El sueño se ha acabado, il sogno è finito. A 67 anni dal trionfale ingresso di Fidel Castro all’Avana la Revolución cubana, con le sue conquiste, i suoi fallimenti, le sue illusioni, è giunta al capolinea. Con il rapimento e l’arresto del presidente venezuelano Nicolás Maduro lo scorso gennaio Donald Trump ha reciso la vena giugulare del petrolio che teneva in vita, a stento, la disastrata economia dell’isola, precipitata in queste settimane in una crisi umanitaria che non ha precedenti.
Nei barrios i cubani fanno i salti mortali per procurarsi il cibo. I prezzi dei generi di prima necessità sono saliti alle stelle e la moneta locale non vale più niente: un cartone di uova costa 3.000 pesos, sei dollari, la pensione di un professore universitario. Il pollame è decuplicato. La frutta è un lusso. La carne, importata dagli Stati Uniti, è inarrivabile. Le code si allungano: per il pane, per salire su uno dei pochi guagua (autobus) ancora in esercizio, agli sportelli delle banche per ritirare le rimesse dei parenti all’estero e alle pompe di benzina, che al mercato nero, quando si trova, costa nove dollari il litro.
Di notte si cammina alla luce del telefonino: gli apagones, le prolungate interruzioni della corrente elettrica, si abbattono inesorabili su una città stremata. Nelle case mancano luce e acqua, le scuole chiudono, i generatori tengono in vita ospedali che non hanno medicinali e nelle strade girano solo biciclette, tricicli a pedale e qualche vecchio almendrón, i catorci americani dell’epoca di Fulgencio Batista.
Orlando Garcia, in fila dall’alba a una stazione di servizio, medico internista, ha deciso di lasciare il lavoro: “Con un salario di 4.600 pesos, otto dollari, è impossibile mantenere la famiglia. Torno al mio paese, in campagna, vicino a Camaguey. Ma anche lì avrò vita dura. L’agricoltura è in rovina. Mancano i fertilizzanti. I contadini non allevano più galline e maiali perché non hanno di che nutrirli. E i camion non hanno il carburante per raccogliere il latte”.
Dopo 64 anni di embargo i cubani sono maestri nell’arte di arrangiarsi. Sui marciapiedi si trova di tutto: chiodi, forcine per i capelli, abiti usati, batterie, pezzi di ricambio, ferrivecchi, libri, blister di analgesici e antidepressivi. C’è chi ripara accendini, chi vende sigari trafugati nelle tabacaleras e rum d’incerta provenienza, chi ricicla lattine e bottiglie di plastica. C’è chi si tuffa in mare a caccia di calamares e trasforma la cucina di casa in un paladar. C’è chi s’improvvisa barbiere. E chi rovista in cerca di qualcosa da mangiare nei cassonetti e nei mucchi di rifiuti che marciscono nelle calli del Centro Habana e del Vedado: avanzi di riso, ossa di pollo, scarti di verdura.
Gli anni d’oro del turismo di massa, quando Barack Obama allentò le sanzioni e al porto attraccavano le navi da crociera piene di dollari e di vacanzieri, sono un ricordo. L’industria turistica, che creava posti di lavoro e rimpinguava di valuta pregiata le casse dello stato, è franata durante la pandemia di Covid: ora Trump le ha inferto il colpo di grazia. I 43 piani del nuovissimo cinque stelle Iberostar Selection sono vuoti, come quelli dell’Habana Libre e degli altri grandi alberghi. Molti bar e ristoranti, e più di quaranta hotel della capitale hanno chiuso. Quasi tutte le compagnie aeree hanno sospeso i voli per l’aeroporto José Martí.
Dopo la morte nel 2020 di Eusebio Leal, l’historiador de la ciudad, che aveva riportato all’antico e oscuro splendore le chiese barocche e i monasteri dell’Habana Vieja, i restauri si sono fermati: le facciate si sgretolano, i balconi crollano, le strade si riempiono di buche. Anche il Museo de la Revolución è off-limits.
Per le viuzze del centro storico si aggirano sparuti gruppi d’italiani, polacchi e giapponesi che scattano selfie davanti alla monumentale Catedral de la Virgen María de la Concepción Inmaculada e inseguono il fantasma di Hemingway tra il Floridita e la Bodeguita del Medio. I ritmi della rumba e del son risuonano in cortili e piazze semideserte in cui aleggiano il rimpianto e l’abbandono. Persino le jineteras che battono sul Malecón sono rimaste senza clienti.
Cuba è di nuovo in trincea. Ma questa volta nessuno s’illude. Anche gli anziani che hanno combattuto per Fidel stanno perdendo le speranze. La situazione, dicono, è molto peggiore rispetto al periodo especial, quando la fine dell’Unione Sovietica portò l’economia sull’orlo del baratro: “La vita era difficile a quei tempi” ricorda Pedro Martinez, che vive in un edificio fatiscente in calle San Lázaro e che grazie alla riforma agraria è uscito dalla miseria delle piantagioni di canna da zucchero di Cienfuegos e ha mandato i figli all’università. “Ma con la libreta, la tessera annonaria, riuscivamo a cavarcela. Adesso no: ho ricevuto un chilo e mezzo di riso due mesi fa. È durato meno di una settimana”.
I giovani sognano di andarsene negli Stati Uniti. “Se avessi i soldi” dice Eva, 28 anni, che lavora in una fabbrica di sigari per sei dollari al mese, “partirei subito. Non voglio che i miei figli crescano in questo posto infernale”. Cuba si vantava, con ragione, di essere l’unico Paese dei Caraibi e dell’America Latina in cui tutti i bambini avevano le scarpe e andavano a scuola. Ora i bambini chiedono l’elemosina e cercano le scarpe nella spazzatura. Quando non fanno di peggio. “Nel mio quartiere abbiamo tre emergenze” afferma Alberto Sola, parroco spagnolo della chiesa di San Nicolas y San Judas Tadeo. “Alcolismo, prostituzione minorile e droga”.
