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  <title>Giovanni Porzio</title>
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  <updated>2011-03-10T19:36:55Z</updated>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Libyan uprising - Ajdabia, Benghazi and Ras Lanuf, March 2011</title>
   <updated>2011T03Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-133-1.jpg" alt="#" /><p>Giovanni Porzio &amp;ndash; da Bengasi&amp;nbsp; (09.03.11)  Sul tetto sventola il tricolore monarchico, la bandiera della rivolta. Il ballatoio all&amp;rsquo;ultimo piano &amp;egrave; una foresta di cavi, antenne paraboliche e telefoni satellitari. Le facciate sono tappezzate di striscioni, manifesti e foto dei martiri della &amp;ldquo;rivoluzione del 17 febbraio&amp;rdquo;. La Mahkama, il palazzo del Tribunale di Bengasi, sembra pi&amp;ugrave; un&amp;rsquo;universit&amp;agrave; occupata che la sede del governo provvisorio della nuova Libia. Ma in queste aule affollate di giovani volontari che dormono sui materassi sta nascendo e si sta organizzando un potere alternativo: la repubblica degli insorti che ha bruciato il Libro verde di Muammar Gheddafi ed &amp;egrave; decisa a seppellire la sua quarantennale dittatura. &amp;ldquo;Drogati e pagati da al-Qaeda: &amp;egrave; cos&amp;igrave; che ci definisce il pazzo di Tripoli&amp;rdquo; dice Sharif, studente di ingegneria e membro del servizio d&amp;rsquo;ordine all&amp;rsquo;ingresso della Mahkama. &amp;ldquo;Majn&amp;ugrave;n! E&amp;rsquo; un mentecatto! Qui stiamo costruendo una societ&amp;agrave; libera e democratica&amp;rdquo;. La piazza davanti al Tribunale si riempie ogni giorno di manifestanti e al venerd&amp;igrave; si trasforma in una moschea all&amp;rsquo;aperto. Gli attivisti improvvisano comizi sui carri armati abbandonati dall&amp;rsquo;esercito del Colonnello. I fornai distribuiscono gratuitamente il pane e le associazioni di categoria hanno stabilito presidi permanenti sul lungomare: la tenda dei lavoratori dell&amp;rsquo;industria petrolifera e quella degli operai dell&amp;rsquo;azienda elettrica, la postazione delle infermiere e quella degli impiegati pubblici. La societ&amp;agrave; civile, per la prima volta, esce allo scoperto. All&amp;rsquo;interno del palazzo l&amp;rsquo;attivit&amp;agrave; &amp;egrave; febbrile. Nei corridoi annebbiati dal fumo delle sigarette i cellulari squillano senza sosta: amici e famigliari comunicano le ultime notizie dalle zone dei combattimenti. I televisori trasmettono le immagini dei bombardamenti dell&amp;rsquo;aviazione di Tripoli e dei feriti negli ospedali. In una stanza sono riuniti gli avvocati. Nell&amp;rsquo;aula dei processi &amp;egrave; in corso la conferenza stampa del Consiglio nazionale libico (Cnl), il governo ombra che dal 5 marzo dirige la rivolta. &amp;ldquo;Ci occupiamo dell&amp;rsquo;emergenza e dell&amp;rsquo;amministrazione civile&amp;rdquo; spiega a Panorama l&amp;rsquo;avvocato Abdel Hafid Ghoga, membro e portavoce del Consiglio. &amp;ldquo;Vogliamo gestire la transizione e siamo contrari a qualsiasi negoziato con il regime, ma non vogliamo una divisione della Libia&amp;rdquo;. Il Consiglio &amp;egrave; composto da 31 rappresentanti delle citt&amp;agrave; e dei distretti liberati la cui identit&amp;agrave; &amp;egrave; mantenuta segreta per motivi di sicurezza. Sono stati resi noti solo alcuni nomi. Tra questi quello del presidente, Mustafa Mohammed Abdul Jalil, 58 anni, giudice, ex ministro della Giustizia; del &amp;ldquo;ministro degli Esteri&amp;rdquo;, Mahmud Jibril, 58 anni, ex docente di Scienze politiche all&amp;rsquo;universit&amp;agrave; di Pittsburgh; e di un &amp;ldquo;responsabile dei rapporti internazionali&amp;rdquo;, Ali al-Issawi, 45 anni, ex ministro dell&amp;rsquo;Economia e del Commercio. A un altro componente del Consiglio, Omar al-Hariri, storico dissidente passato per le carceri di Gheddafi, &amp;egrave; stata affidata la responsabilt&amp;agrave; della sicurezza e del settore militare: di fatto le funzioni di ministro della Difesa. Il Cnl non &amp;egrave; stato formalmente riconosciuto all&amp;rsquo;estero, ma Roma e Parigi hanno gi&amp;agrave; avviato i contatti: in &amp;ldquo;maniera discreta&amp;rdquo;, come ha sottolineato il ministro degli Esteri Franco Frattini, in occasione dell&amp;rsquo;arrivo nel porto di Bengasi, il 7 marzo, del pattugliatore &amp;ldquo;Libra&amp;rdquo; con i primi aiuti umanitari del governo italiano. Altri soccorsi, medicinali e generi di prima necessit&amp;agrave;, sono stati trasportati via terra dall&amp;rsquo;Egitto da Medici senza frontiere e dall&amp;rsquo;Ong di Bergamo Cesvi. I 650 mila abitanti della capitale della Cirenaica liberata sono da tre settimane senza approvvigionamenti: negozi, fabbriche e banche sono chiuse, l&amp;rsquo;economia &amp;egrave; paralizzata e decine di migliaia di lavoratori stranieri sono fuggiti. Sono questi i problemi pi&amp;ugrave; urgenti che devono affrontare i comitati popolari nel quartier generale della Mahkama. Abderrahman al-Derraji dirige il comitato per i rifornimenti. &amp;ldquo;Il cibo scarseggia&amp;rdquo; dice. &amp;ldquo;Mancano le medicine, le ambulanze e i medici. Sono anche preoccupato per tutte le armi rubate negli arsenali e nelle caserme, spesso in mano a ragazzini. Abbiamo organizzato punti di raccolta nelle moschee&amp;rdquo;. Altri comitati si occupano della sanit&amp;agrave;, del traffico, delle comunicazioni, delle scuole, della sicurezza. Abdallah Ali, insegnante di chimica, dirige il comitato per l&amp;rsquo;istruzione. &amp;ldquo;Il 25 per cento dei giovani&amp;rdquo; spiega &amp;ldquo;sa appena leggere e scrivere. Molti sono analfabeti&amp;rdquo;. Eppure sono loro, a Bengasi come al Cairo e a Tunisi, il motore della rivolta araba contro regimi totalitari che parevano inossidabili. Giovani che non hanno un&amp;rsquo;ideologia politica, che si informano guardando le tv satellitari e navigano su internet. Le loro richieste sono ovunque le stesse: poter scegliere i loro leader, ma soprattutto avere un lavoro dignitoso e una vita migliore. Anche in Libia la demografia ha un peso determinante. Quasi tre libici su quattro sono nati dopo il golpe di Gheddafi nel 1969, il 60 per cento ha meno di 30 anni e un giovane su tre &amp;egrave; senza impiego. A Bengasi la Mahkama &amp;egrave; diventata la loro casa: una enclave di libert&amp;agrave; dove l&amp;rsquo;entusiasmo &amp;egrave; contagioso. Ci sono studenti di informatica incollati notte e giorno al laptop che producono dvd con i video della rivolta; artisti che sfornano a getto continuo disegni, quadri e manifesti di propaganda; computer graphic che elaborano immagini e suoni; musicisti che registrano cd e cybernauti che scandagliano il web. Il viavai &amp;egrave; incessante: i farmacisti portano medicinali, i carpentieri riparano mobili e sedie, gli idraulici sistemano i bagni, i tassisti offrono passaggi gratis.&amp;nbsp; Saleh Zayani, un tecnico radiofonico che per vent&amp;rsquo;anni ha mandato in onda i comunicati del regime, trasmette ora dagli studi di un&amp;rsquo;emittente senza censura. Una tipografia ha da qualche giorno iniziato a stampare il giornale Libia libera&amp;rdquo;. Farid Heri, un vigile urbano, insegna ai ragazzini delle scuole medie come dirigere il traffico. Al piano alto del Tribunale, in un angusto stanzino, Mohammed Nabbus, 28 anni, ingegnere informatico, passa da un computer all&amp;rsquo;altro, controlla le connessioni, d&amp;agrave; un&amp;rsquo;occhiata a Facebook e alle mail in entrata: &amp;egrave; riuscito ad aggirare il blocco di internet imposto da Gheddafi e a mantenere i contatti con il resto del mondo con un antenna satellitare. &amp;ldquo;Attraverso livestream.com&amp;rdquo; spiega &amp;ldquo;ho inondato il web di messaggi e di video&amp;rdquo;. A due passi dalla Mahkama l&amp;rsquo;edificio incendiato che ospitava gli sgherri della polizia segreta &amp;egrave; stato convertito in un centro stampa, con uno studio televisivo di fortuna e un ufficio che rilascia gli accrediti ai giornalisti. Nell&amp;rsquo;attigua caserma i miliziani accatastano casse di munizioni e oliano le armi: Kalashnikov, Rpg, razzi Katyusha, batterie contraeree montate su jeep, mortai e mitragliatrici. Dopo un sommario addestramento i volontari partono a bordo di camion verso il fronte di Ras Lanuf, il terminal petrolifero 350 chilometri a ovest dove infuriano i combattimenti. Ma l&amp;rsquo;esercito &amp;egrave; rimasto a Bengasi e si prepara a difendere la citt&amp;agrave; da un attacco delle forze di Gheddafi. &amp;ldquo;E&amp;rsquo; un&amp;rsquo;eventualit&amp;agrave; che non possiamo escludere&amp;rdquo; afferma l&amp;rsquo;avvocato Khalid al-Saji. &amp;ldquo;Noi intanto cerchiamo di lavorare per costruire il futuro della Libia. Quando Tripoli sar&amp;agrave; liberata dovremo formare un governo di transizione, varare una nuova costituzione e organizzare le prime libere elezioni&amp;rdquo;. Sempre che il Colonnello getti la spugna. E che il Paese, oggi spaccato in due, non precipiti in una sanguinosa guerra civile.   </p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Libyan uprising - Benghazi and Ras Lanuf, February 2011</title>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-132-1.jpg" alt="#" /><p>nil</p> ]]></content>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-131-1.jpg" alt="#" /><p>Giovanni Porzio &amp;ndash; da Benghazi  Mohammed Abdessalam, 31 anni, ingegnere meccanico, lavora al Grande Fiume, il mega progetto idrico voluto da Gheddafi. Guadagna 300 euro al mese ma da tre non riceve lo stipendio. Non &amp;egrave; sposato e vive con i genitori in un appartamento in affitto vicino al Jalaa Hospital. Perch&amp;eacute; vuole le dimissioni di Gheddafi?&amp;nbsp; E&amp;rsquo; un dittatore. Ha messo in carcere e ucciso migliaia di persone. Ci ha tolto la libert&amp;agrave;. Lui e la sua famiglia si sono arricchiti lasciando il popolo con salari da fame. Cosa pensa della guerra in Afghanistan? Gheddafi ha finanziato Bin Laden. Ma i taliban hanno ragione: combattono contro l&amp;rsquo;occupazione straniera. Cosa pensa di al-Qaeda? Sono dei terroristi. Non abbiamo niente a che fare con loro. Gheddafi cerca di far credere che dietro la rivolta ci sia al-Qaeda: &amp;egrave; ridicolo, &amp;egrave; il delirio di un pazzo. Per chi voterebbe in un&amp;rsquo;elezione democratica? Per un leader onesto, che abbia a cuore il destino del suo popolo e della Libia.  Amira Azza, 36 anni, casalinga, sposata. Abita con il marito e due figli in una casa in affitto in via Gamal Abdel Nasser. Perch&amp;eacute; vuole le dimissioni di Gheddafi?&amp;nbsp; Mio padre era un militare: 22 anni fa &amp;egrave; scomparso nelle prigioni di Gheddafi e non ho pi&amp;ugrave; avuto sue notizie. Non so se &amp;egrave; vivo o morto. I miei figli non l&amp;rsquo;hanno potuto conoscere.&amp;nbsp; Cosa pensa della guerra in Afghanistan? E&amp;rsquo; una guerra che l&amp;rsquo;Occidente ha gi&amp;agrave; perso, come quella in Iraq: la democrazia non si pu&amp;ograve; esportare. Ogni popolo ha la sua storia. Oggi noi combattiamo qui la nostra battaglia per la libert&amp;agrave;. Cosa pensa di al-Qaeda? Perch&amp;eacute; me lo chiede? Cosa c&amp;rsquo;entriamo con al-Qaeda? Basta con questa propaganda! Noi siamo un popolo pacifico, siamo contro ogni forma di violenza e di terrorismo. Per chi voterebbe in un&amp;rsquo;elezione democratica? Non lo so. In Libia non esistono partiti, sono tutti fuorilegge. Ci vorr&amp;agrave; tempo per organizzare delle libere elezioni. Voter&amp;ograve; per i candidati che mi sembreranno pi&amp;ugrave; onesti e che si impegneranno per migliorare le nostre condizioni di vita e per difendere la nostra libert&amp;agrave;.  Ahmed Mohammed, 19 anni, disoccupato. Vive nel quartiere di Birka, vicino al cimitero, con i genitori, quattro sorelle e due fratelli. Suo padre &amp;egrave; un sergente dell&amp;rsquo;esercito libico e si &amp;egrave; schierato con tutta la guarnigione dalla parte degli insorti. Perch&amp;eacute; vuole le dimissioni di Gheddafi?&amp;nbsp; La Libia &amp;egrave; un paese ricchissimo di gas e di petrolio, ma noi non abbiamo avuto alcun beneficio. Io non trovo lavoro e non ho potuto terminare gli studi. Dove sono finiti i miliardi di dollari del petrolio? Tutti in tasca a Gheddafi e ai suoi figli. Cosa pensa della guerra in Afghanistan? Niente, non mi interessa, non ci riguarda. Adesso abbiamo la guerra qui, nel nostro paese. Cosa pensa di al-Qaeda? Ne penso male, come tutti. Ma dove sono questi terroristi di al-Qaeda? Chi li ha mai visti? Sono un pretesto che Gheddafi usa per screditarci. Io sono musulmano e sono orgoglioso di esserlo. Anche qui ci sono degli estremisti religiosi, ma sono una minoranza. E non sono seguaci di Bin Laden. Per chi voterebbe in un&amp;rsquo;elezione democratica? Come facciamo a saperlo? Per 40 anni abbiamo avuto solo Gheddafi.&amp;nbsp;  Faraj Mohammed, 55 anni, sposato con tre figli, psichiatra, docente alla facolt&amp;agrave; di medicina dell&amp;rsquo;Universit&amp;agrave; di Benghazi. Guadagna 1.200 euro al mese e vive in una casa di sua propriet&amp;agrave;. Perch&amp;eacute; vuole le dimissioni di Gheddafi?&amp;nbsp; Ho vissuto quasi tutta la mia vita sotto il regime di Gheddafi e sto ancora aspettando che si realizzi il sogno di una Libia libera e sviluppata. Gheddafi non ha mantenuto le promesse, ha ingannato la nostra generazione. Lo abbiamo rispettato quando rovesci&amp;ograve; la monarchia di Idris, abbiamo creduto nella rivoluzione. Ora basta. Dopo i massacri di questi giorni non ha pi&amp;ugrave; alcuna credibilit&amp;agrave;. Da psichiatra posso dirle che Gheddafi &amp;egrave; affetto da gravi disturbi della personalit&amp;agrave;: &amp;egrave; un megalomane narcisista. Migliaia di libici sono in carcere senza sapere il perch&amp;eacute;. Non c&amp;rsquo;&amp;egrave; famiglia in questo paese che non sia stata colpita. Cosa pensa della guerra in Afghanistan? E&amp;rsquo; una guerra sbagliata. Le premesse erano giuste, ma da guerra al terrorismo si &amp;egrave; trasformata in una occupazione militare con migliaia di vittime civili e non si vedono soluzioni a breve termine. &amp;nbsp;Cosa pensa di al-Qaeda? Il terrorismo &amp;egrave; l&amp;rsquo;arma dei disperati, &amp;egrave; inaccettabile. Ma esiste ancora al-Qaeda? O &amp;egrave; diventata solo una bandiera che tutti cercano di strumentalizzare? Il terrorismo non si sconfigge con le bombe e i carri armati: bisogna affrontare i problemi sociali e politici di cui si alimenta. Per chi voterebbe in un&amp;rsquo;elezione democratica? Una democrazia di tipo occidentale non &amp;egrave; applicabile in Libia. I nostri partiti sono le trib&amp;ugrave;: ce ne sono 30 solo a Benghazi! Si pu&amp;ograve; forse immaginare, per ora, un&amp;rsquo;assemblea costituente formata dai rappresentanti di tutte le trib&amp;ugrave;.  Mohammed al-Mugherbi, 26 anni, ingegnere industriale, laureato alla Ghar Younis University di Benghazi. Lavora per una societ&amp;agrave; privata di costruzioni nella posa dei tralicci per le linee elettriche e guadagna meno di 200 euro al mese. Vive con la famiglia in un appartamento di tre stanze nel quartiere del porto. Perch&amp;eacute; vuole le dimissioni di Gheddafi?&amp;nbsp; Perch&amp;eacute; &amp;egrave; un criminale che ha gi&amp;agrave; ucciso troppa gente inerme e indifesa. Perch&amp;eacute; ci impedisce di essere uomini liberi, di avere gli stessi diritti che avete voi in Italia. Perch&amp;eacute; ha usato il nostro petrolio per arricchirsi lasciandoci nella miseria. Cosa pensa della guerra in Afghanistan? Non mi interessa la guerra in Afghanistan. So solo che costa miliardi di dollari e non serve a niente. Cosa pensa di al-Qaeda? Che &amp;egrave; un&amp;rsquo;organizzazione terroristica, ma che molti giovani islamici ne hanno fatto un mito perch&amp;eacute; combatte contro l&amp;rsquo;Occidente. E che Gheddafi, Israele e gli Stati Uniti usano al-Qaeda come pretesto per imporre la loro egemonia sui popoli arabi. Per chi voterebbe in un&amp;rsquo;elezione democratica? E&amp;rsquo; presto per dirlo: Gheddafi ha impedito la nascita di partiti di opposizione. Vedremo cosa accadr&amp;agrave; in futuro.&amp;nbsp;  Mohammed F., 42 anni, sposato con 6 figli, ufficiale di Marina. E&amp;rsquo; il comandante della fregata libica passata con tutto l&amp;rsquo;equipaggio dalla parte degli insorti dopo essersi rifiutato di eseguire l&amp;rsquo;ordine di rientrare a Tripoli da Benghazi. Rischia la corte marziale e l&amp;rsquo;impiccagione. Vive a bordo della nave e il suo ultimo stipendio ammontava a 400 euro. Perch&amp;eacute; vuole le dimissioni di Gheddafi?&amp;nbsp; Mi sono unito ai ribelli fin dai primi giorni, quando ho visto le stragi di civili. Quello di Gheddafi &amp;egrave; un regime ingiusto, che opprime il popolo. Cosa pensa della guerra in Afghanistan? Sono un militare e penso che il nostro dovere sia difendere la nostra patria, non occupare un Paese straniero. Cosa pensa di al-Qaeda? E&amp;rsquo; una minaccia per la sicurezza e la stabilit&amp;agrave; internazionale. Dev&amp;rsquo;essere combattuta con ogni mezzo ma non solo con le armi: bisogna creare sviluppo e benessere nei Paesi islamici per dare istruzione e lavoro ai giovani. Per chi voterebbe in un&amp;rsquo;elezione democratica? Voterei per un governo capace di garantire la libert&amp;agrave; e la giustizia sociale. Ma anche l&amp;rsquo;unit&amp;agrave; della Libia. Vogliamo costruire una nuova societ&amp;agrave; e vivere a testa alta.  Tahir el-Heri, 36 anni, sposato senza figli, lavora al reparto acquisti della Arabian Gulf Oil Company e guadagna 500 euro al mese. E&amp;rsquo; presidente del comitato tecnico di rugby della Libia orientale. Figlio di un libico e di una inglese, &amp;egrave; tornato dalla Gran Bretagna 6 anni fa e vive nel centro di Benghazi in una casa di propriet&amp;agrave; della famiglia. Perch&amp;eacute; vuole le dimissioni di Gheddafi?&amp;nbsp; Perch&amp;eacute; non &amp;egrave; stato capace di offrire una vita decente al suo popolo. Il 30 per cento dei giovani &amp;egrave; disoccupato, frustrato, senza prospettive di impiego. Il regime &amp;egrave; totalmente avulso dalla realt&amp;agrave; della gente. Cosa pensa della guerra in Afghanistan? L&amp;rsquo;intervento militare &amp;egrave; stato utile in una prima fase. Ma ora mi chiedo se la presenza straniera sia davvero giustificata. Davvero la Nato sta facendo l&amp;rsquo;interesse del popolo afghano? Cosa pensa di al-Qaeda? Qui in Libia i simpatizzanti di al-Qaeda sono pochi. I gruppi islamici si richiamano piuttosto ai Fratelli musulmani e alle confraternite senoussite: movimenti moderati che non hanno legami con l&amp;rsquo;estremismo wahhabita. Per chi voterebbe in un&amp;rsquo;elezione democratica? E&amp;rsquo; difficile fare previsioni. Potrebbe scoppiare una guerra civile. Non voglio i vecchi arnesi della politica che si stanno riciclando: spero che emerga una classe dirigente nuova.  Mustafa Idris, 28 anni, sergente dell&amp;rsquo;esercito. E&amp;rsquo; fidanzato ma non ha i soldi per affittare una casa e vive con i genitori. Guadagnava 150 euro al mese. Ora presidia la caserma accanto al palazzo del Tribunale dove vengono custodite armi ed esplosivi: sulle casse delle munizioni sono stampigliati marchi di fabbrica libici, russi e francesi. Perch&amp;eacute; vuole le dimissioni di Gheddafi?&amp;nbsp; Perch&amp;eacute; ha ucciso e torturato migliaia di libici e ci ha tolto la libert&amp;agrave;. Nella katiba, la caserma che era la sua residenza a Benghazi, ci sono bunker sotterranei con muri di cemento armato e porte blindate spesse mezzo metro: erano il suo rifugio in caso di attacco. E ci sono anche prigioni sotterranee dove rinchiudeva i prigionieri. Cosa pensa della guerra in Afghanistan? Non lo so, non mi interessa. Cosa pensa di al-Qaeda? Invece di fare attentati in America dovrebbe uccidere i tiranni che opprimono i popoli arabi. Per chi voterebbe in un&amp;rsquo;elezione democratica? Non mi fido dei politici, sono tutti corrotti. Vorrei un grande leader, come Nasser.  Baset Mohammed, 22 anni, studente di biologia all&amp;rsquo;universit&amp;agrave; di Benghazi. Vive con il fratello Akram e tre sorelle insieme ai genitori in un appartamento di quattro stanze in via Bin Khebir, nel vecchio quartiere italiano. Perch&amp;eacute; vuole le dimissioni di Gheddafi?&amp;nbsp; Noi giovani andiamo su internet e guardiamo i canali satellitari alla tv: sappiamo come si vive in Europa. Io sono tifoso del Milan e mi guardo tutte le partite del campionato italiano. Perch&amp;eacute; qui in Libia non possiamo avere la libert&amp;agrave;? Perch&amp;eacute; dobbiamo essere governati da un pazzo al potere da 42 anni? Perch&amp;eacute; con tutto il petrolio che abbiamo dobbiamo vivere come pezzenti? Cosa pensa della guerra in Afghanistan? Io sono contrario a tutte le guerre. Quanti ragazzi come me sono morti in Palestina, in Iraq e in Afghanistan? Per quale motivo? Non credo a tutte le balle che ci raccontano sui taliban.&amp;nbsp; Cosa pensa di al-Qaeda? Quello che pensano tutti: che &amp;egrave; una scusa degli americani per restare in Afghanistan. Certo, ci sono gruppi terroristici e fanatici religiosi dai quali dobbiamo difenderci. E forse ce ne sono pi&amp;ugrave; in Europa che nel mondo arabo. Ma la nostra rivoluzione, quella egiziana e quella tunisina non hanno niente a che vedere con l&amp;rsquo;estremismo religioso. Per chi voterebbe in un&amp;rsquo;elezione democratica? Abbiamo una scelta? Siamo un Paese che non ha mai conosciuto la democrazia. Non ci sono partiti di opposizione. E non &amp;egrave; ancora detto che dopo Gheddafi avremo la possibilit&amp;agrave; di votare.  Aisha J., 36 anni, medico legale all&amp;rsquo;ospedale Jalaa, sposata con tre figli. Vive con il marito avvocato in una palazzina nuova a poche centinaia di metri dall&amp;rsquo;ospedale. Guadagna 650 euro al mese. Lavora all&amp;rsquo;obitorio, dove sta esaminando il cadavere di un uomo ucciso negli scontri dei giorni scorsi. Perch&amp;eacute; vuole le dimissioni di Gheddafi?&amp;nbsp; Semplice. Questo &amp;egrave; uno dei tre principali ospedali della Libia: mancano i medicinali, abbiamo solo 12 celle frigorifere e un tavolo per le autopsie. Le sembra una cosa normale in un Paese che galleggia sul petrolio? E intanto alla tv (certo non a quella di stato!) vediamo i figli di Gheddafi in vacanza in Italia al volante di una Ferrari o a spendere milioni di dollari in Costa azzurra per una festa di compleanno. E&amp;rsquo; venuto il momento di dire basta. Cosa pensa della guerra in Afghanistan? Che invece di spendere miliardi per una guerra inutile gli americani e gli europei dovrebbero costruire scuole e ospedali. Cosa pensa di al-Qaeda? I suoi capi sono dei pazzi lucidi, come Gheddafi. La manovalanza &amp;egrave; reclutata tra i disperati delle periferie urbane del mondo arabo: giovani privi d&amp;rsquo;istruzione a cui hanno fatto il lavaggio del cervello nelle moschee. Per chi voterebbe in un&amp;rsquo;elezione democratica? Non ne ho la minima idea, &amp;egrave; presto per dirlo. In Europa ci sono voluti secoli per arrivare alla democrazia. Non &amp;egrave; un videogioco, non basta schiacciare un pulsante. Deve cambiare la mentalit&amp;agrave; delle gente. Ci vuole tempo.  Osama el-Morabi, 52 anni, vigile urbano, sposato con 6 figli. Abita in una casa in affitto in una traversa di via Gamal Abdel Nasser e guadagna 180 euro al mese. Quando Benghazi &amp;egrave; stata liberata si &amp;egrave; tolto il berretto da vigile e si &amp;egrave; messo in testa il fez di suo padre. Sta insegnando ai ragazzini delle scuole a dirigere il traffico. Perch&amp;eacute; vuole le dimissioni di Gheddafi?&amp;nbsp; Perch&amp;eacute; spero che i miei figli possano vivere una vita decente, con un salario dignitoso e una casa dove abitare. E perch&amp;eacute; voglio essere libero di dire e fare quello che mi pare senza avere il terrore di finire nelle prigioni del mukhabarat. Cosa pensa della guerra in Afghanistan? Non me ne sono mai interessato, &amp;egrave; un Paese lontano dai nostri problemi. Non ho idee precise al riguardo. Cosa pensa di al-Qaeda? I suoi seguaci li compatisco, non sanno quello che fanno, sono anche loro delle vittime: ragazzi che si ammazzano a vent&amp;rsquo;anni! Ma cosa hanno messo nel loro cervello? Cosa c&amp;rsquo;entra il terrorismo con il Corano e con l&amp;rsquo;Islam? Per chi voterebbe in un&amp;rsquo;elezione democratica? Per chiunque sia capace di garantire lavoro, benessere e giustizia sociale.  Haj Mohammed, 58 anni, da trenta &amp;egrave; impiegato contabile alla Societ&amp;agrave; elettrica di stato dove guadagna tra i 150 e i 180 euro al mese. Sposato con 10 figli, abita in una casa che gli ha dato in affitto a prezzo simbolico il governo. Ha un po&amp;rsquo; di terra in campagna, dove coltiva frutta e ortaggi. Perch&amp;eacute; vuole le dimissioni di Gheddafi?&amp;nbsp; Sono un musulmano praticante, ma non sono un terrorista. Vent&amp;rsquo;anni fa qui a Benghazi ci fu un tentativo di assassinare Gheddafi: l&amp;rsquo;attentatore era un operaio della Societ&amp;agrave; elettrica per cui lavoro. Ci furono degli arresti. Io fui sequestrato dalla polizia segreta e trasportato a Tripoli: un anno di galera senza processo. Le basta come motivo?&amp;nbsp; Cosa pensa della guerra in Afghanistan? L&amp;rsquo;Afghanistan &amp;egrave; un Paese islamico ed &amp;egrave; il suo popolo che deve decidere da chi e come vuole essere governato. Gli afghani non accetteranno mai l&amp;rsquo;occupazione straniera e un governo imposto dagli americani. Cosa pensa di al-Qaeda? Noi non c&amp;rsquo;entriamo con al-Qaeda. E&amp;rsquo; una menzogna di Gheddafi. L&amp;rsquo;Islam &amp;egrave; una religione tollerante: vogliamo la pace, come tutti i veri cristiani. Per chi voterebbe in un&amp;rsquo;elezione democratica? Per un leader sincero, capace di guidare la Libia secondo i principi di giustizia e i valori islamici che i nostri padri ci hanno trasmesso.  Khaled Mohammed, 47 anni, commerciante di tessuti con un reddito mensile di circa 400 euro al mese, abita con la moglie in un appartamento in affitto in una palazzina alla spalle del Tribunale. Ha tra le braccia il ritratto del figlio ucciso negli scontri. Perch&amp;eacute; vuole le dimissioni di Gheddafi?&amp;nbsp; Aveva solo 15 anni. Una pallottola sparata da un cecchino di Gheddafi gli ha trapassato la gola mentre camminava in via Gamal Abdel Nasser. Era il 17 febbraio. Cosa pensa della guerra in Afghanistan? Niente, penso solo a mio figlio Saif. Cosa pensa di al-Qaeda? Niente. Per chi voterebbe in un&amp;rsquo;elezione democratica? Non voglio che mio figlio sia morto per niente! Gheddafi &amp;egrave; un assassino e deve pagare per quello che ha fatto. I suoi giorni sono contati. Ci batteremo con tutti i mezzi per abbattere questa dittatura sanguinaria. Non cederemo, non abbiamo pi&amp;ugrave; paura. E chiunque verr&amp;agrave; dopo di lui dovr&amp;agrave; tenerlo a mente!  Abdul Latif el-Maadi, 20 anni, studente di informatica all&amp;rsquo;universit&amp;agrave; di Benghazi. Vive con le due sorelle e con i genitori in una casa in affitto adiacente l&amp;rsquo;hotel Tibesti. Dall&amp;rsquo;inizio della rivolta ha aderito ai comitati popolari e passa giorno e notte al computer in una stanza al secondo piano dell&amp;rsquo;edificio che ospita il centro stampa: sforna il continuazione video, foto e comunicati per i giornalisti. Perch&amp;eacute; vuole le dimissioni di Gheddafi?&amp;nbsp; Perch&amp;eacute; voglio vivere in un Paese libero, come voi in Italia. Un Paese senza censura, senza polizia segreta alle calcagna, senza torture. Un Paese normale. Cosa pensa della guerra in Afghanistan? Bush avrebbe dovuto concentrare tutte le forze per prendere Bin Laden invece di invadere l&amp;rsquo;Iraq. Adesso &amp;egrave; tardi. La guerra si trascina da dieci anni e non ha ottenuto risultati concreti. Vedo che oggi &amp;egrave; morto un altro soldato italiano: mi dispiace, ma credo che sia morto inutilmente. I nostri martiri, qui, sono morti per una causa giusta. Cosa pensa di al-Qaeda? Il terrorismo prospera dove ci sono ignoranza e sottosviluppo. Nella mia universit&amp;agrave; non ho mai sentito nessuno parlare bene di al-Qaeda. Per chi voterebbe in un&amp;rsquo;elezione democratica? Aspetto di vedere cosa succede. Ma non voter&amp;ograve; per i vecchi politici. Ci vuole un cambio generazionale, una classe dirigente moderna, aperta al mondo e ai bisogni dei giovani.  Yasmina Faraj, 21 anni, nubile, infermiera e volontaria della Mezzaluna rossa. Vive con la famiglia in un appartamento in affitto a meno di 300 metri da piazza del Tribunale, ribattezzata Tahrir, Liberazione. E&amp;rsquo; in servizio in una tenda-ambulatorio innalzata sul lungomare di Benghazi dove ogni giorno si svolgono le dimostrazioni. Perch&amp;eacute; vuole le dimissioni di Gheddafi?&amp;nbsp; Dopo 42 anni di dittatura abbiamo il diritto di voltare pagina. Gheddafi ci ha tolto la libert&amp;agrave; e ci ha ingannati: parla di rivoluzione popolare, di Jamahiriya, ma non ha mantenuto le promesse. Ma li ha sentiti i suoi discorsi? Sono deliranti. Non si capisce niente, parla a vanvera. Vive su un altro pianeta. Cosa pensa della guerra in Afghanistan? Forse all&amp;rsquo;inizio aveva un senso: bisognava neutralizzare Bin Laden. Ma poi si &amp;egrave; trasformata nell&amp;rsquo;occupazione militare di un Paese musulmano da parte di truppe occidentali. Spero per gli afghani che finisca presto. Cosa pensa di al-Qaeda? Ha fallito, appartiene al passato. Lo dimostrano le rivolte popolari in Tunisia, in Egitto, in Libia, dove anche al-Qaeda &amp;egrave; stata presa in contropiede.&amp;nbsp; Per chi voterebbe in un&amp;rsquo;elezione democratica? La democrazia &amp;egrave; ancora lontana. I centri di potere in Libia sono l&amp;rsquo;esercito e le trib&amp;ugrave;. Vorrei poter eleggere un governo che dia garanzie di onest&amp;agrave; e di equit&amp;agrave; sociale. E che ogni 4 o 5 anni si sottoponesse al giudizio delle urne, come avviene in tutti i Peasi liberi del mondo.