La colonna avanza in fila indiana rasentando i muri di fango del villaggio fantasma di Rabat. Sono le 10 del mattino di lunedì 12 novembre e i 400 mujahiddin del comandante Basir Salangì hanno ricevuto l’ordine di attaccare la prima linea dei taliban nella pianura di Shomali. I combattenti marciano in silenzio, dietro la corazza di un cigolante carro armato sovietico che solleva nuvole di polvere e di fumo. Uomini in ciabatte armati di mitra e di bazooka, ragazzini con il Kalashnikov a tracolla, barbe bianche di veterani che trasportano mortai e casse di proiettili. Continuano a camminare, anche quando le granate dei tank esplodono a poche decine di metri, nei vigneti e sulle case abbandonate.
La battaglia di Kabul è iniziata all’alba, quando ondate di B-52 e di F-18 hanno cominciato a colpire le trincee e i bunker a sud della base aerea di Baghram. Da un tetto, in una postazione difesa da sacchi di sabbia e mitragliatrici, tre occidentali con giubbotti antischegge scrutano con binocoli da rilevamento gli effetti dei bombardamenti. Hanno in testa il pakul, il copricapo a ciambella degli afghani del nord, e si spacciano per giornalisti della Cnn: sono in realtà operativi delle forze speciali americane incaricati di trasmettere le coordinate degli obiettivi agli aerei spia. Il loro lavoro era stato determinante per la conquista di Mazar-i-Sharif, dove i C-130 avevano paracadutato biada per i cavalli e munizioni per il generale uzbeko Rashid Dostum. E anche sul fronte di Kabul l’appoggio tattico dell’aviazione si è rivelato cruciale.
A ogni curva del viottolo che s’inoltra verso la prima linea i mujahiddin si fermano. Gli uomini si accucciano nei fossati, al riparo dai cecchini appostati tra i ruderi dei casolari, mentre gli ufficiali attendono dai walkie-talkie le istruzioni di Bismillah Khan, che dirige l’offensiva dal comando di Jabal Saraj. Sul fianco destro della valle le truppe corazzate del generale Haji Almas, dopo un nutrito sbarramento di razzi Katyusha, raggiungono Qarabagh, sulla vecchia strada per Kabul, dove 700 taliban vengono fatti prigionieri. Ma a Rabat la resistenza è più accanita.
Il contingente si divide in due tronconi. Procediamo con cautela, camminando nel solco dei cingolati e cambiando spesso percorso per evitare le mine disseminate ovunque, a migliaia, nei campi e sulle piste sterrate. All’improvviso l’avanguardia della colonna è investita dal fuoco nemico: i colpi dei mortai cadono sempre più vicini e i proiettili delle mitragliatrici rimbalzano sulla sommità del muretto d’argilla sotto il quale mi sono gettato. Indietro non si può andare. Vengono chiesti rinforzi sulla frequenza radio 5175. E dopo una ventina di minuti, alla testa di un reparto d’assalto, Basir Salangì assume personalmente la guida delle operazioni.
Salangì, 40 anni, barba ben curata, occhiali da sole alla moda, è il più spietato signore della guerra tajiko. Dalla sua roccaforte nella valle di Salang controlla la strada strategica tra Mazar-i-Sharif e la capitale. La sua fama di tagliagole e di voltagabbana è leggendaria: nel ’96, dopo essersi schierato con il regime fondamentalista di Kabul, si alleò con Ahmed Shah Massud e fece massacrare centinaia di taliban.
Il suo intervento è risolutivo nella battaglia di Rabat: alle 14,30 i tank sfondano al centro della pianura, si uniscono agli zarbatì (corpi speciali) di Haji Almas e si lanciano all’inseguimento dei taliban in fuga. Uno dopo l’altro i capi dei distretti a nord della capitale segnalano la resa sparando in aria un colpo di bazooka. Alle 17 i mujahiddin raggiungono il passo di Khair Kanà: Kabul, a soli 5 chilometri, è sotto il tiro della loro artiglieria.
I combattenti consumano il rancio, cipolle e patate lesse, attorno a un bunker talibano: all’interno una teiera è ancora sulle braci accese, i razzi anticarro sono accatastati contro le pareti di terra, il pavimento è coperto da centinaia di bossoli di mitragliatrice. “Anche gli arabi e i pachistani stanno scappando” dice a Panorama Salangì indicando le jeep che si dileguano all’orizzonte. “Si rifugiano in montagna. Ma non hanno scampo”.
Al crepuscolo una pattuglia è in marcia verso le retrovie. Gli uomini sfilano nella sterpaglia bruciata dal fuoco delle granate portando a spalla una barella: Mohammed, 22 anni, è saltato su una mina e la sua gamba sinistra è un ammasso informe di sangue rappreso e carne spappolata. Non riuscirà a salvarsi.
Le prime luci del mattino del 13 novembre illuminano un paesaggio spettrale. Le bombe da 500 chili sganciate dai B-52 hanno polverizzato le postazioni dei taliban. La strada asfaltata dai russi è sventrata da giganteschi crateri, nei quali si intravedono i rottami contorti dei mezzi militari. A Khair Kanà i corpi eviscerati di 6 pachistani sono attorniati da una folla festante: i bambini sputano sui loro volti sfigurati e tumefatti. Poco oltre, i mezzi corazzati sbarrano il passaggio. Dobbiamo proseguire a piedi, facendoci largo nella ressa della gente di Kabul che accoglie i liberatori. Nella notte i taliban e i miliziani della legione araba di Osama Bin Laden hanno abbandonato la città a bordo di tutti i veicoli che sono riusciti a rubare: sono fuggiti verso Kandahar dopo aver saccheggiato la banca centrale e le botteghe dei cambiavalute.
