Iranians, April 2008

Giovanni Porzio – da Qom (04.04.08)

La rivoluzione khomeinista ha rivoluzionato anche la moda religiosa. E il guru del nuovo stile clericale, l’Armani dell’eleganza sciita, è un mite e sorridente artigiano di 77 anni, Abolfazl Arabpour. La sua sartoria nel centro della città santa di Qom, a poca distanza dalle cupole d’oro e dai minareti turchesi della moschea di Fatima, è la fashion house più celebre e frequentata della Repubblica islamica. Tra i clienti più assidui ci sono tutti i massimi esponenti della gerarchia iraniana, dall’ex presidente Mohammed Khatami alla Guida suprema Ali Khamenei, dal presidente dell’Assemblea degli esperti Akbar Hashemi Rafsanjani al grande ayatollah Ali Montazeri. “Per un buon musulmano essere eleganti è un dovere religioso” afferma Arabpour. “Il Profeta incoraggiava i suoi seguaci a vestirsi bene e a profumarsi”.

Arabpour è nel business da sessant’anni. Orfano di madre, fin da piccolo era andato a bottega per imparare il mestiere, coltivando il sogno di confezionare abiti per le personalità più in vista del vecchio regime. Trasferitosi a Teheran, si aggiudicò l’incarico di cucire le divise degli alti ufficiali dell’esercito. “Il mio obiettivo” confessa “era lo scià: invece ho finito per vestire i mullah!”

Tornato a Qom Arabpour si stabilì nel quartiere dove abitava Khomeini, che al giovane sarto commissionò alcuni mantelli e zucchetti ricamati. Ma è con la Rivoluzione che il giro d’affari si espande a dismisura: “I religiosi arrivati al potere avevano bisogno di un abbigliamento adeguato al loro ruolo, agli incontri con i capi di stato e con i diplomatici stranieri. Il look doveva cambiare”.

Dal catalogo illustrato, che mostra con orgoglio, spuntano i ritratti di personaggi famosi e ormai defunti come l’ayatollah Taleghani, l’imam libanese Moussa Sadr e il teologo Morteza Motahari. Ma anche la foto di Ali Eshraghi, il nipote di Khomeini, che per le nozze ha voluto un abito firmato Arabpour.

“La veste tradizionale” spiega “era un tempo costituita da un semplice pigiama bianco, babbucce e il qaba, il soprabito lungo fino ai piedi. I tessuti erano il panno, il cotone, la lana grezza. Oggi il gusto si è raffinato e i consumatori sono molto più esigenti. Khatami è stato uno dei miei primi clienti ed è senza dubbio il politico più elegante del paese, molto attento ai dettagli e alla qualità del taglio”.

Decine di abiti in lavorazione sono appesi alle grucce della piccola sartoria, ognuno con un nome scritto a mano su un biglietto. “Questo è per Khatami. E’ un labbadeh, il suo soprabito preferito, con ampie tasche nella fodera interna, collo a giro, maniche strette, leggera sciancratura e pantaloni in tinta. Ha portato lui stesso il cachemire dall’Inghilterra. Per l’estate, invece, predilige il fresco di lana e il gabardine italiano”.

Sui ripiani sono in fase di rifinitura nuovi modelli di qaba con gilet e bottoni di osso a scomparsa. E su uno scaffale sono allineati i campionari delle stoffe. “Anche nei colori c’è stata una decisa evoluzione del gusto. Al bianco e nero di un tempo si sono sostituiti il beige, il blu notte, il tabacco, il grigio perla, il fumo di Londra”.

I prezzi sono contenuti: non più di 60 euro, tessuti esclusi. E con migliaia di religiosi che frequentano i seminari di Qom gli ordinativi sono assicurati. “Per far fronte alle richieste mi tocca lavorare anche il venerdì dopo la preghiera” dice Arabpour, i cui cinque figli maschi hanno aperto altrettanti atelier in città. L’unico cruccio è la nuova consorte, sposata dopo la morte sei mesi fa della prima moglie. “Mi sono accorto che è interessata solo ai miei soldi!” Per evitare litigi in casa, il sarto degli ayatollah ha adottato una tattica diversiva: fa la siesta in sartoria, sulle stoffe di cachemire del suo tavolo da cucito.