</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">The Garbage City - Cairo, February 2011</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Cairo Days - February 2011</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">The Day After - Cairo, February 12th 2011</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Mubarak has gone - Cairo, February 11th 2011</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Day 16th - Tahrir square, Cairo, February 2011</title>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-126-1.jpg" alt="#" /><p>Giovanni Porzio &amp;ndash; dal Cairo (08.02.11)  Ogni rivoluzione ha i suoi simboli. Quella tunisina ha avuto il corpo in fiamme di Mohammed Bouazizi, il fruttivendolo ambulante che il 17 dicembre si &amp;egrave; dato fuoco nel villaggio di Sidi Bouzid. La rivolta che sta scuotendo l&amp;rsquo;Egitto e l&amp;rsquo;intero mondo arabo ha il volto tumefatto di Khaled Said, 28 anni, picchiato a morte dai sicari del rais in un internet cafe di Alessandria. Il 6 giugno scorso Khaled era seduto di fronte a un computer nel bar di Hassan Mosbah, poco distante dal mare, nel quartiere di Sidi Gaber. Stava mettendo sul web il video di due poliziotti che si spartivano il bottino di un affare di droga, come sostengono alcuni testimomi. O forse stava semplicemente controllando la posta prima di andare in spiaggia con gli amici. &amp;ldquo;Sono entrati due agenti in borghese&amp;rdquo; racconta Mosbah. &amp;ldquo;Lo hanno preso a pugni e a calci, gli hanno fracassato il cranio contro un tavolo di marmo e lo hanno trascinato in strada. Poi l&amp;rsquo;hanno trasportato all&amp;rsquo;obitorio di Kom el-Dekka&amp;rdquo;. Il medico legale del ministero dell&amp;rsquo;Interno ha dichiarato che Khaled &amp;egrave; morto soffocato nel tentativo di ingoiare un involucro di marijuana. Nessuno ci ha creduto. La sera stessa le foto di Khaled circolavano nella blogosfera: l&amp;rsquo;immagine di un giovane sorridente sotto il cappuccio di una felpa grigia e quella di un viso insanguinato, sfigurato dalle percosse. Come quello delle migliaia di dissidenti, attivisti e cittadini comuni torturati e uccisi dagli sgherri del trentennale regime di Hosni Mubarak e dai baltajieh, i mercenari assoldati dal Mukhabarat, i servizi segreti che fino a poche settimane fa erano diretti dall&amp;rsquo;attuale vicepresidente Omar Suleyman: l&amp;rsquo;uomo che dovrebbe guidare la transizione democratica in Egitto. Ma nel caso di Khaled l&amp;rsquo;abituale strategia del terrore e dell&amp;rsquo;insabbiamento non ha funzionato. Pochi giorni dopo il suo assassinio &amp;egrave; apparsa su Facebook una pagina anonima, We are all Khaled Said, che &amp;egrave; rapidamente diventata il principale snodo dell&amp;rsquo;informazione alternativa egiziana: la piattaforma online dove continuano ad affluire foto, video e comunicati che denunciano gli abusi e la brutalit&amp;agrave; delle forze di sicurezza. Dal sito &amp;egrave; nata un&amp;rsquo;organizzazione per la difesa dei diritti umani che conta oggi pi&amp;ugrave; di 473.000 membri ed &amp;egrave; in prima linea nelle dimostrazioni di massa in piazza Tahrir. &amp;ldquo;Grazie a Facebook abbiamo vinto la paura&amp;rdquo; dice Sharif, 22 anni, studente di medicina e attivista del Movimento giovanile 6 aprile. &amp;ldquo;La repressione non &amp;egrave; pi&amp;ugrave; in grado di fermarci: i carri armati non possono soffocare la libera informazione&amp;rdquo;. Solo luned&amp;igrave; 7 febbraio si &amp;egrave; saputo chi fosse l&amp;rsquo;anonimo creatore di We are all Khaled Said: Wael Ghonim, 30 anni, responsabile marketing di Google in Medio Oriente e Nord Africa, rilasciato dalla polizia dopo 12 giorni di detenzione e di bastonate nelle galere di Mubarak. Anche il Movimento 6 aprile (www.6aprilmove.blogspot.com) &amp;egrave; scaturito dal web, quando nella primavera del 2008 centomila cybernauti lanciarono un appello alla mobilitazione a sostegno dello sciopero indetto nelle fabbriche tessili di Mahalla al-Kubra, la citt&amp;agrave; industriale nel delta del Nilo. I suoi aderenti sono cittadini di ogni et&amp;agrave;, orientamento politico e ceto sociale: ragazzini e anziani, cristiani e musulmani, professionisti e disoccupati. I suoi strumenti di lotta sono i blog, i telefoni cellulari, twitter, i social network. E alla sua testa c&amp;rsquo;&amp;egrave; una giovane donna, Asmaa Mahfouz: &amp;egrave; stata lei, il 19 gennaio, in un video di 4 minuti, a pubblicare sul web l&amp;rsquo;appello a manifestare contro &amp;ldquo;il governo corrotto&amp;rdquo; che ha mobilitato milioni di egiziani e innescato la rivolta del Cairo.&amp;nbsp; Marted&amp;igrave; 1 febbraio Asmaa ha festeggiato il suo ventiseiesimo compleanno in piazza Tahrir. &amp;ldquo;Erano tutti convinti che non ci fosse speranza&amp;rdquo; dice. &amp;ldquo;Che la gente non avrebbe reagito. Invece il muro della paura &amp;egrave; stato abbattuto, per sempre&amp;rdquo;. Asmaa non ha lanciato una sfida anonima: ci ha messo la faccia, incorniciata dall&amp;rsquo;hijab islamico. &amp;ldquo;Temevo che fosse un gesto eccessivo in una societ&amp;agrave; dove le donne sono generalmente sottomesse. Ma ho avuto ragione&amp;rdquo;. I vecchi partiti, la fiacca e connivente opposizione parlamentare tollerata dal rais e persino i Fratelli musulmani, da decenni al bando e perseguitati, sono stati presi in contropiede da una rivoluzione generazionale prima ancora che politica. E ora cercano di correre ai ripari accodandosi alla piazza. Ma sono in ritardo di anni luce. &amp;ldquo;I giovani hanno preso l&amp;rsquo;iniziativa e noi dobbiamo accogliere le loro istanze di cambiamento&amp;rdquo; ripete l&amp;rsquo;ex direttore dell&amp;rsquo;Agenzia atomica internazionale e premio Nobel per la pace Mohamed El Baradei, che gi&amp;agrave; lo scorso anno aveva annunciato di volersi candidare alla presidenza. Tuttavia anche El Baradei, privo di carisma e pi&amp;ugrave; noto ai diplomatici stranieri che ai ragazzi del Cairo e di Alessandria, sembra destinato a un ruolo marginale. &amp;ldquo;Stiamo assistendo al pi&amp;ugrave; importante rivolgimento sociale dai tempi di Nasser&amp;rdquo; dice a Panorama Nabil Abdul Fatah, analista dell&amp;rsquo;Istituto di studi strategici Al-Ahram. &amp;ldquo;In piazza Tahrir ci sono i figli della globalizzazione, di una societ&amp;agrave; che &amp;egrave; radicalmente cambiata e pretende il rispetto dei diritti umani, delle libert&amp;agrave; politiche, religiose, economiche. Sar&amp;agrave; la generazione Facebook, che rappresenta la classe media urbana, a plasmare il futuro dell&amp;rsquo;Egitto&amp;rdquo;. Un futuro che appare incerto e carico di conseguenze per tutto il mondo arabo. Quasi la met&amp;agrave; degli 82 milioni di egiziani ha meno di vent&amp;rsquo;anni. E il tasso di disoccupazione giovanile supera il 25 per cento. I manifestanti che ogni giorno affrontano i tank dell&amp;rsquo;esercito non si accontentano delle vaghe promesse del governo. Non si fidano di un regime autocratico e poliziesco che ha potuto sopravvivere cos&amp;igrave; a lungo grazie ai dollari americani (2 miliardi di aiuti all&amp;rsquo;anno dal 1979), a una sistematica repressione del dissenso e al puntello delle gerarchie religiose tradizionali, dalla chiesa copta agli ulama dell&amp;rsquo;universit&amp;agrave; di Al-Azhar. Vogliono una riforma strutturale del sistema, non un ricambio della leadership. &amp;ldquo;Mubarak&amp;rdquo; afferma Ahmed Maher, 28 anni, uno dei fondatori del Movimento 6 aprile, &amp;ldquo;&amp;egrave; l&amp;rsquo;ultimo faraone d&amp;rsquo;Egitto. E finch&amp;eacute; rester&amp;agrave; al potere niente potr&amp;agrave; cambiare&amp;rdquo;. Molti egiziani sono allarmati dal marasma economico in cui il Paese rischia di precipitare. Anche se banche hanno riattivato gli sportelli, la fuga in massa dei turisti &amp;egrave; una ferita che rester&amp;agrave; a lungo aperta. Gli oltre 12 milioni di stranieri che visitano il Cairo, Luxor e le localit&amp;agrave; turistiche del Sinai e del Mar Rosso versano ogni anno 11 miliardi di dollari nelle casse dello stato e danno da vivere a un quinto della popolazione.&amp;nbsp; Impiegati e commercianti sono tornati al lavoro e il traffico &amp;egrave; ripiombato nel caos. Ma ogni pomeriggio decine di migliaia di cairoti affluiscono in piazza Tahrir, trasformata in un presidio permanente della libert&amp;agrave; d&amp;rsquo;espressione e di dibattito politico: una Comune di Parigi autogestita, con le sue cliniche mobili, le rivendite di cibo e di bevande, gli spazi riservati alla preghiera, le tende per trascorrere la notte, le foto dei martiri della rivolta, i palchi dei comizi, i generatori per ricaricare telefonini e altoparlanti, il servizio d&amp;rsquo;ordine sdraiato davanti ai cingoli dei carri armati.&amp;nbsp; C&amp;rsquo;&amp;egrave; una cosa che colpisce: sugli striscioni e sui muri dei palazzi del potere incendiati dalle molotov, sulle bandiere e sulle fiancate dei mezzi blindati non si vedono i simboli dei partiti e nemmeno i versetti del Corano. Lo slogan, sotto il nome di Mubarak, &amp;egrave; uno solo: Rihal! Vattene! E la firma &amp;egrave; sempre la stessa: Facebook.  &amp;nbsp;            </p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Two Weeks After - Cairo, February 2011</title>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-125-1.jpg" alt="#" /><p>Il Cairo sta lentamente tornando alla normalit&amp;agrave;. Il traffico &amp;egrave; aumentato, la gente riprende il lavoro, le banche hanno riaperto per alcune ore e si formano lunghe code agli sportelli.&amp;nbsp; Ma decine di migliaia di dimostranti continuano a presidiare piazza Tahrir, diventata il simbolo della rivolta: sono decisi a resistere fino alle dimissioni di Mubarak e continuano a sfidare il coprifuoco.&amp;nbsp; La piazza si &amp;egrave; trasformata in una cittadella della resistenza, ci sono cliniche mobili per i feriti, aree riservate alla preghiera, spacci che vendono cibo e bevande, bancarelle che vendono t&amp;egrave;, pane, giornali, bandiere egiziane e medicinali.&amp;nbsp; I manifestanti non si fidano delle trattative in corso, che pure hanno segnato un passo in avanti con l&amp;rsquo;incontro tra il vicepresidente Omar Suleyman e le opposizioni, compresi i Fratelli musulmani, da decenni banditi dalla scena politica. E&amp;rsquo; stato deciso di costituire entro marzo un comitato per le riforme costituzionali, di revocare lo stato di emergenza e di perseguire i responsabili delle violenze dei giorni scorsi. Riforme che per&amp;ograve; i Fratelli musulmani hanno gi&amp;agrave; definito insufficienti. L&amp;rsquo;intesa prevede anche la fine delle restrizioni per i giornalisti.&amp;nbsp; Ma le intimidazioni contro i media e gli arresti di giornalisti da parte della polizia Tahrir non sono cessati. I militari hanno ulteriormente rafforzato la loro presenza nel centro del Cairo, con blindati e carri armati. La polizia sequestra telecamere e macchine fotografiche. E un video girato il 2 febbraio e apparso su Youtube mostra le forze speciali che sparano e uccidono un ragazzo disarmato.</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Day of the Rage #2 - Tahrir square, Cairo, February 2011</title>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-124-1.jpg" alt="#" /><p>  &amp;nbsp;Prima di riuscire a raggiungere piazza Tahrir dove era in corso la preghiera del venerd&amp;igrave; sono stato fermato tre volte, insieme al collega del Manifesto Michele Giorgio. A un posto di blocco siamo stati arrestati da un gruppo di giovani armati di coltelli e di bastoni, che ci hanno sequestrato i passaporti. Dopo avere chiesto istruzioni per telefono, probabilmente al Mukhabarat, i servizi segreti, ci hanno caricati su un furgone e portati a una stazione di polizia dove siamo stati trattenuti per oltre un&amp;rsquo;ora.&amp;nbsp; Il regime ha sguinzagliato nelle strade bande di provocatori prezzolati che cercano di intimidire i giornalisti. Sono poliziotti in borghese o giovani reclutati nei bassifondi del Cairo, armati di bastoni, di coltelli, fucili da caccia e pistole.&amp;nbsp;     </p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Day of the Rage - Tahrir square, Cairo, February 2011</title>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-123-1.jpg" alt="#" /><p>nil</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Atlantic fishery - Tan Tan Plage, Morocco, December 2010</title>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-122-1.jpg" alt="#" /><p>Nil</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Going home - Malakal, South Sudan, Dec. 2010</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Kala azar outbreak - Malakal, South Sudan, Dec. 2010</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">TB in Malakal - South Sudan, Dec. 2010</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">A walk in Beijing - October 2010</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Kyte surf - Sicily, July 2010</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Salt mines - Trapani, July 2010</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Kabul jails - Afghanistan, April 2010</title>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-101-1.jpg" alt="#" /><p>Giovanni Porzio &amp;ndash; da Kabul&amp;nbsp;Due edifici contigui ai lati della carreggiata che sfiora le colline a nordest di Kabul. Realizzati con un finanziamento della cooperazione italiana, i centri di detenzione minorile e femminile sono il fiore all&amp;rsquo;occhiello del sistema carcerario afghano: campi di palla a volo, asilo, corsi di computer. Niente a che vedere con le sinistre celle talebane dove i reclusi bivaccavano senza alcuna speranza di riveder le stelle. Ma dai racconti dei prigionieri emerge una realt&amp;agrave; agghiacciante, specchio di una societ&amp;agrave; arcaica che a nove anni dal crollo del regime del mullah Omar non sembra aver fatto alcun progresso nella sfera dei diritti civili.Ancora oggi in Afghanistan si pu&amp;ograve; finire in carcere per una delazione, un&amp;rsquo;arresto arbitrario, una fuga per evitare un matrimonio forzato o i maltrattamenti domestici. E a finire dietro le sbarre sono spesso le vittime della violenza. Come Nasrin, una dei 158 minori internati, che a 15 anni deve scontarne 3 per abbandono del tetto coniugale. Come Nasira, 14 anni, rapita, stuprata e condannata a 5 anni per fornicazione.Le garanzie legali esistono solo sulla carta. Tra le 137 adulte (e 45 neonati) della sezione femminile ci sono nove straniere. Maryam, ugandese di Kampala, condannata a 7 anni perch&amp;eacute; trovata in possesso di mezzo chilo di eroina, &amp;egrave; sieropositiva: non ha mai visto un medico. Hosan Pari, una kamikaze pachistana fermata a Jalalabad con una cintura di esplosivo, ha scontato la sua pena: i mesi passano, ma non sa quando potr&amp;agrave; uscire.&amp;ldquo;Il sistema giuridico&amp;rdquo; spiega Rohullah Qarizada, presidente dell&amp;rsquo;Associazione degli avvocati, &amp;ldquo;&amp;egrave; ancora basato sulla sharia, la legge coranica. Il codice penale si applica solo per alcuni reati: traffico di droga, pederastia, aborto, corruzione, contrabbando, incidenti stradali. Per i cosiddetti crimini morali, come la fornicazione o la fuga da casa, e per i reati hudud (apostasia, adulterio, omicidio, furto, brigantaggio, ribellione, uso di bevande alcoliche) vige il diritto islamico della scuola hanafita. Esattamente come al tempo dei talebani. Con l&amp;rsquo;aggravante che oggi i tempi della giustizia si sono allungati e la corruzione ha raggiunto livelli mai visti&amp;rdquo;.Principi come la presunzione di innocenza e il diritto alla tutela giuridica stentano a farsi strada. Cinque avvocati dell&amp;rsquo;Associazione sono stati arrestati in aula. Un altro &amp;egrave; finito in carcere perch&amp;eacute; difendeva un talebano. Afzal Nooristani, uno dei legali incaricati da Emergency di assistere i volontari italiani arrestati a Lashkar Gah, &amp;egrave; stato minacciato di morte, nel 2007, per avere difeso il giornalista &amp;ldquo;blasfemo&amp;rdquo; Sayed Parwez Kambakhsh, condannato alla pena capitale (e poi graziato dal presidente Hamid Karzai) per avere scaricato da un sito iraniano materiale sui diritti delle donne.&amp;ldquo;Gli abusi si sprecano&amp;rdquo; afferma Shamsullah Ahmadzai, ricercatore della Commissione indipendente per i diritti umani (Aihrc). &amp;ldquo;In teoria la polizia ha 72 ore per consegnare un fermato alla procura, che entro 15 giorni deve formalizzare le accuse. In pratica la tempistica &amp;egrave; regolata dalle mazzette ai poliziotti e ai magistrati. Lo stesso vale per i termini di detenzione: chi finisce in cella ci resta finch&amp;eacute; non paga, mentre politici e narcotrafficanti godono di un&amp;rsquo;assoluta impunit&amp;agrave;. L&amp;rsquo;ex sindaco di Kabul Abdul Haq, condannato a 5 anni per corruzione, &amp;egrave; uscito dopo pochi mesi. Per non parlare di ci&amp;ograve; che vediamo nelle sovraffollate carceri in provincia: torture, violenze, assenza di igiene, isolamento ingiustificato&amp;rdquo;.Un capitolo a parte sono i &amp;ldquo;buchi neri&amp;rdquo;, le prigioni dell&amp;rsquo;esercito americano dove languono senza processo centinaia di presunti terroristi. L&amp;rsquo;Aihrc e la Croce rossa internazionale non sono ammesse. Ma la Bbc ha mostrato le immagini di prigionieri ammanettati alle mani e alle caviglie, sottoposti a privazione del sonno, portati in giro su sedie a rotelle e costretti a indossare cuffie e occhiali scuri. Nessuno di loro ha diritto a un avvocato.In Afghanistan il rispetto dei diritti umani &amp;egrave; un concetto sconosciuto. Un rapporto del Dipartimento di Stato elenca la lunga serie dei reati impuniti: esecuzioni sommarie, detenzioni arbitrarie, tortura, violenze sulle donne e sui minori, persecuzioni etniche e religiose, traffico di persone, sfruttamento del lavoro minorile. L&amp;rsquo;amnistia concessa da Karzai per i crimini di guerra, duramente contestata dall&amp;rsquo;Onu, contribuisce a screditare la giustizia e a rafforzare l&amp;rsquo;immunit&amp;agrave; dei warlord e dei boss della droga. Il comandante uzbeko Rashid Dostum, responsabile del massacro di oltre 1.500 talebani arresisi a Kunduz nel novembre 2001, non &amp;egrave; mai comparso davanti a un giudice.L&amp;rsquo;Italia, che nel 2002 si &amp;egrave; assunta il compito di riformare il sistema giudiziaro e che finanzia i corsi di formazione per avvocati e magistrati, ha redatto il codice minorile e quello di procedura penale, in vigore ad interim. Mentre &amp;egrave; all&amp;rsquo;esame del parlamento un nuovo codice, anch&amp;rsquo;esso elaborato in Italia, che si sforza di conciliare i principi democratici alle leggi islamiche e alle consuetudini locali: nei villaggi la giustizia &amp;egrave; amministrata dalle jirga degli anziani e nel sud, accanto alla sharia, vige il Pashtunwali, il codice d&amp;rsquo;onore delle trib&amp;ugrave; pashtun.&amp;nbsp;&amp;ldquo;La strada &amp;egrave; ancora lunga&amp;rdquo; ribadisce Rohullah Qarizada. &amp;ldquo;I giudici laureati sono meno della met&amp;agrave; e in tutto il paese ci sono solo 980 avvocati. Ma il problema numero uno &amp;egrave; la corruzione: un cancro che corrode la politica, la magistratura, l&amp;rsquo;economia, le forze di sicurezza. Invece di perseguire i trafficanti di eroina il governo arresta i contadini che non hanno alternative alla coltivazione dei papaveri da oppio. E la stessa polizia organizza rapimenti a scopo di estorsione&amp;rdquo;.Gli Usa hanno speso 6 milardi di dollari per la formazione della polizia afghana, affidata fino a pochi mesi fa ai contractor della DynCorp. Con esiti disastrosi. Delle 170 mila reclute (il 93 per cento analfabeti), solo 30 mila non hanno disertato. L&amp;rsquo;addestramento si limitava alla consegna dell&amp;rsquo;uniforme, di un fucile e a qualche prova di tiro. Col risultato che i mal pagati poliziotti, quando non vendono le munizioni ai telebani, taglieggiano i cittadini che dovrebbero proteggere.&amp;ldquo;Siamo ripartiti da zero&amp;rdquo; dice a Panorama il generale Carmelo Burgio, che da novembre guida la task force dei carabinieri inquadrata nella Nato training mission. &amp;ldquo;Abbiamo raddoppiato i salari e adottato nuovi standard di addestramento; abbiamo aumentato il numero degli istruttori, migliorato l&amp;rsquo;armamento e le condizioni di vita nelle caserme, organizzato corsi di alfabetizzazione e seminari per gli ufficiali con l&amp;rsquo;ausilio di avvocati e di psicologi&amp;rdquo;. L&amp;rsquo;obiettivo &amp;egrave; trasferire la responsabilit&amp;agrave; dell&amp;rsquo;ordine pubblico alle forze di sicurezza locali entro il 2011, quando secondo i piani di Barack Obama inizier&amp;agrave; il ritiro dei contingenti Nato. Ma ci vorr&amp;agrave; pi&amp;ugrave; di una generazione e ben pi&amp;ugrave; di un codice di procedura penale per trasformare la mentalit&amp;agrave;, le abitudini e le antiche leggi del popolo afghano.</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Alberto Cairo - Kabul, Afghanistan, April 2010</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Buzkashi - Afghanistan, April 2010</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Bodybuilding in Kabul - Afghanistan, April 2010</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Kabul bird market - Afghanistan, April 2010</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Jaipur little stone cutters - India, April 2010</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Nomadi in concert - February 2010</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Massaua - Eritrea, February 2010</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Abu Jandal: Bin Laden's bodyguard - Sana'a, Yemen, January 2010</title>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-93-1.jpg" alt="#" /><p>Esclusivo/Parla l&amp;rsquo;ex guardia del corpo di Bin LadenOsama: quattro anni con lo sceicco del terroreGiovanni Porzio &amp;ndash; da Sana&amp;rsquo;a (28.01.10)Il suo nome di battaglia, in Afghanistan, era Abu Jandal: lo sterminatore. Per quattro anni, dal 1996 al 2000, &amp;egrave; stato la guardia del corpo personale di Osama bin Laden. Lo accompagnava ovunque, di giorno e di notte, camminando due passi avanti lo sceicco, per fargli scudo alle pallottole o assorbire il primo impatto di una granata. E aveva, lui solo, uno speciale incarico: uccidere il leader di al-Qaeda.&amp;ldquo;Oltre al Kalashnikov&amp;rdquo; racconta nella penombra di un cortile interno, nella millenaria citt&amp;agrave; vecchia di Sana&amp;rsquo;a, &amp;ldquo;avevo una pistola russa con otto colpi nel caricatore. Con questa avrei dovuto colpire alla testa Osama se nel corso di un attacco non fossimo stati in grado di evitarne la cattura. Meglio la morte, mi disse consegnandomi la rivoltella, che finire nelle mani degli infedeli. Io ero sconvolto: come potevo uccidere il mio capo, il mio padre spirituale? Prima di accettare ho resistito una settimana. Poi ho capito. E ho giurato a me stesso che avrei fatto di tutto per impedire quel sacrificio&amp;rdquo;.Abu Jandal, 38 anni, il cui vero nome &amp;egrave; Nasser al-Bahri, vive in semilibert&amp;agrave; con la moglie e i cinque figli a Sawaan, un polveroso quartiere della capitale yemenita a poche centinaia di metri dal bunker dell&amp;rsquo;ambasciata americana, presidiata dall&amp;rsquo;esercito e difesa da giganteschi blocchi di cemento. Non ha l&amp;rsquo;aspetto di un killer: veste casual, con un berretto a visiera da baseball e un maglioncino; profuma di dopobarba e sul robusto fisico da pugile ha qualche chilo di troppo. Oggi Abu Jandal ha preso le distanze da al-Qaeda, ma la sua storia illumina risvolti inediti dell&amp;rsquo;universo jihadista, del carattere e della personalit&amp;agrave; del terrorista pi&amp;ugrave; ricercato del pianeta, sulla cui testa pesa una taglia di 50 milioni di dollari.Nato in Arabia Saudita da genitori yemeniti originari dell&amp;rsquo;Hadramaut, la terra ancestrale del padre di Osama, poi emigrato alla corte dei Saud, Nasser crebbe nell&amp;rsquo;ambiente religioso della media borghesia. Suo padre era ingegnere meccanico a Jeddah, in una societ&amp;agrave; dei Bin Laden dove anche suo nonno materno aveva lavorato come autista. &amp;ldquo;Da ragazzino, negli anni Ottanta, vedevo alla televisione le immagini dell&amp;rsquo;intifada in Palestina: i massacri, gli arresti, i bombardamenti, la distruzione delle case arabe. A scuola mi dicevano che il jihad &amp;egrave; un dovere per un musulmano. Fu cos&amp;igrave; che presi la mia decisione: volevo combattere l&amp;rsquo;oppressione e l&amp;rsquo;ingiustizia nel mondo&amp;rdquo;.Una mattina del 1993, dopo la preghiera, Nasser se ne and&amp;ograve; di casa: destinazione Bosnia. Un viaggio senza ritorno, che dopo la firma degli accordi di Dayton tra serbi e bosniaci lo port&amp;ograve; in Somalia. &amp;ldquo;Ci spostavamo lungo le frontiere dell&amp;rsquo;Etiopia e del Kenya, tra Lugh e Mandera. Ci nascondevamo nella boscaglia: c&amp;rsquo;erano combattenti cinesi, arabi, americani, alcuni di origine italiana. Poi, nel 1996, andai in Afghanistan. Volevo unirmi ai tajiki dell&amp;rsquo;Hezb an-Nahda, il Partito della rinascita di Abdallah Nuri, che aveva basi a Kunduz e a Taloqan. Ma la massiccia presenza dei militari russi al confine rendeva impossibili le operazioni. A quell&amp;rsquo;epoca fui contattato anche dai seguaci del comandante Ahmad Shah Massud, ma il loro stile di vita non mi convinceva: bevevano, fumavano hashish, pregavano poco. I taliban, invece, si comportavano da veri musulmani&amp;rdquo;.L&amp;rsquo;incontro con Osama, a Jalalabad, fu una rivelazione. &amp;ldquo;Bin Laden aveva appena dichiarato il jihad e aveva bisogno di mujahiddin. Mi chiam&amp;ograve; e mi chiese di far parte del primo nucleo di combattenti arabi sotto il suo comando, il Gruppo del nord. Non eravamo in molti. In Occidente ci credevano migliaia, in realt&amp;agrave; eravamo poche centinaia. Fino al 2000 i membri effettivi di al-Qaeda non erano pi&amp;ugrave; di 500, e anche a Guantanamo, tra i detenuti, non ce ne sono oggi pi&amp;ugrave; di una quindicina. Ma eravamo bene addestrati e disposti a morire. Osama diceva: ogni membro dell&amp;rsquo;organizzazione &amp;egrave; lui stesso un&amp;rsquo;organizzazione&amp;rdquo;.Per sette mesi Abu Jandal partecip&amp;ograve; a corsi di addestramento nei campi afghani di al-Qaeda: uso di armi ed esplosivi, letture del Corano, discussioni teologiche e politiche. Osama aveva una biblioteca di centinaia di libri. Un giorno il campo di Najm al-Jihad (Stella del Jihad) a Jalalabad fu attaccato. Abu Jandal impugn&amp;ograve; le armi e raggiunse la guardia di Osama battendosi con coraggio: lo sceicco not&amp;ograve; la sua reazione e lo nomin&amp;ograve; capo della scorta.&amp;nbsp;&amp;ldquo;Si fidava di me&amp;rdquo; dice Abu Jandal &amp;ldquo;perch&amp;eacute; aveva visto che ero pronto al martirio. Ci spostavamo in continuazione. La scorta era composta da 50 mujahiddin, ma tre di noi gli stavano sempre al fianco. Rimaneva da solo unicamente la notte, nella sua casa di Kandahar, nella stanza dove dormiva con i figli. Io sorvegliavo la porta, altri le finestre. Ma se restava sveglio, stavamo con lui&amp;rdquo;.A Kabul Osama aveva numerose residenze temporanee: una nel quartiere di Wazir Akhbar Khan, un&amp;rsquo;altra dietro l&amp;rsquo;Hotel Intercontinental. Altre abitazioni erano utilizzate come centri di accoglienza per i mujahiddin stranieri che affluivano in Afghanistan, come depositi di armi e munizioni, laboratori per la fabbricazione di detonatori e documenti falsi, tipografie per la traduzione e la stampa di manuali di guerriglia urbana. Ogni tanto Osama vi faceva visita, ma la sua base abituale prima dell&amp;rsquo;11 settembre erano le Tarnak Farms, un compound alle porte di Kandahar provvisto di tunnel di fuga in caso di attacco americano.Secondo Abu Jandal il Pentagono ebbe la migliore opportunit&amp;agrave; per eliminare Bin Laden nell&amp;rsquo;agosto 1998, subito dopo gli attentati alle ambasciate americane a Nairobi e Dar el-Salam. &amp;ldquo;Osama si aspettava una rappresaglia e decise di lasciare Tarnak, diretto a nord. Giungemmo a un bivio: a destra la strada conduceva ai campi di addestramento di Khost, a sinistra si andava a Kabul. Dove andiamo? mi chiese Osama. A Kabul, risposi d&amp;rsquo;istinto. La sera dopo 75 missili Cruise investirono i campi di Khost, dove un informatore della Cia sapeva che Bin Laden era diretto. La spia era il cuoco afghano. Io ero pronto a ucciderlo, ma non fu punito. Osama lo lasci&amp;ograve; andare e gli diede persino dei soldi. Lo sceicco &amp;egrave; un uomo saggio e tollerante, sempre sorridente. E&amp;rsquo; un modello per tutti noi&amp;rdquo;.Il racconto di Abu Jandal &amp;egrave; ricco di particolari sulla vita privata di Osama che, afferma, non si trova in Pakistan ma in Afghanistan, saldamente al comando delle operazioni di al-Qaeda e deciso a proseguire la guerra santa contro l&amp;rsquo;Occidente, anche sul territorio americano. &amp;ldquo;Le trib&amp;ugrave; pakistane al confine sono capaci di vendere qualsasi informazione per pochi dollari. Sono certo che Osama si sposta tra le montagne afghane, dove &amp;egrave; al sicuro e dove per vivere gli bastano pane, acqua e datteri. E&amp;rsquo; abituato a vivere con poco e ha una salute di ferro&amp;rdquo;.Le indiscrezioni sulle sue malattie, sostiene Abu Jandal, sono false. &amp;ldquo;A Kandahar conduceva una vita regolare, mangiava solo cibi naturali e aveva quattro mogli di cui occuparsi...Aveva solo qualche problema alle corde vocali, causato dalle armi chimiche utilizzate dai sovietici durante l&amp;rsquo;occupazione. Prima dell&amp;rsquo;11 settembre faceva molta attivit&amp;agrave; fisica. Al mattino leggeva e studiava e nel pomeriggio, se non aveva impegni, si dedicava agli sport: tiri col Kalashnikov, corse a cavallo, pallavolo. Sotto rete, con la sua statura, era imbattibile. Poteva montare a cavallo per 70 chilometri senza problemi: solo una volta, nel 2000, &amp;egrave; caduto rompendosi due costole. Ogni venerd&amp;igrave; organizzava tornei di calcio, e ovviamente giocava all&amp;rsquo;attacco!&amp;rdquo;A quell&amp;rsquo;epoca Osama utilizzava un computer e guardava la tv, ma non si serviva di telefoni. Tutte le comunicazioni avvenivano a voce. I suoi ordini venivano trasmessi da noi con un codice segreto, oppure attraverso messaggeri. Aveva sei collaboratori che ogni giorno gli preparavano briefing e analisi da tutto il mondo. Un altro briefing settimanale con numerosi files internet arrivava da Quetta, in Pakistan, compresso in una flash card.All&amp;rsquo;inzio del 2000 Osama affid&amp;ograve; ad Abu Jandal l&amp;rsquo;incarico di trovargli una moglie yemenita. &amp;ldquo;Mi disse che se al-Qaeda avesse dovuto lasciare l&amp;rsquo;Afghanistan lo Yemen sarebbe diventato la sua base operativa: una famiglia yemenita sarebbe stata utile. Mi diede 5 mila dollari per la dote e io trovai una ragazza di 17 anni che divenne la sua quarta sposa&amp;rdquo;.Nell&amp;rsquo;ottobre di quell&amp;rsquo;anno Abu Jandal era di nuovo a Sana&amp;rsquo;a: sua moglie, sofferente ai reni, aveva bisogno di cure e suo padre era gravemente malato. &amp;ldquo;Stavo visitando la Fiera del libro&amp;rdquo; racconta &amp;ldquo;quando giunse la notizia che un commando di al-Qaeda aveva colpito l&amp;rsquo;incrociatore americano Cole nella rada di Aden, uccidendo 17 marinai. Non ero al corrente di quell&amp;rsquo;operazione: era top secret. Alcuni giorni dopo fui arrestato all&amp;rsquo;aeroporto mentre mi imbarcavo per l&amp;rsquo;Afghanistan. Non mi spedirono a Guantanamo, ma finii in cella d&amp;rsquo;isolamento&amp;rdquo;.L&amp;rsquo;11 settembre 2001 Abu Jandal era nella sua cella nel carcere di Sana&amp;rsquo;a. &amp;ldquo;Seppi dell&amp;rsquo;attentato alle Torri gemelle dall&amp;rsquo;altoparlante di una vicina moschea. Noi fui sorpreso: Osama diceva spesso che al-Qaeda avrebbe messo a segno un&amp;rsquo;operazione che avrebbe cambiato il mondo e che i regimi arabi non sarebbero stati in grado di assorbire senza conseguenze&amp;rdquo;.&amp;nbsp;Una settimana dopo ricevette una visita: Ali Soufan, agente speciale dell&amp;rsquo;Fbi, che ha dichiarato al Senato americano di avere ricevuto da Abu Jandal &amp;ldquo;un tesoro di significative informazioni sulla rete del terrore di Bin Laden, la sua struttura, leadership, armamento, addestramento, metodi di comunicazione&amp;rdquo;. Soufan afferma di avere ottenuto, senza metodi coercitivi e con l&amp;rsquo;aiuto di alcune scatole di biscotti senza zucchero (Nasser soffre di diabete), &amp;ldquo;dettagli sul commando dell&amp;rsquo;11 settembre che hanno consentito l&amp;rsquo;identificazione e l&amp;rsquo;arresto di numerosi terroristi&amp;rdquo;.La replica di Abu Jandal, che i suoi ex compagni considerano un disertore, &amp;egrave; scontata: sono menzogne. &amp;ldquo;Da me quell&amp;rsquo;uomo non ha avuto alcuna informazione di rilievo. E&amp;rsquo; una spia al soldo del nemico che ha minacciato la mia famiglia: a lui non ho raccontato niente. Se avessi davvero parlato oggi al-Qaeda non esisterebbe pi&amp;ugrave;&amp;rdquo;.In Afghanistan Abu Jandal aveva conosciuto Mohammed Atta, Ramzi Binalshibh e Ziad Jarrah, membri della cellula di Amburgo che pianific&amp;ograve; l&amp;rsquo;attentato alle Torri. &amp;ldquo;Mi trovavo spesso con loro: ho un video in cui preghiamo insieme. Atta era il pi&amp;ugrave; religioso e taciturno, si comportava da leader. Jarrah era diverso: era stato Ramzi ad arruolarlo, in Germania. Ma non parlavano. Non immaginavo cosa stavano preparando. Comunque a quell&amp;rsquo;epoca, se me lo avessero chiesto, avrei partecipato con entusiasmo all&amp;rsquo;operazione&amp;rdquo;.Abu Jandal sostiene di essere sempre stato contrario ad attaccare obiettivi civili. &amp;ldquo;Ma l&amp;rsquo;attentato dell&amp;rsquo;11 settembre era giustificato. Che differenza c&amp;rsquo;&amp;egrave; con il bombardamento della scuola dell&amp;rsquo;Onu a Qana, in Libano, del rifugio antiaereo di Amiriya a Baghdad, delle moschee e degli ospedali a Gaza, dei raid aerei in Iraq, in Pakistan, in Afghanistan? Americani e israeliani uccidono migliaia di civili. Ammazzano le nostre donne e i nostri bambini. Cosa fanno i militari della Nato in Afghanistan? Cosa fanno gli italiani o i francesi? Abbiamo forse attaccato Roma e Parigi? Io non sono pi&amp;ugrave; un effettivo di al-Qaeda e non ho pi&amp;ugrave; visto Osama, ma lo ammiro: prego per lui, che Dio lo protegga!