Una sera, nei pressi del Campidoglio dell’Avana, mi sono imbattuto in un uomo riverso sul marciapiede, privo di sensi, la bocca spalancata, le pupille rovesciate: overdose di papelito, un narcotico da pochi pesos a base di fentanyl che trasforma i consumatori in zombie. Due ragazzi si sono avvicinati, ridendo, e gli hanno sfilato dalla tasca telefono e banconote.
Decenni di embargo, di repressione, di mancate riforme e di fallimentari politiche economiche hanno demolito il contratto sociale che legava il popolo cubano ai comandanti della Revolución. Sanità e istruzione, pilastri della legittimità socialista dell’isola, si sono logorati. Le trite parole d’ordine del partito cadono nel vuoto, come quella coniata in queste settimane dal presidente Miguel Díaz-Canel, “La resa non è un’opzione”: un auspicio, più che un grido di battaglia. E intanto il gap tra ricchi e poveri continua ad allargarsi. Mentre nei quartieri senz’acqua e senza luce la gente lotta per sopravvivere, i rampolli della nomenklatura parcheggiano i loro Suv da duecentomila dollari di fronte ai locali in voga come il Bleco Havana, sul Malecón, dove per un daiqiri non basta lo stipendio di un poliziotto o di un impiegato statale.
“È molto triste” dice lo scrittore Jorge Ángel Pérez, che incontro nella sua modesta abitazione piena di libri. “Tutti sperano in un cambiamento radicale. C’è persino chi si augura un’invasione americana, ma qui non ci sarà una guerra civile”. Pérez è in cura psichiatrica e non riesce più a scrivere, ossessionato dalle incombenze quotidiane e dalla paura di essere arrestato. “Cuba non è l’Afghanistan” insiste. “Non è l’Iraq. Non credo a un improvviso crollo del regime. Troveranno una soluzione diplomatica”.
È possibile che le trattative in corso, di cui si sa poco, si concludano con un ricambio nella cupola del partito. Ma il potere non è nelle mani dello scialbo Díaz-Canel bensì in quelle, ben più salde e rapaci, del Grupo de Administración Empresarial (GAESA), il conglomerato economico controllato dall’esercito e dalle forze di sicurezza, che fanno capo a Raúl Castro (94 anni) e ai suoi famigliari. I leader dell’opposizione sono in carcere o in esilio, e sembra difficile scardinare un apparato che dopo il fallito sbarco dei marines alla Baia dei Porci è stato in grado di resistere per oltre mezzo secolo alle sanzioni e alla penuria alimentare. Il regime, messo alle strette, ha sempre serrato i ranghi sfruttando la carta dell’orgoglio e della sicurezza nazionale. Ma i cubani non credono più alle promesse e ancor meno agli slogan della propaganda.
“Il mondo cambia, ma qui non è mai cambiato niente” sospira Yolanda, che vive con la madre malata di cuore e la zia in una villetta sulla collina del Cerro, la casa di famiglia costruita dal padre con un giardino tropicale e un campo di giganteschi alberi da frutta. Lei, alta, bellissima, occhi grandi e magra come un fuscello, in gioventù aveva fatto la modella, frequentava La Maison e disegnava abiti fantasiosi pieni dei colori dell’isola. Ma poi il Cerro si è trasformato in una delle periferie degradate dell’Avana, popolata da contadini inurbati in cerca di lavoro, famiglie che vivono in tuguri, alcolizzati, giovani che si bruciano il cervello con il papelito. Il giardino è andato in malora, un intrico di erbacce, e gli alberi da frutta sono inselvatichiti.
Yolanda si alza alle cinque del mattino e si fa un’ora a piedi per raggiungere la scuola dove dà lezioni di moda. Il guagua passa solo una volta al giorno e lei deve tornare prima del tramonto, portando qualcosa da cucinare e le medicine per sua madre, se riesce a trovarle e se ha i soldi per comprarle sui marciapiedi di calle Galliano e del Parque de la Fraternidad. Quando fa buio la zia controlla il catenaccio del cancello, la chiusura delle porte e le inferriate alle finestre. Di notte fanno a turno, lei e la sorella, a restare sveglie per dare l’allarme in caso di pericolo. I poliziotti del quartiere le conoscono e le rispettano perché insegnavano a scuola e all’università: signore per bene, istruite, che non parlano di politica e non creano problemi.
La casa è pulitissima. Nel salotto tirato a lucido sono appese le foto scolorite dei bisnonni, in un angolo la statua di Yemayá la divinità orisha del mare, vestita di bianco come una Vergine della Semana Santa di Siviglia, con il piatto delle offerte e una ciotola piena di misteriosi ferri arrugginiti. Tutto come lo ha lasciato la nonna prima di morire. Ed è qui che mamma e zia attendono l’alba, in silenzio, davanti alla Regina dell’Oceano, lo sguardo vigile e l’udito attento ai rumori della strada: lo scalpiccio dei passi sul selciato triturato dalle piogge, i sussurri, le risa sguaiate, il guaito di un cane, il vento sui rami delle ceibas e sui tetti di lamiera.
Aspettano il nuovo giorno al lume di una candela, rassegnate, come lo sono da troppi anni gli orfani di Fidel, di Che Guevara e della Revolución. I cubani si sono stancati di aspettare.

























































