Kinshasa, di notte, fa paura. Appena il sole si disfa nei vapori afosi del tramonto le vie alberate del centro si svuotano. I bianchi corrono a rifugiarsi nelle ville circondate da alti muri sorvegliati da guardiani armati o si barricano negli appartamenti con porte blindate e sbarre alle finestre. La notte è dei ladri e dei rapinatori che aggrediscono i passanti e saccheggiano i negozi incustoditi, dei poliziotti ubriachi che bloccano le auto per taglieggiare i passeggeri e violentare le ragazzine, degli spacciatori di chanvre, la marijuana, e delle prostitute che si vendono per pochi dollari sui marciapiedi.
La notte è delle streghe. Un’orda di trentamila “enfants sorciers” si aggira famelica nell’informe reticolo degli slum e dei fetidi rioni della Cité, dove gran parte dei dieci milioni di abitanti della sterminata capitale dell’ex Congo belga sopravvive di espedienti: sobborghi degradati, senza fogne e senza luce, appestati dai rifiuti marcescenti, cresciuti a dismisura sull’ex stazione commerciale che Henry Morton Stanley aveva battezzato Leopoldville.
Non è facile avvicinare i kindoki, bambini-stregoni. Sono aggressivi, rissosi, induriti dalla mancanza di affetto e dalle violenze subite. “La credenza negli spiriti maligni è sempre esistita in Africa” spiega Fofe Mutamba, responsabile dell’Apea, una piccola organizzazione non governativa che si occupa dei bambini abbandonati nel quartiere di Limeté. “Ma qui siamo di fronte a un fenomeno aberrante e ingiustificato, le cui vittime sono i più deboli, i più indifesi”.
Trent’anni di brutale dittatura, una guerra civile che ha causato 4 milioni di morti e altrettanti sfollati, la dissoluzione dello stato, la corruzione dilagante, la rovina economica e il flagello dell’aids hanno devastato la società congolese e inferto indelebili traumi psichici alla popolazione. I nuclei famigliari si sono disintegrati. I bambini arruolati nelle milizie si sono trasformati in feroci killer. I soprusi più ripugnanti hanno sostituito la legge e ogni residuo di umana pietà.
Gaétan, 6 anni, ha il viso di un vecchio. I capelli sono caduti, gli occhi sono cerchiati e il suo corpicino fragile, gonfiato dagli edema della fame, è coperto di ustioni e di piaghe purulente: è stato torturato e gettato sulla strada dall’amante di sua madre. “Diceva che avevo l’aspetto di un assassino” riesce a dire. “Diceva che sono un enfant sorcier”.
Sono gli stessi genitori ad accusare i figli di stregoneria. Le disgrazie, i lutti improvvisi, le malattie, un furto subito o la perdita di un lavoro vengono imputati all’influsso malefico dello spirito che alberga in un bambino: il più piccolo, il peso inutile, il reietto nato per caso. “E’ anche un sistema crudele e sbrigativo per sbarazzarsi delle bocche da sfamare” sostiene padre Zbigniew “Zibi” Orlikowski, direttore dell’ong Orper (Oeuvre de reclassement et de protection des enfants de la rue), che gestisce cinque dormitori, due case di accoglienza e due dispensari negli slum di Kinshasa. “Se una vedova si risposa, difficilmente la nuova famiglia accetta i figli del primo matrimonio”.
A stabilire se un bambino è posseduto dal demonio ci pensano, a pagamento, i ministri delle numerose sette e chiese pentecostali che proliferano in città, criminali senza scupoli che si arricchiscono sulla pelle della gente: invasati ciarlatani congolesi e “profeti” giunti dagli Stati Uniti, dalla Corea o dal Brasile che attraggono folle di fedeli con la promessa di miracolose guarigioni, redenzione istantanea dai peccati e felicità eterna. E’ un business in crescita, tollerato dal fatiscente governo di Joseph Kabila. Sfruttando il cristianesimo e le tradizioni ancestrali africane, pastori d’anime come Sony Kafuta “Rockman”, Fernando Kutino o il profeta Mokolo del Laboratorio universale della cura spirituale fanno soldi a palate: girano in Mercedes, inaugurano nuovi templi, hanno le loro radio e tv private per annunciare l’avvento del Salvatore.
 I ministri, previo versamento di un consistente contributo alle spese del rito. si incaricano di esorcizzare i bambini in odore di stregoneria. I malcapitati vengono costretti a ingurgitare olio di palma, pozioni di erbe e rospi vivi. Ma se non riescono a vomitare il demonio, i genitori sono autorizzati a cacciarli di casa, condannandoli a una vita da cani randagi.