&amp;rdquo;Nel 2002, dopo 22 mesi, Abu Jandal &amp;egrave; uscito dal carcere. Il giudice Hamoud al-Hitar, responsabile di un programma di rieducazione per i jihadisti e attuale ministro per gli Affari religiosi, lo ha convinto a sottoscrivere una formale rinuncia alla lotta armata. &amp;ldquo;Ma non mi ha fatto cambiare idea: l&amp;rsquo;ho incontrato solo tre volte, un paio d&amp;rsquo;ore in tutto. Ho firmato perch&amp;eacute; volevo tornare a casa dai miei bambini: il mio jihad, adesso, &amp;egrave; farli crescere e camminare sulla via dell&amp;rsquo;Islam. Quando nacque mio figlio Habib, Osama gli mise in bocca un dattero in segno di augurio. Ora Habib vuole diventare ingegnere meccanico, come suo nonno&amp;rdquo;.Non &amp;egrave; facile la vita dell&amp;rsquo;ex angelo custode di Osama bin Laden. Non ha un lavoro fisso: insegna in una scuola privata e sta scrivendo le sue memorie, che saranno in libreria in marzo. L&amp;rsquo;intelligence di Sana&amp;rsquo;a e l&amp;rsquo;Fbi lo sorvegliano, non ha il passaporto e una volta al mese deve presentarsi alla polizia. In casa tiene un&amp;rsquo;arma e si muove accompagnato da due amici fidati: per due volte hanno tentato di ucciderlo. &amp;ldquo;I salafiti, i Fratelli musulmani, il governo yemenita e quello americano mi considerano un terrorista. E per al-Qaeda sono un kafir, un traditore da eliminare&amp;rdquo;.Ci incamminiamo per i vicoli del mercato. Le donne sono avvolte nel nero niqab. Gli uomini masticano le foglie del qat, la pianta euforizzante che &amp;egrave; la maledizione dello Yemen. I Mig sorvolano la citt&amp;agrave; diretti a nord: vanno a bombardare i santuari di al-Qaeda e le postazioni dei ribelli sciiti al confine saudita.&amp;ldquo;In Yemen al-Qaeda &amp;egrave; radicata dagli anni Ottanta: quasi tutte le guardie del corpo di Osama sono yemenite. Ora si &amp;egrave; rafforzata, &amp;egrave; sostenuta e protetta dalle trib&amp;ugrave;, ha basi e campi di addestramento sulle montagne e ha esteso la sua influenza in Somalia e in Arabia Saudita. Ma altrove, nel Maghreb come in Iraq o in Nigeria, &amp;egrave; solo un marchio di cui si fregiano gruppi armati che hanno obiettivi e strategie diverse. Oggi, molti giovani che si ispirano a Osama non sanno neppure perch&amp;eacute; e per cosa combattono&amp;rdquo;.BOXCon un governo corrotto che controlla a mala pena le principali citt&amp;agrave;, un territorio montuoso nelle mani di bellicose trib&amp;ugrave;, tassi di analfabetismo e di disoccupazione che sfiorano il 50 per cento e un arsenale di 60 milioni di armi da fuoco, quasi il triplo dell&amp;rsquo;intera popolazione, lo Yemen &amp;egrave; il santuario ideale per i terroristi di al-Qaeda: un nuovo Afghanistan alle porte del Mar Rosso, a ridosso dei campi petroliferi sauditi.&amp;nbsp;Il presidente Ali Abdullah Saleh, 67 anni, al potere dal 1978, detto &amp;ldquo;il piccolo Saddam&amp;rdquo;, sta brigando per imporre come suo successore il figlio Ahmed, capo della Guardia repubblicana e delle forze speciali, e ha piazzato i parenti pi&amp;ugrave; stretti sulle poltrone che contano: il figlio Amar &amp;egrave; vicedirettore della sicurezza, Yahye guida il controspionaggio, Tarek comanda la Guardia presidenziale e il fratellastro Muhammad l&amp;rsquo;aviazione. Ma il sistema di alleanze famigliari e tribali che lo sorregge &amp;egrave; sul punto di implodere.&amp;nbsp;Sono tre i fronti aperti nello Yemen. Al nord, nella regione di Saada, &amp;egrave; da sei anni in corso una brutale guerra civile contro gli sciiti Houthi: un conflitto senza testimoni che ha gi&amp;agrave; mietuto migliaia di vittime e provocato l&amp;rsquo;esodo di 170 mila sfollati. Nelle regioni meridionali si moltiplicano gli scontri con i separatisti del Movimento per la liberazione del sud. E nel resto del paese, a Sana&amp;rsquo;a, nei governatorati di Marib, Jawf, Shabwa, Abyan e nell&amp;rsquo;Hadramaut, la presenza jihadista &amp;egrave; diffusa e radicata: negli ultimi mesi dozzine di operativi sono affluiti dal Pakistan, dall&amp;rsquo;Afghanistan e dall&amp;rsquo;Arabia Saudita nelle basi e nei campi di addestramento yemeniti.All&amp;rsquo;inizio del 2009 la minaccia terrorista si &amp;egrave; concretizzata con la formazione di Al-Qaeda nella Penisola arabica, fondata da due jihadisti fuggiti dalla prigione di Sana&amp;rsquo;a, Nasser al-Wuhayshi e Qassim al-Reimi, e dal saudita Said al-Shihri, il detenuto 372 di Guantanamo (dove 90 dei duecento reclusi sono yemeniti) consegnato nel 2007 a Riyadh e scarcerato dopo un corso di riabilitazione. E&amp;rsquo; stato il loro mentore, l&amp;rsquo;imam Anwar al-Awlaki, un americano yemenita che si nasconde nelle montagne di Shabwa, a reclutare Omar Faruk Abdulmutallab, il nigeriano che voleva farsi esplodere sul volo di Natale da Amsterdam a Detroit, e Nidal Maliki Hasan, lo psichiatra militare che in novembre ha ucciso 13 soldati americani nella base di Fort Hood.Quanto basta per collocare lo Yemen sull&amp;rsquo;agenda rossa della lotta al terrorismo. Gli Stati Uniti hanno deciso di raddoppiare gli aiuti (140 milioni di dollari, a rafforzare la discreta presenza di consiglieri militari, agenti della Cia e dell&amp;rsquo;Fbi); l&amp;rsquo;Arabia Saudita sborser&amp;agrave; 2 miliardi; l&amp;rsquo;Europa, alla conferenza di Londra di fine gennaio, ha promesso di stanziare fondi per lo sviluppo, mentre l&amp;rsquo;Italia (con Finmeccanica) sta realizzando il sistema radar di controllo costiero e contrasto alla pirateria e ai traffici illegali. Una boccata di ossigeno per Saleh, accusato dall&amp;rsquo;opposizione di sfruttare la carta al-Qaeda per i suoi fini politici. E una scelta senza alternative per l&amp;rsquo;Occidente, allarmato dalla saldatura tra il nucleo storico di al-Qaeda e i nuovi jihadisti sull&amp;rsquo;arco regionale che si estende dall&amp;rsquo;Afghanistan al Corno d&amp;rsquo;Africa. Gli Shebab della Somalia hanno stretto un&amp;rsquo;alleanza strategica con i discepoli di Osama. E i 200 mila rifugiati somali ammassati nei campi yemeniti come Kharaz, a ovest di Aden, una polverosa distesa di tende e di baracche arroventate dal sole e flagellate dai monsoni, rischiano di cadere nella rete dei reclutatori di al-Qaeda.</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Massaua - Eritrea, January 2010</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Asmara - Eritrea, January 2010</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Timkat - Massaua, Eritrea, January 2010</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Sana'a - Yemen, January 2010</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Fishermen - Yemen, January 2010</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Somali refugees - Yemen, January 2010</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Sicily - December 2009/January 2010</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Buenos Aires - December 2009</title>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-84-1.jpg" alt="#" /><p>Giovanni Porzio &amp;ndash; da Buenos Aires (16.12.09)C&amp;rsquo;&amp;egrave; ancora, in calle Serrano 2135, la casa dove Jorge Luis Borges trascorse l&amp;rsquo;infanzia. Una semplice targa commemorativa ricorda il suo passaggio nello &amp;ldquo;squallido sobborgo&amp;rdquo; che in un celebre poema diventer&amp;agrave; il luogo della &amp;ldquo;Fondazione mitica di Buenos Aires&amp;rdquo;, quando il navigatore spagnolo Juan D&amp;iacute;az, nel 1516, piant&amp;ograve; le prime tende in &amp;ldquo;un isolato intero ma in mezzo alla campagna esposto alle aurore e a piogge e a venti di sudest. Quell&amp;rsquo;isolato preciso che rimane nel mio quartiere: Guatemala, Serrano, Paraguay, Gurruchaga&amp;rdquo;.Borges stenterebbe a riconoscere il barrio Palermo Viejo. &amp;ldquo;Palermo&amp;rdquo; scriveva in Evaristo Carriego, &amp;ldquo;era una spensierata miseria. Il fico faceva ombra sulle tettoie: modesti balconcini si affacciavano su giorni eguali, la sperduta trombetta del venditore di noccioline esplorava il cader della notte&amp;rdquo;. Oggi le sue vie &amp;ldquo;rozzamente lastricate&amp;rdquo; sono le pi&amp;ugrave; trendy della capitale argentina: bar e locali notturni non chiudono prima dell&amp;rsquo;alba ed &amp;egrave; pi&amp;ugrave; facile incrociare il basco nero di Brian Johnson, il leader vocale degli AC/DC, che un cantante di bolero. Gallerie d&amp;rsquo;arte, boutique alla moda e ristoranti multietnici hanno sfrattato &amp;ldquo;carbonaie, retrocortili, chiostri, barberie e recinti per bestiame&amp;rdquo;. Le taverne &amp;ldquo;del coltello e della chitarra&amp;rdquo;, frequentate da gauchos, donne da marciapiede, patiti del tango e criminali pronti a menar le mani, si sono tramutate in internet caf&amp;eacute; e in wine bar che all&amp;rsquo;happy hour servono birra o Malbec in bicchieri di plastica e navigazione gratuita sul lap top.&amp;nbsp;Come a Praga negli anni Novanta, giornalisti e creativi, intellettuali e top model si danno appuntamento sulla sponda del Mar de la Plata, che nel torrido inverno australe offre un&amp;rsquo;infinita serie di eventi, concerti, mostre, spettacoli teatrali e occasioni mondane, dal campionato di polo al festival internazionale del jazz.&amp;nbsp;Se per il settimanale Newsweek Buenos Aires &amp;egrave; &amp;ldquo;la metropoli pi&amp;ugrave; cool del continente&amp;rdquo;, il quartiere Palermo &amp;egrave; senza alcun dubbio la sua rive gauche, o la sua lower Manhattan. &amp;ldquo;Al confronto Milano &amp;egrave; un paese di provincia&amp;rdquo; dice il pittore e video artista milanese Sebastiano Mauri, che ha da poco trasformato una fabbrica dismessa in un loft-atelier di quattro piani al costo di soli 130 mila dollari. &amp;ldquo;Qui arrivano artisti da tutta Europa, dal Giappone, dalla Cina e dagli Stati Uniti&amp;rdquo;.&amp;nbsp;La fortuna di Palermo ha inizio dopo la clamorosa e devastante bancarotta argentina. Il tracollo del peso, nel 2002, ha trasformato Buenos Aires in una meta a buon mercato e i turisti sono passati in pochi anni da meno di tre milioni a oltre quattro. E anche se la fase pi&amp;ugrave; acuta della crisi &amp;egrave; stata superata e la crescita economica si &amp;egrave; assestata al di sopra del 6 per cento, l&amp;rsquo;Argentina resta un paese gravato dal debito pubblico, dalla disoccupazione e da forti contrasti sociali. Secondo l&amp;rsquo;Universit&amp;agrave; cattolica di Buenos Aires il 39 per cento dei 40 milioni di abitanti vive in condizioni di indigenza: uno &amp;ldquo;scandalo&amp;rdquo; denunciato in settembre da papa Benedetto XVI, cui la presidente Cristina Fern&amp;aacute;ndez de Kirchner ha risposto con un poco convincente piano di emergenza per una rete di cooperative che dovrebbero creare centomila nuovi posti di lavoro.Ancora oggi gli immobili costano meno di un terzo rispetto a Londra, Parigi e New York. Cos&amp;igrave;, attratti dai prezzi convenienti, dall&amp;rsquo;atmosfera cosmopolita e dall&amp;rsquo;intrigante connubio di cultura europea e latinoamericana, decine di artisti, musicisti, scrittori, registi e designer stranieri si sono stabiliti a Palermo. Come la stilista newyorkese Amanda Knauer, creatrice di Qara, una collezione di pelletteria di alta qualit&amp;agrave;. O come il producer musicale inglese Tom Rixton, ex ingegnere del suono dei Depeche Mode, che con la moglie argentina Patricia O&amp;rsquo;Shea ha aperto in un vecchio mobilificio di calle Honduras il boutique-hotel di 17 stanze Home, unanimemente considerato la top accomodation della capitale.&amp;ldquo;Palermo &amp;egrave; il cuore artistico e culturale della citt&amp;agrave;&amp;rdquo; sentenzia Grant Dull, americano di San Antonio che gestisce il sito &amp;ldquo;whatsupbuenosaires.com&amp;rdquo; e che ogni mercoled&amp;igrave; al Niceto Club organizza Zizek, un party a ritmo di cumbia e di beat elettronico che ha esportato anche a Manhattan, Chicago e Los Angeles. I soprannomi dei rioni del barrio ne sono lo specchio: Palermo Soho, Palermo Hollywood, Palermo Brooklyn.&amp;nbsp;I negozi alla moda sono concentrati tra calle Serrano, ora intitolata a Borges, e calle Malabia, nel rione della comunit&amp;agrave; armena: uno shopping che termina con l&amp;rsquo;aperitivo sulla terrazza del Carnal Bar o al Mundo Bizarro, il cui motto &amp;egrave; &amp;ldquo;in alcohol we trust&amp;rdquo;, famoso per il cocktail The Sinner: bourbon, grappa di pesca, pastis e succo d&amp;rsquo;arancia. A pochi passi sopravvive, in un edificio del 1885, una taverna di borgesiana memoria (&amp;ldquo;un emporio rosa come rovescio di carte da gioco brill&amp;ograve;&amp;hellip;&amp;rdquo;), l&amp;rsquo;Almac&amp;eacute;n el Preferido, che serve birra Quilmes e vino di Mendoza.Per raggiungere Palermo Hollywood, fulcro dell&amp;rsquo;emergente industria video e cinematografica, bisogna invece spingersi &amp;ldquo;al di l&amp;agrave; della linea ferroviaria dell&amp;rsquo;Ovest, che andava verso il Centroamerica&amp;hellip;&amp;rdquo;, camminando sul selciato di pietre su cui spiove la luce dei lampioni, dove facciate coloniali si alternano a magazzini di ferraglie, osterie che sanno di &amp;ldquo;bife de chorizo&amp;rdquo; e drogherie che ancora vendono acqua di colonia, sciroppi, pastiglie di eucalipto e &amp;ldquo;dulce de leche&amp;rdquo;.&amp;nbsp;Qui si &amp;egrave; trasferito dagli Stati Uniti anche David Lampson, affermato autore di sitcom televisive, che trova Buenos Aires &amp;ldquo;molto pi&amp;ugrave; stimolante di Los Angeles, e molto meno cara&amp;rdquo;. Da Don Julio, una delle steak house pi&amp;ugrave; prestigiose, si pu&amp;ograve; gustare una parrillada di carne della pampa argentina per meno di 20 dollari.&amp;nbsp;I bassi costi di produzione hanno calamitato a Palermo molti registi stranieri, il cui fervore creativo ha influenzato il nuovo cinema argentino di giovani autori come Daniel Burman e Lucrecia Martel, premiati a Berlino e al Sundance film festival. Mentre i prezzi proibitivi dell&amp;rsquo;abbigliamento importato dall&amp;rsquo;Europa hanno agito da stimolo sugli stilisti locali: Maria Cher, titolare di un&amp;rsquo;elegante boutique a Palermo Soho, esporta oggi i suoi abiti a Tokyo e in tutto il Sudamerica.Le discoteche, barocche o minimaliste, con musica dal vivo o animate dai DJ, si popolano a notte fonda. Si pu&amp;ograve; ascoltare jazz e rock, bluegrass o il &amp;ldquo;narco-country&amp;rdquo; dei Los Alamos. Sitges, in avenida Cordoba, &amp;egrave; il locale prediletto dai gay. Lo stravagante Kim y Novak, all&amp;rsquo;angolo di G&amp;uuml;emes e di Godoy Cruz, &amp;egrave; frequentato da punk e transessuali. Ma il fascino di Palermo &amp;egrave; il suo restare ancorato alla storia del quartiere, in un tentativo ancora in divenire, e non sempre riuscito, di coniugare innovazione e memoria, trasgressione e fedelt&amp;agrave; alle pi&amp;ugrave; profonde tradizioni del popolo argentino.&amp;nbsp;Per rendersene conto basta entrare al Canning, famoso salone di tango, in compagnia dello scrittore Miguel Bonasso, abitante del barrio e assiduo habitu&amp;eacute; del posto quando non &amp;egrave; impegnato nella stesura del suo nuovo libro, un romanzo storico sull&amp;rsquo;indipendenza dell&amp;rsquo;America Latina. Bonasso, ex montonero, costretto all&amp;rsquo;esilio dalla dittatura militare e ora deputato dell&amp;rsquo;opposizione e presidente della Commissione ambiente del parlamento, &amp;egrave; un cultore della milonga, la danza sociale per eccellenza, che pervade tante pagine di Borges.&amp;nbsp;Il salone &amp;egrave; strapieno: coppie avvinghiate, ultrasettantenni in abito scuro e cravatta come &amp;ldquo;El Tete&amp;rdquo;, celeberrimo ballerino, figura mitica e venerata come in Spagna un grande torero; ma soprattutto ragazzi in jeans e maglietta, studenti universitari, professionisti in carriera e rampolli della borghesia colta dei quartieri alti del Retiro e della Recoleta.&amp;nbsp;&amp;ldquo;Il tango&amp;rdquo; spiega Bonasso &amp;ldquo;&amp;egrave; nato alla fine dell&amp;rsquo;Ottocento nei bordelli di Buenos Aires frequentati dagli immigrati, che mescolavano melodie italiane, spagnole e argentine ai ritmi africani del candombe. Era un ballo popolare, che si &amp;egrave; diffuso in Europa, ha avuto uno straordinario successo con Carlos Gardel e poi &amp;egrave; stato quasi dimenticato. Astor Piazzolla lo ha riportato in auge una trentina d&amp;rsquo;anni fa. E adesso &amp;egrave; tornato di moda anche tra i giovani: ci sono scuole di tango in tutte le citt&amp;agrave; del pianeta&amp;rdquo;.Al mattino le strade e i locali si svuotano e il vecchio quartiere riacquista un&amp;rsquo;aria di borgata paesana: i cani a passeggio, il fornaio che cuoce il pane, il furgone del lattaio. Ma &amp;egrave; una tregua di poche ore. Alle 10 si alzano le saracinesche e i primi turisti con lo zainetto in spalla e l&amp;rsquo;iPod d&amp;rsquo;ordinanza si siedono ai tavolini del caff&amp;egrave; Oui Oui in attesa dei croissant. La movida di Palermo pu&amp;ograve; ricominciare.</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">HUAQUEROS, CIUDAD DE GUATEMALA - NOVEMBER 2009</title>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-83-1.jpg" alt="#" /><p>NIL</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">JOVENES DE LA CALLE, CIUDAD DE GUATEMALA - November 2009</title>
   <updated>2009T12Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-82-1.jpg" alt="#" /><p>Giovanni Porzio &amp;ndash; da Citt&amp;agrave; del Guatemala (15.12.09)La soffiata segnalava un carico di droga parcheggiato in un deposito della zona industriale alla periferia di Citt&amp;agrave; del Guatemala. Ma quando la squadra antinarcotici si &amp;egrave; avvicinata &amp;egrave; stata investita da un micidiale fuoco di sbarramento: 5 poliziotti sono rimasti uccisi e i killer, membri della gang messicana degli Zetas, braccio armato del cartello del Golfo, sono fuggiti lasciandosi alle spalle 350 chili di cocaina, 11 mitragliatrici M-60, 8 mine Claymore, un razzo anticarro di fabbricazione cinese e pi&amp;ugrave; di 500 granate.&amp;nbsp;La guerra contro i narcos sembra gi&amp;agrave; perduta: i 20 mila agenti della polizia, corrotta e priva di mezzi, non sono in grado di fronteggiare gli agguerriti eserciti al soldo dei trafficanti che hanno trasferito le loro basi operative in Guatemala e hanno trasformato il paese nella principale piattaforma di transito della coca colombiana verso i mercati degli Stati Uniti e dell&amp;rsquo;Europa.&amp;nbsp;L&amp;rsquo;offensiva antidroga lanciata nel 2006 dalla Casa Bianca e dal governo messicano ha costretto i potenti boss dei cartelli del Golfo e di Sinaloa a spostare il baricentro delle attivit&amp;agrave; illecite in America Centrale. Ancor pi&amp;ugrave; dopo l&amp;rsquo;uccisione a Cuernavaca, il 17 dicembre, di Arturo Beltran Leyva, uno dei pi&amp;ugrave; spietati boss dei cartelli messicani. E le opportunit&amp;agrave; offerte dal Guatemala, dove i narcos locali fanno capo al clan dei Lorenzana, sono di gran lunga le pi&amp;ugrave; favorevoli. Trentasei anni di guerra civile (1960-1996) con un bilancio di 200 mila morti, un milione di sfollati e migliaia di desaparecidos hanno lasciato un&amp;rsquo;eredit&amp;agrave; di miseria e di violenza diffusa, di istituzioni fragili, di impunit&amp;agrave; generalizzata, di militari e di politici collusi, di giudici ricattabili, di banche che riciclano il denaro sporco.&amp;nbsp;In Guatemala l&amp;rsquo;insicurezza alimentare colpisce il 50 per cento della popolazione, met&amp;agrave; dei bambini sotto i cinque anni soffre di denutrizione acuta e il tasso di mortalit&amp;agrave; infantile &amp;egrave; secondo, nell&amp;rsquo;emisfero occidentale, solo a quello di Haiti. La prolungata siccit&amp;agrave; che ha danneggiato i raccolti di mais e di fagioli, alimenti base della dieta, ha causato la morte di 470 persone e ha costretto il governo a dichiarare lo stato di emergenza. La recessione mondiale ha tagliato rimesse degli emigranti, che equivalevano al 12 per cento del pil. Le disuguaglianze sociali sono impressionanti anche per gli standard latinoamericani. Ed &amp;egrave; facile per i narcos, nel baratro di una povert&amp;agrave; estrema, reclutare manovalanza a buon mercato e sicari pronti a tutto.Il presidente &amp;Aacute;lvaro Colom, eletto nel 2007, ha gi&amp;agrave; destituito tre ministri dell&amp;rsquo;Interno e quattro capi della polizia nazionale implicati in traffici di droga. Ma la sua azione &amp;egrave; pesantemente condizionata dalle lobby che controllano il paese: quella dei cafetaleros e dei ca&amp;ntilde;eros, i latifondisti del caff&amp;egrave; e della canna da zucchero (principali prodotti d&amp;rsquo;esportazione), discendenti dei coloni spagnoli che espropriarono le terre degli indigeni maya; quella dei gruppi economici emergenti legati al settore bancario e assicurativo; e quella, sempre pi&amp;ugrave; aggressiva, della criminalit&amp;agrave; organizzata.&amp;ldquo;Le forze dell&amp;rsquo;ordine erano infiltrate dai narcos: ho appena rimosso tutti i comandanti della polizia&amp;rdquo; dice a Panorama il nuovo ministro dell&amp;rsquo;Interno Ra&amp;uacute;l Vel&amp;aacute;squez. &amp;ldquo;Abbiamo creato una forza speciale antidroga, con unit&amp;agrave; navali e quattro elicotteri forniti da Washington, collaboriamo con l&amp;rsquo;intelligence americana e messicana e stiamo cercando di fare approvare una legge per il sequestro dei beni e dei capitali darivanti dal narcotraffico. Ma i nostri mezzi sono insufficienti. Dobbiamo pattugliare la costa atlantica e quella del Pacifico, 400 chilometri di confine con l&amp;rsquo;Honduras e 962 chilometri di frontiera messicana con oltre 40 valichi utilizzati per far passare la droga&amp;rdquo;. I trafficanti, che controllano intere province nel nord e nell&amp;rsquo;est del paese, si servono anche di rudimentali sommergibili e di dozzine di piste di atterraggio clandestine: il Guatemala ha la pi&amp;ugrave; alta percentuale al mondo di aerei privati in rapporto alla popolazione.&amp;nbsp;Droga e violenza sono facce della stessa medaglia. In un anno si sono registrati pi&amp;ugrave; di 6 mila omicidi, una media di 17 al giorno, il 48 per cento dei quali connessi al traffico di stupefacenti: cocaina, crack, marijuana, amfetamine, ecstasy, oppiacei e sostenze sintetiche. E la giustizia latita. Degli oltre 94 mila processi istruiti dai tribunali per crimini vari nel 2008, solo il 3,75 per cento &amp;egrave; arrivato a sentenza. Sono all&amp;rsquo;ordine del giorno casi come quello del giudice della citt&amp;agrave; di Cob&amp;aacute;n Moises Chavarria, che ha ordinato la scarcerazione di quattro sicari della gang Zetas e di tre membri della famiglia del noto boss della droga Horst Walther Overdick Mej&amp;iacute;a. Ed &amp;egrave; nella capitale, dove vive un terzo dei 14 milioni di guatemaltechi, che si coagula l&amp;rsquo;infernale impasto di criminalit&amp;agrave;, degrado, corruzione e impunit&amp;agrave;.Ciudad de Guatemala sembra Baghdad. Diplomatici, ricchi impresarios e boss del narcotraffico vivono asserragliati nei compound con eliporti privati della Zona 14, la &amp;ldquo;zona verde&amp;rdquo; della citt&amp;agrave;: ville con piscina e campi da tennis, Porsche e Ferrari, lussuosi centri commerciali, guardie del corpo, cani lupo, sistemi elettronici di allarme. I &amp;ldquo;gringos&amp;rdquo; si avventurano di rado, e mai a piedi, nei quartieri del centro e nelle periferie dove si pu&amp;ograve; morire ammazzati per un telefonino e dove imperversano le &amp;ldquo;maras&amp;rdquo;, le bande giovanili come la &amp;ldquo;18&amp;rdquo; e la Salvatrucha (nate tra gli immigrati salvadoregni di Los Angeles), che si combattono selvaggiamente e si dedicano all&amp;rsquo;estorsione, ai sequestri di persona, allo spaccio di droga e alle rapine, anche in pieno giorno.&amp;ldquo;Dall&amp;rsquo;inizio dell&amp;rsquo;anno hanno fatto fuori pi&amp;ugrave; di 200 autisti di autobus&amp;rdquo; racconta Julio, che mi fa da guida nelle insidiose &amp;ldquo;zone rosse&amp;rdquo; della capitale. &amp;ldquo;Non volevano pagare il pizzo. Qui tutti i trasporti sono in mano alle mafie dei narcos, che controllano anche il racket della prostituzione e della pedofilia, lo smaltimento dei rifiuti, il traffico di armi e l&amp;rsquo;edilizia. I boss investono nel mattone: sono spuntati nuovi palazzi e grattacieli, ma almeno 6 mila appartamenti restano sfitti&amp;rdquo;. Solo di recente il governo &amp;egrave; riuscito ad arginare il losco business delle adozioni: negli ultimi 18 anni 36 mila bambini guatemaltechi, in gran parte orfani di guerra, sono stati letteralmente venduti (anche, si sospetta, per espiantarne gli organi) nelle hall degli alberghi Camino Real e Marriott e sono spariti negli Stati Uniti.Camminiamo verso il centro. Gli uffici e le banche sono presidiate da contractor privati armati di pistole e fucili a pompa addestrati da societ&amp;agrave; israeliane come la Asi, Agencia de seguridad israel&amp;iacute;: sono pi&amp;ugrave; di centomila, dieci volte pi&amp;ugrave; numerosi dell&amp;rsquo;esercito nazionale. I negozi hanno sbarre di ferro al posto delle vetrine. Non si vedono stranieri nemmeno al Portalito, lo storico ristorante frequentato da Che Guevara e dal premio Nobel Miguel Angel Asturias, gloria nazionale; e neppure al Parque Central, di fronte alla Cattedrale, dove l&amp;rsquo;orchestra municipale offre un concerto gratuito di marimbas. &amp;ldquo;I turisti fanno il giro della piazza in pullman e se ne vanno&amp;rdquo; spiega Julio.&amp;nbsp;L&amp;rsquo;insicurezza &amp;egrave; palpabile. Dopo il tramonto le strade si svuotano e al mattino i giornali e Radio Punto diffondono il quotidiano bollettino di guerra: &amp;ldquo;Cinque autisti assassinati&amp;rdquo;, &amp;ldquo;Agente di polizia linciato&amp;rdquo;, &amp;ldquo;500 chili di coca rubati da funzionari della dogana&amp;rdquo;. I quartieri direttamente controllati dai narcos sono, paradossalmente, i meno pericolosi. A El Gallito, alla Verbena, alla colonia El Limon e a Los Olivos non ci sono rapine e non si sente sparare: i trafficanti non vogliono fastidi dalla polizia, che in quelle zone non si azzarda a entrare.&amp;nbsp;Alla Verbena, 15 mila abitatori di baracche di lamiera e di cemento a picco sul barranco del &amp;ldquo;relleno&amp;rdquo;, l&amp;rsquo;immensa e putrida discarica della capitale, tutto fila liscio: i &amp;ldquo;mareros&amp;rdquo; della Salvatrucha sono stati addomesticati o eliminati a raffiche di mitra, le scarpe da tennis appese ai fili della luce indicano le case dove si spaccia e dove i padrini fanno la legge, organizzano cene di compleanno, distribuiscono birra gratis e regali di Natale ai bambini. Le sera la gente accorre alla festa della Vergine della Medaglia miracolosa, patrona del quartiere: bancarelle con tortillas, pannocchie di mais e zeppole fritte, ragazze imbellettate e guappi tatuati in sella a potenti motociclette. Musica, danze e fuochi d&amp;rsquo;artificio sono offerti dei boss che sgommano a bordo dei Suv, sfoggiando catene d&amp;rsquo;oro al collo, vistosi anelli e doppiopetto di tessuto acrilico.Ma se Citt&amp;agrave; del Guatemala &amp;egrave; la centrale logistica e &amp;ndash; insieme a Panama &amp;ndash; &amp;nbsp; finanziaria dei narcos, i grossi carichi di droga transitano nelle province settentrionali al confine con il Messico e nelle aree costiere. I rapporti della Dea e della sezione narcotici dell&amp;rsquo;ambasciata americana, che ha appena elargito 6,7 milioni di dollari al governo Colom per la lotta alla droga, sono allarmanti: ogni anno passano dal Guatemala pi&amp;ugrave; di 400 tonnellate di cocaina, ma solo 2,2 tonnellate sono state sequestrate negli ultimi 12 mesi. L&amp;rsquo;unico trafficante arrestato nel 2008, Waldemar Loranzana, &amp;egrave; stato rilasciato per un cavillo giuridico. L&amp;rsquo;import di precursori chimici utilizzati nella raffinazione della coca e nella fabbricazione delle droghe sintetiche &amp;egrave; in costante aumento, mentre si diffonde la coltivazione del papavero da oppio le cui sementi sono fornite ai contadini dai cartelli messicani, che grantiscono l&amp;rsquo;acquisto del prodotto.Nel Pacifico le &amp;ldquo;navi madri&amp;rdquo; scaricano le partite di cocaina in acque internazionali a bordo di piccoli pescherecci che raggiungono la costa, dove la droga viene parcellizzata e inoltrata in Messico. Lungo il versante caraibico la coca viaggia su veloci lance che dall&amp;rsquo;Honduras raggiungono le isole guatemalteche e i porti di Livingston e Puerto Barrios, per poi risalire i fiumi verso il confine messicano. Quantitativi pi&amp;ugrave; ingenti transitano in container via terra e via mare. Mentre la giungla a nord e a ovest della &amp;ldquo;citt&amp;agrave; perduta&amp;rdquo; di Tikal, straordinario complesso di piramidi e rovine maya, cela una fitta rete di aeroporti clandestini a disposizione dei narcos: i giornali locali pubblicizzano la vendita di &amp;ldquo;fincas con annessa pista di atterraggio&amp;rdquo;.Il Guatemala, secondo gli analisti della Dea, &amp;egrave; sul punto di convertirsi in un narco-stato. Come previsto dall&amp;rsquo;avvocato Rodrigo Rosenberg, che la scorsa primavera aveva accusato in un video registrato la banca Banural, controllata da uomini vicini al presidente, di riciclaggio di denaro. Il 10 maggio, mentre andava in bicicletta, Rosenberg &amp;egrave; stato assassinato.&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Ciudad de Guatemala - November 2009</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">The Emerald mines of Panjshir - October 2009</title>
