Rojava
Un ponte di barche sul Tigri è l’unico accesso al Rojava, “la terra dove tramonta il sole”, la regione del nordest della Siria controllata dai kurdi: un’enclave assediata da forze ostili, un popolo – perseguitato per mezzo secolo dal regime baathista di Damasco – che sta sperimentando una forma di autogoverno laico, democratico e inclusivo. Un progetto rivoluzionario, unico nel mondo islamico, che i mutati assetti geopolitici del Medio Oriente rischiano di vanificare.
La strada dal confine iracheno attraversa distese polverose color tabacco. Non piove da mesi, la siccità ha reso sterili i campi e inasprisce la cruda povertà di una terra avara, in gran parte desertica, dove i beni di consumo, i farmaci e i prodotti di prima necessità scorrono a rilento lungo le vie tortuose del contrabbando.
La principale risorsa, il petrolio, lavorato in dozzine di raffinerie artigianali, assicura una quota significativa del fabbisogno interno di carburante e le fiaccole di combustione del gas rischiarano per larghi tratti l’orizzonte notturno. Ma i pozzi si fermano per mancanza di pezzi di ricambio, i decrepiti tubi degli oleodotti arrugginiscono e le città restano al buio per i blackout elettrici.
Non è però la difficile congiuntura economica a preoccupare i dirigenti dell’Aanes, l’Amministrazione autonoma della Siria del nordest, e delle Unità di protezione popolare, le milizie kurde che costituiscono l’asse portante della coalizione antiterrorismo (Sdf, Forze democratiche siriane) a guida americana.
“Nel vuoto di potere seguito al crollo del regime di Assad i gruppi jihadisti si sono riorganizzati” spiega il colonnello Riyadh Salah ad-Din, comandante dell’accademia militare di Hasakah. “Le cellule dell’Isis si sono rafforzate, hanno reclutato nuovi adepti tra i combattenti siriani, ceceni e afghani che si oppongono al nuovo corso di Damasco e stanno intensificando ed espandendo le operazioni nella valle dell’Eufrate”.
Le imboscate e gli attentati si sono moltiplicati. Il 13 dicembre l’uccisione di tre americani, due soldati e il loro interprete, ha provocato l’immediata rappresaglia del Pentagono che ha bombardato oltre 70 obiettivi nelle province di Homs, Raqqa e Deir ez-Zohr. Negli ultimi mesi 30 militari delle Sdf sono rimasti uccisi e più di cento jihadisti sono stati catturati, senza contare il numero crescente delle vittime civili e degli sfollati che abbandonano le aree insicure.
Nella battaglia contro il Califfato i kurdi hanno svolto un ruolo decisivo e hanno pagato un duro prezzo di sangue. Ma nel Rojava la guerra allo Stato islamico, offuscata dai conflitti in Europa e in Medio Oriente e troppo in fretta archiviata dai media, non è mai finita.
A Kobane, città simbolo della resistenza all’Isis, i quartieri a ridosso della frontiera turca descrivono la ferocia di quei mesi del 2015: cumuli di macerie, tunnel sotterranei, edifici, scuole e moschee sbriciolate dalle bombe. “Combattevamo casa per casa” ricorda Barkhadan Kobani, 32 anni, che ha perso una gamba nell’esplosione di un’autobomba. “Ci lanciavano le teste mozzate dei nostri compagni. Abbiamo resistito, e alla fine li abbiamo sconfitti”. Ma la pace è ancora lontana.
Le vie del bazaar sono protette da schermi anti-droni e nel cimitero dei martiri le file delle tombe continuano ad allungarsi. Fatma Mohammed Ali piange sul sepolcro del marito ucciso nella battaglia di Kobane: “Siamo sempre in guerra” dice. “Mio genero è stato gravemente ferito in un attacco nel villaggio di Sarin”.
Delle vedove e degli orfani si prendono cura la Fondazione dei martiri e l’organizzazione femminile Kongra Star: “Le donne” spiega Birivan Khaled, membro del comitato direttivo dell’associazione, “ricoprono funzioni apicali in tutti i settori della società, sia nell’amministrazione che nell’esercito dove opera l’Ypg, l’Unità di protezione delle donne. La nostra costituzione garantisce la libertà religiosa e la parità di genere: tutte le cariche istituzionali sono presiedute anche da una donna”.