 

Giovanni Porzio – da Kish (10.03.08)

Al secondo piano del Financial Center, lucente edificio dalle vetrate azzurre sull’isola di Kish, nel Golfo persico, è in corso una rivoluzione. Ogni giorno, dalle 14 alle 16, dopo la chiusura del mercato azionario (436 società quotate per un valore di 15 miliardi di dollari), gli operatori cambiano schermata sui computer e trattano la vendita di petrolio, gas e prodotti derivati. C’è un solo vincolo alle contrattazioni: i dollari sono vietati.

La Iob, Iranian oil bourse, la Borsa iraniana del petrolio, inaugurata il 17 febbraio, è la risposta di Teheran allo strapotere del biglietto verde: il tentativo di creare una piazza alternativa in grado di competere sui mercati del greggio e di contrastare l’egemonia del dollaro sulle due Borse petrolifere mondiali, l’International petroleum exchange di Londra (Ipe) e il New York mercantile exchange (Nymex), controllati dalle grandi corporation occidentali.

Ci vorranno mesi per capire quale sarà l’impatto della Iob: molti analisti dubitano che possa decollare. Ma è chiaro il suo significato politico. Alla vigilia delle elezioni del 14 marzo per il rinnovo del majlis e mentre il Consiglio di sicurezza dell’Onu vara un terzo round di sanzioni economiche, Mahmud Ahmadinejad lancia un’altra sfida all’Occidente. Con l’obiettivo di rompere il monopolio petrolifero delle Sette sorelle, di indebolire la valuta del Grande Satana e di trasformare la Repubblica islamica nel principale snodo energetico della regione.

“Nelle prime tre settimane abbiamo scambiato 21 milioni di dollari di derivati del greggio, asfalto e polietilene” spiega il direttore della Iob, Hossein Allahdadi. “Ma siamo in fase di avviamento. Entro un anno venderemo petrolio e gas, non soltanto in rial iraniani ma anche in euro, yen, rubli, yuan cinesi e altre valute. La moneta americana è ormai sul viale del tramonto”.

Con il barile che le manovre speculative hanno spinto sopra i 106 dollari e i prezzi dei carburanti in costante rialzo, la mossa di Teheran è seguita con particolare attenzione dai broker dell’area del Golfo, dalla Russia, dall’Europa e dai famelici consumatori asiatici di idrocarburi iraniani. Il nuovo capo del Cremlino, Dimitri Medvedev, ha dichiarato che “la Russia sarà ben disposta a entrare in una Borsa che accetta il rublo”. La Cina, primo importatore mondiale di petrolio iraniano, ha cominciato ad acquistare in euro dal marzo 2007, seguita a ruota dai giapponesi che comprano greggio persiano in yen.

La conversione dai petrodollari ai petroeuro non è priva di logica. Più di un terzo delle esportazioni iraniane di idrocarburi è destinato all’Europa. Il 45 per cento dell’interscambio avviene con i paesi della zona euro. E la metà delle riserve monetarie di Teheran è accantonata in valuta europea. “La Iob ci permetterà di ottimizzare la commercializzazione delle nostre risorse controllando tutta la filiera” afferma Hamid Zaheri, ex portavoce dell’Opec, ex direttore esecutivo della National iranian oil company (Nioc) e ora manager della Crescent Petroleum, la maggiore società petrolifera privata del Medio Oriente. “Perché dovremmo passare per Londra e New York?”

Kish, dove hanno uffici oltre cento compagnie petrolifere iraniane e straniere, è certamente più vantaggiosa per l’Iran. L’isola corallina, a poche miglia dai giacimenti del Golfo e dallo stretto di Hormuz, da cui transitano ogni giorno 17 milioni di barili di greggio, è la piattaforma degli scambi commerciali della Repubblica islamica con il resto del mondo. La Free Zone, istituita nel 1989, offre al business una serie di incentivi senza eguali nel paese degli ayatollah: esenzioni fiscali e doganali, agevolazioni bancarie e finanziarie, garanzie legali, transazioni in valuta estera, nessuna restrizione agli investimenti e all’import-export.

