannocchie arrostite, i capannelli di sfaccendati impegnati in oziose discussioni, i ladruncoli delle periferie in cerca di bottino e i poliziotti in borghese che si aggirano tra la folla. Uno di loro, il tenente Mahmud al-Shinnawi, si è consegnato alla giustizia: dovrà difendersi dall’accusa di avere sparato letali proiettili di gomma negli occhi dei manifestanti, accecandoli o uccidendoli sul colpo. Il suo arresto è una vittoria della piazza, che nei giorni scorsi aveva bendato gli occhi di tutte le statue del Cairo. Ma è una magra consolazione.

Le speranze suscitate dalla rivoluzione di gennaio sembrano essersi appannate. L’entusiamo si è smorzato. La dura realtà (il marasma economico, la disoccupazione montante, l’insicurezza) ha preso il sopravvento e i militari al potere guardano oggi più ai Fratelli musulmani e ai salafiti che ai giovani di Tahrir square.

“Ho votato per la Fratellanza” dice Halima, insegnante di inglese. “Non sono religiosa ma ho due figli e devo pensare al loro futuro. Abbiamo bisogno di pace e di stabilità. La piazza è stata strumentalizzata, non ha saputo esprimere una piattaforma politica credibile. I Fratelli musulmani, almeno, sanno quello che vogliono”.