   <updated>2009T10Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-80-1.jpg" alt="#" /><p>Testo e foto di Giovanni Porzio &amp;ndash; da Khenj, valle del Panjshir (20.10.09)Bambine che vanno a scuola con lo zainetto dei libri in spalla. Contadini che mietono il grano. Operai che fabbricano mattoni e asfaltano strade. Commercianti che scaricano nei bazaar la frutta di stagione. Ristoranti che servono il pesce del fiume. Sale da t&amp;egrave; che proiettano film in cassetta indiani. E persino qualche turista.&amp;nbsp;Benvenuti nel Panjshir, l&amp;rsquo;unica valle dell&amp;rsquo;Afghanistan senza talebani, senza oppio e senza autobombe, dove non si vedono militari della Nato in assetto di combattimento e dove gli unici carri armati sono gli scheletri arrugginiti dei tank dell&amp;rsquo;Armata Rossa che i ragazzini usano per giocare a nascondino.Non ci sono altre zone sicure per chi voglia avventurarsi senza scorta fuori da Kabul. Dopo otto anni di guerra il livello dello scontro si &amp;egrave; alzato, il numero dei soldati della coalizione e dei civili uccisi continua ad aumentare e gli insorti rappresentano ormai una minaccia sui due terzi del territorio afghano. Rapimenti e imboscate sono sempre pi&amp;ugrave; frequenti nel Logar, a sud della capitale, e a est sulla direttrice per Jalalabad. La sicurezza &amp;egrave; precaria anche nella provincia di Bamyan e a nord del tunnel di Salang, nel tratto da Kunduz a Mazar-i-Sharif dove transitano i convogli con i rifornimenti per le basi alleate. Non resta che imboccare la via del Panjshir.La strada attraversa la pianura di Shomali, la prima linea della guerra che nel 2001 rovesci&amp;ograve; il regime del mullah Omar. Dalla decrepita torre di controllo dell&amp;rsquo;aeroporto sovietico di Baghram, distrutto dai bombardamenti, lo scenario era desolante: villaggi bruciati e rasi al suolo, frutteti e vigneti in abbandono, terreni minati, trincee. Oggi i 140 mila profughi sono tornati: hanno ricostruito le loro case e riparato i canali d&amp;rsquo;irrigazione. I mercati di Charikar e di Jabal Saraj, dov&amp;rsquo;erano acquartierati i mujahiddin dell&amp;rsquo;Alleanza del Nord, straripano di merci e di prodotti agricoli.&amp;nbsp;Sono i mujahiddin, travestiti da agenti della polizia afghana, a presidiare le gole del Panjshir, le forche caudine da cui si accede alla &amp;ldquo;valle dei cinque fiumi&amp;rdquo;, tomba dell&amp;rsquo;Armata Rossa e dei talebani: l&amp;rsquo;inespugnabile roccaforte tajika del comandante Ahmed Shah Massud, assassinato dai sicari di Bin Laden alla vigilia degli attentati dell&amp;rsquo;11 settembre. Accanto al suo sepolcro, su un&amp;rsquo;altura che domina la vallata, sorgeranno un albergo e un museo militare con annessi negozi di souvenir. Un progetto discutibile, come quelli che riguardano le lussuose ville dei notabili tajiki: il palazzo del maresciallo Fahim, vice di Massud ed ex ministro della Difesa di Karzai, &amp;egrave; una reggia con ponte privato sul fiume e prato all&amp;rsquo;inglese. Ma &amp;egrave; anche il sintomo della rinascita dell&amp;rsquo;economia, resa possibile dalla ritrovata sicurezza e dall&amp;rsquo;avvio dei programmi di ricostruzione.La valle &amp;egrave; senza luce elettrica: ad Anabah &amp;egrave; l&amp;rsquo;ospedale di Emergency a distribuirla alle abitazioni del paese e anche nel capoluogo Bazarak sono in funzione i generatori. Ma la strada asfaltata che avanza nel fondovalle ha accorciato le distanze e spezzato il secolare isolamento del Panjshir, incuneato tra le catene dell&amp;rsquo;Hindu Kush e bloccato per mesi dalla neve. Il tragitto da Kabul a Bazarak non richiede oggi pi&amp;ugrave; di due ore in auto: una benedizione per i commercianti che dovevano affrontare il viaggio in jeep sulla vecchia mulattiera. L&amp;rsquo;asfalto aggredir&amp;agrave; in futuro il passo di Anjuman, a quota 4 mila metri, collegando la valle al Badakshan e al confine cinese, mentre una rete viaria periferica raggiunger&amp;agrave; entro il 2011 anche i villaggi pi&amp;ugrave; remoti: un nuovo ponte nel distretto di Rokha &amp;egrave; gi&amp;agrave; stato inaugurato all&amp;rsquo;inizio dell&amp;rsquo;anno.La viabilit&amp;agrave; &amp;egrave; cruciale anche sul fronte sanitario. In Afghanistan il tasso di mortalit&amp;agrave; maternale (18 per mille) &amp;egrave; tra i pi&amp;ugrave; elevati al mondo e nelle aree montuose come il Panjshir il rischio &amp;egrave; accresciuto dalla difficolt&amp;agrave; dei trasporti: cliniche e ambulatori si trovano spesso a molte ore di cammino e quasi tutte le donne sono costrette a partorire in casa.Risalendo la valle si notano ovunque i segni della vita che riprende. Alle 8 in punto, davanti alla scuola elementare femminile di Anabah, le bambine si radunano in attesa dell&amp;rsquo;inizio delle lezioni: arrivano da sole, con il velo bianco di bucato, senza genitori e senza scorta. Sono pi&amp;ugrave; di 30 gli istituti maschili e femminili, primari e secondari, in fase di completamento. Sul pendio della montagna gli operai stanno ultimando una strada sterrata verso la provincia di Kapisa. E i contadini lavorano nei campi.&amp;nbsp;L&amp;rsquo;autunno che colora di giallo e di viola i boschi &amp;egrave; breve. I gelsi e i melograni perdono le foglie e la prima neve &amp;egrave; gi&amp;agrave; caduta sulle creste: si taglia la legna, si sistemano le canalette per l&amp;rsquo;irrigazione, si preparano il fieno e le conserve. I ragazzini riempiono ceste di uva, di mele, di noci. Le donne raccolgono patate e cipolle. E verso sera s&amp;rsquo;incontrano i nomadi kuchi che scendono con le greggi dai pascoli dell&amp;rsquo;Anjuman: camminano di notte, con i bambini infagottati nelle coperte che dondolano sul basto dei dromedari. Torneranno a primavera.L&amp;rsquo;agricoltura, con le miniere di smeraldi, &amp;egrave; la principale risorsa del Panjshir: occupa il 95 per cento dei 600 mila abitanti della valle. E molti progetti in questo settore vitale sono finanziati dal Provincial reconstruction team americano, un centinaio di agronomi, ingegneri e tecnici alloggiati nella base &amp;ldquo;Lion&amp;rdquo; che si muovono senza blindati e senza giubbotti antiproiettile. Hanno distribuito 900 alveari con il duplice obiettivo di facilitare l&amp;rsquo;impollinazione naturale e di generare un reddito rurale aggiuntivo: ogni alveare &amp;egrave; in grado di produrre miele per un valore di circa 45 dollari all&amp;rsquo;anno, un sesto del reddito medio dei contadini. Un altro progetto di pollicoltura coinvolge pi&amp;ugrave; di 1.200 famiglie, mentre a Bazarak &amp;egrave; stato aperto un impianto gestito dalle donne che sforna succhi di frutta e marmellate, gi&amp;agrave; in vendita sul mercato locale. Per Lialima, 37 anni, &amp;egrave; la prima, insperata opportunit&amp;agrave; di lavoro: &amp;ldquo;Ero confinata in casa&amp;rdquo; racconta. &amp;ldquo;Ora posso contribuire al reddito della mia famiglia&amp;rdquo;.Per raggiungere le miniere bisogna spingersi fino a Khenj, un villaggio abbarbicato sul fianco della montagna dove i contadini hanno utilizzato i bossoli dei pezzi d&amp;rsquo;artiglieria sovietici per rinforzare i tetti delle case e i recinti del bestiame, e proseguire a piedi per tratturi di capre fino a quota 2.800. Non si vedono uomini armati e nemmeno coltivazioni di taryak, l&amp;rsquo;oppio. &amp;ldquo;I talebani non hanno mai messo piede in questa valle&amp;rdquo; dice il governatore Haji Bahlol &amp;ldquo;e mai lo metteranno. Quanto ai papaveri, da noi sono banditi: un impegno ricompensato dal governo con 1,4 milioni di dollari da destinare all&amp;rsquo;agricoltura&amp;rdquo;.Superato il villaggio di Piazar ci si arrampica nella stretta valle di Chubak, verso il Nuristan. Il campo dei minatori consiste in una mezza dozzina di tende e di rifugi di pietra coperti da teli di plastica. Nella parete a strapiombo si aprono le gallerie dove gli scavatori perforano la montagna in cerca della vena: alcuni con i compressori e i martelli pneumatici; la maggior parte a mano, alla luce delle lampade a gas, battendo per ore la roccia con i cunei di ferro, per una paga di 40 dollari al mese.Un grido di avvertimento e una corsa a ripararsi dietro il masso pi&amp;ugrave; vicino precedono il boato delle detonazioni: esplosivo fabbricato sul posto, a base di fertilizzanti come il nitrato di ammonio, lo stesso utilizzato dai kamikaze di al-Qaeda. &amp;ldquo;Fu un vecchio pastore a trovare il primo smeraldo, pi&amp;ugrave; di 30 anni fa&amp;rdquo; racconta Rashid, uno degli scavatori. &amp;ldquo;Ora ci sono almeno 500 gallerie in queste valli, e migliaia di cercatori&amp;rdquo;.Le ricchezze minerarie del Panjshir, gi&amp;agrave; sfruttate nel IX&amp;deg; secolo per il conio delle monete e citate dal geografo arabo Ibn Hawkal, sono ingenti. Ma fu durante l&amp;rsquo;invasione sovietica che il commercio degli smeraldi si trasform&amp;ograve; in una risorsa strategica: Massud finanzi&amp;ograve; la resistenza con i preziosi cristalli verdi e molti mujahiddin, al termine del conflitto, si trasformarono in minatori.I metodi sono primitivi e gli incidenti causati dalle eplosioni, dal crollo dei cunicoli non puntellati, dalle schegge e dalle cadute accidentali nei precipizi sono all&amp;rsquo;ordine del giorno. Ma gli scavatori accorrono, a migliaia. L&amp;rsquo;eccezionale qualit&amp;agrave; e l&amp;rsquo;abbondanza delle pietre alimentano un&amp;rsquo;industria che, se ben gestita, potrebbe trasformare l&amp;rsquo;intera economia della valle e rimpinguare le casse dello stato. La Panjshir Emerald Company, fondata nel 2009, sogna di esportare 300 milioni di dollari all&amp;rsquo;anno di smeraldi. Ma, per ora, la maggior parte delle pietre finisce di contrabbando in Pakistan e a Dubai.</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Return to Afghanistan - October 2009</title>
   <updated>2009T10Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-79-1.jpg" alt="#" /><p>Will come soon</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Kabul Emergency OT - October 8th, 2009</title>
   <updated>2009T10Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-78-1.jpg" alt="#" /><p>After a suicide attack.Giovanni Porzio &amp;ndash; da Kabul (13.04.10)Per raggiungere l&amp;rsquo;ospedale gli basta attraversare la strada. L&amp;rsquo;abitazione di Marco Garatti e dello staff di Emergency, a Kabul, &amp;egrave; a due passi dall&amp;rsquo;ingresso principale del &amp;ldquo;Centro chirurgico per le vittime di guerra&amp;rdquo; su cui campeggiano, ben visibili, gli adesivi con la scritta &amp;ldquo;vietato introdurre armi&amp;rdquo; e dove tutti vengono perquisiti: procedura standard in un paese infestato da Kalashnikov, granate e kamikaze pronti a farsi esplodere.Quando una mattina dello scorso ottobre mi precipitai all&amp;rsquo;ospedale, pochi minuti dopo un attacco suicida all&amp;rsquo;ambasciata indiana, Marco era gi&amp;agrave; al capezzale dei primi feriti. Uno era in condizioni disperate: gambe maciullate, schegge nel ventre e nei polmoni, un volto tumefatto, terreo, irriconoscibile. Un civile? Un poliziotto in borghese? Uno degli attentatori? Sono domande che nessuno dello staff di Emergency si &amp;egrave; mai posto. &amp;ldquo;Un uomo ferito&amp;rdquo; ripete Gino Strada &amp;ldquo;&amp;egrave; un uomo che ogni medico ha il dovere di curare. Il resto non conta&amp;rdquo;.Non contava neppure, quel giorno di ottobre, se il corpo inerte del paziente che infermieri e anestesisti stavano intubando sul tavolo operatorio fosse in grado di sopravvivere: bisognava comunque tentare di salvarlo, e bisognava farlo in fretta. Il team si mise al lavoro. Bisturi, divaricatore, pinze, lacci emostatici, ossigeno, sacche di plasma. Poche parole e gesti decisi, mille volte collaudati. Le mani di Marco, strette nel lattice dei guanti, scandagliavano gli organi interni, estraevano le schegge di metallo, tamponavano il sangue, suturavano gli strappi. D&amp;rsquo;un tratto le occhiate al display della pressione e del battito cardiaco si fecero pi&amp;ugrave; frequenti e nervose. &amp;ldquo;Se ne sta andando&amp;rdquo; sentenzi&amp;ograve; l&amp;rsquo;anestesista mentre iniettava un&amp;rsquo;altra fiala di adrenalina. &amp;ldquo;Non lo teniamo pi&amp;ugrave;&amp;rdquo;.Per una decina di minuti Marco continu&amp;ograve; a lavorare: sembrava non volesse arrendersi. Poi incroci&amp;ograve; lo sguardo dell&amp;rsquo;aiuto chirurgo afghano: un cenno d&amp;rsquo;intesa. Si sfil&amp;ograve; guanti e mascherina e si asciug&amp;ograve; il sudore sulla fronte, allontanandosi in silenzio. Una vita persa &amp;egrave; una sconfitta. Ma altri feriti erano in attesa. Il tempo di una sigaretta, di sciacquarsi il viso, prima di tornare in sala operatoria.Questa era la giornata-tipo di Marco Garatti da Mompiano (Brescia), chirurgo d&amp;rsquo;urgenza e coordinatore dei progetti di Emergency in Afghanistan, 49 anni appena compiuti, fino al momento del suo arresto, sabato 11 aprile, all&amp;rsquo;ospedale di Lashkar Gah nell&amp;rsquo;Helmand. Con lui la polizia afghana e i militari dell&amp;rsquo;Isaf &amp;ndash; la coalizione internazionale guidata da Washington &amp;ndash; hanno fermato Matteo Dell&amp;rsquo;Aira, 41 anni, responsabile medico dell&amp;rsquo;ospedale, Matteo Pagani, 28 anni, tecnico della logistica, e sei collaboratori afghani: tutti accusati di avere ordito un complotto per uccidere il governatore della provincia, Gulab Mangal.Una soffiata avrebbe indotto le forze di sicurezza a fare irruzione nei locali della struttura sanitaria, dove in un magazzino sono state trovate armi, granate e giubbotti esplosivi. Prima ipotesi: le armi sono state introdotte da infiltrati all&amp;rsquo;insaputa dello staff dell&amp;rsquo;ospedale per organizzare un attentato. Seconda: si tratta di una trappola per screditare l&amp;rsquo;Ong italiana e costringerla a evacuare. &amp;ldquo;Non sarebbe la prima volta&amp;rdquo; afferma Gino Strada ricordando l&amp;rsquo;esito funesto del rapimento dell&amp;rsquo;inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo nel 2007 (vedere riquadro). Strada definisce &amp;ldquo;ridicole&amp;rdquo; le accuse delle autorit&amp;agrave; afghane ed &amp;egrave; convinto che sia in atto &amp;ldquo;una sporca manovra per togliere di mezzo un testimone scomodo&amp;rdquo; prima dell&amp;rsquo;annunciata offensiva militare contro la roccaforte talibana di Kandahar, prossimo obiettivo del comandante dell&amp;rsquo;Isaf, il generale americano Stanley McChrystal.I testimoni, poco importa se medici o giornalisti, danno fastidio. Nelle scorse settimane oltre &amp;nbsp;6 mila soldati americani e inglesi della Nato, coadiuvati dalle forze afghane, hanno investito l&amp;rsquo;Helmand e conquistato la cittadina di Marja: il centro chirurgico di Emergency a Lashkar Gah, che da quando &amp;egrave; stato aperto nel 2004 ha accolto pi&amp;ugrave; di 66 mila pazienti ed &amp;egrave; l&amp;rsquo;unico ospedale nell&amp;rsquo;intera provincia, ha assistito centinaia di feriti senza fare alcuna distinzione di etnia o di appartenenza politica, contrariamente a quanto avviene nelle strutture sanitarie afghane. E le vittime sono quasi sempre civili: donne, vecchi e bambini che il disumano gergo del Pentagono classifica come &amp;ldquo;danni collaterali&amp;rdquo;.Proprio nel giorno dell&amp;rsquo;arresto dei volontari italiani i soldati della Nato hanno aperto il fuoco contro un autobus che si era avvicinato a un convoglio militare nei pressi di Kandahar uccidendo quattro civili. Solo le inoppugnabili testimonianze degli altri passeggeri hanno costretto il comando Isaf di Kabul, che in un primo momento aveva negato l&amp;rsquo;episodio, ad ammettere di avere sparato e a esprimere il consueto &amp;ldquo;profondo rincrescimento&amp;rdquo;.Mantenere un &amp;ldquo;basso profilo&amp;rdquo; &amp;egrave; uno dei precetti dei volontari in zona di guerra: una mossa sbagliata, un gesto avventato, una parola di troppo possono mettere a repentaglio la sicurezza del personale e compromettere progetti faticosamente avviati. Marco lo sa bene. Misurato nelle dichiarazioni pubbliche, lascia volentieri a Gino la gestione dei rapporti politici e al portavoce di dell&amp;rsquo;Ong Maso Notarianni quella dei media. &amp;ldquo;Sono un chirurgo&amp;rdquo; ripete spesso &amp;ldquo;e sono qui per operare&amp;rdquo;. Solo a fine giornata, dopo una birra, mentre salta in padella un chilo di spaghetti per lo staff e per gli amici nella cucina di &amp;ldquo;casa Emergency&amp;rdquo;, Marco pu&amp;ograve; dar sfogo al suo carattere estroverso e alla sua innata generosit&amp;agrave; lombarda.Il suo percorso &amp;egrave; simile a quello di tanti medici che mettono la loro professionalit&amp;agrave; &amp;nbsp;al servizio dell&amp;rsquo;impegno umanitario. Dopo avere a lungo lavorato a Brescia, alternando le missioni all&amp;rsquo;estero ai turni nel reparto chirurgia dell&amp;rsquo;ospedale Sant&amp;rsquo;Orsola, dove si &amp;egrave; fatto le ossa, nel 1998 Marco decide di cambiare vita: lascia la sicurezza del posto fisso per concentrarsi a tempo pieno nelle strutture che Emergency sta realizzando in sette paesi, dalla Cambogia all&amp;rsquo;Afghanistan. Specializzatosi nella chirurgia di guerra, &amp;egrave; stato insignito di numerosi riconoscimenti ufficiali, tra cui l&amp;rsquo;Ordine al merito della Repubblica italiana.I medici e i volontari in prima linea fanno un mestiere difficile e ad altissimo rischio. Il &amp;ldquo;terzo settore&amp;rdquo;, che nel mondo conta pi&amp;ugrave; di 37 mila Ong, versa ogni anno un pesante tributo di sangue: solo nel 2009 sono caduti oltre 90 operatori umanitari, di cui 18 in Afghanistan e una trentina a Gaza, in Somalia e in Darfur. Si lavora in situazioni estreme, dove compromessi e manipolazioni politiche sono spesso inevitabili. In Somalia, durante l&amp;rsquo;operazione Restore Hope, i convogli degli aiuti venivano sistematicamente saccheggiati e oggi a Mogadiscio, in preda a una sanguinosa e interminabile guerra civile, non c&amp;rsquo;&amp;egrave; pi&amp;ugrave; un solo volontario straniero. In Bosnia i serbi impedivano la distribuzione di cibo e medicinali nelle zone dov&amp;rsquo;era in corso la pulizia etnica. In Pakistan i taliban taglieggiano le Ong nei campi profughi al confine afghano. L&amp;rsquo;Etiopia impone tasse sui generi di prima necessit&amp;agrave; importati dalle organizzazioni umanitarie e Medici senza frontiere ha dovuto sospendere le attivit&amp;agrave; nell&amp;rsquo;Ogaden, dove l&amp;rsquo;esercito requisisce gli ambulatori e rade al suolo i villaggi.E&amp;rsquo; un prezzo che tutte le Ong impegnate sui fronti umanitari devono pagare. &amp;ldquo;Nelle zone di guerra&amp;rdquo; dice il direttore di Msf Italia Kostas Moschochoritis &amp;ldquo;sono i militari a controllare l&amp;rsquo;accesso alla popolazione. Sappiamo che una parte degli aiuti non arriva a destinazione. Ma il nostro compito &amp;egrave; essere presenti. Ce ne andiamo solo quando non siamo pi&amp;ugrave; in grado di lavorare&amp;rdquo;.L&amp;rsquo;Afghanistan &amp;egrave; una zona d&amp;rsquo;intervento sempre pi&amp;ugrave; irta di ostacoli. Molte aree del paese, soprattutto nel sud e nell&amp;rsquo;est (Kunar, Khost, Paktika), non sono accessibili agli operatori umanitari, che subiscono intimidazioni e sono a rischio di rapimento anche nella capitale. Dopo otto anni di guerra il livello dello scontro si &amp;egrave; alzato, il numero dei soldati della coalizione e dei civili uccisi &amp;egrave; in costante aumento e gli insorti rappresentano una minaccia sui due terzi del territorio.&amp;nbsp;L&amp;rsquo;80 per cento delle abitazioni afghane &amp;egrave; ancora privo di elettricit&amp;agrave; e di acqua potabile, ma numerosi progetti umanitari sono stati abbandonati per mancanza di fondi. Dei 25 miliardi di dollari stanziati dai paesi donatori nel 2002 e dei 21 aggiuntivi accordati lo scorso anno ne sono stati spesi meno di 15: il 40 per cento &amp;egrave; stato utilizzato per addestrare le forze di sicurezza locali o &amp;egrave; tornato al mittente sotto forma di stipendi, forniture e costi di gestione. Solo il 10 per cento &amp;egrave; stato investito nel settore chiave dell&amp;rsquo;agricoltura. Mentre i fertili campi coltivati a papaveri dell&amp;rsquo;Helmand e di Kandahar, controllati dai taliban, continuano a produrre il 90 per cento dell&amp;rsquo;oppio e dell&amp;rsquo;eroina afghana.BoxLa tensione tra Emergency e le autorit&amp;agrave; afghane sfoci&amp;ograve; in scontro aperto all&amp;rsquo;indomani del rapimento di Daniele Mastrogiacomo, caduto in un&amp;rsquo;imboscata dei tagliagole del comandante mullah Dadullah nel marzo 2007, a pochi chilometri dall&amp;rsquo;ospedale di Lashkar Gah: un sequestro che cost&amp;ograve; la vita all&amp;rsquo;autista di Daniele, Sayed Agha, e al suo interprete, Ajmal Naskhbandi, sgozzato la domenica di Pasqua. &amp;ldquo;Quella vicenda&amp;rdquo; afferma Gino Strada &amp;ldquo;segn&amp;ograve; l&amp;rsquo;inizio di una escalation nei confronti del nostro lavoro in Helmand&amp;rdquo;.&amp;nbsp;Nei giorni convulsi delle trattative per il rilascio dell&amp;rsquo;inviato di Repubblica a Kabul, tra illazioni e voci incontrollate, si respirava un&amp;rsquo;aria velenosa. I parenti degli ostaggi afghani inscenavano manifestazioni di protesta, i giornalisti locali accusavano l&amp;rsquo;Italia di non impegnarsi con lo stesso zelo per ottenere la liberazione dei loro connazionali, la polizia si rifiutava di consegnare i prigionieri talibani da scambiare. E quando il capo dell&amp;rsquo;intelligence, Amirullah Saleh, dovette piegarsi alle pressioni del governo italiano e agli ordini di Karzai, si vendic&amp;ograve; facendo arrestare Rahmatullah Hanefi, responsabile della sicurezza dell&amp;rsquo;ospedale di Lashkar Gah, l&amp;rsquo;uomo che aveva condotto i negoziati, accusato di collusione con i rapitori. E spar&amp;ograve; a zero contro l&amp;rsquo;Ong di Strada: &amp;ldquo;Non &amp;egrave; un&amp;rsquo;organizzazione umanitaria. Sono fiancheggiatori degli insorti e di al-Qaeda&amp;rdquo;.Il personale di Emergency fu costretto a evacuare per qualche tempo il paese. Dopo tre anni, la storia sembra ripetersi.&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Migrants - Malta, May 2009</title>
   <updated>2009T05Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-77-1.jpg" alt="#" /><p>Giovanni Porzio &amp;ndash; La Valletta (12.05.09)Il segnale che la tempesta era in arrivo l&amp;rsquo;aveva dato il Pinar, il mercantile turco con a bordo 140 migranti che in aprile era rimasto per quattro giorni al largo di Lampedusa in balia del conflitto di competenza tra Roma e La Valletta sullo sbarco dei clandestini. Poi, a gettare benzina sul fuoco con una bordata contro i rimpatri forzati decisi dal governo italiano ha provveduto di persona, il 6 maggio, il premier maltese Lawrence Gonzi, &amp;ldquo;disgustato&amp;rdquo; dall&amp;rsquo;intransigenza del Viminale nei confronti dei profughi avvistati su tre carrette del mare e rispediti in Libia. &amp;nbsp;E non &amp;egrave; finita. Ricuciti in tutta fretta con attestazioni di eterna amicizia e promesse di reciproca collaborazione, i rapporti diplomatici tra i due paesi sono ora sottoposti a un ennesimo stress test. Luned&amp;igrave; la fregata Spica della Marina italiana, con a bordo 69 migranti, si &amp;egrave; vista rifiutare l&amp;rsquo;autorizzazione ad attraccare alla Valletta e ha dovuto ripiegare su Porto Empedocle: i clandestini, sostengono le autorit&amp;agrave; maltesi, si trovavano su un&amp;rsquo;unit&amp;agrave; militare e dunque gi&amp;agrave; in territorio italiano. La replica &amp;egrave; arrivata a ruota dal ministro degli Esteri Franco Frattini: un dossier di Medici senza frontiere sulle &amp;ldquo;condizioni inumane&amp;rdquo; nei centri di detenzione degli extracomunitari a Malta. Dove Panorama &amp;egrave; andato a guardare.&amp;ldquo;Benvenuto nel gulag&amp;rdquo; sogghigna Robert Amusi, approdato un anno fa a Safi, l&amp;rsquo;ex caserma dell&amp;rsquo;esercito britannico che ospita uno dei tre campi di detenzione dell&amp;rsquo;isola. &amp;ldquo;Qui siamo in 860, tutti africani partiti dalla Libia e diretti in Italia. Siamo finiti a Malta per sbaglio: abbiamo chiesto l&amp;rsquo;asilo politico ma ci &amp;egrave; stato negato&amp;rdquo;. In Ghana Robert faceva il meccanico. Ha attraversato in camion il Burkina Faso, il Niger, il deserto libico. A Misurata ha consegnato mille dollari a uno scafista. Ma gli &amp;egrave; andata male. &amp;ldquo;Sognavo un lavoro in Europa, mi sono svegliato in prigione e senza un soldo&amp;rdquo;.&amp;nbsp;Stessa sorte per Efe Osarobe, 26 anni, nigeriano di Benin City. Dice che al suo paese &amp;egrave; perseguitato per motivi politici: ha denunciato i brogli elettorali e lo vogliono far fuori. &amp;ldquo;Siamo rimasti sei giorni in mare. Tre di noi sono morti. C&amp;rsquo;era burrasca e la barca, stracarica, si &amp;egrave; rovesciata in piena notte&amp;rdquo;. La prospettiva di essere rimandato in Libia lo atterrisce: &amp;ldquo;Piuttosto mi uccido. Ci trattano come bestie, soprattutto noi che siamo cristiani&amp;rdquo;. Alcuni dei suoi compagni si tolgono la camicia: mostrano le cicatrici e i segni delle frustate.Di fronte all&amp;rsquo;edificio, in un&amp;rsquo;area abbandonata, c&amp;rsquo;&amp;egrave; il cimitero delle imbarcazioni sequestrate. Dozzine di gusci in vetroresina sfondati, costruiti in Libia. I motori Yamaha da 40 cavalli, venduti dall&amp;rsquo;Egitto alla Marina di Gheddafi e misteriosamente finiti in mano ai trafficanti, sono stati messi all&amp;rsquo;asta.&amp;nbsp;Il &amp;ldquo;Blocco C&amp;rdquo; del campo, riservato ai clandestini pi&amp;ugrave; irrequieti, &amp;egrave; una gabbia circondata da inferriate alte pi&amp;ugrave; di cinque metri, reticolati e matasse di filo spinato. Il secondino che toglie il lucchetto alle celle si raccomanda di fare attenzione: ci sono state rivolte, aggressioni. Materassi e coperte bruciate. Dentro &amp;egrave; quasi buio: la luce filtra appena dai vetri rotti delle feritoie. Nella penombra si distinguono prima gli occhi, poi i volti e infine i corpi dei detenuti raggomitolati nelle brande. L&amp;rsquo;aria &amp;egrave; greve di sudore, puzzo di urina e immondizia, cibi speziati cucinati su fornelli da campeggio. Ci sono somali, sudanesi, eritrei, nigeriani. Tutti si lamentano: &amp;ldquo;D&amp;rsquo;estate si soffoca per il caldo e d&amp;rsquo;inverno non c&amp;rsquo;&amp;egrave; riscaldamento. Non abbiamo medicine. E&amp;rsquo; pieno di scarafaggi e di zanzare. C&amp;rsquo;&amp;egrave; una sola latrina per 40 persone: non siamo animali!&amp;rdquo;In aprile, dopo sei mesi di lavoro a Malta, Medici senza frontiere ha deciso di sospendere per protesta le attivit&amp;agrave; di sostegno agli immigrati e di divulgare il rapporto che denuncia senza mezzi termini le inumane condizioni di vita dei detenuti. &amp;ldquo;Celle sovraffollate, standard igienici inadeguati e scarsa assistenza sanitaria&amp;rdquo; spiega a Panorama Philippa Farrugia, coordinatrice del team di Msf, &amp;ldquo;mettono a repentaglio la salute fisica e mentale dei detenuti. A farne le spese sono come sempre i pi&amp;ugrave; deboli: ci sono casi di donne e di minori che hanno tentato pi&amp;ugrave; volte di suicidarsi. E&amp;rsquo; un trattamento indegno di un paese membro dell&amp;rsquo;Unione europea&amp;rdquo;.In alcuni blocchi dei centri di reclusione di Safi, Lyster Barracks e Ta&amp;rsquo;kandja lo spazio disponibile pro capite non supera i tre metri per due e i detenuti sono spesso costretti a dormire per terra o a spartirsi il materasso. &amp;ldquo;Fino al febbraio 2009&amp;rdquo; si legge nel rapporto di Medici senza frontiere &amp;ldquo;la sezione E del blocco Hermes disponeva di una sola doccia funzionante per oltre cento persone. I dormitori sono costantemente allagati dai reflui delle latrine e degli scarichi&amp;rdquo;.&amp;nbsp;Il flusso crescente dei migranti &amp;egrave; destinato a provocare un sensibile deterioramento delle gi&amp;agrave; precarie condizioni sanitarie. Il dossier di Msf elenca un numero allarmante di malattie infettive, scabbia, varicella, gastroenteriti, tubercolosi, hiv, la cui trasmissione &amp;egrave; favorita dalle procedure di isolamento: pazienti affetti da malattie contagiose vengono rinchiusi in cella con individui sani isolati per motivi disciplinari. Le cure mediche sono state appaltate a due societ&amp;agrave; private che intervengono in modo saltuario e in assenza di protocolli stabiliti. Non esistono farmacie, gli indumenti sono forniti da volontari esterni e i reclusi dispongono soltanto di una carta telefonica da 5 euro ogni due mesi.I cancelli del carcere si schiudono dopo un periodo massimo di detenzione di un anno e mezzo. Ma sono pochi i boat people che riescono a ottenere lo status di rifugiato. La maggior parte dei clandestini viene respinta o deve accontentarsi di un documento di &amp;ldquo;protezione temporanea&amp;rdquo;: un assegno mensile provvisorio di 130 euro e un alloggio (con obbligo trisettimanale di registrazione) nella tendopoli di Hal Far o nell&amp;rsquo;ex istituto tecnico di Marsa, trasformato in centro di accoglienza da una fondazione benefica dei frati cappuccini. Padre Ahmed Bugre, che lo gestisce, non ha un compito facile: &amp;ldquo;Non c&amp;rsquo;&amp;egrave; integrazione, abbiamo problemi di alcolismo, consumo di droga e prostituzione. Ma sopratutto c&amp;rsquo;&amp;egrave; molta rabbia. E&amp;rsquo; gente in fuga dagli orrori della guerra e da una sordida miseria. Nessuno di loro vuole tornare a casa. E a Malta si sentono in trappola: tenteranno ancora, con ogni mezzo, di raggiungere le coste italiane&amp;rdquo;.Abdul, che in Somalia ha lasciato la moglie e i bambini di due e quattro anni, non ha dubbi: &amp;ldquo;Certo che ci riprovo! Non ho pi&amp;ugrave; niente da perdere. Meglio annegato che ammazzato come un cane a Mogadiscio. Cos&amp;rsquo;altro posso fare per il futuro dei miei figli?&amp;rdquo;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Fishermen village - Rarhi, Pakistan, March 2009</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Karachi madrasas - Pakistan, March 2009</title>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-68-1.jpg" alt="#" /><p>Giovanni Porzio &amp;ndash; da Karachi (17.03.09)Centinaia di arresti e la proclamazione dello stato di emergenza non sono serviti. All&amp;rsquo;alba del 16 marzo il governo ha dovuto capitolare di fronte alla marcia su Islamabad organizzata dal leader dell&amp;rsquo;opposizione Nawaz Sharif e accogliere le sue richieste: immediata riabilitazione dei giudici estromessi dall&amp;rsquo;ex presidente Musharraf e revisione di una sentenza della Corte suprema che esclude dai pubblici uffici Sharif e suo fratello Shabaz, governatore del Punjab.La crisi istituzionale, che per alcuni giorni ha spinto il Pakistan sull&amp;rsquo;orlo della guerra civile o di un ennesimo colpo di stato, &amp;egrave; stata scongiurata in extremis. Ha per&amp;ograve; evidenziato la debolezza dell&amp;rsquo;esecutivo e l&amp;rsquo;estrema precariet&amp;agrave; del paese che Barack Obama ha messo in cima alla lista delle priorit&amp;agrave; internazionali degli Stati Uniti.Il Pakistan &amp;egrave; oggi il fronte centrale della guerra al terrorismo e la chiave di volta del conflitto afghano. Ma &amp;ldquo;i problemi dell&amp;rsquo;Afghanistan impallidiscono se paragonati ai rischi che corriamo in Pakistan&amp;rdquo; afferma Bruce Riedel, l&amp;rsquo;analista della Brookings Institution che ha stilato l&amp;rsquo;ultima &amp;ldquo;policy review&amp;rdquo; per l&amp;rsquo;Amministrazione di Washington. Nessun altro paese al mondo &amp;egrave; altrettanto pericoloso, perch&amp;eacute; possiede tutto ci&amp;ograve; di cui Osama bin Laden ha bisogno: instabilit&amp;agrave; politica, un capillare network di integralisti islamici, un rancore anti-occidentale rinfocolato dai bombardamenti dei caccia americani e degli elicotteri pakistani (centinaia di vittime civili e decine di migliaia di sfollati), santuari e campi di addestramento nelle inaccessibili zone montuose del nordovest, facile accesso al mercato clandestino delle armi e alla tecnologia elettronica, una polizia corrotta, l&amp;rsquo;appoggio delle trib&amp;ugrave; pashtun, la malcelata connivenza dell&amp;rsquo;Isi, i servizi segreti. E un arsenale nucleare che &amp;egrave; un incubo per gli strateghi del Pentagono.L&amp;rsquo;esercito ha dispiegato 120 mila militari ai confini afghani e negli scontri ha gi&amp;agrave; perso oltre 1.300 uomini. Ma &amp;egrave; sempre pi&amp;ugrave; in difficolt&amp;agrave; di fronte agli integralisti che operano nelle zone tribali. L&amp;rsquo;intera regione, dove con ogni probabilit&amp;agrave; si nascondono Bin Laden, Ayman al-Zawahiri e il mullah Omar, &amp;egrave; di fatto governata dai taliban e da al-Qaeda. Dal Baluchistan al Waziristan, fino alle impervie catene montuose delle Province di frontiera del nordovest, i jihadisti hanno trovato un rifugio e un fecondo bacino di reclutamento. E hanno vinto la loro prima battaglia: nella valle dello Swat e nei distretti di Dir e Chitral il governo &amp;egrave; stato costretto a barattare una tregua con l&amp;rsquo;applicazione della sharia.