Displaced
Damascus, Sept. 2013

Il Krak

Dopo la raffineria di Homs la strada piega a nord, verso colline verdeazzurre nella nebbia mattutina. Incrociamo posti di blocco, mezzi blindati, postazioni antiaeree. “Sono zone insicure” spiega Samir. “Di notte i ribelli attaccano i villaggi e poi attraversano il confine libanese”.

Samir è un soldato con la croce tatuata sull’avambraccio, un combattente delle milizie cristiane di autodifesa: formazioni paramilitari che preoccupano non poco le gerarchie ecclesiastiche ma che rappresentano l’estremo baluardo di protezione nel Wadi al-Nasara, la vallata dei cristiani. I 33 borghi sui versanti del Wadi, in maggioranza greco-ortodossi e maroniti, vivono nel terrore delle imboscate e degli attacchi degli insorti, che nelle ultime settimane si sono intensificati.

Sono villaggi lindi e ordinati, d’aspetto europeo, immersi in giardini di ulivi e di agrumi: chiese di pietra chiara, negozi ben forniti, villette borghesi, ragazze in jeans e maglietta. Ma all’ingresso di ogni centro abitato ci sono le foto dei martiri: Mario Mikhail Giormush, 21 anni; Maya Barshini, 16 anni. E a ogni curva della strada che s’inerpica sui colli c’è una postazione di sacchetti di sabbia, con l’artiglieria e le mitragliatrici puntate nella stessa direzione: l’altura dominata dall’impressionante mole del Krak dei Cavalieri, da più di un anno roccaforte e base operativa dei gruppi armati jihadisti di Jabhat al-Nusra.

La fortezza crociata, patrimonio dell’Unesco, occupa una posizione strategica: controlla le vie d’accesso alla piana di Tartus, al mare e alle montagne del Libano, il valico di Homs e il principale asse di comunicazione del Paese, l’autostrada Damasco-Aleppo. In origine era un presidio militare dell’emiro di Aleppo, che vi manteneva una guarnigione curda. Conquistato dai crociati nel 1110, ampliato e dotato di possenti cinte murarie, contrafforti e torrioni, fu ceduto all’ordine degli Ospedalieri che lo tennero per oltre 150 anni. Solo nel 1271 il sultano mamelucco d’Egitto, Baybars, riuscì a espugnarlo dopo un lungo assedio.

Dal villaggio cristiano di El Hawash il Krak, in linea d’aria, non dista più di un chilometro. “Siamo costantemente sotto tiro” dice Salim Osman, dentista e medico condotto che ha perso un fratello, colpito da un cecchino. “La chiesa di Sant’Elias è stata centrata due volte. Colpi di mortaio, ma non solo: di notte i jihadisti scendono dalla collina, attraverso i boschi, e attaccano le case”. Il dottor Osman racconta di una telefonata ricevuta dal padre di una vittima. Una voce, dal cellulare del figlio appena ammazzato: “Allahu akbar! Faremo della valle dei cristiani la valle della sharia!” La paura è palpabile. Al tramonto le porte si chiudono, le luci si spengono, le strade si svuotano.

E’ una guerra medievale, che si combatte come ai tempi di Baybars: le milizie asserragliate nell’imprendibile nido d’aquila del Krak, le forze siriane che le assediano da mesi, le imboscate e le incursioni notturne, gli spari dei cecchini. “Al castello” dice Samir “arrivano rifornimenti dal Libano e dal vicino villaggio di Husun, occupato dai ribelli. L’esercito, impegnato su altri fronti, si limita a mantenere le posizioni e non riesce a impedire le sortite oltre le linee del nemico. Per difenderci abbiamo dovuto organizzarci da soli”.

All’inzio erano gruppi spontanei di cittadini armati di pistole, bastoni e fucili da caccia che presidiavano l’ingresso dei villaggi e improvvisavano ronde di sorveglianza. Poi, con l’intensificarsi degli attacchi, le milizie di autodifesa hanno cominciato a reclutare giovani con addestramento militare. “Ora” spiega ancora Samir “siamo inquadrati nei Comitati di difesa nazionale e riceviamo armi e munizioni dall’esercito”.

Prima di lasciare la vallata dei cristiani Samir vuole far visita ai genitori di un suo compagno, caduto in uno scontro a fuoco nel villaggio di Marmarita. Si chiamava Somar, aveva 26 anni ed era un militare della riserva, appena tornato in licenza dal fronte di Aleppo. Sono passati 40 giorni dal decesso e in casa amici e parenti stanno confezionando il tradizionale pane con l’ostia da offrire durante la commemorazione in chiesa.

E’ Issa, il padre, a raccontare: “Era passata mezzanotte. Somar stava cenando al ristorante Venezia quando gli shabab del Comitato hanno chiesto aiuto. Una quarantina di ribelli scesi dal Krak si avvicinavano al paese. E’ venuto qui, ha preso il suo Kalashnikov ed è corso fuori. E’ morto con altri 13 ragazzi”.

Aida, la madre, ha gli occhi gonfi e il viso impietrito. Un altro figlio, Wajdi,  22 anni, è sotto le armi, nel settore di Maalula. Mi congeda con una frase che a me pare agghiacciante, ma in cui forse trova la forza di sopportare il dolore: “La religione si porta ovunque, ma la patria è una sola: chi non la difende non è degno di viverci”.