Padre Zibi ha a disposizione un minibus regalatogli dall’Unicef, con fondi italiani: un’unità mobile che tutte le notti visita i siti dove i bambini si radunano e offre assistenza medica, protezione dagli abusi e consigli per evitare i comportamenti a rischio. In un anno il team, composto da un infermiere, un educatore, un “leader di strada” e un autista, ha stabilito oltre 2.300 contatti ed è riuscito a reinserire nelle famiglie 160 bambini. Partiamo per Kasa-Vubu, uno dei quartieri più squallidi e pericolosi di Kinshasa.
La prima tappa è il centro d’accoglienza Père Frank: un cortile recintato, una televisione accesa, due latrine, un pozzo con una motopompa. Qui i ragazzini possono lavarsi, mangiare una minestra di mais, parlare con l’assistente sociale. “Il piccolo Jean, 8 anni, non voleva raccontare la sua storia” dice suor Alice. “Si vergognava. Era davvero convinto di essere un sorcier: lo aveva detto sua madre, dopo avere abortito; e lo aveva confermato il pastore che aveva tentato di esorcizzarlo. I suoi fratelli avevano paura. Suo zio lo aveva picchiato a sangue. I vicini volevano bruciarlo vivo: sul ventre e sulle spalle ha le cicatrici delle ustioni”.
Usciamo nelle strade polverose e male illuminate. L’autista sa dove andare: una discarica di immondizia nei pressi di un mercato. Appena il minibus si ferma i bambini lo circondano e Bernard, l’infermiere, li fa salire uno alla volta: medica le piaghe e le contusioni, somministra antipiretrici e disinfettanti intestinali. “Hanno quasi tutti la malaria” dice. “E poi scabbia, vermi, epatite, sintomi di grave malnutrizione. I più gravi li portiamo all’ospedale”. Si muovono in branco, come animali selvatici. Dormono raggomitolati negli stracci, con la testa appoggiata a un gradino, tra scatole di cartone e mucchi di rifiuti, nei cimiteri, nei parcheggi, nei sottoscala, tra i topi e gli scarafaggi. Vivono di elemosina e di furti. Scavano nella spazzatura sperando di trovare un avanzo commestibile. Ogni tanto le grasse mama che presidiano le bancarelle rischiarate dalle lampade a petrolio si impietosiscono e allungano qualche involtino di cassava.
“La droga è un problema” dice Bernard. “Fumano chanvre. Comprano sacchetti di plastica con l’acquavite di palma e ci sciolgono dentro pasticche di Valium. Se sono fatti non li curo: devono tornare il giorno dopo, lucidi e sobri”. Droga e prostituzione. Ragazzine di 10, 12 anni si vendono a clienti che si rifiutano di usare i preservativi. E l’aids si propaga come un fuoco nella savana. Ange, 13 anni, ha il volto tumefatto, gli occhi gonfi e le labbra spaccate: ha cercato di resistere all’assalto del poliziotto del quartiere. Poi ha dovuto cedere alla violenza. Ha lo sguardo velato di lacrime e mi fissa senza parlare: è una bambina, i minuscoli seni non sono ancora sbocciati.
Corinne è rimasta orfana a 6 anni: l’aids si è portato via suo padre e sua madre. Lo zio si è rivolto a un pastore di una chiesa evangelica, il profeta Onokoko. Ha dovuto aspettare, perché c’erano più di duecento bambini in lista per l’esorcismo. “Mi hanno tenuta senza mangiare per nove giorni” racconta Corinne. “Mi picchiavano per farmi confessare. Mi hanno fatto trangugiare una conchiglia e un grosso pesce ancora vivo. Ho vomitato lo spirito maligno, ma a casa non mi hanno più voluta”.
Ci spostiamo a Matonge. E’ quasi mezzanotte e i bambini stregoni accendono falò di carta sui marciapiedi. Non per scaldarsi, perché il caldo è insopportabile. Nel fuoco scaricano la loro rabbia, gettando bottiglie vuote di birra Primus e obbligando i più piccoli a recuperarle. Sylvestre, il “leader di strada”, mena qualche ceffone, incurante della lama di un coltello che per un attimo balena nel pugno di Ibrahim, 16 anni, il capobranco.
Quando la rissa si placa Ibrahim si lascia avvicinare. E’ un tipo coriaceo: spavaldo, strafottente, con i larghi jeans da rapper calati lungo i fianchi e una T-shirt con la scritta “I am the boss”. Vive a Matonge da sei anni. “Quando morirono i miei genitori” racconta “mio cugino mi accusò di avere avvelenato il cibo. Mi bastonò fino a farmi svenire. Poi sentii che parlava con gli zii: volevano comprare la benzina per bruciarmi. Allora sono fuggito”.
La ronda è finita. Torniamo alla base. “Facciamo il possibile, con i pochi mezzi che abbiamo” dice sconsolato Bernard, l’infermiere volontario. L’Unicef ha aperto a Limeté un centro di recupero e alfabetizzazione per le giovani prostitute e i bambini di strada. Save the Children ha reinserito nelle famiglie duemila “stregoni”. E padre Zibi ha formato con gli enfants sorciers uno straordinario gruppo di percussioni e strumenti tradizionali: una musica magica, catartica, liberatoria. Un tenue raggio di luce nell’orrore di Kinshasa.

 

 

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