Se i tank e le forze regolari dell’Alleanza si sono attestate nei sobborghi della capitale, rispettando almeno formalmente l’impegno assunto con Washington, i reparti della polizia e i mujahiddin hanno preso possesso degli uffici amministrativi, delle caserme e stanno allestendo i check point agli incroci delle principali arterie di Kabul, sotto la direzione di un comitato per la sicurezza presieduto dal ministro degli Interni Yunis Qanooni. Rappresaglie, vendette e sporadici scontri a fuoco non sono mancati. I cadaveri dei taliban, alcune decine, sono oggetto di scherno e di invettive sui marciapiedi insanguinati del quartiere di Shar-i-Naw. Ahmed Shaker, 20 anni, studente, mostra i corpi di 6 arabi uccisi a colpi di Kalashnikov e gettati in un canale di scolo: “Non vogliamo stranieri in Afghanistan. Non vogliamo chi distrugge la nostra cultura. Abbiamo diritto a vivere come nel resto del mondo. Se Bin Laden vuol fare la guerra santa, la faccia a casa sua, in Arabistàn”.
Autocarri carichi di miliziani che sventolano i ritratti di Massud percorrono le vie di una città sotto shock. Nessuno si aspettava una disfatta così rapida del regime del mullah Omar, che da Kandahar si ostina a lanciare appelli a un improbabile jihad. E nessuno prevedeva l’immediato ingresso a Kabul dei mujahiddin, nei confronti dei quali la popolazione nutre una comprensibile diffidenza: nel ’92 i vincitori dell’Armata rossa, dilaniati da faide interne, scatenarono una guerra civile che ridusse la capitale in macerie e favorì l’ascesa degli “studenti di religione” armati e finanziati dal Pakistan e da Bin Laden.
“Mi auguro che i mujahiddin abbiano imparato dagli errori del passato” dice Mohammed Ahmed, 65 anni, ex direttore di liceo. “E anche l’Occidente. Ci avete lasciato sotto il giogo dei terroristi e dei fondamentalisti per 6 anni. C’è voluto l’attentato dell’11 settembre per far muovere i B-52”.
La città si risveglia da un lungo incubo. Le saracinesche dei bazaar restano chiuse, ma la gente si riversa nelle piazze in preda all’euforia, assaporando le prime libertà: i bambini possono far volare gli aquiloni senza temere la frusta della polizia religiosa; nelle chai khanà, le sale da tè, qualcuno ha dissotterrato una vecchia cassetta con la voce di Ahmed Zahir; gli uomini, che non dovranno più depilarsi le ascelle e il pube, fanno la fila per tagliarsi la barba e alcuni, come il disoccupato ventiduenne Said Ahmed Shah, hanno deciso di radersi davanti al temuto ministero per la Promozione della virtù e la Soppressione del vizio, accanto all’ex ambasciata italiana. E le donne, che i taliban avevano cancellato dalla società, costringendole a mendicare e a prostituirsi per sopravvivere, cominciano a sperare. “Continueremo a indossare il burqa” dice Shajan, 19 anni e un neonato nascosto sotto il velo. “Fa parte della nostra tradizione. Ma potremo tornare a studiare e a lavorare”.
I lugubri luoghi-simbolo dell’inquisizione talibana sono meta di un pellegrinaggio liberatorio: la prigione di Pol-i-Charki, dove erano rinchiusi 3 mila detenuti, è deserta; negli uffici degli zelanti custodi dell’ortodossia religiosa restano alcune copie del Corano, i facsimili dei decreti del mullah Omar e gli scudisci in pelle dei poliziotti islamici; le sinistre stanze degli interrogatori del carcere speciale di Sedarat sono vuote; e nello stadio dove il venerdì andava in scena il macabro spettacolo delle amputazioni e delle esecuzioni capitali due ragazzini rincorrono un pallone di pezza.
Sotto i lampioni e i semafori fuoriuso dove venivano appese le mani e i piedi tagliati ai ladri, non tutti riescono però a sorridere. “I turbanti neri potrebbero tornare” sussurra un vecchio ciabattino. “Dopo 23 anni di lutti, chi può dire quale sarà il nostro avvenire?” E Mohammed Ibrahim Sekandari, governatore provvisorio di Kabul, tiene a dimostrarce la brutalità dei taliban, mentre ci accompagna in una stazione di polizia dove sono sotto inchiesta 21 pachistani appena arrestati. “In queste celle” racconta “c’erano le donne. Le hanno portate via con loro”. Per terra ci sono i burqa stracciati, i ceppi di ferro, mucchi di cosmetici e di monili di plastica, scarpe di bambini di 2 o 3 anni e inchiodata in un angolo una culla-amaca fatta con una coperta. Su una branda, una lettera d’amore firmata Abdulwakil: “Ti voglio bene. Non so perché ti hanno presa. Che Allah ti protegga”.
I bombardieri americani, i dollari della Cia e l’inveterata consuetudine che spinge i capi tribali a schierarsi con il più forte, hanno consentito all’improvvista armata dei mujahiddin di impadronirsi di mezzo Afghanistan in meno di una settimana. Ma il destino di Kabul non è soltanto nelle mani dei generali e dei signori della guerra attestati con i loro cannoni sulle alture di Khair Kanà. L’assetto politico della capitale sarà nei prossimi giorni oggetto di una complessa trattativa diplomatica tra Washington, Islamabad, Mosca, Pechino e gli emissari dell’ex sovrano Zahir Shah, impegnati in contatti segreti con i leader dell’etnia pashtun. E a qualsiasi governo post-talibano sarà dettata una condizione irrinunciabile: scovare e consegnare alla giustizia Osama Bin Laden, il principe delle tenebre che ha scagliato i suoi kamikaze contro il mondo occidentale.

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