&amp;nbsp;Il 16 febbraio il maulana Sufi Muhammad, leader del fuorilegge Movimento per l&amp;rsquo;applicazione della legge del Profeta, &amp;egrave; entrato trionfalmente a Mingora, capoluogo dello Swat, annunciando la lieta novella: i tribunali islamici si insedieranno tra breve nell&amp;rsquo;ex &amp;ldquo;Svizzera del Pakistan&amp;rdquo;, dove suo genero Qazi Fazlullah ha fatto saltare con la dinamite 140 scuole femminili e le statue rupestri del Buddha, imposto alle donne il burqa, proibito ai barbieri di rasare gli uomini e alle radio di trasmettere musica. E dove accanto ai taliban sono scesi in armi, per la prima volta dopo l&amp;rsquo;11 settembre, gli arabo-afghani della Brigata 055 di al-Qaeda. &amp;ldquo;E&amp;rsquo; il primo passo verso la talibanizzazione del Pakistan&amp;rdquo; dice a Panorama Ahmed Rashid, autore di un nuovo saggio (Descent into Chaos) sull&amp;rsquo;avanzata dell&amp;rsquo;islam radicale. &amp;ldquo;Anche Musharraf aveva siglato controverse intese con i taliban, ma non si era mai spinto al punto di modificare il sistema giuridico del paese: siamo al collasso delle istituzioni&amp;rdquo;. Il 9 marzo altri quattro distretti delle Zone tribali hanno ottenuto dal governo l&amp;rsquo;applicazione della sharia.L&amp;rsquo;intero Pakistan, sostiene Rashid, si &amp;egrave; trasformato in una retrovia di al-Qaeda. Il nuovo e pi&amp;ugrave; preoccupante fattore di rischio &amp;egrave; che l&amp;rsquo;influenza e le attivit&amp;agrave; dei gruppi jihadisti si estendono ben oltre i remoti santuari al confine afghano: i terroristi sono in grado di colpire i centri nevralgici della sesta nazione pi&amp;ugrave; popolosa del mondo (160 milioni di abitanti). Dopo avere assassinato Benazir Bhutto hanno nel mirino suo marito, il presidente Ali Zardari.Negli ultimi 18 mesi i commando di Lashkar-e-Toiba (il gruppo kashmiro responsabile della strage di Mumbai) e della costellazione di movimenti estremisti nominalmente guidati da Baitullah Mehsud hanno lanciato 150 operazioni suicide, demolito nella capitale (20 settembre) l&amp;rsquo;Hotel Marriott e il comando dei reparti speciali antiterrorismo (9 ottobre), rapito l&amp;rsquo;inviato dell&amp;rsquo;Unhcr John Solecki, ucciso il volontario americano Stephen Vance, sequestrato un diplomatico iraniano e un team di ingegneri cinesi, attaccato a Lahore (3 marzo) la nazionale di cricket dello Sri Lanka.&amp;nbsp;Quetta, nel Baluchistan, &amp;egrave; la base operativa della guerriglia nel sud dell&amp;rsquo;Afghanistan. Da qui si alimentano le linee di rifornimento con i gruppi taliban afghani. E qui affluiscono i fondi raccolti dai finanziatori del Golfo persico. &amp;ldquo;La shura di Quetta&amp;rdquo; afferma il generale David Barno, consigliere del generale David Petraeus, &amp;ldquo;&amp;egrave; il puntello ideologico dell&amp;rsquo;insurrezione&amp;rdquo;.&amp;nbsp;I taliban hanno stabilito una solida presenza nel sud e nord Waziristan, nel Bajaur e nel Mohmand. Ma nelle ultime settimane si sono impadroniti anche dell&amp;rsquo;agenzia del Khyber. Mangal Bagh Afridi, 35 anni, &amp;ldquo;emiro&amp;rdquo; della provincia, &amp;egrave; oggi il boss incontrastato di una zona a solo un&amp;rsquo;ora di viaggio da Peshawar, che le sue milizie promettono di occupare entro l&amp;rsquo;autunno del 2009.Sotto attacco &amp;egrave; anche la principale via di rifornimento per i 38 mila militari americani sul fronte afghano. Ogni settimana partono da Karachi 500 container diretti al Khyber Pass e a Shamsi, in Baluchistan, dove decollano gli aerei teleguidati Predator: un&amp;rsquo;arteria cruciale, anche in vista dell&amp;rsquo;arrivo di altri 17 mila soldati e della ventilata chiusura della base di Manas, in Kyrgyzstan. Ma sempre pi&amp;ugrave; insicura. Duecento camion, Humvee e mezzi di trasporto blindati sono stati assaliti e bruciati: il 15 marzo a Peshawar, sono andati distrutti altri 13 veicoli.Ancora pi&amp;ugrave; allarmante &amp;egrave; l&amp;rsquo;ultimo rapporto della polizia di Karachi, secondo il quale &amp;ldquo;il network talibano si sta diffondendo al punto che potrebbe in qualsiasi momento prendere in ostaggio la capitale economica e commerciale del paese, infiltrata da gruppi estremisti che vi mantengono basi, depositi di armi e centri di reclutamento&amp;rdquo;.La metropoli del Sindh, sede della Borsa, delle banche, dell&amp;rsquo;editoria e dell&amp;rsquo;industria high-tech, &amp;egrave; una citt&amp;agrave; assediata. I rari occidentali non si avventurano oltre i limiti dei quartieri presidiati dall&amp;rsquo;esercito dove sorgono le ville dei politici, dei tycoon della finanza, dei boss che gestiscono uno dei maggiori hub mondiali del traffico di eroina e dei rampolli dell&amp;rsquo;alta borghesia che frequentano i club di Clifton Beach. Fuori dalle enclave dei ricchi si allunga uno sterminato e informe agglomerato urbano: 15 milioni di abitanti in gran parte ammassati nei katchi abadi, miserabili bidonville senz&amp;rsquo;acqua, senza luce e senza fogne, sommerse da montagne di immondizia, dove la polizia non si azzarda a entrare. E dove le madrase integraliste, a lungo protette dall&amp;rsquo;Isi, continuano a proliferare: almeno 2 mila, moltissime affiliate alla scuola Deobandi, che predica la forma pi&amp;ugrave; estrema dell&amp;rsquo;islam radicale d&amp;rsquo;ispirazione wahhabita.Karachi non &amp;egrave; soltanto la citt&amp;agrave; dove &amp;egrave; stato decapitato l&amp;rsquo;inviato del Wall Street Journal Daniel Pearl e la base logistica da cui sono salpati gli attentatori di Mumbai. E&amp;rsquo; una vera e propria fucina di jihadisti votati alla guerra santa globale. La Jamia Binoria, 20 edifici, due moschee, 5 mila studenti dagli 8 ai 28 anni provenienti da 29 paesi (tra cui Stati Uniti, Canada, Germania e Gran Bretagna), &amp;egrave; retta dal maulana Mufti Muhammad Naeem, che riceve Panorama in un ufficio blindato da cui controlla, attraverso monitor e telecamere, ogni angolo del campus. &amp;ldquo;Bin Laden&amp;rdquo; esordisce &amp;ldquo;&amp;egrave; una pedina degli americani. Qui si studia solo religione. Per&amp;ograve; voglio dirle una cosa: il governo pakistano non &amp;egrave; islamico, non c&amp;rsquo;&amp;egrave; giustizia per i poveri. Ora ci chiamano terroristi, ma quando i nostri studenti combattevano contro i russi in Afghanistan erano degli eroi&amp;rdquo;.A poca distanza, su Jamshed Road, c&amp;rsquo;&amp;egrave; un altro seminario: Jamia Uloom-ul-Islamiya. Alte mura, inferriate, uomini con la kefiyah saudita a scacchi bianchi e rossi, armati di Kalashnikov. Un labirinto di corridoi, sale di preghiera, aule piene di giovani barbuti che recitano il Corano a memoria. E&amp;rsquo; il quartier generale di al-Qaeda a Karachi: qui nel 2000 Masood Azhar e Nizamuddin Shamzai hanno fondato il Jaish-e-Mohammed, che ha fornito i reparti di &amp;eacute;lite a Bin Laden. Da qui sono partite alcune delle audiocassette del terrorista saudita, che nel 2002 vi avrebbe soggiornato per ricevere cure mediche.&amp;nbsp;Nessuno accetta di parlare. E le guardie cominciano a innervosirsi. Mentre mi allontano un invasato seminarista mi afferra per un braccio: &amp;ldquo;Tienilo a mente: la guerra santa &amp;egrave; un dovere per ogni musulmano!&amp;rdquo;&amp;nbsp;&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Major General Ray Odierno - Baghdad, February 2009</title>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-66-1.jpg" alt="#" /><p>ESCLUSIVOIntervista al generale Ray Odierno (04.02.09)Salta gi&amp;ugrave; dal Black Hawk atterrato nel compound dell&amp;rsquo;ex ministero della Difesa, nella &amp;ldquo;zona rossa&amp;rdquo; di Baghdad, ascolta il briefing dei suoi ufficiali ed esce subito a ispezionare le strade. Vuole rendersi conto di persona dei progressi conseguiti sul campo in uno dei quartieri dove fino a pochi mesi fa sarebbe stato un suicidio avventurarsi a piedi. Scende sul lungofiume del Tigri, percorre Rashid street, stringe la mano ai poliziotti iracheni, assaggia le olive in salamoia alle bancarelle del mercato, si informa sul prezzo del pesce. Poi si siede a bere il t&amp;egrave; con Mohammed al-Khoshalie, proprietario del Shahbender, il caff&amp;egrave; degli artisti di via Mutanabbi, che ha perso quattro figli nell&amp;rsquo;esplosione di un&amp;rsquo;autobomba.Il pluridecorato generale a quattro stelle Raymond Odierno, 54 anni, di Rockaway Township, New Jersey, di famiglia italo-americana (suo bisnonno era di Sarno), ex consigliere militare di Colin Powell e di Condoleezza Rice, dal 30 settembre comandante della Forza multinazionale in Iraq, &amp;egrave; un colosso di 2 metri per 130 chili dalla voce soffice e dallo sguardo penetrante. Temuto e rispettato, dai suoi soldati e dagli iracheni.&amp;nbsp;E&amp;rsquo; stato un capo implacabile, quando nel 2003 comandava la Quarta divisione di fanteria e dava la caccia ai terroristi di al-Qaeda nel Triangolo della morte: usando metodi pesanti, talvolta brutali. Ma furono i suoi uomini a stanare Saddam dal buco dove si era nascosto. Ed &amp;egrave; stato lui, tra il 2007 e il 2008, a tradurre sul terreno operativo la strategia &amp;ndash; elaborata dal generale David Petraeus &amp;ndash; che ha trasformato la disastrosa missione irachena in un possibile successo.E&amp;rsquo; un duro il generale Odierno. Un militare tutto d&amp;rsquo;un pezzo. Che per&amp;ograve; si addolcisce e ha un moto di paterno orgoglio quando parla di Tony, suo figlio. Nel 2004, anch&amp;rsquo;egli militare in Iraq, pattugliava la strada dell&amp;rsquo;aeroporto quando un Rpg centr&amp;ograve; la sua Humvee: l&amp;rsquo;autista mor&amp;igrave; sul colpo, a Tony fu amputato il braccio sinistro. &amp;ldquo;Ha superato il trauma e si &amp;egrave; sposato con una ragazza siciliana&amp;rdquo; racconta il generale. &amp;ldquo;Sono appena tornati dal viaggio di nozze a Roma e a Firenze. Sono molto fiero di lui&amp;rdquo;. &amp;nbsp;Generale, come valuta l&amp;rsquo;attuale situazione in Iraq?Il numero di incidenti &amp;egrave; al livello pi&amp;ugrave; basso dall&amp;rsquo;inizio della guerra. Ma non &amp;egrave; una situazione uniforme in tutto il paese: ci sono aree molto tranquille e altre problematiche, soprattutto Mosul e la provincia di Diyala dove siamo ancora duramente impegnati.&amp;nbsp;E a Baghdad?La sicurezza &amp;egrave; migliorata in modo significativo: lo si avverte camminando per le strade. Definirei Baghdad una citt&amp;agrave; stabilizzata, ancora colpita da atti isolati di terrorismo, sempre meno frequenti. Le forze di sicurezza irachene stanno assumendo la responsabilit&amp;agrave; della sicurezza in tutti i quartieri e sono convinto che noi saremo in grado di lasciare Baghdad entro la fine di giugno come stabilito dagli accordi con il governo iracheno.Quali sono a suo avviso le ragioni principali del miglioramento della sicurezza a Baghdad e nel resto del paese?Il &amp;ldquo;surge&amp;rdquo;, l&amp;rsquo;incremento delle truppe, ci ha permesso di eliminare i santuari degli insorti. Il secondo elemento decisivo &amp;egrave; stato la maggiore stabilit&amp;agrave; delle forze di sicurezza irachene, che hanno potuto crescere e rafforzarsi a un ritmo pi&amp;ugrave; elevato. Il terzo fattore &amp;egrave; stato il movimento del Risveglio, che ha offerto ai sunniti una strada per uscire dal ghetto in cui i terroristi di al-Qaeda li avevano costretti e un&amp;rsquo;opportunit&amp;agrave; di collaborare con la Coalizione e di rientrare nel gioco politico.Non ha contribuito anche un atteggiamento pi&amp;ugrave; attendista e meno aggressivo dell&amp;rsquo;Iran?No. Gli iraniani non hanno cambiato atteggiamento, hanno cambiato tattica. Continuano a fornire armi letali e addestramento, ma in modo pi&amp;ugrave; discreto e in misura ridotta: un fatto positivo e incoraggiante, che spero si prolunghi nel tempo. Abbiamo reso pi&amp;ugrave; difficile per loro aiutare gli insorti in Iraq: abbiamo intensificato le operazioni lungo il confine. E non &amp;egrave; pi&amp;ugrave; cos&amp;igrave; facile per gli iraniani infiltrarsi a Baghdad e nel resto del paese. Il governo iracheno ha fatto molto in questo senso e ha mandato un chiaro messaggio a Teheran.Come procede il reclutamento dei miliziani sunniti, i cosiddetti &amp;ldquo;Figli dell&amp;rsquo;Iraq&amp;rdquo;, e la loro integrazione nelle forze di sicurezza irachene?Il governo ha cominciato a pagare gli stipendi, come previsto dagli accordi. Ma non sono soddisfatto. Molti di loro sono in attesa di ottenere impieghi civili: c&amp;rsquo;&amp;egrave; ancora molta strada da fare per il loro inserimento. E&amp;rsquo; la sfida che ci attende nei prossimi mesi.E&amp;rsquo; soddisfatto del livello di preparazione e di addestramento delle forze di sicurezza irachene?Migliorano di giorno in giorno. Noi forniamo ancora un notevole supporto logistico, ma il miglioramento &amp;egrave; stato esponenziale negli ultimi 12 mesi. E i risultati sul terreno si cominciano a vedere. Le elezioni del 31 gennaio per il rinnovo dei Consigli provinciali si sono svolte senza incidenti di rilievo.Non si sono pi&amp;ugrave; verificati casi di infiltrazioni nella polizia e nell&amp;rsquo;esercito?Gli iracheni hanno profuso un notevole impegno per eliminare il settarismo un tempo prevalente nelle forze di sicurezza. Non posso dire che il fenomeno sia scomparso del tutto, ma &amp;egrave; stato ridotto in modo significativo. Questa &amp;egrave; un&amp;rsquo;altra delle sfide che abbiamo di fronte: ci saranno fratture in seno alle forze armate, provocate dai gruppi politici sconfitti nelle urne? Sar&amp;agrave; questo il test definitivo per sapere se avremo davvero un esercito nazionale iracheno.State gi&amp;agrave; procedendo al ritiro delle unit&amp;agrave; da combattimento previsto dagli accordi con il governo iracheno?Un anno fa avevamo 20 Brigate, ora sono 14: l&amp;rsquo;ultima &amp;egrave; tornata in patria nei due mesi scorsi. Le truppe americane sono scese da 175.000 a 141.000 effettivi: abbiamo gi&amp;agrave; operato una riduzione significativa e continueremo su questa strada per tutto il 2009, in funzione dei progressi ottenuti sul campo. Penso che proseguiremo in modo rapido in questa direzione. Ma con la dovuta cautela.Quali sono i maggiori rischi che vede profilarsi?Non c&amp;rsquo;&amp;egrave; ancora una visione del futuro condivisa dai leader iracheni. Con l&amp;rsquo;aumentare della sicurezza si intensifica la competizione tra i maggiori partiti, le cui posizioni divergono notevolmente: non &amp;egrave; facile conciliare le aspirazioni dei curdi con quelle degli arabi, superare le diffidenze tra sciiti e sunniti o le rivalit&amp;agrave; tra il Dawa, il partito del primo ministro Nouri al-Maliki, e lo Sciri, il Consiglio supremo islamico guidato da Abdelaziz al-Hakim. E&amp;rsquo; possibile che si producano fratture suscettibili di provocare nuove violenze. E questo mi preoccupa. In particolare mi preoccupano la crescente tensione tra curdi e arabi nelle zone contese di Kirkuk e Niniveh e le divisioni interne degli sciiti. Come pure le dinamiche tribali nella provincia sunnita di Anbar. Dopo le elezioni provinciali si terranno quelle distrettuali e a fine anno le politiche. Se riusciremo a mantenere per tutto il 2009 l&amp;rsquo;attuale livello di sicurezza, assicurando una pacifica transizione dei poteri, potremo finalmente parlare di un Iraq stabile. Potremo andarcene consegnando davvero il paese agli iracheni. &amp;nbsp;E&amp;rsquo; questo che ha riferito al presidente Obama dopo il suo insediamento alla Casa Bianca?Gli abbiamo illustrato la situazione in Iraq. E gli abbiamo prospettato quelli che noi chiamiamo &amp;ldquo;drivers of instability&amp;rdquo;, i fattori di instabilit&amp;agrave;. Il presidente ci ha dato alcune indicazioni sulle linee guida da seguire e su queste stiamo lavorando per mettere a punto le opzioni da sottoporgli.Lei pensa che in Afghanistan si possa applicare la strategia impiegata in Iraq negli ultimi mesi? Anche l&amp;igrave; pu&amp;ograve; funzionare il surge?Il teatro operativo non &amp;egrave; comparabile. In Afghanistan le ragioni che richiedono lo spiegamento di una forza pi&amp;ugrave; consistente sono altre e la strategia militare deve adattarsi al contesto afghano, del tutto diverso da quello iracheno. Dovremo capire come affrontare la situazione, come lottare contro i fattori di violenza e di instabilit&amp;agrave;. E non pu&amp;ograve; essere soltanto un approccio militare: &amp;egrave; necessaria una risposta che non contempli soltanto l&amp;rsquo;uso della forza. Una delle lezioni che abbiamo imparato in Iraq &amp;egrave; proprio questa.Al-Qaeda in Mesopotamia &amp;egrave; stata definitivamente sconfitta?No. E&amp;rsquo; stata indebolita ma &amp;egrave; ancora presente, anche se sta solo cercando di sopravvivere, di mantenere una testa di ponte nel nord e di riorganizzarsi: il nostro compito &amp;egrave; di impdire che ci&amp;ograve; avvenga. I jihadisti di al-Qaeda non sono finiti: sono ancora in grado di compiere attentati in Iraq. Hanno difficolt&amp;agrave; di reclutamento e di finanziamento ma sono ancora attivi. Abbiamo ancora del lavoro da fare.Se potesse tornare al 2003, all&amp;rsquo;inizio della guerra, cambierebbe le tattiche e la strategia che avete utilizzato?Senz&amp;rsquo;altro. Non eravamo preparati per questo tipo di scontro e alla contro-guerriglia, non sapevamo come affrontare i problemi di un paese sconfitto e privo di un governo. Le nostre previsioni erano errate: credevamo che tutto si sarebbe svolto pacificamente, che saremmo stati accolti come liberatori. Erano convinzioni totalmente sbagliate. E abbiamo commesso madornali errori: lo scioglimento dell&amp;rsquo;esercito e le de-baathificazione ci hanno alienato gran parte del popolo iracheno. Comunque non sono sicuro che saremmo riusciti a portare a termine la missione in tempi pi&amp;ugrave; brevi: con il crollo di Saddam erano affiorate tutte le devastazioni e i danni provocati dal regime, compresa l&amp;rsquo;assoluta incapacit&amp;agrave; degli iracheni di dar vita a un governo capace di funzionare. E non so se avremmo potuto stabilizzare il paese con metodi pacifici. Ora ci stiamo arrivando, ma restano molti ostacoli soprattutto di ordine politico da superare. Non dobbiamo abbassare la guardia.&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Happy Hour - Baghdad, Feb. 2009</title>
   <updated>2009T02Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-65-1.jpg" alt="#" /><p>Giovanni Porzio &amp;ndash; da Baghdad (febbraio 2009)L&amp;rsquo;Italia torna in Iraq. A sei anni dalla caduta di Saddam Hussein non sono i nostri soldati a rimettere piede in Mesopotamia ma le aziende interessate al gigantesco business della ricostruzione e allo sfruttamento dei pi&amp;ugrave; ricchi giacimenti inesplorati di idrocarburi del pianeta.&amp;ldquo;Nei mesi scorsi il flusso delle delegazioni italiane si &amp;egrave; intensificato&amp;rdquo; conferma a Panorama l&amp;rsquo;ambasciatore Maurizio Melani. &amp;ldquo;Arrivano piccoli e medi imprenditori in missione esplorativa, ma anche i manager delle grandi industrie. L&amp;rsquo;amministratore delegato dell&amp;rsquo;Eni Paolo Scaroni &amp;egrave; gi&amp;agrave; venuto due volte a Baghdad, l&amp;rsquo;ultima il 31 dicembre, per negoziare un accordo sui pozzi di Nassiriya. E non solo&amp;rdquo;.A richiamare le imprese occidentali sulle rive del Tigri &amp;egrave; il significativo miglioramento della sicurezza, frutto della nuova strategia messa in atto dal Pentagono e del progressivo rafforzamento dell&amp;rsquo;esecutivo guidato da Nouri al-Maliki. Tanto che Barack Obama ha potuto annunciare la &amp;ldquo;fine della guerra&amp;rdquo; e il ritiro delle forze americane entro l&amp;rsquo;agosto del prossimo anno. Gli insorti sono ancora attivi a Mosul e nella provincia di Diyala, i kamikaze continuano a mietere vittime, ma il numero degli attentati &amp;egrave; drasticamente diminuito.&amp;nbsp;Nella capitale si respira un&amp;rsquo;atmosfera diversa. I marines sono spariti dalle strade, ora controllate dalla polizia irachena. Molti posti di blocco sono stati rimossi e alcuni tratti dei muri di protezione intorno ai quartieri sunniti sono stati smantellati. Sulla Zona verde, da mesi, non piovono pi&amp;ugrave; razzi. I ristoranti e i negozi di Karrada street, stracolmi di elettrodomestici e di abbigliamento turco, non chiudono prima delle 10 di sera. Le rivendite di alcolici, e persino qualche locale notturno, hanno riaperto i battenti. E il venerd&amp;igrave;, dopo la preghiera, il lungofiume Abu Nawas si riempie di coppiette, di famiglie e di bambini che osservano divertiti il rinnoversi della tradizione del &amp;ldquo;masgouf&amp;rdquo;, la carpa del Tigri arrostita ai fuochi di legna.La presenza istituzionale italiana non &amp;egrave; venuta meno neppure negli anni pi&amp;ugrave; duri del conflitto. La Missione archeologica ha completato la riabilitazione del Museo nazionale, inaugurato il 23 febbraio. A Nassiriya il Provincial reconstruction team a guida italiana &amp;egrave; da tempo impegnato in programmi di formazione nel settore sanitario e dell&amp;rsquo;istruzione. E nella base di Camp Dublin, alla periferia di Baghdad, i 70 Carabinieri oggi al comando del generale Paolo Bosotti hanno gi&amp;agrave; addestrato, nell&amp;rsquo;ambito della Nato training mission, oltre 3 mila agenti della polizia irachena.Ora sono le imprese a farsi avanti. Le aziende italiane hanno gi&amp;agrave; firmato contratti del valore complessivo di 500 milioni di dollari per forniture al settore petrolifero e nei comparti degli acquedotti e dei macchinari per l&amp;rsquo;agricoltura. La Fincantieri ha varato il 28 gennaio il primo di quattro pattugliatori ordinati dalla Marina irachena. Altri accordi in via di definizione riguardano la realizzazione di complessi ospedalieri modulari da assemblare in loco. E il governo di Baghdad ha chiesto la collaborazione dell&amp;rsquo;industria italiana (si fanno i nomi di Astaldi, Snam Progetti, Saipem) in alcuni progetti di massima rilevanza strategica: la riabilitazione delle raffinerie e delle centrali elettriche e la costruzione del nuovo porto commerciale di Fao.Diciotto anni di embargo economico e di guerra hanno devastato le infrastrutture del paese. Le raffinerie producono a un terzo delle loro capacit&amp;agrave;; gli oleodotti sono stati sabotati dagli insorti e le pipeline sottomarine, corrose e obsolete, sono vicine al collasso; pi&amp;ugrave; della met&amp;agrave; della popolazione &amp;egrave; ancora senza elettricit&amp;agrave;, acqua potabile e assistenza sanitaria. Il porto di Fao, con annesso terminal petrolifero e vasche di stoccaggio per 18 milioni di barili di greggio, &amp;egrave; di decisiva importanza per lo sviluppo economico dell&amp;rsquo;Iraq. Insieme al ripristino delle due maggiori centrali elettriche: quella di Dora, a Baghdad, e l&amp;rsquo;impianto di Baiji, annesso alla grande raffineria a nord della capitale.Ma &amp;egrave; soprattutto l&amp;rsquo;immensa torta degli idrocarburi ad attirare le major del petrolio, Eni compresa. Messe alla porta nel 1972 da Saddam con un decreto di nazionalizzazione, tornano oggi alla carica per rientrare nel mercato iracheno. Che &amp;egrave;, potenzialmente, ancora pi&amp;ugrave; ricco dell&amp;rsquo;Arabia Saudita, con riserve stimate di greggio di oltre 332 miliardi di barili.I cinesi sono stati i primi ad approfittare dell&amp;rsquo;opportunit&amp;agrave; che il ministro del Petrolio Hussein Sharistani ha offerto alle compagnie straniere. In agosto la China National Petroleum e la Zhenhua Oil hanno firmato un contratto da 3 miliardi di dollari per lo sfruttamento dei pozzi di Ahdab, nel sudest dell&amp;rsquo;Iraq. Un altro accordo per la ricerca, lo sviluppo e la vendita di idrocarburi &amp;egrave; stato sottoscritto con la Turkish Petroleum. Exxon Mobil, Shell, Total, Chevron Amoco e BP sono in lizza per i vasti giacimenti di Rumaila, Kirkuk, Zubair, West Kurna, Bai Hassan e Maysan.&amp;nbsp;L&amp;rsquo;Italia &amp;egrave; in pole position, con la giapponese Nippon Oil e la spagnola Repsol, &amp;nbsp;per l&amp;rsquo;assegnazione dei giacimenti di Nassiriya: &amp;ldquo;E&amp;rsquo; una zona che conosciamo bene, dove abbiamo fatto studi geologici e ipotesi di sfruttamento: il potenziale &amp;egrave; di un milione di barili al giorno&amp;rdquo; ha affermato Scaroni alla Commissione Industria del Senato, mostrandosi fiducioso sull&amp;rsquo;esito della trattativa. A decidere sar&amp;agrave; il governo iracheno: con una trattativa privata, appunto, e senza gara d&amp;rsquo;appalto. Ed &amp;egrave; proprio questo l&amp;rsquo;aspetto pi&amp;ugrave; controverso, dal punto di vista giuridico, della vicenda.&amp;nbsp;La nuova legge sugli idrocarburi &amp;egrave; da mesi bloccata in parlamento per l&amp;rsquo;opposizione dei curdi, che rivendicano una maggiore indipendenza nello sfruttamento dei campi di Kirkuk: un contenzioso che ha spinto l&amp;rsquo;esecutivo di Baghdad a escludere da ogni negoziato le circa venti compagnie petrolifere che hanno siglato accordi con il governo autonomo del Kurdistan. Sharistani &amp;egrave; per&amp;ograve; deciso ad aumentare la produzione dagli attuali 2,4 milioni di barili a 6 milioni nei prossimi 10 anni. E per questo ha bisogno della tecnologia che solo le grandi compagnie occidentali possono procurare. In assenza di una chiara normativa il ministero del Petrolio si limita a negoziare con le compagnie straniere &amp;ldquo;contratti di servizio&amp;rdquo; che prevedono la fornitura di impianti e know how in cambio di quote di greggio: senza cio&amp;egrave; quella condivisione della produzione (i Production sharing agreements) che equivarrebbe, secondo molti deputati iracheni, a una svendita delle risorse nazionali.La storica diffidenza nei confronti delle &amp;ldquo;sette sorelle&amp;rdquo; si &amp;egrave; manifestata in novembre, quando la commissione Energia del parlamento di Baghdad ha bocciato una joint venture di 4 miliardi di dollari che avrebbe dato alla Shell una posizione di monopolio nel settore del gas: l&amp;rsquo;accordo, ancora in discussione, assegnerebbe alla compagnia anglo-olandese i diritti esclusivi sull&amp;rsquo;utilizzo di tutto il gas prodotto nella regione di Bassora.Difficolt&amp;agrave; e incertezze non sembrano per&amp;ograve; scoraggiare gli investitori italiani. E neppure il crollo del prezzo del greggio, che ha costretto il governo iracheno a rivedere il budget e a tagliare il 40 per cento dei fondi per la ricostruzione. La Drillmec, societ&amp;agrave; controllata del Gruppo Trevi, ha firmato un contratto garantito da una lettera di credito di 104,2 milioni di dollari per la fornitura di sei impianti di perforazione da consegnare entro il 2009. E la Edison, interessata ai progetti di riabilitazione del settore elettrico, &amp;egrave; anche in corsa per aggiudicarsi i giacimenti di gas di Akkas e Mansuriyah (al confine siriano e in Kurdistan), con una capacit&amp;agrave; di 4-5 miliardi di metri cubi di metano all&amp;rsquo;anno. &amp;ldquo;L&amp;rsquo;Iraq&amp;rdquo; afferma Umberto Quadrino, amministratore delegato del gruppo di Foro Buonaparte, &amp;ldquo;&amp;egrave; la nostra nuova frontiera&amp;rdquo;.&amp;nbsp;&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">War in Georgia: the aftermath, December 2008</title>
   <updated>2008T12Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-64-1.jpg" alt="#" /><p>Tbilisi, 22.12.2008Sui tetti delle case bombardate sono in agguato i cecchini. E una muraglia di sacchi di sabbia e di blocchi di cemento sbarra il passaggio: meno di 200 metri separano il check point georgiano dalla postazione russa su cui sventolano le bandiere di Mosca e dei secessionisti osseti. La nuova cortina di ferro passa qui, alla periferia di Tskhinvali, capoluogo dell&amp;rsquo;Ossezia del Sud. Da una parte il paese natale di Stalin, convertito dalla Rivoluzione delle rose del 2003 nel pi&amp;ugrave; fedele alleato di Washington sulle sponde del Mar Nero, che aspira a entrare nella Nato e nell&amp;rsquo;Unione europea. Dall&amp;rsquo;altra l&amp;rsquo;ex impero sovietico, deciso a mantenere anche con le armi la propria sfera d&amp;rsquo;influenza nel Caucaso.La tensione, in agosto, &amp;egrave; sfociata in un conflitto breve quanto devastante: alle provocazioni dei separatisti filo russi dell&amp;rsquo;Abkhazia e dell&amp;rsquo;Ossezia la Georgia ha reagito con un avventato e disastroso blitz militare. In cinque giorni le armate del Cremlino hanno sbaragliato le esigue e impreparate forze di Tbilisi attestandosi alle porte capitale, invasa da un fiume di 60 mila rifugiati.&amp;nbsp;Solo le pressioni europee e americane hanno convinto Mosca a ripiegare. Ma il presidente georgiano Mikheil Saakashvili, che di fronte al parlamento ha ammesso di avere attaccato l&amp;rsquo;Ossezia, ribadisce di avere agito per difendere la sicurezza e l&amp;rsquo;integrit&amp;agrave; territoriale della nazione: &amp;ldquo;E&amp;rsquo; stata una decisione difficile, ma non avevamo altra scelta. La Russia ammassava truppe alle nostre frontiere. I separatisti attaccavano i villaggi georgiani. I caccia del Cremlino sorvolavano il nostro territorio. Nessun governo occidentale lo avrebbe tollerato&amp;rdquo;.Laureato in legge a Kiev, studi alla Columbia di New York e alla George Washington University, carismatico e ardente nazionalista, &amp;ldquo;Misha&amp;rdquo; Saakashvili accusa Mosca di voler bloccare lo sviluppo della democrazia in Georgia: &amp;ldquo;Il nostro sistema politico e i nostri rapporti con l&amp;rsquo;Occidente sono di esempio per le altre repubbliche dell&amp;rsquo;ex Urss e rappresentano una minaccia per le ambizioni egemoniche del Cremlino&amp;rdquo;.Gran parte dell&amp;rsquo;opinione pubblica, orientata dalla propaganda dei mass media, rigidamente controllati, continua ad appoggiare il presidente. Ma i contraccolpi della disfatta di agosto cominciano a farsi sentire, sul piano economico e politico. La crescita del pil, complice la crisi finanziaria internazionale, &amp;egrave; prevista in forte calo: dal 12 al 3 per cento; il tasso di disoccupazione supera il 15 per cento; gli investimenti esteri hanno subito un brusco rallentamento, mentre almeno 4 miliardi di dollari dovranno essere spesi per riabilitare le infrastrutture.Gli avversari di Saakashvili rialzano la testa. L&amp;rsquo;ex premier Nino Burjanadze, protagonista con Misha della Rivoluzione delle rose, ha fondato un nuovo partito e chiede nuove elezioni: &amp;ldquo;La guerra poteva essere evitata&amp;rdquo; afferma. &amp;ldquo;In qualsiasi paese civile il responsabile di un simile disastro si sarebbe dimesso&amp;rdquo;. I leader degli altri movimenti di opposizione hanno sottoscritto un patto d&amp;rsquo;azione. E il giovane e brillante ambasciatore georgiano alle Nazioni Unite Irakli Alasania si &amp;egrave; dimesso dall&amp;rsquo;incarico per tornare in patria e sfidare il presidente. Che per&amp;ograve; si rifiuta di riaprire le urne. &amp;ldquo;Non siamo una repubblica delle banane&amp;rdquo; dice. &amp;ldquo;Non possiamo andare al voto ogni volta che l&amp;rsquo;opposizione lo pretende, sprecando il denaro pubblico che dobbiamo utilizzare per affrontare l&amp;rsquo;emergenza. La chiave della sopravvivenza della Georgia &amp;egrave; il successo della nostra economia e la sua integrazione nel sistema occidentale&amp;rdquo;.Tbilisi gode di ampie facilitazioni commerciali: non c&amp;rsquo;&amp;egrave; Iva sulle esportazioni, il 90 per cento dei beni &amp;egrave; esente da tasse sull&amp;rsquo;import e, dopo la recente visita del senatore John Kerry, il trattato di libero scambio gi&amp;agrave; in vigore con la Turchia e i paesi della Csi dovrebbe essere esteso anche agli Stati Uniti. Sono agevolazioni dettate dall&amp;rsquo;importanza strategica del piccolo paese caucasico. Dalla Georgia passano le pipeline che trasportano gli idrocarburi del Caspio alle coste del Mediterraneo: rotte alternative alla rete distributiva russa, come l&amp;rsquo;oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan e il gasdotto Baku-Tbilisi-Erzurum.La guerra ha congelato gli investimenti per il megaprogetto Nabucco, un gasdotto da 30 miliardi di metri cubi all&amp;rsquo;anno (&amp;ldquo;E&amp;rsquo; evidente&amp;rdquo; sostiene Saakashvili &amp;ldquo;che l&amp;rsquo;obiettivo del Cremlino &amp;egrave; controllare l&amp;rsquo;unico corridoio energetico non russo tra l&amp;rsquo;Europa e l&amp;rsquo;Asia centrale&amp;rdquo;). E ha compromesso le possibilit&amp;agrave; di un&amp;rsquo;intesa con Mosca sulle enclave secessioniste.Nei giorni scorsi il nono rimpasto di governo in cinque anni ha catapultato al ministero degli Esteri Grigol Vashadze, un diplomatico di carriera che ha anche la nazionalit&amp;agrave; russa, &amp;egrave; sposato con l&amp;rsquo;ex prima ballerina del Bolshoi Nino Ananiashvili e vanta solide amicizie a Mosca. &amp;ldquo;Chiediamo all&amp;rsquo;Ue e all&amp;rsquo;Italia&amp;rdquo; dice il nuovo ministro &amp;ldquo;di fare da ponte tra noi e la Russia per giungere a una soluzione pacifica della crisi&amp;rdquo;.&amp;nbsp;Finora, il solo canale aperto &amp;egrave; per&amp;ograve; quello ecclesiastico. Il capo della chiesa georgiana Ilia II&amp;deg;, in visita a Mosca per i funerali del patriarca russo Alessio II&amp;deg;, &amp;egrave; stato ricevuto dal presidente Medvedev. E il 19 dicembre il nunzio apostolico Claudio Gugerotti si &amp;egrave; recato in Abkhazia &amp;ndash; unico tra gli ambasciatori accreditati a Tbilisi &amp;ndash; per incontrare i dirigenti del governo secessionista. &amp;ldquo;Le posizioni restano rigide&amp;rdquo; spiega. &amp;ldquo;Stiamo lavorando per la ripresa del dialogo&amp;rdquo;.A Tbilisi, dove una strada &amp;egrave; dedicata a George Bush, si attendono progressi dopo l&amp;rsquo;insediamento di Barack Obama, &amp;ldquo;con il quale&amp;rdquo; assicura Saakashvili &amp;ldquo;abbiamo gi&amp;agrave; ottimi rapporti&amp;rdquo;. Intanto, sono gli osservatori dell&amp;rsquo;Ue al comando del capitano di fregata Lorenzo Tavella a controllare il rispetto del cessate il fuoco dal Mar Nero al check point fortificato del ponte di Rukhi, fino al &amp;ldquo;triangolo sporco&amp;rdquo; di Pakulani, oltre il fiume Inguri, nella terra di nessuno dove resiste la minoranza georgiana. In tutto una settantina di uomini disarmati, di cui 35 italiani. A loro &amp;egrave; affidato il compito di monitorare gli spostamenti dell&amp;rsquo;orso russo sul gelido confine dell&amp;rsquo;Abkhazia. &amp;nbsp;&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Fajigole, Ethiopia - October 2008</title>
