State of murder
Mexico, November 2015

È un viaggio all’inferno quello che papa Francesco ha deciso di intraprendere sulle strade insanguinate del Messico. Cinque giorni di pellegrinaggio nel Paese che conta 27 mila desaparecidos e 50 mila cadaveri: vittime della violenza disumana delle bande criminali implicate nel traffico di droga, di una polizia corrotta, di un sistema politico malato, dell’emarginazione sociale e di una miseria che incombe sul 47 per cento della popolazione.

Francesco atterrerà in un aeroporto dove transitano tonnellate di cocaina, entrerà nelle carceri di Ciudad Juárez, la “città dei morti” al confine col Texas dove centinaia di donne sono scomparse e migliaia di migranti rischiano la vita inseguendo il sogno americano. Celebrerà la messa per i campesinos del Chiapas nella cattedrale di San Cristóbal de Las Casas e visiterà il Michoacan, santuario della Familia, uno dei più spietati cartelli dediti al narcotraffico, ai sequestri, alle estorsioni, al riciclaggio di denaro sporco. Ma dopo gli incontri ufficiali la prima tappa, domenica 14 febbraio, sarà Ecatepec, sterminato quartiere dormitorio di Città del Messico.

È una scelta coraggiosa, perché di quanto avviene nei bassifondi alla periferia della gigantesca metropoli nessuno vuol parlare: il governo, che tiene all’immagine rassicurante e glamour della capitale culturale e finanziaria della Federazione, minimizza; le forze dell’ordine, spesso colluse, lasciano fare; i giornalisti, minacciati e ricattati, non possono indagare; e la gente, costretta al silenzio, vive nella paura, in balia del crimine organizzato.

Ecatepec è un barrio bravo, nel gergo locale spavaldo, fuorilegge: un informe agglomerato di case, baracche, condomini, mercati e centri commerciali attraversato da autopistas a quattro corsie, cavalcavia pedonali e binari del treno. Con le municipalità limitrofe di Nezahualcóyotl, Chimalhuacán e Chalco forma l’immensa conurbazione del cinturón de la pobreza, la cintura della povertà dove abitano almeno 6 dei 25 milioni di messicani che intasano l’area metropolitana della capitale. Amministrativamente non dipendono dal Distretto federale: fanno parte dell’Estado de México, una delle zone più derelitte e densamente popolate del Paese.

A Ecatepec scorre un fetido canale, il Río de los Remedios. Nel 2014, durante dei lavori di drenaggio, le ruspe hanno recuperato centinaia di ossa, resti umani e i cadaveri decomposti di 5 uomini e di 16 giovani donne. Mariana Elizabeth, 18 anni, studentessa al Politecnico, potrebbe essere finita in quella fogna. Guadalupe, sua madre, vive da oltre un anno lo strazio indicibile dei genitori dei desaparecidos. Si sforza, tra le lacrime, di evocare l’incubo in cui è precipitata una sera di settembre, tornando dal lavoro.

“Era uscita per fare delle fotocopie e non è più tornata” racconta nel salotto del modesto appartamento al secondo piano di una palazzina, seduta accanto a un altarino col ritratto della figlia, due candele accese e una statuetta della Madonna. “L’abbiamo cercata ovunque, nelle cartolerie, nei negozi, negli internet café, per tutta la notte. Abbiamo sporto denuncia alla polizia e in procura, ma nessuno si è preoccupato di indagare. Poi hanno chiesto un campione del mio Dna da confrontare con i resti trovati nel canale e alcune settimane dopo mi è stato comunicato che il test era risultato positivo”.

Ma Guadalupe non ci ha creduto. Le hanno consegnato solo un pezzo di carta: non ha potuto vedere neppure le foto dei presunti resti di Mariana, neppure una copia dell’autopsia. E sapeva di almeno un caso in cui la polizia, per tacitare una madre disperata, aveva recapitato ai genitori frammenti di ossa di animali. Allora è tornata alla carica. Con l’aiuto di un legale ha ottenuto la riesumazione dei resti della figlia ed è in attesa del risultato di un nuovo test del Dna eseguito da periti indipendenti. “Non ho alcuna fiducia nella magistratura messicana” dice. “E ancor meno nella polizia. Molte volte gli stupratori e gli assassini sono gli stessi poliziotti. L’impunità è assoluta. Qui nel quartiere strappano dai muri i manifesti con le foto di Mariana”. Guadalupe sa che non vedrà più sua figlia viva. Ma vorrebbe almeno una tomba su cui piangere: “L’incertezza è un tormento costante, un dolore che non ha mai fine”.