L’ex villaggio di pescatori dove lo scià Reza Pahlavi veniva a svernare in un fiabesco palazzo in riva al mare, dove aveva fatto costruire un casinò e una pista per accogliere i Concorde, è una cittadina di 20 mila abitanti in pieno sviluppo: campi da golf, complessi balneari e residenziali, ippodromo, delfinario, duty free shopping, porti turistici, ristoranti, cascate artificiali. Il solo progetto “Flower of the East”, gestito da una società tedesca, prevede la costruzione di due hotel a 5 stelle e di uno a 7, in forma di fiore. A beneficio dei vacanzieri (un milione di visitatori all’anno) e degli uomini d’affari, che a Kish respirano un clima diverso: la polizia e i basiji, onnipresenti a Teheran, non si fanno vedere; nei night si ascolta musica dal vivo; gli innamorati passeggiano sulla spiaggia mano nella mano; le ragazze scorrazzano sulle moto d’acqua, giocano a bowling al Maryam Alley e fanno a gara nel far scivolare sulle spalle i coloratissimi e trasparenti roussarì.

Kish si sforza di emulare Dubai. Se non altro per fermare l’emorragia di capitali verso gli Emirati, dove nel corso degli anni l’élite iraniana ha trasferito non meno di 300 miliardi di dollari e dove sono registrate più di 7 mila aziende riconducibili a società persiane. La zona di libero scambio consente a Teheran di aggirare almeno in parte l’embargo. E la Iob, se riuscirà a prendere quota, servirà a moltiplicare il fattore strategico rappresentato dal petrolio: l’arma più potente nelle mani degli ayatollah.

L’Iran possiede le seconde riserve al mondo di gas (27.681 miliardi di metri cubi) e di greggio (136,2 miliardi di barili); e con 4,2 milioni di barili al giorno è il secondo paese produttore dell’Opec. Gli idrocarburi formano il 20 per cento del Pil, l’80 per cento delle esportazioni, quasi il 90 per cento delle entrate. Ed è  grazie all’aumento vertiginoso dei prezzi che il governo ha potuto mantenere tassi di crescita economica del 6 per cento e accumulare scorte valutarie per alleggerire la pressione sociale con i sussidi ai beni di prima necessità. Come la benzina, che la scarsità di raffinerie costringe a importare (30 milioni di litri sui 75 bruciati giornalmente) al costo annuo di oltre 5 miliardi di dollari. Il petrolio, assai più della retorica nazional-populistica di Ahmadinejad, è servito da puntello a un regime che si è dimostrato incapace di affrontare le debolezze strutturali dell’economia iraniana: inflazione al 20 per cento, disoccupazione giovanile, inefficienza del sistema bancario, basso livello di investimenti esteri, lentezza delle privatizzazioni.

Di fronte a Kish, a metà strada tra i porti di Busheher e di Bandar Abbas, il valore strategico degli idrocarburi si materializza nell’imponente mole del polo petrolchimico di Assaluyeh, terminale del gigantesco giacimento off shore di South Pars. “E’ una riserva immensa: il 7 per cento del totale mondiale di gas” dicono i tecnici dell’Eni che hanno realizzato a tempo di record uno degli impianti per il trattamento del metano e dei prodotti pesanti. Il giacimento, in condominio con il Qatar, ha un potenziale di 500 miliardi di metri cubi all’anno: più del consumo dell’intera Europa.

I lavori procedono a tappe forzate lungo i 30 chilometri dell’area industriale, una lingua di terra stretta tra il mare e gli aridi contrafforti dell’altopiano iranico. Si posano i tubi, si sventrano montagne, si assemblano turbine, si costruiscono porti, serbatoi refrigerati, strade. Si erigono le torri delle fiaccole del gas: moderni fuochi zoroastriani che riempiono la notte di bagliori rossastri.

Le sanzioni non sembrano rallentare la corsa all’oro nero: la sete di energia è più forte dell’embargo e se l’Occidente si tira indietro Teheran è pronta a firmare contratti alternativi con Russia, Cina, India e Turchia. Pechino ha già siglato un accordo da 100 miliardi di dollari per l’importazione di gas e di greggio iraniano e per lo sfruttamento del giacimento di Yadavaran. L’India sta trattando la realizzazione di un gasdotto da Assaluyeh a New Delhi. E gli ayatollah sono decisi a entrare in affari anche con l’ex nemico iracheno.

Dopo avere imposto al leader sciita Muqtada al-Sadr di tenere a freno le sue milizie, Ahmadinejad ha voluto ribadire il ruolo di potenza regionale che l’Iran intende perseguire. Il 2 marzo, durante la sua storica visita a Baghdad, ha portato in dono un miliardo di dollari in progetti nel settore energetico e ha posato la prima pietra di una centrale elettrica tra le città sante di Karbala e Najaf.