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   <link href="http://www.giovanniporzio.it/gp/index.php?page=article&amp;id=63" rel="alternate" title="Earthquake M6.1 Indonesia Talaud Island" type="text/html"/>
   
   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-63-1.jpg" alt="#" /><p>Fa paura il viso di Kamar. Ha solo due anni ma ha le rughe di un vecchio, il ventre gonfio, la pelle cascante e i capelli scoloriti. Non piange, non si muove: guarda fisso nel vuoto. Gli infermieri dell&amp;rsquo;ambulatorio di Medici senza frontiere del villaggio di Fajigole, 300 chilometri a sud di Addis Abeba, nello stato di Oromya, dicono che Kamar &amp;egrave; affetto da marasma, lo stadio acuto della denutrizione. Forse riusciranno a salvarlo. Forse il suo fragile organismo non resister&amp;agrave; alla tubercolosi e alla malaria.La chiamano &amp;ldquo;fame verde&amp;rdquo;, perch&amp;eacute; la carestia flagella una regione fertile e lussureggiante, ricca di fiumi e di laghi. Eppure anche quest&amp;rsquo;anno milioni di contadini rischiano la vita. Le &amp;ldquo;piccole piogge&amp;rdquo; di primavera sono state scarse e gli insetti hanno divorato il mais. Per dare da mangiare ai dodici figli il padre di Kamar ha venduto le mucche e si &amp;egrave; indebitato con gli usurai del mercato. Poi, finite le scorte, ha cominciato a cuocere erbe dei campi e radici. Ora, accovacciato sull&amp;rsquo;uscio di una capanna di fango, scruta il cielo: le &amp;ldquo;grandi piogge&amp;rdquo; del chellema, il tempo delle tenebre, sono arrivate, ma ci vorranno mesi per avere un nuovo raccolto.La cronica insicurezza alimentare sembra incomprensibile in un paese che dal 1985, quando la carestia uccise quasi un milione di persone e il concerto Live Aid organizzato da Bob Geldof innesc&amp;ograve; un movimento di solidariet&amp;agrave; internazionale, &amp;egrave; tra i maggiori beneficiari al mondo di aiuti e assistenza umanitaria: in media 2 miliardi di dollari all&amp;rsquo;anno. Nel 2008 solo gli Stati Uniti, principale donatore, hanno erogato 800 milioni di dollari. La Banca Mondiale, che in luglio ha offerto 1,2 miliardi in sussidi finanziari, ne ha promessi altri due nel 2009. E le tremila Ong presenti in Etiopia hanno un budget complessivo di oltre un miliardo di dollari l&amp;rsquo;anno.La tragica realt&amp;agrave; &amp;egrave; che in Etiopia la povert&amp;agrave; &amp;egrave; un business: un&amp;rsquo;industria che cresce a ogni carestia e che coinvolge le istituzioni internazionali, i paesi donatori, le organizzazioni umanitarie e le amministrazioni locali. Gli aiuti sono una fonte di valuta pregiata per Addis Abeba, che applica un tariffario sui generi importati: il 5 per cento sulle zanzariere, il 33 per cento sui medicinali, il 51 per cento sui prodotti alimentari. Su un impianto per il controllo della potabilit&amp;agrave; dell&amp;rsquo;acqua che nell&amp;rsquo;Ue costa 2.440 euro, il prelievo &amp;egrave; di 1.800. E a fine missione le Ong devono lasciare al governo tutte le loro attrezzature, veicoli compresi.E&amp;rsquo; un meccanismo di dipendenza che si autoalimenta. Dal 1985 la popolazione &amp;egrave; raddoppiata e sfiora oggi gli 80 milioni, in gran parte contadini. E la produttivit&amp;agrave; agricola pro capite si &amp;egrave; ridotta di un terzo: 14 milioni di etiopici, il 18 per cento del totale, sopravvivono grazie agli aiuti internazionali. &amp;ldquo;Qui non ci sono industrie&amp;rdquo; dice padre Gianfranco Magalini, della parrocchia di Gighessa. &amp;ldquo;La terra &amp;egrave; parcellizzata, non ci sono canali irrigui e la densit&amp;agrave; antropica &amp;egrave; elevatissima. Gli attrezzi agricoli sono rudimentali, il raccolto del teff, il cereale con cui si impasta la &amp;lsquo;ngera, l&amp;rsquo;alimento base della dieta, &amp;egrave; alla merc&amp;egrave; delle piogge, sempre pi&amp;ugrave; rare, e gli agricoltori non sono abituati a prevedere il peggio: il lingua amarica i verbi non hanno il futuro&amp;rdquo;.&amp;nbsp;Dopo la carestia del 2003 il governo e i donatori hanno varato un piano di prevenzione e di assistenza, il Productive Safety Net, grazie al quale 7 milioni di contadini a rischio di malnutrizione ricevono denaro o cibo in cambio di lavoro nel settore pubblico. Ma questo non ha impedito il ripetersi delle emergenze, oggi amplificate dall&amp;rsquo;aumento dei costi del trasporto, dei fertilizzanti e delle derrate alimentari (secondo il World Food Programme in un anno il prezzo del mais &amp;egrave; cresciuto del 100 per cento e quello del frumento del 40 per cento). La maggior parte degli aiuti viene di conseguenza utilizzata per tamponare le crisi, utili ai produttori occidentali per disfarsi del surplus agricolo, a detrimento degli investimenti strutturali. I donatori spendono meno del 5 per cento del totale in progetti a lungo termine: degli 800 milioni di dollari elargiti da Washington, solo lo 0,7 per cento &amp;egrave; destinato al miglioramento del settore agricolo.Bashir, 28 anni e padre di 8 figli, vive in un kebele (comune) nei pressi di Shashamene, il centro del culto rastafariano. Sua moglie Zahra deve camminare tre ore per riempire al fiume una tanica di 25 litri d&amp;rsquo;acqua. &amp;ldquo;Per usare il pozzo dobbiamo pagare una tassa&amp;rdquo; spiega Bashir. &amp;ldquo;E non abbiamo silos per conservare il raccolto: dobbiamo svenderlo prima che marcisca ai commercianti del mercato. Gli stessi che poi ci prestano il denaro per i fertilizzanti a interessi astronomici&amp;rdquo;.Il circolo vizioso &amp;egrave; assecondato dalle contradditorie politiche del governo di Meles Zenawi, ex marxista parzialmente convertito alle leggi del mercato. L&amp;rsquo;Etiopia, che con un reddito medio pro capite di 160 dollari &amp;egrave; uno dei paesi pi&amp;ugrave; poveri del mondo, investe nell&amp;rsquo;agricoltura un ragguardevole 17 per cento del budget dello stato. Ma la mano pubblica resta pesante. Il governo controlla le principali industrie e, soprattutto, ha nazionalizzato nel 1995 la propriet&amp;agrave; terriera con deleterie conseguenze sulla produttivit&amp;agrave; e l&amp;rsquo;organizzazione delle campagne, dove gli investimenti sono orientati verso le pi&amp;ugrave; redditizie colture da esportazione.&amp;nbsp;Lungo la strada da Addis Abeba a Shashamene, accanto ai villaggi senza pozzi e senza luce, si sono moltiplicate le serre per la coltivazione industriale di rose (l&amp;rsquo;olandese Sher Holland, societ&amp;agrave; leader nel mondo per la produzione di fiori) e di fragole (Ilan Tot, controllata dall&amp;rsquo;imprenditore israeliano Ilan Eliyaho), che pompano l&amp;rsquo;acqua dei vicini laghi con potenti idrovore galleggianti.Il business degli aiuti muove enormi interessi economici. E almeno una parte del fiume di denaro si disperde nei rivoli della corruzione, nella speculazione edilizia, nel mastodontico apparato delle agenzie dell&amp;rsquo;Onu, nelle ville con piscina della nomenklatura. E nel sostanzioso bilancio delle forze armate, impegnate sul fronte interno in Ogaden e, con quasi 10 mila uomini, in Somalia.Il regime non tollera le critiche: i dissidenti finiscono in carcere, come la star del reggae etiopico Taddy Afro, arrestato lo scorso aprile. E ora nel mirino del governo sono entrate anche le Organizzazioni umanitarie. Una legge approvata dal parlamento proibisce alle Ong di occuparsi di diritti umani e di interferire negli affari interni dell&amp;rsquo;Etiopia.Il giro di vite interviene a un anno dall&amp;rsquo;espulsione del Comitato internazionale della Croce Rossa, accusata di fornire assistenza ai ribelli somali dell&amp;rsquo;Ogaden, e a sei mesi dalla pubblicazione di un rapporto che stigmatizza i metodi brutali dell&amp;rsquo;esercito (torture, esecuzioni sommarie, distruzione di villaggi) nell&amp;rsquo;insanguinata regione del sudest. Georgette Gagnon, responsabile per l&amp;rsquo;Africa di Human Rights Watch, ha denunciato la &amp;ldquo;congiura del silenzio&amp;rdquo; dei paesi donatori di fronte agli abusi dei militari che in Ogaden impediscono la distribuzione degli aiuti, confiscano il bestiame e limitano l&amp;rsquo;accesso ai pozzi.&amp;nbsp;In ottobre il ministro inglese per lo Sviluppo internazionale Douglas Alexander ha annunciato che Londra intende sospendere l&amp;rsquo;erogazione del contributo britannico ad Addis Abeba (200 milioni di dollari all&amp;rsquo;anno). Il vento, forse, sta cambiando. Da George Bush l&amp;rsquo;Etiopia ha ottenuto la patente di alleato strategico nella lotta al terrorismo islamico e milioni di dollari in forniture militari, sul cui utilizzo Washington ha preferito chiudere gli occhi. Barack Obama potrebbe decidere di aprirli.</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Ethiopia hunger, Oromiya, October 2008</title>
   <updated>2008T10Z</updated>
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    <name>emiliano</name>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-62-1.jpg" alt="#" /><p>Giovanni Porzio &amp;ndash; da Addis Abeba (10.11.08)Fa paura il viso di Kamar. Ha solo due anni ma ha le rughe di un vecchio, il ventre gonfio, la pelle cascante e i capelli scoloriti. Non piange, non si muove: guarda fisso nel vuoto. Gli infermieri dell&amp;rsquo;ambulatorio di Medici senza frontiere del villaggio di Fajigole, 300 chilometri a sud di Addis Abeba, nello stato di Oromya, dicono che Kamar &amp;egrave; affetto da marasma, lo stadio acuto della denutrizione. Forse riusciranno a salvarlo. Forse il suo fragile organismo non resister&amp;agrave; alla tubercolosi e alla malaria.La chiamano &amp;ldquo;fame verde&amp;rdquo;, perch&amp;eacute; la carestia flagella una regione fertile e lussureggiante, ricca di fiumi e di laghi. Eppure anche quest&amp;rsquo;anno milioni di contadini rischiano la vita. Le &amp;ldquo;piccole piogge&amp;rdquo; di primavera sono state scarse e gli insetti hanno divorato il mais. Per dare da mangiare ai dodici figli il padre di Kamar ha venduto le mucche e si &amp;egrave; indebitato con gli usurai del mercato. Poi, finite le scorte, ha cominciato a cuocere erbe dei campi e radici. Ora, accovacciato sull&amp;rsquo;uscio di una capanna di fango, scruta il cielo: le &amp;ldquo;grandi piogge&amp;rdquo; del chellema, il tempo delle tenebre, sono arrivate, ma ci vorranno mesi per avere un nuovo raccolto.La cronica insicurezza alimentare sembra incomprensibile in un paese che dal 1985, quando la carestia uccise quasi un milione di persone e il concerto Live Aid organizzato da Bob Geldof innesc&amp;ograve; un movimento di solidariet&amp;agrave; internazionale, &amp;egrave; tra i maggiori beneficiari al mondo di aiuti e assistenza umanitaria: in media 2 miliardi di dollari all&amp;rsquo;anno. Nel 2008 solo gli Stati Uniti, principale donatore, hanno erogato 800 milioni di dollari. La Banca Mondiale, che in luglio ha offerto 1,2 miliardi in sussidi finanziari, ne ha promessi altri due nel 2009. E le tremila Ong presenti in Etiopia hanno un budget complessivo di oltre un miliardo di dollari l&amp;rsquo;anno.La tragica realt&amp;agrave; &amp;egrave; che in Etiopia la povert&amp;agrave; &amp;egrave; un business: un&amp;rsquo;industria che cresce a ogni carestia e che coinvolge le istituzioni internazionali, i paesi donatori, le organizzazioni umanitarie e le amministrazioni locali. Gli aiuti sono una fonte di valuta pregiata per Addis Abeba, che applica un tariffario sui generi importati: il 5 per cento sulle zanzariere, il 33 per cento sui medicinali, il 51 per cento sui prodotti alimentari. Su un impianto per il controllo della potabilit&amp;agrave; dell&amp;rsquo;acqua che nell&amp;rsquo;Ue costa 2.440 euro, il prelievo &amp;egrave; di 1.800. E a fine missione le Ong devono lasciare al governo tutte le loro attrezzature, veicoli compresi.E&amp;rsquo; un meccanismo di dipendenza che si autoalimenta. Dal 1985 la popolazione &amp;egrave; raddoppiata e sfiora oggi gli 80 milioni, in gran parte contadini. E la produttivit&amp;agrave; agricola pro capite si &amp;egrave; ridotta di un terzo: 14 milioni di etiopici, il 18 per cento del totale, sopravvivono grazie agli aiuti internazionali. &amp;ldquo;Qui non ci sono industrie&amp;rdquo; dice padre Gianfranco Magalini, della parrocchia di Gighessa. &amp;ldquo;La terra &amp;egrave; parcellizzata, non ci sono canali irrigui e la densit&amp;agrave; antropica &amp;egrave; elevatissima. Gli attrezzi agricoli sono rudimentali, il raccolto del teff, il cereale con cui si impasta la &amp;lsquo;ngera, l&amp;rsquo;alimento base della dieta, &amp;egrave; alla merc&amp;egrave; delle piogge, sempre pi&amp;ugrave; rare, e gli agricoltori non sono abituati a prevedere il peggio: il lingua amarica i verbi non hanno il futuro&amp;rdquo;.&amp;nbsp;Dopo la carestia del 2003 il governo e i donatori hanno varato un piano di prevenzione e di assistenza, il Productive Safety Net, grazie al quale 7 milioni di contadini a rischio di malnutrizione ricevono denaro o cibo in cambio di lavoro nel settore pubblico. Ma questo non ha impedito il ripetersi delle emergenze, oggi amplificate dall&amp;rsquo;aumento dei costi del trasporto, dei fertilizzanti e delle derrate alimentari (secondo il World Food Programme in un anno il prezzo del mais &amp;egrave; cresciuto del 100 per cento e quello del frumento del 40 per cento). La maggior parte degli aiuti viene di conseguenza utilizzata per tamponare le crisi, utili ai produttori occidentali per disfarsi del surplus agricolo, a detrimento degli investimenti strutturali. I donatori spendono meno del 5 per cento del totale in progetti a lungo termine: degli 800 milioni di dollari elargiti da Washington, solo lo 0,7 per cento &amp;egrave; destinato al miglioramento del settore agricolo.Bashir, 28 anni e padre di 8 figli, vive in un kebele (comune) nei pressi di Shashamene, il centro del culto rastafariano. Sua moglie Zahra deve camminare tre ore per riempire al fiume una tanica di 25 litri d&amp;rsquo;acqua. &amp;ldquo;Per usare il pozzo dobbiamo pagare una tassa&amp;rdquo; spiega Bashir. &amp;ldquo;E non abbiamo silos per conservare il raccolto: dobbiamo svenderlo prima che marcisca ai commercianti del mercato. Gli stessi che poi ci prestano il denaro per i fertilizzanti a interessi astronomici&amp;rdquo;.Il circolo vizioso &amp;egrave; assecondato dalle contradditorie politiche del governo di Meles Zenawi, ex marxista parzialmente convertito alle leggi del mercato. L&amp;rsquo;Etiopia, che con un reddito medio pro capite di 160 dollari &amp;egrave; uno dei paesi pi&amp;ugrave; poveri del mondo, investe nell&amp;rsquo;agricoltura un ragguardevole 17 per cento del budget dello stato. Ma la mano pubblica resta pesante. Il governo controlla le principali industrie e, soprattutto, ha nazionalizzato nel 1995 la propriet&amp;agrave; terriera con deleterie conseguenze sulla produttivit&amp;agrave; e l&amp;rsquo;organizzazione delle campagne, dove gli investimenti sono orientati verso le pi&amp;ugrave; redditizie colture da esportazione.&amp;nbsp;Lungo la strada da Addis Abeba a Shashamene, accanto ai villaggi senza pozzi e senza luce, si sono moltiplicate le serre per la coltivazione industriale di rose (l&amp;rsquo;olandese Sher Holland, societ&amp;agrave; leader nel mondo per la produzione di fiori) e di fragole (Ilan Tot, controllata dall&amp;rsquo;imprenditore israeliano Ilan Eliyaho), che pompano l&amp;rsquo;acqua dei vicini laghi con potenti idrovore galleggianti.Il business degli aiuti muove enormi interessi economici. E almeno una parte del fiume di denaro si disperde nei rivoli della corruzione, nella speculazione edilizia, nel mastodontico apparato delle agenzie dell&amp;rsquo;Onu, nelle ville con piscina della nomenklatura. E nel sostanzioso bilancio delle forze armate, impegnate sul fronte interno in Ogaden e, con quasi 10 mila uomini, in Somalia.Il regime non tollera le critiche: i dissidenti finiscono in carcere, come la star del reggae etiopico Taddy Afro, arrestato lo scorso aprile. E ora nel mirino del governo sono entrate anche le Organizzazioni umanitarie. Una legge approvata dal parlamento proibisce alle Ong di occuparsi di diritti umani e di interferire negli affari interni dell&amp;rsquo;Etiopia.Il giro di vite interviene a un anno dall&amp;rsquo;espulsione del Comitato internazionale della Croce Rossa, accusata di fornire assistenza ai ribelli somali dell&amp;rsquo;Ogaden, e a sei mesi dalla pubblicazione di un rapporto che stigmatizza i metodi brutali dell&amp;rsquo;esercito (torture, esecuzioni sommarie, distruzione di villaggi) nell&amp;rsquo;insanguinata regione del sudest. Georgette Gagnon, responsabile per l&amp;rsquo;Africa di Human Rights Watch, ha denunciato la &amp;ldquo;congiura del silenzio&amp;rdquo; dei paesi donatori di fronte agli abusi dei militari che in Ogaden impediscono la distribuzione degli aiuti, confiscano il bestiame e limitano l&amp;rsquo;accesso ai pozzi.&amp;nbsp;In ottobre il ministro inglese per lo Sviluppo internazionale Douglas Alexander ha annunciato che Londra intende sospendere l&amp;rsquo;erogazione del contributo britannico ad Addis Abeba (200 milioni di dollari all&amp;rsquo;anno). Il vento, forse, sta cambiando. Da George Bush l&amp;rsquo;Etiopia ha ottenuto la patente di alleato strategico nella lotta al terrorismo islamico e milioni di dollari in forniture militari, sul cui utilizzo Washington ha preferito chiudere gli occhi. Barack Obama potrebbe decidere di aprirli.</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Gaza, life and death in the Rafah tunnels, October 2008</title>
   <updated>2008T10Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-61-1.jpg" alt="#" /><p>Ci si cala nel buco imbragati da funi che scorrono su una carrucola azionata da un motore a scoppio: venti, trenta metri di discesa a piombo nel buio claustrofobico di un pozzo cieco, che termina dove la sabbia si rapprende in uno strato di argilla. E&amp;rsquo; la bocca del tunnel. Walid, uno degli scavatori, mi fa segno di seguirlo nello stretto budello sotterraneo: un metro per 70 centimetri e un chilometro da strisciare carponi per rivedere il cielo in Egitto, dall&amp;rsquo;altra parte del confine di Gaza.&amp;nbsp;L&amp;rsquo;aria umida sa di fango e di muffa. Si respira a fatica: il tubo di ventilazione, collegato a un compressore in superficie, eroga appena il necessario per non soffocare. &amp;ldquo;Ci si abitua a tutto&amp;rdquo; scherza Walid, che ha solo 19 anni. &amp;ldquo;Anche a vivere come le talpe. Anche alla paura dei crolli. Anche al rischio di finire sepolti vivi&amp;rdquo;. Le lampadine appese ai fili del rudimentale impianto elettrico emanano una fioca luce gialla: quanto basta per illuminare i telefoni della linea terrestre indispensabili per comunicare con l&amp;rsquo;esterno.&amp;nbsp;Gli otto &amp;ldquo;shabab&amp;rdquo; della squadra di Walid hanno sudato quattro mesi per scavare la galleria, inaugurata in marzo. Ma ne &amp;egrave; valsa la pena. Gli &amp;ldquo;anfaq&amp;rdquo;, i tunnel, sono una miniera d&amp;rsquo;oro: il contrabbando, l&amp;rsquo;unica fiorente industria della Striscia di Gaza, genera enormi profitti e offre la sola opportunit&amp;agrave; d&amp;rsquo;impiego ai giovani della citt&amp;agrave; frontaliera di Rafah.Il Philadelphia Corridor, i 12 chilometri che corrono lungo il confine, sono un termitaio in perpetuo fermento. Le torri d&amp;rsquo;osservazione, la barriera metallica e i muri di cemento costruiti dai militari israeliani sono stati smantellati. E ovunque, tra le macerie degli edifici rasi al suolo dai bulldozer di Tel Aviv, in piena vista o al riparo di recinti di plastica e lamiera, un esercito di minatori &amp;egrave; al lavoro, armato di pale, picconi, secchi, carrelli. I tunnel sono pi&amp;ugrave; di seicento. E danno da vivere ad almeno seimila famiglie palestinesi.Le prime gallerie clandestine, scavate nei cortili e nelle cantine delle case, risalgono al 1982, quando la met&amp;agrave; meridionale di Rafah fu restituita dagli israeliani all&amp;rsquo;Egitto insieme alla penisola del Sinai e la citt&amp;agrave;, con la sua popolazione, si trov&amp;ograve; spaccata in due. &amp;ldquo;Trasportavamo soprattutto oro, valuta e sigarette&amp;rdquo; racconta Abu Ibrahim, uno dei boss del mercato nero. &amp;ldquo;Poi, durante la seconda intifada, &amp;egrave; cresciuta la domanda di armi&amp;rdquo;. Attraverso i tunnel i servizi di sicurezza palestinesi e Hamas si sono riforniti di Kalashnikov, lanciarazzi, esplosivo, mine anticarro, granate, munizioni. E a nulla &amp;egrave; servita la demolizione da parte di Tsahal di centinaia di abitazioni lungo la frontiera. Il contrabbando si &amp;egrave; intensificato dopo l&amp;rsquo;evacuazione israeliana del Philadelphia Corridor nell&amp;rsquo;estate del 2005 e ha subito un&amp;rsquo;ulteriore accelerazione con l&amp;rsquo;embargo imposto alla Striscia di Gaza dopo il &amp;ldquo;golpe&amp;rdquo; di Hamas del giugno 2007.La chiusura dei valichi con lo stato ebraico ha paralizzato il commercio, congelato il 95 per cento delle attivit&amp;agrave; economiche, quadruplicato il costo della vita e gettato nella disoccupazione 70 mila operai e 40 mila agricoltori. Per il milione e mezzo di abitanti delle Striscia i tunnel sono diventati l&amp;rsquo;unico legame con il resto del mondo, la vena giugulare che ne garantisce la sopravvivenza. Passa di tutto: farina e carburante, pneumatici e olio di semi, droga e detersivi, computer e fertilizzanti, telefonini e motociclette, scarpe e confezioni di Viagra. &amp;ldquo;I medicinali arrivano in contenitori refrigerati&amp;rdquo; spiega Abu Ibrahim. &amp;ldquo;Alcuni tunnel sono attrezzati con pipeline per pompare benzina e gasolio, altri sono stati allargati per far transitare mucche e altri animali. Siamo alla vigilia dell&amp;rsquo;Aid al-Adha, la festa del montone, e ci aspettiamo grossi ordinativi: un agnello che in Egitto costa 100 euro qui ne vale 500&amp;rdquo;.Nei mesi scorsi sono sbucate dal sottosuolo anche quattro signore russe, decise a ricongiungersi con i mariti palestinesi conosciuti anni addietro all&amp;rsquo;universit&amp;agrave; di Mosca. E due giovani leonesse, debitamente narcotizzate, che ora sonnecchiano in una gabbia dello zoo di Rafah, accanto a linci, struzzi, gazzelle, scimmie e serpenti: &amp;ldquo;Tutti&amp;rdquo; assicura il gestore, Ashraf Abu Husun, &amp;ldquo;acquistati in Egitto&amp;rdquo;.Abu Mohammed, 40 anni, &amp;egrave; il supervisore di una galleria. &amp;ldquo;Ci sono due tipi di tunnel&amp;rdquo; dice. &amp;ldquo;Quelli commerciali e quelli, rigidamente sorvegliati, delle fazioni armate, Hamas, Jihad islamica e Comitati di resistenza popolare, da cui transitano armi e munizioni&amp;rdquo;. Dal giugno 2007, secondo l&amp;rsquo;intelligence israeliana, sarebbero entrati a Gaza 10 milioni di proiettili, 175 tonnellate di esplosivo, missili di fabbricazione iraniana e persino istruttori per i campi di addestramento militare di Hamas. I margini di profitto sono esorbitanti. Un Kalashnikov comprato a 150 euro dai beduini del Sinai viene rivenduto a 900. Un cartone di 500 pacchetti di sigarette vale 500 euro in Egitto e 1.500 a Gaza.&amp;nbsp;Le dispute commerciali e le frequenti diatribe sul tracciato delle gallerie, che spesso si incrociano a diversi livelli di profondit&amp;agrave;, sono demandate a tre &amp;ldquo;mukhtar&amp;rdquo;, anziani e rispettati pionieri del business negli anni Ottanta. Ma ad arricchirsi sono le &amp;ldquo;teste di serpente&amp;rdquo;: i titolari dei tunnel in societ&amp;agrave; con i proprietari del terreno, che hanno investito 20-30 mila euro per scavare la galleria e che in media incassano non meno di duemila euro a giornata. Un gradino al di sotto ci sono i supervisori come Abu Mohammed, che organizzano il traffico, pagano gli scavatori (12 euro ogni metro di avanzamento), prendono gli ordinativi, smistano la merce. Sullo scalino pi&amp;ugrave; basso, pagati a cottimo, ci sono i manovali che si occupano della manutenzione e i contrabbandieri che fanno la spola sotterranea con l&amp;rsquo;Egitto.&amp;nbsp;Come Abdul, 17 anni, assunto da un mese, che vive accampato in una tenda. &amp;ldquo;Quando arriva un carico&amp;rdquo; racconta &amp;ldquo;sto sotto anche tre giorni, senza mai uscire. In 48 ore riusciamo a trasportare 300 sacchi da 50 chili: circa 15 tonnellate. Utilizziamo delle slitte: bidoni di plastica tagliati, agganciati a un cavo d&amp;rsquo;acciaio e trainati da verricelli a motore. Quanto guadagno? Se va bene, una quindicina di euro al giorno&amp;rdquo;.Nessuno &amp;egrave; intenzionato a chiudere i tunnel. Hamas non &amp;egrave; implicata direttamente nel contrabbando commerciale. Ma ne trae cospicui benefici fiscali: tra imposte sul valore aggiunto per ogni tonnellata importata, tasse di esercizio per i proprietari dei tunnel, gabelle sulla benzina e assicurazioni obbligatorie sulla distribuzione dei carburanti, l&amp;rsquo;utile netto quotidiano del movimento islamico &amp;egrave; stimato in oltre settemila euro. Israele non interviene: i traffici illeciti servono da pretesto per non incrementare il transito delle merci dirette a Gaza dai valichi ufficiali. E l&amp;rsquo;Egitto, che pure ha sottoscritto con Stati Uniti e Israele un impegno a controllare il confine e ha ricevuto da Washington 200 milioni di dollari per la lotta al contrabbando, preferisce non guardare: ogni tanto, su pressione americana, le guardie di frontiera fanno saltare con la dinamite la bocca di una galleria, la allagano o la inondano di gas. Ma &amp;egrave; uno show per le telecamere. Il Cairo &amp;egrave; fin troppo consapevole che senza la valvola di sfogo economica e sociale del mercato nero migliaia di palestinesi affamati si riverserebbero in Egitto.Uscendo dal tunnel vedo allontanarsi nella polvere un&amp;rsquo;ambulanza della Mezzaluna Rossa. Non ho sentito l&amp;rsquo;esplosione che ha ucciso Khalil, 18 anni, quarto dei 12 figli disoccupati di Aid Tabasi, contadino di Khan Younis. La corsa all&amp;rsquo;ospedale &amp;egrave; inutile. Poche ore dopo Khalil, avvolto in un sudario bianco, il viso devastato dal fuoco, &amp;egrave; disteso sul nudo pavimento di un&amp;rsquo;abitazione del quartiere di Batn as-Samin. Una misera casa di blocchi di cemento, con una porta di ferro, il tetto sormontato da un&amp;rsquo;antenna arrugginita e da un bidone di plastica per l&amp;rsquo;acqua, i fili della luce rubati a un palo sulla strada. Una casa di due stanze separate da una tenda, piena di dolore e di pianti di donne.&amp;nbsp;&amp;ldquo;La galleria era satura di gas&amp;rdquo; racconta Salman, uno dei sopravvissuti. &amp;ldquo;Una fuga da una delle bombole che stavamo trasportando. Sono riuscito a chiuderla e a trascinarla per un centinaio di metri. Poi una scintilla, un boato, una fiammata. Abbiamo gettato acqua e sabbia, ma Khalil &amp;egrave; rimasto intrappolato. L&amp;agrave; sotto &amp;egrave; un inferno. Ci scaviamo la fossa con le nostre mani. Ogni giorno ci sono incidenti: ogni due o tre giorni un morto. Eppure dovr&amp;ograve; tornarci. Non ho alternative. Nessuno di noi scenderebbe in quelle maledette caverne se ci fosse un altro lavoro&amp;rdquo;.Anche Khalil voleva una vita diversa. Aveva finito le scuole superiori e sognava l&amp;rsquo;universit&amp;agrave;. &amp;ldquo;Andava nei tunnel per pagarsi gli studi e aiutare la famiglia&amp;rdquo; dice suo padre, con la voce spezzata. &amp;ldquo;Ma siamo a Gaza. E qui la vita vale meno di niente&amp;rdquo;.</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Gaza, life in the graveyard, October 2008</title>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Sessou Ngouesso, Pointe Noire - may 2008</title>
   <updated>2008T08Z</updated>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Offshore, Congo - may 2008</title>