All’Osservatorio sulla violenza di genere la direttrice Maria Luz Estrada elenca cifre raggelanti: dall’1 gennaio 2014 al 28 agosto 2015 sono state sequestrate, solo nell’Estado de México, 1.306 donne; 755 sono sopravvissute, 8 sono state trovate morte e 543 sono desaparecidas. Nello stesso periodo sono stati ufficialmente registrati 304 femminicidi. “In realtà sono molti di più” afferma. “E sono in aumento. La società messicana è permeata da una cultura maschilista e patriarcale che colpevolizza le vittime. Non sono previste sanzioni per gli uomini responsabili di violenze sessuali. Gli stupri non vengono denunciati. E con il dilagare del crimine organizzato si inasprisce la ferocia degli aguzzini: le ragazze che rifiutano di prostituirsi o di vendere droga vengono sfregiate con l’acido, violentate, torturate e uccise in modo brutale perché siano di esempio alle altre”.

Karen, 20 anni, secondo anno di Scienze politiche, appassionata di ballo e di musica jazz, è stata trovata strangolata e con il cranio sfondato in una camera d’albergo. Ma è stata la madre, Guadalupe Gochi, a incastrare l’assassino, Mario Enriques Perez, e a farlo condannare per omicidio. “La polizia” dice “non ha mosso un dito. Ho fatto io le indagini. Ho controllato la lista delle chiamate sul cellulare, i video delle telecamere dell’albergo e i social network. Mi sono rivolta a un avvocato e ho testimoniato in tribunale”. I genitori dei desaparecidos devono vestire i panni dell’investigatore, del medico legale, dell’attivista sociale, del comunicatore. E i contraccolpi psicologici sono intollerabili. Il fratello di Karen ha cercato di suicidarsi, “per incontrarmi in cielo” ha scritto in una lettera “con la mia adorata sorella”.

Per tentare di capire l’inferno di Ecatepec bisogna ascoltare la storia di Carlos Cruz, ex trafficante di armi e di documenti falsi, fondatore nel 2000 di Cauce Ciudadano, un’organizzazione no profit – collegata all’associazione Libera di don Ciotti – che si batte per sottrarre i giovani ai tentacoli del crimine organizzato proponendosi come alternativa alla strada. A 6 anni Carlos spacciava piccole dosi di droga. A 13 è entrato nella banda del quartiere. A 17 girava armato e aveva già perso una ventina di compagni, uccisi dalla polizia e in scontri con la gang rivale.

“Ero sempre più solo” dice “e vivevo nella paura. La violenza era dappertutto, in casa, in strada, a scuola. Rubavamo, facevamo rapine, venivamo pagati per creare disordini nelle manifestazioni politiche. Ma non avevamo futuro. Per questo abbiamo creato il Cauce: per dare un’opportunità e una speranza ai ragazzi dei barrios marginali. E funziona perché noi stessi veniamo da quel mondo. Il mio più stretto collaboratore è un ragazzo al quale una volta ho puntato una pistola alla tempia”.

Le bande erano sistemi di autodifesa cresciuti nel pauroso vuoto di potere in cui il governo federale aveva abbandonato le periferie urbane. Ma dagli anni ’90 il controllo del territorio è stato confiscato dalla delinquenza organizzata. La distribuzione all’ingrosso della droga è appannaggio del cartello di Sinaloa del Chapo Guzmán; la Familia Michoacana, gli Zetas, i Caballeros Templarios, il cartello del Golfo e il gruppo Jalisco Nueva Generación si spartiscono le altre attività illegali: racket delle estorsioni e della prostituzione minorile, tratta di esseri umani e sequestri di persone, pornografia, riciclaggio, traffico di armi, di banconote false e persino di uranio, che dalle miniere del Michoacan finisce in Cina. In Messico l’omicidio associato al crimine organizzato è oggi la prima causa di morte tra gli adolescenti.

“I ragazzi” spiega Carlos “sono diventati la manovalanza dei narcos. A 5 anni lavorano nei campi di papaveri da oppio, a 12 diventano halcones, sentinelle, e a 18 pozoleros, occultatori di cadaveri, e sicarios, assassini. Un tipo mi ha detto che la prima volta che tagli la testa di un uomo non riesci a dormire per una settimana: poi ci fai l’abitudine”. La violenza, dice, è il prodotto del sottosviluppo, dell’analfabetismo, dell’ingiustizia sociale e di un sistema marcio: “A Ecatepec il delegato del governo è notoriamente implicato con la Familia Michoacana. Ci sono politici e magistrati sul libro paga delle mafie. Ci sono poliziotti onesti che vengono ammazzati perché si rifiutano di collaborare e poliziotti che lavorano per i cartelli”. I cadaveri dei 43 studenti della Escuela Normal di Iguala, stato di Guerrero, arrestati dalla polizia il 26 settembre 2014, non sono mai stati ritrovati.

Jorge Amador, capo della polizia municipale di Nezahualcóyotl, sta cercando di ristabilire un minimo di fiducia tra la popolazione e le forze dell’ordine: “Non può esserci sicurezza senza il coinvolgimento della gente. Abbiamo epurato gli agenti corrotti, rivisto i criteri di selezione e di addestramento, introdotto la figura della guardia di quartiere”. Per elevare il livello culturale degli agenti Amador ha chiesto aiuto allo scrittore Paco Taibo, che ha organizzato un ciclo di conferenze e di letture. Ma ammette che riformare la polizia è “come smontare il meccanismo di una bomba”.