Il ritratto di Abdullah Ocalan, indiscusso padre della patria Rojava, è in tutte le piazze. Apo, lo zio, 77 anni, fondatore del Pkk, il Partito dei lavoratori kurdi considerato dai turchi un gruppo terrorista, è in carcere dal 1999, unico recluso sull’isola di Imrali nel Mar di Marmara. Il suo credo rivoluzionario, influenzato dalle idee del filosofo politico americano Murray Bookchin (“The ecology of Freedom”), ha preso forma in quest’angolo disastrato del nordest siriano: democrazia diretta, potere politico, economico e giudiziario decentralizzati, rispetto delle minoranze. Un programma temerario in uno scacchiere sempre più instabile, dominato dalle confinanti autocrazie.
I kurdi non hanno intenzione di deporre le armi, come richiesto dallo stesso Ocalan e dal governo di Damasco. Del presidente Ahmed al-Sharaa, che hanno combattuto quando si chiamava Abu Mohammed al-Jolani e guidava i jihadisti di Jabhat al-Nusra alla conquista di Kobane, non si fidano. Il massacro degli alawiti dello scorso anno, l’articolo del progetto di costituzione siriana che definisce la sharia “principale fonte del diritto”, l’esodo dei cristiani, le incursioni dei mercenari salafiti al soldo di Erdogan e il rinnovato attivismo dell’Isis sono altrettante sfide all’autonomia e alla sopravvivenza del Rojava.
Non si fidano dei russi, che mantengono una base alle porte di Qamishli e una squadriglia di elicotteri all’aeroporto. Guardano con sospetto i duemila militari americani, con i quali conviene collaborare (forniscono armi leggere, munizioni e intelligence alle forze di sicurezza dell’Aanes) ma che potrebbero voltare le spalle al popolo kurdo, la cui storia è da oltre un secolo costellata di tradimenti e promesse non mantenute. E sono in aperto conflitto con la Turchia, che ha invaso le province del Rojava occidentale e tratta la Siria del nord come terra di conquista, schierando le basi e gli avamposti del suo esercito.
La diga di Tishrin, sull’Eufrate, è costantemente nel mirino dei turchi e dei loro alleati jihadisti, ceceni e turkmeni. “La Turchia vuole impadronirsi della diga per tagliare i rifornimenti di acqua e di energia a Kobane” spiega il comandante Mahmoud Qaramax, responsabile del fronte. “Nei mesi scorsi hanno attaccato con droni, carri armati e con l’aviazione, bombardando con le armi più avanzate in dotazione alla Nato, radendo al suolo l’intero sobborgo dove abitavano i tecnici della diga con le loro famiglie. Sono morti 23 civili e io ho perso un centinaio dei miei uomini”.
Per raggiungere Raqqa, accompagnati da una scorta armata, si percorre uno sterrato che attraversa i campi di grano e i frutteti della fertile valle del fiume. Ma i villaggi sono semiabbandonati e i posti di blocco sempre più frequenti. La piazza dell’ex capitale del Califfato dove i tagliagole dell’Isis torturavano e decapitavano i miscredenti è presidiata dalla polizia. Nell’informe cittadina di palazzine in cemento armato, moschee e affollati bazaar si respira un’aria di provvisoria normalità. Ma le fosse comuni che affiorano nelle campagne, dove i cani randagi vagano sui resti delle decine di migliaia di vittime di Daesh, evocano il fantasma di un passato che non è ancora stato sepolto.
“La mia famiglia è da qualche parte qui sotto” racconta Karim indicando una trincea interrata dai bulldozer in uno sterminato cimitero alla periferia di Raqqa. “Ci sono più di duecento cadaveri in una sola fossa. E gli assassini sono ancora qui intorno, ancora pronti a colpire”.
Le cellule dormienti si sono riattivate e agiscono anche in pieno giorno con le tattiche della guerriglia: falsi check point, agguati, esecuzioni sommarie. Mentre dal quartier generale di Hasakah le milizie partono per le zone degli scontri, dalla valle dell’Eufrate risalgono gli sfollati. Come Khawla Nazim, 27 anni, vedova con quattro figli. Come Djamila Barho, 60 anni, che ha trovato rifugio con tredici persone in una tenda dove la stufa è spenta, perché non c’è gasolio.