   <updated>2008T08Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-58-1.jpg" alt="#" /><p>Giovanni Porzio &amp;ndash; da Port Harcourt (25.05.08)L&amp;rsquo;elicottero sorvola la distesa grigia del Golfo di Guinea, una selva di pozzi e di torri d&amp;rsquo;acciaio che dalla Nigeria all&amp;rsquo;Angola sondano senza sosta uno dei pi&amp;ugrave; ricchi ed estesi giacimenti petroliferi del pianeta. E&amp;rsquo; un ambiente ostile e desolato. Torrenziali rovesci di pioggia si alternano a roventi sprazzi di sole, su un oceano dove la spessa e uniforme coltre di umidit&amp;agrave; &amp;egrave; interrotta dai bagliori rossastri delle fiaccole del gas.Atterriamo sulla piattaforma DP1-PP del campo di Loango, 70 chilometri al largo di Pointe Noire, una delle 18 gestite dall&amp;rsquo;Eni in Congo. &amp;ldquo;Qui vivono 80 tecnici&amp;rdquo; spiega il direttore delle operazioni offshore Roberto Bevilacqua. &amp;ldquo;In totale abbiamo in mare 500 uomini che da 200 pozzi estraggono 60 mila barili al giorno di greggio&amp;rdquo;. Non &amp;egrave; un lavoro per tutti. Turni di 12 ore. Lunghe settimane lontano da casa. Rigide norme di sicurezza. Isolamento. Spazi esigui. E ovunque pericoli in agguato: cavi ad alta tensione, tubazioni sospese contenenti idrocarburi infiammabili. E la costante presenza di idrogeno solforato, altamente tossico, che riempie l&amp;rsquo;aria di un odore acre e nauseabondo. Allarmi e sistemi antincendio sono continuamente monitorati, le scialuppe di salvateggio sono pronte all&amp;rsquo;evacuazione e il personale deve attenersi alle procedure: maschere antigas a tracolla, elmetto, calzature rinforzate, niente sigarette, niente telefoni cellulari.Ci vuole fegato per sopportare condizioni di vita cos&amp;igrave; estreme. Ci vogliono forza d&amp;rsquo;animo e spirito di adattamento per resistere su un traliccio ai confini del mondo, dove l&amp;rsquo;unica via di fuga &amp;egrave; l&amp;rsquo;elicottero o la lancia di soccorso. Ma non sono gli elevati salari a calamitare gli uomini (e pi&amp;ugrave; raramente le donne) sulle piattaforme. E nemmeno le prospettive di carriera rese pi&amp;ugrave; certe dalla corsa al rialzo del greggio, lanciato verso il picco dei 150 dollari il barile. E&amp;rsquo; piuttosto la consapevolezza di appartenere alla compagine degli ultimi esploratori della nostra epoca: una razza nomade e indurita, una legione straniera di tecnici italiani, russi, cinesi, norvegesi, indiani, africani, americani, impegnata giorno e notte a pompare la linfa che alimenta le nostre industrie, le nostre auto, le nostre case.Veterani come Miro Oggioni, bergamasco, responsabile delle squadre notturne della Saipem, che ha passato 32 dei suoi 56 anni tra la Libia, la Nigeria e i campi petroliferi iracheni di Bassora e di Kirkuk. &amp;ldquo;Mi piace lavorare in piattaforma&amp;rdquo; dice. &amp;ldquo;Lo so, &amp;egrave; pericoloso: per noi che facciamo i pozzi e li mettiamo in marcia c&amp;rsquo;&amp;egrave; il rischio delle fughe di gas e delle esplosioni. E poi: la fatica della movimentazione dei pesi, i turni massacranti anche sotto il diluvio. Non valgono i 4 mila euro del mio stipendio. Ma non potrei mai stare in un ufficio al chiuso&amp;rdquo;.Anche Leandro Gandolfi, 55 anni, di Motta Baluffi, responsabile operativo del campo di Loango, si &amp;egrave; fatto le ossa nel deserto libico e nella foresta nigeriana. E&amp;rsquo; lui a raccontarmi il viaggio del petrolio dai giacimenti sottomarini al terminal di Pointe Noire: la piattaforma DP1-PP &amp;egrave; attiva dal 1977, i suoi generatori producono l&amp;rsquo;energia che alimenta le pompe sommerse, i suoi impianti di trattamento separano il greggio dai liquidi e dai gas (bruciati in torcia) e lo immettono nella pipeline. Il rumore &amp;egrave; assordante. Gli operai sembrano alpinisti: si arrampicano su per ripide scalette e pareti di tubi, tra grovigli di cavi, valvole e manometri. &amp;ldquo;Quando c&amp;rsquo;&amp;egrave; cattivo tempo&amp;rdquo; urla Gandolfi nel frastuono &amp;ldquo;dobbiamo calarci nelle lance di appoggio con una cestello assicurato a un paranco&amp;rdquo;.Nella sala comandi i computer sono collegati ai sensori che controllano la pressione dei pozzi e il flusso nei condotti. Gli incidenti sono rari. &amp;ldquo;Il problema maggiore qui &amp;egrave; la malaria&amp;rdquo; conferma Annisett Mavungu, medico di bordo, congolese laureato all&amp;rsquo;Avana. L&amp;rsquo;equipaggio &amp;egrave; in buona salute. Il container con i viveri arriva ogni settimana e tra pranzi e spuntini si mangia cinque volte al giorno. Il pesce fresco, barattato con uova, pasta e con il pane sfornato sulla piattaforma, lo forniscono i pescatori dalle piroghe. Ma niente vino: tutte le installazioni sono rigorosamente &amp;ldquo;dry&amp;rdquo;. E pochi svaghi: la tv, il ping pong, le telefonate a casa. Si arriva stanchi alla fine del turno, e si va in branda.Ai tavoli della mensa il cambusiere croato, Branko Stoiacovic, racconta del suo ristorante a Novigrad, lasciato durante la guerra nei Balcani. Divorziato, ha un figlio di 15 anni che vede quando sbarca, ogni 10 settimane. &amp;ldquo;Mi manca molto&amp;rdquo; dice. Sono rare le famiglie degli &amp;ldquo;oilmen&amp;rdquo; che restano in piedi: divorzi, separazioni, doppie vite sono l&amp;rsquo;amaro risvolto delle lunghe assenze e di una vita randagia. &amp;ldquo;Ogni telefonata a casa&amp;rdquo; dice Simone Navetto, perito chimico di Orvieto, due figli di 7 e un anno, &amp;ldquo;&amp;egrave; una coltellata al cuore&amp;rdquo;. Nelle acque nigeriane le coltellate non sono metaforiche. I gruppi armati come il Mend (Movimento per l&amp;rsquo;emancipazione del delta del Niger) e le bande al soldo delle mafie locali hanno dichiarato guerra alle compagnie petrolifere. Dall&amp;rsquo;inizio del 2007 184 espatriati (6 italiani) sono stati presi in ostaggio, 11 hanno perso la vita e 6 sono ancora nelle mani dei ribelli; 82 militari nigeriani sono morti negli scontri. In maggio, nel corso di una nuova offensiva denominata &amp;ldquo;Operazione Ciclone&amp;rdquo;, i &amp;ldquo;boys&amp;rdquo; hanno abbordato tre navi e fatto saltare tre stazioni di pompaggio e quattro pipeline dell&amp;rsquo;Agip e della Shell: la guerriglia &amp;egrave; riuscita a bloccare il 20 per cento delle esportazioni, con immediate ripercussioni sul prezzo del greggio.Le piattaforme sono difese da motovedette e dalle forze speciali. Al largo incrociano le unit&amp;agrave; della Marina americana. Ma i ribelli si dileguano a bordo di veloci imbarcazioni nei meandri dello sterminato delta dove gli oyibo, i bianchi, non osano avventurarsi: un labirinto di mangrovie, isole, canali e acquitrini in cui ristagnano le chiazze oleose degli &amp;ldquo;spills&amp;rdquo; di petrolio. E dove aleggiano i miasmi dei gas combusti: 20 miliardi di metri cubi all&amp;rsquo;anno, un settimo del totale mondiale, responsabili delle piogge acide e dell&amp;rsquo;effetto serra. &amp;ldquo;La gente vive con un dollaro al giorno mentre le multinazionali guadagano miliardi con il nostro petrolio e distruggono l&amp;rsquo;ambiente&amp;rdquo; dice il leader del Mend Jomo Gbomo. &amp;ldquo;Dobbiamo fermarle&amp;rdquo;.&amp;nbsp;&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Rosia Montana gold mine, Romania - june 2008</title>
   <updated>2008T08Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-57-1.jpg" alt="#" /><p>Giovanni Porzio &amp;ndash; da Rosia Montana (01.07.08)I giochi si protrassero per 123 giorni consecutivi: davanti a 350 mila spettatori si esibirono diecimila gladiatori e undicimila fiere. L&amp;rsquo;imperatore Traiano, in quell&amp;rsquo;estate del 106 dopo Cristo, celebrava a Roma la conquista dei territori dei Daci a nord del Danubio, l&amp;rsquo;odierna Transilvania. E pagava i festeggiamenti con l&amp;rsquo;oro estratto dai giacimenti di Alburnus Maior, i pi&amp;ugrave; vasti e ricchi d&amp;rsquo;Europa.Passano quasi duemila anni. Il villaggio &amp;egrave; stato ribattezzato Rosia Montana, &amp;ldquo;ruscello rosso&amp;rdquo;, per il colore dei metalli disciolti nei torrenti della valle. Nel caotico dopo Ceausescu la miniera finisce nel mirino della Gabriel Resources, societ&amp;agrave; creata da Frank Timis, finanziere romeno emigrato in Australia (dove &amp;egrave; stato condannato per possesso di eroina), deciso a sfruttare le riserve aurifere che venti secoli di ininterrotti scavi non hanno esaurito. Ottiene la concessione, entra in joint venture con il governo di Bucarest e nel 1997 d&amp;agrave; il via alle esplorazioni. Ma non ha fatto i conti con Stephanie Roth.Svizzera, ambientalista d&amp;rsquo;assalto, inviata di The Ecologist, il prestigioso mensile fondato da Teddy Goldsmith, Roth arriva in Romania nel 2001 e riesce a bloccare la costruzione di un hollywoodiano parco a tema su Dracula vicino alla cittadina medievale di Sighisoara. Informata dei piani della Gabriel, decide di lanciare una &amp;ldquo;campagna per salvare Rosia Montana&amp;rdquo; insieme a un gruppo di residenti del villaggio riuniti nell&amp;rsquo;associazione Alburnus Maior.E&amp;rsquo; l&amp;rsquo;inizio di una battaglia legale dagli esiti incerti: una lotta tra Davide e Golia che nel 2006 ha fruttato alla Roth il Goldman Prize, il Nobel dell&amp;rsquo;ecologia, e che ha mobilitato la societ&amp;agrave; civile nel pi&amp;ugrave; esteso e combattivo movimento di protesta in Europa. La campagna &amp;egrave; sostenuta da Greenpeace e da oltre 300 associazioni ambientaliste, dai governi olandese e ungherese, dalla chiesa ortodossa e da quella cattolica, dalla Open Society Foundation di George Soros e da personalit&amp;agrave; di spicco come l&amp;rsquo;attrice inglese Vanessa Redgrave. Il governo di Bucarest sta facendo marcia indietro. Frank Timis ha gettato la spugna e ha venduto le sue azioni nella Gabriel (la maggioranza della societ&amp;agrave;, quotata alla Borsa di Toronto, &amp;egrave; oggi controllata dal colosso minerario Newmont). I tribunali, sentenza dopo sentenza, danno ragione agli ecologisti. Ma la Gabriel non &amp;egrave; disposta a cedere. &amp;ldquo;Abbiamo gi&amp;agrave; speso 300 milioni di dollari&amp;rdquo; spiega il responsabile della comunicazione Catalin Hosu &amp;ldquo;e non ci fermeremo. Abbiamo le carte in regola. Investiremo 1,2 miliardi di dollari e prevediamo un ritorno economico di almeno il doppio. Lo stato romeno incasser&amp;agrave; 3,5 miliardi di dollari. Il nostro progetto si avvale delle tecnologie pi&amp;ugrave; avanzate e sicure dal punto di vista ambientale. Daremo lavoro a 1.200 operai nella fase di costruzione e a 600 durante i 14 anni della successiva fase estrattiva. Abbiamo un budget di 25 milioni di dollari per la conservazione del patrimonio storico e culturale&amp;rdquo;.Il villaggio &amp;egrave; semivuoto. Nell&amp;rsquo;unico caff&amp;egrave; siedono due vecchi dall&amp;rsquo;aria assonnata. Del Casin&amp;ograve; edificato al tempo di una passata corsa all&amp;rsquo;oro non resta che la facciata dilapidata con una data, 1854, e due nomi ungheresi: Gyorgy Korny e Anna Neimer. Le ville d&amp;rsquo;epoca asburgica sono abbandonate: tra gli stucchi e i bassorilievi si nota il simbolo dei cercatori, un martello e un cesello incrociati. Sui fabbricati si leggono gli striscioni della guerra mediatica in corso: &amp;ldquo;Stiamo lavorando per Rosia Montana&amp;rdquo; proclamano i manifesti degli esperti di marketing della Gabriel; &amp;ldquo;Questa casa non &amp;egrave; in vendita&amp;rdquo; rispondono i residenti, ai quali la compagnia mineraria offre 50 mila dollari in contanti per andarsene. O, in alternativa, il reinsediamento in un villaggio &amp;ldquo;modello&amp;rdquo; che sar&amp;agrave; costruito a qualche chilometro di distanza. Perch&amp;eacute; il progetto della Gabriel prevede l&amp;rsquo;evacuazione dei duemila abitanti della valle.&amp;ldquo;Spariranno 900 case&amp;rdquo; dice Stephanie Roth &amp;ldquo;nove chiese, nove cimiteri, la foresta, due montagne. E insieme la storia di questa gente, le loro tradizioni e il loro futuro&amp;rdquo;. Sparir&amp;agrave; anche gran parte dei 140 chilometri di gallerie scavate dai romani, dove mi conduce a lume di candela Andrei Gruber, ex holoangar (cercatore freelance), ultimo di tre generazioni di minatori venuti dalla Germania: budelli trapezoidali, scavati a mano nelle viscere delle colline. &amp;ldquo;Ci sono monumenti funerari&amp;rdquo; racconta &amp;ldquo;templi, altari, abitazioni: secondo l&amp;rsquo;Unesco &amp;egrave; il pi&amp;ugrave; importante complesso archeologico minerario d&amp;rsquo;Europa. E rischia di scomparire&amp;rdquo;.La Gabriel assicura che le principali zone archeologiche saranno salvaguardate e che garantir&amp;agrave; la bonifica delle acque: la roccia denudata nei secoli distilla l&amp;rsquo;acido solforico che scioglie nei fiumi alcune tra le sostanze pi&amp;ugrave; tossiche conosciute. Arsenico, cadmio, piombo, zinco e ferro in concentrazioni centinaia di volte superiori ai limiti legali. Ma per estrarre le 330 tonnellate di oro le 1.600 tonnellate di argento presenti rispettivamente in quantit&amp;agrave; di di 1,5 e 7,5 grammi per tonnellata sar&amp;agrave; necessario polverizzare 250 milioni di tonnellate di roccia, trattarla con cianuro di sodio e scaricare i detriti inquinati in in un lago artificiale chiuso da una diga alta 185 metri. Nel 2000 il crollo di un&amp;rsquo;analoga diga nella miniera romena di Baia Mare aveva provocato una catastrofe ecologica nel tratto ungherese del Danubio e contaminato le risorse idriche di 2,5 milioni di persone.La campagna di Alburnus Maior sta dando i primi frutti. Una nuova valutazione di impatto ambientale presentata dalla Gabriel &amp;egrave; stata respinta. Licenze e permessi sono stati sospesi dalla magistratura. I certificati urbanistici sono stati annullati. Il parlamento di Strasburgo ha approvato una risoluzione che sottolinea i rischi per l&amp;rsquo;ambiente. E il 5 maggio il senato di Bucarest ha proposto di istituire a Rosia Montana una riserva naturale e archeologica. Il governo, per&amp;ograve;, non si &amp;egrave; ancora pronunciato in via definitiva, anche perch&amp;eacute; dovrebbe rimborsare milioni di euro alla societ&amp;agrave; mineraria. La battaglia, allora, continua a infuriare nelle aule dei tribunali. La vecchia miniera, sfruttata a cielo aperto tra il 1986 e il 2006, &amp;egrave; stata chiusa alla vigilia dell&amp;rsquo;ingresso della Romania nell&amp;rsquo;Ue, poich&amp;eacute; la normativa europea vieta i sussidi statali, prima generosamente erogati. Il &amp;ldquo;pozzo principale&amp;rdquo; &amp;egrave; una voragine di roccia scorticata e dilavata. Ma rappresenta una minima frazione del progetto (12 chilometri quadrati) della Gabriel. &amp;ldquo;Quando avranno preso tutto l&amp;rsquo;oro se ne andranno lasciandoci un deserto&amp;rdquo; afferma Eugen David, presidente di Alburnus Maior e uno dei 300 agricoltori che si rifiutano di vendere i terreni alla Gabriel. &amp;ldquo;Ma non ci riusciranno. Vogliamo uno sviluppo sostenibile, basato sulla valorizzazione del nostro patrimonio culturale e paesaggistico. Non siamo pi&amp;ugrave; ai tempi di Ceausescu: la deportazione forzata &amp;egrave; vietata dalla legge. E noi da qui non ci muoviamo&amp;rdquo;. &amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Dubai docks - april 2008</title>
   <updated>2008T08Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-56-1.jpg" alt="#" /><p>Giovanni Porzio &amp;ndash; da Dubai (04.04.08)Chilometri di merci accatastate lungo il Creek sono in attesa di essere stivate nei dhow, i tradizionali sambuchi arabi: i pi&amp;ugrave; grandi, da mille tonnellate, andranno in Somalia circumnavigando la Penisola. Tutti gli altri si preparano a salpare per l&amp;rsquo;Iran.&amp;ldquo;Embargo? Quale embargo?&amp;rdquo; ridacchia Nadhim, rais, capitano, di uno dei bastimenti ormeggiati in doppia e tripla fila alle banchine, mentre dal cassero dirige le operazioni con il cellulare in una mano e nell&amp;rsquo;altra il boccale del t&amp;egrave;. &amp;ldquo;Qui si lavora giorno e notte: mish mushkila, nessun problema&amp;rdquo;.Camalli indiani e marinai iraniani caricano prodotti d&amp;rsquo;ogni tipo: pick-up Toyota e quad bike, frigoriferi e televisori, computer e condizionatori, scendendo nella gamma merceologica fino alle stoffe acriliche e alla coperte sintetiche indiane, alle stoviglie cinesi, alle conserve di pomodoro, ai detergenti e ai prodotti chimici di base. Montagne di scatoloni, imballi, pallet, sacchi di juta, pacchi di riso basmati, cataste di legnami cileni, piramidi di pneumatici, balle di lana e di cotone.I sambuchi, con i loro scafi di legno, l&amp;rsquo;alto dritto di prua, la forma rimasta immutata nei secoli (solo, al posto delle vele, hanno ora potenti motori Yanmar), sono una visione incongrua sullo sfondo dei fantasmagorici grattacieli e degli hotel a sette stelle di Dubai. Ma &amp;egrave; anche per il suo prodigioso eclettismo che il ricchissimo Emirato di sabbia e di petrolio &amp;egrave; riuscito a soppiantare in Oriente la piazza finanziaria e commerciale di Hong Kong. Un dinamismo che non si arresta nemmeno di fronte alle indagini della Cia e ai preoccupati richiami dell&amp;rsquo;amministrazione Bush, che denuncia il lassismo imperante nel sistema doganale di Dubai.Gli ispettori del dipartimento al Commercio di Washington sostengono che dall&amp;rsquo;Emirato transitano verso la Repubblica islamica e l&amp;rsquo;Iraq materiali e pezzi di ricambio sottoposti a sanzioni: software, tecnologia a doppio uso civile e militare, prodotti chimici, maschere antigas, telecamere a infrarossi, macchine per produrre componenti dei sistemi missilistici, apparecchiature per l&amp;rsquo;industria aereospaziale. In almeno un caso &amp;egrave; stato dimostrato che i circuiti computerizzati trovati in Iraq all&amp;rsquo;interno di alcuni ordigni inesplosi erano stati venduti dall&amp;rsquo;americana Amd di Sunnyvale, California, alla Mayrow General Trading di Dubai, che li aveva riesportati in Iran.Yousef al-Otaiba, consigliere del principe ereditario degli Emirati, assicura che &amp;ldquo;il monitoreggio &amp;egrave; stato rafforzato&amp;rdquo;. Il governo ha chiuso una dozzina di societ&amp;agrave; sospettate di traffici illegali e la polizia ha arrestato un uomo d&amp;rsquo;affari giordano che cercava di importare un metallo utilizzato nei reattori nucleari. Ma Nasser Hashempour, vice presidente dell&amp;rsquo;Associazione degli imprenditori iraniani a Dubai, nutre seri dubbi sull&amp;rsquo;efficacia delle ispezioni: &amp;ldquo;Non servono a niente. Da qui si pu&amp;ograve; esportare qualsiasi cosa, con estrema facilit&amp;agrave;&amp;rdquo;.Solo nel 2007 e solo dagli Stati Uniti sono arrivati a Dubai 12 miliardi di dollari di prodotti che, se in transito, sono esentasse. La costa iraniana dista appena 70 miglia. E la Free Zone dell&amp;rsquo;isola persiana di Kish offre ai commercianti allettanti incentivi: agevolazioni fiscali e bancarie, garanzie legali, transazioni in valuta estera, nessuna restrizione all&amp;rsquo;import-export. I sambuchi fanno tutto l&amp;rsquo;anno la spola con l&amp;rsquo;Iran, primo paese importatore dagli Emirati. E anche in Iran basta pagare una mazzetta alla polizia per evitare fastidiosi controlli.Spiega Ali Mohammed, responsabile di una societ&amp;agrave; di navigazione con sede a Dubai: &amp;ldquo;I sambuchi, a differenza delle navi, possono sopportare tempi lunghi di attesa per il carico e lo scarico delle merci. E non pagano tasse portuali. Aggirare l&amp;rsquo;embargo &amp;egrave; uno scherzo: le ditte iraniane con uffici a Dubai acquistano come Uae (United Arab Emirates) e riesportano. Anche le banche iraniane lavorano normalmente aggirando le sanzioni: la banca Saderat, sotto embargo americano, rilascia lettere di credito attraverso altre banche locali&amp;rdquo;.Negli Emirati, dove gli imprenditori di Teheran hanno trasferito pi&amp;ugrave; di 300 miliardi di dollari e dove sono registrate pi&amp;ugrave; di 7 mila aziende riconducibili a societ&amp;agrave; persiane, risiedono 400 mila iraniani, in gran parte commercianti che controllano il 90 per cento dell&amp;rsquo;import-export all&amp;rsquo;ingrosso e al dettaglio.Di fronte alla banchina pi&amp;ugrave; affollata del Creek si erge il marmoreo palazzo della Bank Melli, la banca nazionale iraniana. E proprio il sistema bancario degli ayatollah &amp;egrave; oggi nel mirino di Washington. Il vice segretario americano al Tesoro Robert Kimmit ha accusato la banca Saderat di avere stornato 50 milioni di dollari dalla sua filiale di Londra a quella di Beirut, tra il 2001 e il 2006, a beneficio dell&amp;rsquo;Hezbollah libanese. E ha rincarato la dose sostenendo che Bank Merkazi, la Banca centrale di Teheran, &amp;egrave; impegnata a eludere le sanzioni accollandosi le transazioni degli istituti sotto embargo.Accuse che il governatore della Banca Tahmasb Mazaheri respinge al mittente: &amp;ldquo;E&amp;rsquo; nostro dovere&amp;rdquo; ha dichiarato &amp;ldquo;combattere il terrorismo finanziario americano&amp;rdquo;. E ha ringraziato due paesi che in questa battaglia sono al fianco degli ayatollah: il Bahrain e gli Emirati.</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">A day in Haiti - january 2008</title>
   <updated>2008T08Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-55-1.jpg" alt="#" /><p>Giovanni Porzio &amp;ndash; da Port-au-Prince (17.04.08)Il pick up di padre Rick affonda nel fango delle pozzanghere di Cit&amp;eacute; Soleil, sterminato formicaio di baracche di lamiera cresciute su un letto di immondizia e di fogne a cielo aperto. Andiamo a ritirare le croci, fabbricate da una cooperativa di ex rapinatori e stupratori trasformati dal sacerdote passionista in artigiani della piet&amp;agrave;. Croci bianche e verdi, di latta, senza nome, da piantare sulla collina dove si scavano ogni settimana le fosse comuni per i bambini di Port-au-Prince. Uno su tre muore prima dei 5 anni di diarrea, polmonite, tubercolosi, malaria, denutrizione, aids. Padre Rick se li va a prendere alla morgue del fatiscente ospedale pediatrico di Haiti: li benedice, li adagia nelle bare di &amp;ldquo;papier mach&amp;eacute;&amp;rdquo; costruite da un&amp;rsquo;altra cooperativa di ragazzi emarginati, li carica su un camion e li accompagna al cimitero. Cinquecento, seicento al mese. I pi&amp;ugrave; piccoli insieme, nella stessa cassa: pur di dare un briciolo di dignit&amp;agrave; alle vittime dell&amp;rsquo;abominevole povert&amp;agrave; di quest&amp;rsquo;isola dove il reddito medio &amp;egrave; un dollaro al giorno e dove nei giorni scorsi i caschi blu delle Nazioni Unite hanno sparato su una folla affamata che chiedeva pane e lavoro, uccidendo cinque dimostranti.Sostenendo i progetti di padre Rick, al secolo Richard Frechette, il medico e prete di frontiera americano che guida l&amp;rsquo;associazione per l&amp;rsquo;infanzia &amp;ldquo;Nuestros Peque&amp;ntilde;os Hermanos&amp;rdquo; creata nel &amp;lsquo;54 da padre William Wasson, scomparso nel 2006, la Fondazione Francesca Rava (www.nphitalia.org) ha scelto di operare su uno dei fronti umanitari pi&amp;ugrave; caldi del pianeta. Nata nel 2000, l&amp;rsquo;onlus milanese presieduta da Mariavittoria Rava ha saputo coniugare gli ideali del volontariato a una concretezza manageriale che si traduce in rapidit&amp;agrave; ed efficacia di intervento. Non a caso tra i suoi sponsor ci sono imprenditori come Antonio Marcegaglia, amministratore delegato dell&amp;rsquo;omomimo Gruppo, Giovanni Lega, presidente dell&amp;rsquo;Associazione studi legali associati, Marco Galateri di Genola, amministratore delegato di Desmet Ballestra, Ennio Doris, chief executive di Mediolanum.Ad Haiti padre Rick e la Fondazione Rava danno sepoltura ai diseredati, ma si occupano soprattutto dei vivi. Dei 600 piccoli dell&amp;rsquo;orfanotrofio di Kenscoff, delle 17 scuole di strada con 3 mila scolari sottratti alla droga e alla prostituzione, delle cliniche mobili e della distribuzione di acqua negli slum, del primo centro di riabilitazione per bimbi handicappati (per loro Andrea Bocelli canter&amp;agrave; il 13 maggio al teatro delle Muse di Ancona) e del nuovo ospedale Saint Damien: struttura d&amp;rsquo;eccellenza realizzata a tempo di record che potr&amp;agrave; salvare ogni anno 40 mila bambini. &amp;ldquo;Se siamo riusciti a contenere l&amp;rsquo;epidemia di aids che fa strage nei paesi del quarto mondo&amp;rdquo; dicono al ministero della Salute &amp;ldquo;lo dobbiamo a questo tipo di interventi&amp;rdquo;.Un altro ambizioso progetto &amp;egrave; gi&amp;agrave; stato avviato: la &amp;ldquo;citt&amp;agrave; dei mestieri&amp;rdquo; di Francisville, che avr&amp;agrave; fabbriche di sapone e di scarpe, panifici, officine meccaniche, scuole professionali, campi sportivi. Oggi la sfida, nel primo paese delle Americhe che nel 1804 abol&amp;igrave; la schiavit&amp;ugrave;, &amp;egrave; abolire la schiavit&amp;ugrave; della miseria.</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Iranian people - april 2008</title>
   <updated>2008T08Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-54-1.jpg" alt="#" /><p>Giovanni Porzio &amp;ndash; da Qom (04.04.08)La rivoluzione khomeinista ha rivoluzionato anche la moda religiosa. E il guru del nuovo stile clericale, l&amp;rsquo;Armani dell&amp;rsquo;eleganza sciita, &amp;egrave; un mite e sorridente artigiano di 77 anni, Abolfazl Arabpour. La sua sartoria nel centro della citt&amp;agrave; santa di Qom, a poca distanza dalle cupole d&amp;rsquo;oro e dai minareti turchesi della moschea di Fatima, &amp;egrave; la fashion house pi&amp;ugrave; celebre e frequentata della Repubblica islamica. Tra i clienti pi&amp;ugrave; assidui ci sono tutti i massimi esponenti della gerarchia iraniana, dall&amp;rsquo;ex presidente Mohammed Khatami alla Guida suprema Ali Khamenei, dal presidente dell&amp;rsquo;Assemblea degli esperti Akbar Hashemi Rafsanjani al grande ayatollah Ali Montazeri. &amp;ldquo;Per un buon musulmano essere eleganti &amp;egrave; un dovere religioso&amp;rdquo; afferma Arabpour. &amp;ldquo;Il Profeta incoraggiava i suoi seguaci a vestirsi bene e a profumarsi&amp;rdquo;.Arabpour &amp;egrave; nel business da sessant&amp;rsquo;anni. Orfano di madre, fin da piccolo era andato a bottega per imparare il mestiere, coltivando il sogno di confezionare abiti per le personalit&amp;agrave; pi&amp;ugrave; in vista del vecchio regime. Trasferitosi a Teheran, si aggiudic&amp;ograve; l&amp;rsquo;incarico di cucire le divise degli alti ufficiali dell&amp;rsquo;esercito. &amp;ldquo;Il mio obiettivo&amp;rdquo; confessa &amp;ldquo;era lo sci&amp;agrave;: invece ho finito per vestire i mullah!&amp;rdquo;Tornato a Qom Arabpour si stabil&amp;igrave; nel quartiere dove abitava Khomeini, che al giovane sarto commission&amp;ograve; alcuni mantelli e zucchetti ricamati. Ma &amp;egrave; con la Rivoluzione che il giro d&amp;rsquo;affari si espande a dismisura: &amp;ldquo;I religiosi arrivati al potere avevano bisogno di un abbigliamento adeguato al loro ruolo, agli incontri con i capi di stato e con i diplomatici stranieri. Il look doveva cambiare&amp;rdquo;.Dal catalogo illustrato, che mostra con orgoglio, spuntano i ritratti di personaggi famosi e ormai defunti come l&amp;rsquo;ayatollah Taleghani, l&amp;rsquo;imam libanese Moussa Sadr e il teologo Morteza Motahari. Ma anche la foto di Ali Eshraghi, il nipote di Khomeini, che per le nozze ha voluto un abito firmato Arabpour.&amp;ldquo;La veste tradizionale&amp;rdquo; spiega &amp;ldquo;era un tempo costituita da un semplice pigiama bianco, babbucce e il qaba, il soprabito lungo fino ai piedi. I tessuti erano il panno, il cotone, la lana grezza. Oggi il gusto si &amp;egrave; raffinato e i consumatori sono molto pi&amp;ugrave; esigenti. Khatami &amp;egrave; stato uno dei miei primi clienti ed &amp;egrave; senza dubbio il politico pi&amp;ugrave; elegante del paese, molto attento ai dettagli e alla qualit&amp;agrave; del taglio&amp;rdquo;. Decine di abiti in lavorazione sono appesi alle grucce della piccola sartoria, ognuno con un nome scritto a mano su un biglietto. &amp;ldquo;Questo &amp;egrave; per Khatami. E&amp;rsquo; un labbadeh, il suo soprabito preferito, con ampie tasche nella fodera interna, collo a giro, maniche strette, leggera sciancratura e pantaloni in tinta. Ha portato lui stesso il cachemire dall&amp;rsquo;Inghilterra. Per l&amp;rsquo;estate, invece, predilige il fresco di lana e il gabardine italiano&amp;rdquo;.Sui ripiani sono in fase di rifinitura nuovi modelli di qaba con gilet e bottoni di osso a scomparsa. E su uno scaffale sono allineati i campionari delle stoffe. &amp;ldquo;Anche nei colori c&amp;rsquo;&amp;egrave; stata una decisa evoluzione del gusto. Al bianco e nero di un tempo si sono sostituiti il beige, il blu notte, il tabacco, il grigio perla, il fumo di Londra&amp;rdquo;.I prezzi sono contenuti: non pi&amp;ugrave; di 60 euro, tessuti esclusi. E con migliaia di religiosi che frequentano i seminari di Qom gli ordinativi sono assicurati. &amp;ldquo;Per far fronte alle richieste mi tocca lavorare anche il venerd&amp;igrave; dopo la preghiera&amp;rdquo; dice Arabpour, i cui cinque figli maschi hanno aperto altrettanti atelier in citt&amp;agrave;. L&amp;rsquo;unico cruccio &amp;egrave; la nuova consorte, sposata dopo la morte sei mesi fa della prima moglie. &amp;ldquo;Mi sono accorto che &amp;egrave; interessata solo ai miei soldi!&amp;rdquo; Per evitare litigi in casa, il sarto degli ayatollah ha adottato una tattica diversiva: fa la siesta in sartoria, sulle stoffe di cachemire del suo tavolo da cucito.</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Iranians at polls - march 2008</title>
   <updated>2008T08Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-53-1.jpg" alt="#" /><p>Giovanni Porzio &amp;ndash; da TeheranRassegnazione e indifferenza: &amp;egrave; il mood che si respira a Teheran all&amp;rsquo;apertura dei seggi per l&amp;rsquo;elezione del majlis, il parlamento iraniano. Un voto che quasi certamente rafforzer&amp;agrave; i conservatori del presidente Mahmud Ahmadinejad. Il risultato appare infatti scontato dopo una campagna elettorale senza entusiasmi, durata solo una settimana e pilotata dall&amp;rsquo;alto, dalla quale sono stati estromessi 1.700 candidati del blocco riformatore: il potente Consiglio dei Guardiani li ha giudicati privi del necessario slancio islamico e rivoluzionario.Per le strade della capitale la gente &amp;egrave; pi&amp;ugrave; interessata allo shopping che alla politica: tra una settimana cominciano le festivit&amp;agrave; del Nowruz, il capodanno sciita, e gli iraniani affollano i negozi per gli acquisti dell&amp;rsquo;ultima ora. Non &amp;egrave; una coincidenza casuale. Anche se alla vigilia delle elezioni il &amp;ldquo;Rahbar&amp;rdquo;, la guida suprema Ali Khamenei, ha dichiarato che &amp;ldquo;il voto &amp;egrave; un dovere islamico&amp;rdquo;, il regime ha fatto di tutto per mettere la sordina ai candidati: rari i comizi, pochi i manifesti, niente dibattiti televisivi. E soprattutto, niente giornali per due settimane: tutti in vacanza a festeggiare il trentesimo anno della Rivoluzione.I sondaggi ufficiali hanno del resto gi&amp;agrave; annunciato l&amp;rsquo;esito della consultazione: astensione del 50 per cento a Teheran e del 40 nelle altre citt&amp;agrave;; ai conservatori andrebbe il 28-30 per cento dei 290 seggi in palio, mentre il 15-17 per cento dovrebbe essere appannaggio dei riformisti.Quale che sia il risultato finale, non cambier&amp;agrave; di una virgola l&amp;rsquo;attuale assetto istituzionale e non modificher&amp;agrave; gli equilibri politici. Seppellita la &amp;ldquo;primavera di Teheran&amp;rdquo;, crollate le illusioni riformiste dell&amp;rsquo;era Khatami, i conservatori hanno consolidato la loro presa su tutte le principali leve del potere: l&amp;rsquo;esercito, la magistratura, i mass media, l&amp;rsquo;economia, la finanza. E con l&amp;rsquo;avvento di Ahmadinejad gli ex Pasdaran hanno conquistato posizioni chiave in quasi tutti i ministeri.La fiducia nel cambiamento, nella societ&amp;agrave; civile, &amp;egrave; prossima allo zero. Gli iraniani devono fare i conti con pressanti problemi concreti: l&amp;rsquo;aumento dei prezzi dei generi alimentari e degli affitti, la dilagante disoccupazione giovanile, il razionamento (in un paese esportatore di greggio!) della benzina, l&amp;rsquo;erosione delle libert&amp;agrave; individuali, la populistica gestione economica, la morsa delle sanzioni imposte dall&amp;rsquo;Onu. Il presidente, pi&amp;ugrave; che Allah, deve ringraziare il petrolio: con il barile 110 dollari l&amp;rsquo;Iran, che possiede le seconde riserve al mondo di gas ed &amp;egrave; il secondo produttore Opec di oro nero, ha immensi capitali da destinare alla spesa pubblica e ai prodotti sovvenzionati di prima necessit&amp;agrave;, essenziali per contenere il crescente malessere sociale.&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Palestina, gennaio 2008</title>