Alla guida dell’auto di pattuglia che mi scorta in un giro notturno nel barrio bravo di Nezahualcóyotl (2 milioni abitanti, il municipio più popoloso del Paese) c’è Felipe, comandante di zona: giubbotto antiproiettile, Beretta 92 nella fondina e Uzi appoggiato sul cruscotto. “Siamo pochi, sottopagati e non riceviamo alcun sostegno dagli altri organi dello stato” dice mentre risponde alle chiamate sulle frequenze della radio di servizio. “Ma se nell’Estado de México il numero dei delitti è in crescita qui a Neza è sceso del 56 per cento: in tre anni abbiamo avuto solo 59 femminicidi e 402 omicidi”.

Non c’è soluzione di continuità tra Città del Messico e la distesa infinita dei barrios che nell’ultimo secolo hanno riempito gli acquitrini del lago Texcoco arrampicandosi fino alle pendici dei vulcani per accogliere milioni di contadini inurbati. Dalla piazza del Coyote, un’incongrua e gigantesca scultura di metallo, Neza si espande in un reticolo di strade a scacchiera male illuminate che allontanandosi dal centro assumono un aspetto sempre più inquietante e desolato: baracche, vicoli senza sbocco, canali di scolo, fabbriche abbandonate, spacciatori e ragazze all’ingresso dei tugurios, i bar-bordelli. In un parcheggio un uomo accende candele a una statua della Santa Muerte, venerata dai narcos. “In quel locale” indica Felipe “hanno ammazzato Jesús Juan, il fratello di Ana María ‘La Guerrera’ Torres, campionessa mondiale di boxe, pesi mosca. Un regolamento di conti: non aveva pagato il prezzo pattuito”.

In uno spiazzo c’è un mercato pieno di bancarelle. Si vende di tutto, cd pirata e galline nere per la santeria, biberon e video porno, refurtiva e ogni genere di droga: coca, marijuana, solventi, anfetamine. Una pistola si porta via con 10.000 pesos, 500 euro; assoldare un sicario può costare 15 o 20.000 pesos: dipende dalla difficoltà dell’omicidio. I 70 mercati di Neza sono controllati dalla Familia Michoacana, che estorce la mochada, il pizzo, a oltre 22 mila commercianti informali, a quasi tutti i negozi e a buona parte delle imprese.

“Dobbiamo versare una cuota mensile sia alla polizia che ai criminali” afferma Luis Sanchez, proprietario di un piccolo ristorante. “Se non paghi o se ti rifiuti di permettere la vendita di droga all’interno del locale ricevi una visita: ti mostrano le foto di tutti i membri della famiglia, gli orari di lavoro, la scuola dei figli. Non puoi sfuggire”.

Oltre il cavalcavia di Iztapalapa, dove il mese scorso i narcos hanno agganciato il cadavere torturato e semicarbonizzato di un uomo, comincia il barrio di Chalco, territorio dei Caballeros Templarios. Prima dell’arrivo del famigerato cartello Don Pepe, che nella sua bottega protetta da grate di ferro smercia bibite e sigarette, era uno dei boss della gang degli Aztlan. “Eravamo giovani e incoscienti” racconta. “Ci scontravamo con le altre bande, rubavamo e talvolta uccidevamo per divertirci, per misurare il nostro coraggio. Poi sono spuntati i sicari dei narcos e il gioco si è fatto pesante: sequestri, omicidi, traffico di piedra, il crack”. Don Pepe ha tirato i remi in barca: ha appeso al chiodo il cuerno de chivo, il Kalashnikov, e tira a campare. “Ho 30 anni e mi sento vecchio” dice. “Ma sono fortunato: non sono in molti qui a Chalco ad arrivare vivi alla mia età”.

Nella valle ristagna un nauseante fetore di rifiuti marcescenti. È l’odore del Bordo, una delle più grandi discariche a cielo aperto del mondo: un mostro che divora 12.600 tonnellate al giorno di immondizia e che rilascia nella falda freatica un fiume di liquami tossici. Migliaia di pepenadores armati di uncini rovistano senza sosta, tra mute di cani affamati, recuperando stracci, plastica, rottami che rivendono per una manciata di pesos. Poi, dopo il tramonto, arrivano los topos, i ragazzi di strada che cercano gli scarti, con la pila sulla fronte e le gambe che affondano fino al ginocchio.

Leonardo ha cominciato da bambino e viene al Bordo ogni notte, da dieci anni. Non ha mai conosciuto i suoi genitori e come in “Los olvidados”, il film di Buñuel sui dimenticati del Messico, la sua infanzia si è trasformata in una lotta per la sopravvivenza. “Capita di trovare teste, mani, cadaveri di neonati” dice. “Ma è più sicuro qui che in città. Paghiamo alla mafia 60 pesos al mese e nessuno ci molesta”. Si accende una canna, fa un cenno di saluto e si allontana nel buio.

 

Giovanni Porzio

Gennaio 2016