E c’è un’altra bomba a orologeria che rischia di esplodere: quella dei prigionieri dell’Isis e delle loro famiglie. Foreign fighters che brandendo il Corano hanno compiuto crimini atroci, massacrato migliaia di Yazidi e schiavizzato le loro donne, decapitato gli ostaggi, trucidato chiunque osasse opporsi agli emiri allo Stato islamico. Sono più di 40 mila, con le loro mogli e i loro figli, detenuti senza processo e a tempo indeterminato nelle prigioni del Rojava.
Al-Hol è un carcere a cielo aperto nel deserto siriaco: sferzato dal vento, torrido d’estate e gelido d’inverno, è circondato da recinti di filo spinato e postazioni armate. In alcuni settori del campo è necessaria una scorta per evitare aggressioni e lanci di pietre da parte dei giovani, che lo considerano territorio dell’Isis.
“Qui ci sono 26 mila persone” elenca Gihan Hanan, direttrice del campo. “Gli stranieri sono 6.200 di 40 nazionalità: russi, arabi, turchi, maghrebini, australiani, europei, in maggioranza donne e bambini. Nell’annesso dei foreign fighters non entra nemmeno il nostro staff: è troppo pericoloso. Ci sono infiltrazioni di cellule salafite ed evasioni facilitate da una rete di trafficanti”. Le autorità kurde non hanno giurisdizione legale sui detenuti e i rimpatri nei Paesi d’origine procedono col contagocce.
Nel campo tutte le donne indossano il niqab integrale. Nessuna si dichiara pentita. Negano di avere sostenuto l’Isis e sostengono di essere state arrestate per caso. “Alcune donne erano solo le mogli dei combattenti” continua Gihan. “Ma molte facevano parte dell’organizzazione e continuano a comportarsi come facevano nel Califfato, insegnando ai bambini solo il Corano e la sharia. Corrompono le guardie per rimanere incinte e costringono le loro figlie a sposare altri adolescenti: stanno allevando una nuova generazione di militanti di Daesh, persino più radicali dei loro padri”.
Al confine iracheno il campo di Roj ospita 731 famiglie di combattenti stranieri. “Sono convinti che saranno liberati e che il Califfato sarà ricostituito” spiega Rashid Afrin, responsabile della sicurezza. “Due mesi fa un ragazzino di 14 anni ha ucciso a martellate il fratello gemello che si rifiutava di aderire ai principi dello Stato islamico”.
Nella sezione più radicalizzata ci sono anche due presunte foreign fighters italiane: Meriem Rehaily e Sonia Khedhiri, arrestate nel 2018, entrambe con due figli. Meriem non vuole parlare. Sonia ti guarda dritta negli occhi attraverso il niqab e racconta la sua storia: la conversione a 16 anni in un paesino del trevigiano (papà operaio, mamma casalinga, tre sorelle); il contatto e le conversazioni su Facebook con un ragazzo tunisino; la fuga in Turchia per raggiungerlo e sposarlo; l’ingresso nel Califfato; la morte del marito a Raqqa in un bombardamento; la cattura mentre scappava da Deir ez-Zohr. “Due anni fa” dice “la Croce rossa mi ha chiesto se volessi tornare in Italia, ma io non sapevo a cosa sarei andata incontro. Sono rimasta qui, educo da sola i miei figli. Sento mio padre al telefono due volte al mese”.
Il messaggio dipinto in giallo sulle tende non lascia dubbi: ISIS. Gli adulti non si fanno vedere ma i ragazzi si avvicinano: un bosniaco dai lunghi capelli biondi, un azero dalla pelle scura, una tedesca che mostra un disegno a colori, un iraniano che fa volare un aquilone di sacchetti di plastica, un francese che gioca con un pallone sgonfio, un giovane russo che chiede una foto. Mi chiedo come facciano a parlarsi, ma tra loro si capiscono, con l’arabo del Corano e quel linguaggio magico che solo i bambini conoscono.
Sono le vittime inconsapevoli di un’epoca barbarica, prigionieri della stessa ideologia. Nur ed-Din, 12 anni, dice che vorrebbe chiamarsi Nur el-Khilafi, la Luce del Califfato.





















