   <updated>2008T02Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-52-1.jpg" alt="#" /><p>Giovanni Porzio &amp;ndash; da Gaza (26.01.08)Il vecchio Mercedes di Zaim gira a vuoto nella strade buie della periferia di Gaza. In attesa del via libera percorriamo a passo d&amp;rsquo;uomo gli squallidi sobborghi della capitale di Hamastan. E&amp;rsquo; una notte livida e piovosa, e qui la pioggia &amp;egrave; maledetta: allaga i miserabili e sovraffollati alloggi dei campi profughi, trascina nei vicoli fiumi di liquami e di immondizia. Le uniche luci sono quelle alimentate dai generatori e i fari delle poche auto che la penuria di benzina non ha ancora fermato. Il segnale convenuto &amp;egrave; una vibrazione sul telefonino: un sms con il luogo dell&amp;rsquo; appuntamento. Zaim accelera e svolta in un quartiere di anonime palazzine di cemento e di officine che paiono abbandonate, con i muri tappezzati di versetti del Corano e di manifesti con le foto dei martiri dell&amp;rsquo;intifada. Gli shebab, i &amp;ldquo;ragazzi&amp;rdquo;, aspettano all&amp;rsquo;incrocio, con la kafiyah calata sul volto e il Kalashnikov in spalla. Li seguiamo in silenzio dentro un uscio semichiuso e su per le scale di fabbricato in disuso, al lume di una torcia, fino alla porta di ferro della safe house, la &amp;ldquo;casa sicura&amp;rdquo;.Abu al-Walid, il capo delle Brigate al-Aqsa di Gaza &amp;egrave; ricercato dai servizi segreti di Tel Aviv e vive in clandestinit&amp;agrave;. I suoi commando, questa notte, hanno gi&amp;agrave; lanciato una dozzina di razzi Qassam contro Sderot, la cittadina israeliana a ridosso del confine. &amp;ldquo;E almeno due&amp;rdquo; afferma soddisfatto &amp;ldquo;sono andati a segno&amp;rdquo;.Da anni ormai i proiettili artigianali assemblati negli scantinati della Striscia di Gaza cadono, a centinaia, sugli abitati ebraici: ordigni rudimentali che provocano limitati danni umani e materiali, ma infliggono profonde ferite psicologiche. La popolazione civile &amp;egrave; costantemente sotto tiro, costretta a evacuare le scuole e a correre nei rifugi ogni qualvolta gli altoparlanti lanciano l&amp;rsquo;avviso di tzeva adom, &amp;ldquo;colore rosso&amp;rdquo;: il sistema radar di &amp;ldquo;early warning&amp;rdquo; messo a punto dall&amp;rsquo;esercito scatta una quindicina di secondi prima dell&amp;rsquo;impatto.Ritorsioni, incursioni aeree e terrestri, demolizioni degli edifici sospettati di occultare depositi di razzi e laboratori per la loro fabbricazione non sono serviti a impedire lo stillicidio degli attacchi. Nelle ultime due settimane si sono intensificati al punto che il ministro della Difesa Ehud Barak ha decretato la chiusura totale dei valichi di frontiera e il blocco delle forniture di carburante, energia elettrica, pezzi di ricambio e beni di prima necessit&amp;agrave; a un milione e mezzo di palestinesi della Striscia.Sul pavimento della stanza gli shebab adagiano un razzo pronto per il lancio. &amp;ldquo;I nostri tecnici hanno gi&amp;agrave; sviluppato otto generazioni di Qassam&amp;rdquo; spiega Abu al-Walid. &amp;ldquo;Da due, tre, quattro e sei pollici. Abbiamo sperimentato i prototipi da due pollici contro gli insediamenti di Gush Katif, prima del ritiro dei coloni. Avevano una gittata di 2-3 chilometri e una testata con 800 grammi di tritolo, mentre quelli da tre pollici trasportano 3,5 chili di esplosivo. Le testate dei pi&amp;ugrave; grandi, sei pollici, contengono 8 chili di TNT e sono spinte da 22 chili di propellente alla nitroglicerina: con una gittata di 13,5 chilometri raggiungono comodamente Ashkalon&amp;rdquo;. Il tubo di neon, nella piccola stanza annebbiata dal fumo delle sigarette, si spegne con un tremito: i miliziani accendono candele e una lampada a gas. Uno di loro prende in mano con cautela la spoletta del detonatore, indica la sicura e il foro di innesto nella testata. &amp;ldquo;Questo&amp;rdquo; dice &amp;ldquo;&amp;egrave; un &amp;lsquo;103&amp;rsquo; da quattro pollici: sono i pi&amp;ugrave; precisi e affidabili. &amp;ldquo;Li usiamo dal 2007 e li chiamiamo Autunno di Gaza. Hanno una gittata di 9,5 chilometri e hanno gi&amp;agrave; distrutto 25 case a Sderot. Sono dotati di timer e accensione elettrica&amp;rdquo;.Scendiamo nel garage. Una fresa, un tornio, la fiamma ossidrica, macchine di precisione tedesche e italiane che provengono dalle officine meccaniche e dagli stabilimenti abbandonati di Gaza. Molti di questi laboratori sono stati distrutti dai raid dell&amp;rsquo;aviazione di Tel Aviv. Molti continuano a lavorare nottetempo, sfornando armi sempre pi&amp;ugrave; sofisticate. Google Earth fornisce mappe accurate degli insediamenti israeliani e consente di verificare e di affinare il tiro dei Qassam, che hanno un margine di errore di 200 metri. La materia prima &amp;egrave; ammucchiata contro una parete: tubi cavi di vario diametro e sacchi di farina pieni di esplosivo. Vettori, testate, alette direzionali e parti metalliche sono tutte modellate e rifinite al tornio da operai specializzati sulla base di millimetrici disegni tecnici. Tritolo e componenti chimici, esplosivi e propellente vengono stemperati e sminuzzati nei catini, pesati e poi compressi nelle testate e nel vettore. Albeggia. I miliziani caricano i razzi su una jeep e si dileguano. Nelle strade compaiono i primi furgoni di ritorno da Rafah, dove Hamas ha dinamitato la barriera del confine aprendo un varco nella gabbia della Striscia: decine di migliaia di palestinesi si sono riversati a El-Arish, in Egitto, a fare incetta di benzina, sigarette, cemento, medicinali, farina, latte in polvere, pneumatici, bombole del gas, generatori e persino pecore e capre. L&amp;rsquo;assedio &amp;egrave; stato spezzato, ma la strategia israeliana dello strangolamento economico continua nonostante l&amp;rsquo;esplicita condanna del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, che l&amp;rsquo;ha definita una &amp;ldquo;punizione collettiva&amp;rdquo; in aperta violazione della Convenzione di Ginevra sulla salvaguardia dei civili in guerra. E i Qassam sono ripresi a cadere su Sderot.Il circolo vizioso degli attacchi terroristici e delle rappresaglie israeliane sta affossando sul nascere il velleitario &amp;ldquo;piano di pace&amp;rdquo; annunciato al vertice di Annapolis. Nelle prime tre settimane del 2008 oltre 70 palestinesi, tra i quali numerosi civili, sono morti nei bombardamenti aerei a Gaza. Dopo lo sfondamento del confine di Rafah il traballante governo Olmert &amp;egrave; sembrato tentato dalla prospettiva di liberarsi della Striscia scaricando la patata bollente all&amp;rsquo;Egitto. E il leader di Hamas a Gaza, Mahmud Zahar, si &amp;egrave; dichiarato favorevole allo scioglimento dell&amp;rsquo;unione doganale con lo stato ebraico, dato che tasse e imposte commerciali riscosse da Israele per conto dell&amp;rsquo;Autorit&amp;agrave; palestinese finiscono a Ramallah, nelle tasche di Abu Mazen e di al-Fatah.Mentre lo stato indipendente sognato da Yasser Arafat e ora vagheggiato anche da George Bush appare sempre pi&amp;ugrave; illusorio, la popolazione di Gaza paga il duro prezzo dell&amp;rsquo;embargo e del boicottaggio internazionale. All&amp;rsquo;ospedale al-Shafa il dottor Ayman Sisi, direttore del reparto dialisi, ha un terzo delle apparecchiature fuori uso per mancanza di pezzi di ricambio e ha dovuto ridurre i tempi e i turni di dialisi ai pazienti. Abdallah, 7 anni, gravemente malato, attende da mesi l&amp;rsquo;autorizzazione israeliana per trasferirsi a Tel Aviv e sottoporsi a un delicato intervento. In dicembre 29 ricoverati sono deceduti per assenza di cure.La parziale ripresa delle forniture di carburante non basta a soddisfare la domanda: a fronte di un fabbisogno di 250 mila litri al giorno ne sono disponibili meno di 70 mila. Dal golpe di Hamas del giugno scorso, pi&amp;ugrave; di 35 mila piccole e medie imprese con 16 mila operai hanno dovuto chiudere e il tasso di disoccupazione &amp;egrave; salito dal 60 al 75 per cento. Kamal al-Riba&amp;rsquo;i &amp;egrave; uno dei tanti senza lavoro. Abita con la moglie e i 7 bambini in un tugurio del campo profughi di Shati. Niente acqua, niente luce, niente servizi igienici: solo due stanze umide con qualche coperta, un fornello a gas e, in un angolo, un televisore spento. Kamal piange di rabbia e di vergogna. &amp;ldquo;Non meravigliatevi&amp;rdquo; dice &amp;ldquo;se un giorno anche i miei figli spareranno i razzi Qassam!&amp;rdquo;&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Taliban all'assalto dei Buddha - Valle dello Swat, Pakistan, Oct. 2007</title>
   <updated>2007T10Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-51-1.jpg" alt="#" /><p>Il primo tentativo, due giorni prima dell&amp;rsquo;inizio del Ramadhan, era fallito. Le cariche esplosive avevano frantumato la sommit&amp;agrave; della parete di roccia, alta 40 metri, senza scalfire l&amp;rsquo;imponente rilievo del Buddha in &amp;ldquo;padmasana&amp;rdquo;, la posizione del loto. Ma nella notte del 29 settembre i taliban sono tornati. E hanno portato a termine la loro missione: distruggere l&amp;rsquo;&amp;ldquo;idolo di pietra&amp;rdquo; che nella distorta e primitiva interpretazione del Corano dei seguaci di Osama Bin Laden offende la religione del Profeta. La colossale statua rupestre di Jehanabad, nella valle dello Swat, &amp;egrave; stata irrimediabilmente danneggiata dalla furia iconoclastica delle milizie jiahdiste che imperversano nelle aree tribali al confine con l&amp;rsquo;Afghanistan. Dopo la demolizione dei Buddha di Bamiyan, fatti saltare con la dinamite nel marzo 2001, un&amp;rsquo;altra preziosa memoria del patrimonio culturale universale &amp;egrave; stata assassinata. &amp;ldquo;Erano le 3 del mattino&amp;rdquo; racconta Mustaqim, un contadino del villaggio. &amp;ldquo;Stavo portando al mullah della moschea il sehri, il pranzo che consumiamo prima dell&amp;rsquo;alba durante il Ramadhan, quando li ho visti arrivare, a bordo di una decina di veicoli, armati di mitragliatrici e di martelli pneumatici a benzina. Non so chi fossero. Mujahiddin: parlavano la nostra lingua, il pashtu, ma non era gente della valle. Ci hanno intimato di restare in casa, hanno sequestrato i telefoni cellulari e sono spariti sul sentiero. Un&amp;rsquo;ora dopo ho sentito le esplosioni. Era un&amp;rsquo;operazione pianificata&amp;rdquo;.Salgo tra i frutteti e le terrazze coltivate a riso e mais. E&amp;rsquo; un cammino millenario, segnato da consumati gradini di pietra e da iscrizioni in sanscrito. Una via sacra che conduce ai piedi del gigantesco masso in cui &amp;egrave; scolpito il Buddha: 6 metri per 5, ritenuto il pi&amp;ugrave; grande in Asia dopo i Buddha di Bamiyan. &amp;ldquo;Di eccezionale importanza&amp;rdquo; si legge nelle note degli archeologi italiani che da mezzo secolo lavorano nello Swat. &amp;ldquo;Il panneggio mima una stoffa sottile; volto largo e massiccio, con bocca piccola e carnosa ravvicinata al naso, occhi socchiusi, molto grandi e allungati&amp;rdquo;. Il volto non esiste pi&amp;ugrave;. All&amp;rsquo;altezza della fronte si scorgono i fori dei martelli pneumatici e le strisce di fumo nero lasciate dalle esplosioni. A terra ci sono&amp;nbsp; schegge, frammenti, e i macigni staccatisi dalla rupe sovrastante. Il corpo e il trono, crivellati di proiettili, sono ancora in buono stato. Ma i mujahiddin hanno promesso di tornare. &amp;ldquo;Si tratta del pi&amp;ugrave; grande dei circa 160 rilievi buddhisti dello Swat&amp;rdquo; spiega Luca Maria Olivieri, vicedirettore della Missione archeologica italiana in Pakistan, che sta curando per l&amp;rsquo;Isiao (Istituto italiano per l&amp;rsquo;Africa e l&amp;rsquo;Oriente) la pubblicazione dell&amp;rsquo;intero corpus dei rilievi rupestri. &amp;ldquo;Fu scoperto da sir Aurel Stein nel 1929 e studiato nel 1956 da Giuseppe Tucci: risale al VII secolo, fase tarda del buddhismo nel Gandhara, quando circa 200 delle 1000-1500 fondazioni monastiche furono restaurate dai monaci della scuola Tantrayana e Vajrayana&amp;rdquo;.La fertile valle dello Swat (in sanscrito Uddiyana, &amp;ldquo;giardino&amp;rdquo;), situata a nord della piana di Peshawar, &amp;egrave; stata da sempre un crocevia di culture, di pellegrini e di carovane di mercanti dirette in India e in Cina. Alessandro, nel 327 a.C., vi fece svernare le sue armate, al riparo dagli attacchi delle bellicose trib&amp;ugrave; afghane che popolavano i monti a nord del fiume Kabul. E da qui, nella seconda met&amp;agrave; dell&amp;rsquo;VIII secolo, part&amp;igrave; Padmasambhava, il fondatore del buddhismo tibetano. La Missione archeologica italiana avviata da Tucci, la prima a lavorare in Pakistan, ha scoperto migliaia di sculture gandhariche, pitture, siti d&amp;rsquo;arte rupestre, citt&amp;agrave; ellenistiche e antiche moschee. &amp;ldquo;Non abbiamo mai avuto problemi con le maestranze e i collaboratori locali&amp;rdquo; assicura Olivieri. Che tuttavia la scorsa estate ha dovuto rinunciare alla consueta compagna di scavi.Hamid Khan, che abita con le sue pecore e una frotta di bambini in un casolare a 200 metri dal Buddha, &amp;egrave; terrorizzato. &amp;ldquo;Non so chi &amp;egrave; stato&amp;rdquo; balbetta. &amp;ldquo;Ho visto solo delle ombre con le torce e ho sentito le esplosioni. Non possiamo parlare con loro, altrimenti ci sparano&amp;rdquo;. Dopo il crollo del regime talibano in Afghanistan centinaia di combattenti stranieri, ukbeki, arabi e ceceni, hanno usato lo Swat come retrovia del jihad, sposandosi e insediandosi in piccole comunit&amp;agrave; sulla riva destra del fiume. A loro si deve la progressiva talibanizzazione della valle, la creazione di campi di addestramento per la guerriglia, l&amp;rsquo;incremento degli attentati, l&amp;rsquo;uso degli Ied (gli esplosivi improvvisati utlizzati in Iraq e in Afghanistan) e l&amp;rsquo;impiego dei kamikaze, pratica contraria all&amp;rsquo;etica pashtun. Nelle aree tribali del Pakistan, dal Baluchistan al Waziristan, fino alle impervie catene montuose delle Province di frontiera del nordovest e alla valle dello Swat, i jihadisti hanno trovato un rifugio sicuro e un fecondo bacino di reclutamento.Hassan, la guida, dice che &amp;egrave; meglio affrettarsi. I dintorni sono infidi. A Jehanabad vivono i famigliari di alcuni giovani radicali scomparsi dopo il massacro dello scorso luglio nella Lal Masjid, la moschea rossa di Islamabad. La polizia non si azzarda ad avventurarsi sul posto per verificare i danni arrecati al Buddha, e tantomeno a svolgere un&amp;rsquo;inchiesta. L&amp;rsquo;esercito &amp;egrave; asserragliato nelle caserme. La paura e l&amp;rsquo;insicurezza si respirano nell&amp;rsquo;aria, si leggono negli sguardi obliqui dei passanti. &amp;ldquo;Cosa ci fa qui?&amp;rdquo; esclama sorpreso Haj Khone Ghol, custode degli scavi a Udegram, un sito archeologico nei pressi di Ghaligai, dove un altro Buddha &amp;egrave; stato da tempo vandalizzato. &amp;ldquo;Sono due anni che non vediamo un giornalista straniero! Tre giorni fa un kamikaze &amp;egrave; saltato in aria mentre preparava un attentato, qui vicino, in un quartiere di Mingora. Risalga in macchina, la prego, e se ne vada. E&amp;rsquo; in pericolo. Vede quelle case? Ci stanno gi&amp;agrave; osservando&amp;rdquo;.Nei bazaar e nelle strade dell&amp;rsquo;ex &amp;ldquo;Svizzera del Pakistan&amp;rdquo; non circola una sola donna, neppure col burqa: sono confinate in casa da una fatwa del maulana Qazi Fazlullah, che dai microfoni di una radio clandestina invoca l&amp;rsquo;applicazione della sharia e il venerd&amp;igrave;, in sella a un cavallo bianco, arringa con un megafono una folla di zeloti di fronte alla moschea del villaggio di Imam Dehri. Nei suoi infuocati sermoni esorta i discepoli a bruciare tv, computer, cd, videoregistratori e i negozi dei barbieri, spiega che il vaccino antipolio &amp;egrave; una diabolica cospirazione occidentale per sterminare i musulmani e minaccia i genitori che osano mandare le bambine a scuola. Quattro istituti sono stati bombardati nell&amp;rsquo;ultimo anno e pi&amp;ugrave; di mille bambine hanno disertato le lezioni: il tasso di alfabetizzazione femminile &amp;egrave; inferiore al 20 per cento, contro una gi&amp;agrave; avvilente media nazionale del 40 per cento.Fazlullah, che ha 28 anni e si considera un seguace del mullah Omar, &amp;egrave; il genero del maulana Sufi Muhammad, leader (ora in carcere) del fuorilegge Tehrik-i-Nifaz-i-Sharia-i-Mohammedi (Tnsm), il Movimento per l&amp;rsquo;applicazione della legge del Profeta, che nell&amp;rsquo;ottobre 2001 sped&amp;igrave; in Afghanistan pi&amp;ugrave; di 10 mila volontari a combattere contro i marines impegnati nell&amp;rsquo;operazione Enduring Freedom. Ma il Tnsm non &amp;egrave; un gruppo isolato. Il generale golpista Pervez Musharraf, riconfermato alla presidenza nella farsa parlamentare della scorsa settimana, e l&amp;rsquo;esule di ritorno (atterrer&amp;agrave; a Karachi il 17 ottobre) Benazir Bhutto, che con l&amp;rsquo;appoggio di Washington spera di formare un esecutivo civile, dovranno gestire una nazione di 160 milioni di abitanti che rischia di implodere.L&amp;rsquo;intera regione ai confini afghani, il &amp;ldquo;pashtunland&amp;rdquo; dove con ogni probabilit&amp;agrave; si nascondono Bin Laden e Ayman al-Zawahiri (che in un recente messaggio ha dichiarato guerra al &amp;ldquo;traditore&amp;rdquo; Musharraf) e dove fino al 2002 l&amp;rsquo;esercito non aveva mai messo piede, &amp;egrave; di fatto governata dai taliban, dai jihadisti pakistani e da al-Qaeda. I centomila soldati schierati da Islamabad nella lotta al terrorismo, con un bilancio provvisorio di oltre 5 mila morti, sono costantemente nel mirino di una pletora di movimenti armati spesso appoggiati da ex ufficiali dell&amp;rsquo;Isi, i servizi segreti: 240 soldati sono stati presi in ostaggio in agosto in Waziristan dai fondamentalisti senza sparare un colpo; 28 si sono arresi il 6 ottobre; altri 50 sono &amp;ldquo;scomparsi&amp;rdquo; due giorni pi&amp;ugrave; tardi, dopo un conflitto a fuoco che ha lasciato sul terreno 80 vittime tra militari, civili e miliziani.Intanto le fucine delle 27 mila madrase wahhabite continuano a sfornare legioni di seminaristi votati al martirio. Sono i nuovi apostoli di una guerra santa globale: contro gli infedeli in Afghanistan e in Iraq, contro gli invasori indiani nel Kashmir, contro gli apostati sciiti. E contro il fedifrago regime che dopo averli allevati, incoraggiati e finanziati ha deciso di ripudiarli, vendendo l&amp;rsquo;anima &amp;ndash; e la prima potenza islamica nucleare &amp;ndash; all&amp;rsquo;odiato Grande Satana americano.&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">La Croce e il Corano, Nigeria, June 2007</title>
   <updated>2007T08Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-49-1.jpg" alt="#" /><p>Cattedrali delle dimensioni di San Pietro e moschee che rivaleggiano con i santuari della Mecca. Una miriade di chiese semiclandestine e luoghi di culto musulmani che prolificano nelle periferie urbane. Missionari che si spingono nelle foreste brandendo il Vangelo e predicatori che setacciano i villaggi armati del Corano: la croce di Cristo contro la mezzaluna dell&amp;rsquo;Islam. La guerra per la conquista dell&amp;rsquo;anima africana &amp;egrave; in pieno svolgimento e la Nigeria, 140 milioni di abitanti che professano equamente le due religioni, &amp;egrave; in prima linea: a cavallo di quella faglia culturale, non segnata sulle carte geografiche, che separa l&amp;rsquo;Africa berbera, araba e musulmana dall&amp;rsquo;Africa nera, cristiana e animista. Non &amp;egrave; un confine netto. E religione &amp;egrave; un termine riduttivo, una categoria che il sincretismo sviluppatosi nelle regioni subsahariane assimila alle tradizioni e alle credenze ancestrali: il fatalismo, la convinzione che il destino dell&amp;rsquo;uomo sia governato da forze inconoscibili, la devozione agli antenati, l&amp;rsquo;immanenza degli spiriti, benevoli o malvagi, capaci di determinare il corso degli eventi.Nei villaggi pi&amp;ugrave; remoti i missionari cristiani e i marabutti musulmani sono spesso considerati alla stregua degli stregoni versati nelle arti magiche e dei guaritori che esorcizzano disgrazie e malattie con le pozioni di erbe e i talismani: al collo di un africano stanno appesi, indifferentemente, juju di pelli di capra, denti di leopardo, medagliette con l&amp;rsquo;immagine della Madonna e astucci con i versetti del Corano. Ma negli ultimi anni la spinta all&amp;rsquo;evangelizzazione e la propaganda islamica hanno assunto toni pi&amp;ugrave; aggressivi. Il fondamentalismo si diffonde anche tra i popoli africani pi&amp;ugrave; tolleranti e meno inclini al dogmatismo ideologico. E la competizione tra le due grandi fedi monoteistiche sfocia sempre pi&amp;ugrave; spesso in sanguinosi tumulti confessionali.La storia recente della Nigeria &amp;egrave; costellata di massacri e di sommosse a sfondo religioso. Nel maggio 2004 non meno di 630 musulmani furono trucidati da una folla di cristiani inferociti a Yelwa, 300 chilometri a ovest di Abuja. Nel novembre 2002, a Kaduna, gli scontri furono innescati dalle proteste contro il concorso di Miss Mondo: 250 vittime in tre giorni. Due anni prima, sempre a Kaduna, l&amp;rsquo;adozione della sharia nel popoloso stato del nord aveva provocato una strage: pi&amp;ugrave; di duemila morti, cristiani e musulmani. Dall&amp;rsquo;indipendenza (1960) a oggi, si calcola che le vittime siano state oltre diecimila nel solo stato dell&amp;rsquo;Altopiano, dove &amp;egrave; sorta Abuja, la nuova capitale. A scatenare i conflitti, pi&amp;ugrave; che l&amp;rsquo;appartenenza confessionale, sono quasi sempre ragioni economiche, politiche e sociali. In Sudan, da secoli terra di predicazione dei mistici musulmani e dei visionari sufi, la ventennale guerra santa contro il sud cristiano &amp;egrave; stata un efficace strumento di propaganda del regime integralista di Khartoum e il paravento di una spietata lotta politica per lo sfruttamento delle risorse idriche e minerarie del paese. In Nigeria i fulani e gli haussa, etnie islamizzate nel tardo Medioevo, si erano installati due secoli fa sull&amp;rsquo;Altopiano cacciando da quelle terre i cristiani tarok, che ora pretendono di rientrare in possesso delle terre ancestrali. La religione, potente fattore di riconoscimento identitario, finisce tuttavia per agire da catalizzatore delle frustrazioni e delle aspirazioni etniche e tribali in paesi afflitti da crescenti disparit&amp;agrave; sociali, dove le &amp;eacute;lite al potere si arricchiscono a dismisura e la maggioranza degli abitanti sopravvive a stento. In Nigeria, ottavo esportatore di greggio al mondo e il terzo fornitore degli Stati Uniti, il 70 per cento della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno: gli oltre 380 miliardi di dollari in royalties petrolifere incassati in 40 anni dal governo federale sono stati sperperati o semplicemente rubati da una nomenklatura tra le pi&amp;ugrave; corrotte del pianeta.Nel 1999, l&amp;rsquo;introduzione della sharia nei 12 stati musulmani del nord era stata accolta con favore: la nuova giurisdizione riempiva il vuoto lasciato dal collasso dell&amp;rsquo;amministrazione e dei servizi locali e prometteva di ristabilire ordine e moralit&amp;agrave; dove dilagavano arbitrio e corruzione. Ma accanto agli ulama moderati e pragmatici apparvero ben presto gli islamisti pi&amp;ugrave; intransigenti, fautori di un&amp;rsquo;applicazione letterale della legge coranica: velo alle donne, amputazione degli arti per i ladri, lapidazione per le adultere. Safiya Huseini e Amina Lawal, condannate a morte per avere avuto figli fuori dal matrimonio, sono state salvate dalla mobilitazione dell&amp;rsquo;opinione pubblica internazionale. Mentre continuano le discriminazioni a danno dei cristiani: a Kano non possono costruire luoghi di culto e il governo finanzia solo le madrasa islamiche. Decine di chiese sono state bruciate. Come pure numerose moschee, per vendetta e ritorsione.La penetrazione dell&amp;rsquo;integralismo islamico nell&amp;rsquo;Africa nera ha messo in allarme i servizi segreti occidentali, gi&amp;agrave; alle prese con i gruppi terroristici attivi a nord del Sahara, dal Maghreb al Libano. Movimenti fondamentalisti armati sono attivi in Uganda, Kenya, Etiopia, Eritrea. Cellule vicine ad al-Qaida sono state segnalate in Ciad, Mali, Mauritania, Niger e Somalia. Tanto che gli Stati Uniti hanno investito 500 milioni di dollari nella Trans-Sahara counter-terrorism initiative, destinata a fornire aiuti militari a nove paesi africani definiti a rischio.L&amp;rsquo;organizzazione di Bin Laden non fa del resto mistero delle proprie intenzioni. Decine di jihadisti reduci dall&amp;rsquo;Afghanistan e addestrati in Pakistan sono stati inviati a combattere la guerra santa nel continente africano. E nel giugno 2006, in un lungo articolo pubblicato in Arabia Saudita su Sada al-Jihad (L&amp;rsquo;Eco del jihad), l&amp;rsquo;ideologo di al-Qaida Abu Azzam al-Ansari spiegava i vantaggi del nuovo &amp;ldquo;campo di battaglia contro i crociati&amp;rdquo;: la povert&amp;agrave; dell&amp;rsquo;Africa &amp;ldquo;consente ai nostri guerrieri di guadagnare influenza attraverso donazioni e attivit&amp;agrave; umanitarie&amp;rdquo;; la sua contiguit&amp;agrave; con il Nordafrica ne fa la base ideale &amp;ldquo;per attaccare i nostri obiettivi in Europa&amp;rdquo;; e la sua ricchezza in idrocarburi e materie prime &amp;ldquo;ci sar&amp;agrave; di grande utilit&amp;agrave; nel medio e nel lungo termine&amp;rdquo;.Solo un africano su tre, a sud del Sahara, si inginocchia in direzione della Mecca. Il cristianesimo, radicato in Etiopia fin dai primordi della nostra era e poi utilizzato in epoca coloniale per fermare l&amp;rsquo;espansione dell&amp;rsquo;islam, &amp;egrave; ancora la religione pi&amp;ugrave; diffusa. Ma non costituisce un insieme omogeneo. Cattolici e metodisti, anglicani e protestanti delle chiese indipendenti, avventisti e seguaci delle innumerevoli sette autoctone sono spesso in concorrenza tra loro. L&amp;rsquo;islam al contrario, bench&amp;eacute; ramificato nelle diverse scuole giuridiche, si presenta come un insieme di valori e di norme organico e coerente. In Nigeria, i musulmani sono sempre pi&amp;ugrave; numerosi anche nel sud cristiano.&amp;ldquo;E&amp;rsquo; logico&amp;rdquo; dice Rahaj Younus Ibrahim, imam di una delle 14 moschee di Port Harcourt. &amp;ldquo;Tutte quelle chiese cristiane, tutti quei predicatori&amp;hellip;Sono dei truffatori! Fanno il business delle anime. Non hanno niente a che vedere con Dio e la religione. Promettono salvezza in cambio di denaro. Sfruttano l&amp;rsquo;ignoranza e la disperazione della gente&amp;rdquo;. Ma Rahaj Younus non &amp;egrave; da meno. Seduto nella penombra umida della sala di preghiere scrive il nome di Allah su una tavoletta di legno intingendo il calamo in un succo di radici e foglie cotte. Poi versa acqua sulla tavola e il preparato &amp;egrave; pronto da bere: &amp;ldquo;Protegge da tutti i mali&amp;rdquo; assicura. &amp;ldquo;Da Satana e dalle malattie&amp;rdquo;.Pi&amp;ugrave; convincente &amp;egrave; l&amp;rsquo;imam supremo Haji Sulayman Abdussalam, uno yoruba da 35 anni impiantato nella capitale nigeriana del petrolio: &amp;ldquo;Qui non siamo fanatici come gli haussa del nord. Non vogliamo imporre la sharia e non obblighiamo nessuno a convertirsi. Chi abbraccia l&amp;rsquo;islam, e sono in molti, lo fa spontaneamente&amp;rdquo;.La chiesa ufficiale &amp;egrave; in difficolt&amp;agrave;. Non solo per l&amp;rsquo;espansione dell&amp;rsquo;islam africano ma anche per la proliferazione delle sette che si richiamano al cristianesimo. Miseria e ignoranza facilitano la diffusione di culti esoterici e movimenti millenaristici, messi al bando dalle gerarchie ecclesiastiche, che tuttavia radunano migliaia di fedeli. Chiese evangeliche e carismatiche dai nomi improbabili: Chiesa dell&amp;rsquo;ultimo messaggio, Chiesa della Vittoria, Chiesa dell&amp;rsquo;Eterno ordine sacro, Legioni di Maria, Chiesa di Zion, Montagna di Beatitudine, Assemblea di Dio, Cappella internazionale di Cristo. E &amp;ldquo;ministri&amp;rdquo; che dagli enormi cartelloni pubblicitari garantiscono miracolose guarigioni, felicit&amp;agrave;, ricchezza, figli maschi e persini una &amp;ldquo;last minute redemption&amp;rdquo;.Nell&amp;rsquo;Africa subsahariana le cosiddette chiese indipendenti sarebbero pi&amp;ugrave; di 10 mila. Sorte come reazione alle chiese ufficiali associate al colonialismo, amalgamano elementi mutuati dal cristianesimo con riti magici, esoterici e animisti che sfociano talvolta in terribili tragedie. Come nel marzo 2000 in Uganda, dove due psicopatici alla guida del Movimento per la restaurazione dei Dieci comandamenti, l&amp;rsquo;ex venditrice di banane e prostituta part-time Credonia Mwerinde e l&amp;rsquo;ex ispettore scolastico Joseph Kibwetere, diedero fuoco alla chiesa del villaggio di Kanungu: pi&amp;ugrave; di 500 devoti, la maggior parte donne e bambini, morirono carbonizzati.In grande espansione sono anche le comunit&amp;agrave; pentecostali. Nate all&amp;rsquo;inizio del secolo scorso negli Stati Uniti ed esportate in America Latina negli anni Venti, hanno poi attecchito in tutto il continenete nero. Dalla Nigeria, dove sono ricche e numerose, stanno ora dilagando in Camerun: non sono legalmente registrate e ai pastori bene intenzionati si mescolano ciarlatani e imbonitori da strapazzo. Ma i fedeli accorrono a migliaia. Come nel capannone della Chiesa dei cherubini e dei serafini di Port Harcourt, fondata nel 1925 da Moses Orimolade Tunolase, che ha oggi succursali negli Usa, a Londra, in Olanda e in tutta l&amp;rsquo;Africa.La cerimonia &amp;egrave; appena iniziata. Accompagnati da canti, ossessivi rulli di tamburi e barriti di trombe gli adepti in ampie vesti bianche si lanciano in una danza forsennata attorno al corpo inerte di un ragazzino, adagiato dal padre in mezzo al corridoio della chiesa. Gli officianti recitano preghiere incomprensibili e gli sfiorano il capo con gli scettri d&amp;rsquo;ebano scuro. Si alzano dense volute d&amp;rsquo;incenso. Alcune donne in trance gridano formule salvifiche. Poi tutto tace. In silenzio, l&amp;rsquo;uomo prende in braccio il figlio e scompare tra le catapecchie della bidonville. &amp;nbsp;&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Delta Force, Port Harcourt, Nigeria - June 2007</title>
   <updated>2007T06Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-48-1.jpg" alt="#" /><p>La barca punta dritta nella muraglia verde della foresta sulla sponda del creek e scivola in un canale d&amp;rsquo;acqua ferma che serpeggia nel labirinto di liane e di mangrovie. Piove a dirotto, con la violenza primordiale dei temporali africani. La luce diafana dell&amp;rsquo;alba filtra di sbieco dalle fessure della volta vegetale. Dai rami, girata un&amp;rsquo;ansa paludosa, pendono nastri colorati, specchi, feticci intagliati. &amp;ldquo;Sono i ju-ju: hanno poteri magici&amp;rdquo; dice Ezekiel, la mia guida. &amp;ldquo;Proteggono l&amp;rsquo;accampamento&amp;rdquo;.Siamo nel Bayelsa, il farwest della Nigeria, dove le bande armate fanno saltare con la dinamite i pozzi del greggio e le pipeline, assaltano le piattaforme off-shore, ingaggiano sanguinosi combattimenti con l&amp;rsquo;esercito e si dileguano negli sterminati acquitrini del Delta del fiume Niger. Dove gli &amp;ldquo;oyibo&amp;rdquo;, i bianchi, non osano avventurarsi: pi&amp;ugrave; di 200 tecnici stranieri delle compagnie petrolifere, Agip, Shell, Chevron, Total, Elf, sono stati rapiti negli ultimi 18 mesi. Le sentinelle fanno segno di aspettare in una capanna di assi e di frasche. La pioggia batte sulla tettoia di lamiera, le foglie lucenti delle felci giganti stillano gocce sui tronchi fasciati di muschio. E&amp;rsquo; il tempio del loro dio, Owu Ase Adumu, il pitone reale. Ci sono chiodi arrugginiti e coltelli, infissi alle pareti; crani e corna di bufali, conchiglie, pelli di animali, idoli d&amp;rsquo;argilla, marmitte con pozioni d&amp;rsquo;erbe miracolose. E bottiglie di kai-kai, l&amp;rsquo;acquavite di palma. Il rullo dei tamburi di guerra si avvicina. E dal folto della selva sbucano i &amp;ldquo;boys&amp;rdquo;: un centinaio di miliziani che avanzano a passo di danza, brandendo fucili, mitraglie e machete. Indossano gli sgargianti abiti rituali. Alcuni hanno il volto coperto dai passamontagna. Altri ostentano visi dipinti, maschere, braccia tatuate e collane di amuleti. Si fanno chiamare &amp;ldquo;Isein Asawo&amp;rdquo;, Nove uomini, il numero dei guerrieri delle unit&amp;agrave; d&amp;rsquo;assalto. E il loro capo &amp;egrave; Oseiekube Kuma Munafa &amp;ldquo;Clever&amp;rdquo;, 45 anni, del villaggio di Nembe: un informe agglomerato di palafitte e case col tetto di alluminio ondulato su cui si erge la cattedrale anglicana di San Luca, la pi&amp;ugrave; antica del Delta, e dove si sgretolano nell&amp;rsquo;abbandono le tombe dei re che resistettero ai coloni bianchi.&amp;ldquo;Quando attacchiamo non indietreggiamo mai&amp;rdquo; spiega Clever, ricercato per insurrezione dal governo, mentre si scola l&amp;rsquo;ultimo sorso di kai-kai. &amp;ldquo;I teme, gli spiriti della foresta, ci rendono invincibili. Ma uccidere non &amp;egrave; il nostro scopo. Lottiamo per difendere i nostri diritti. Le compagnie petrolifere si comportano come i coloni portoghesi e inglesi: trafugano le nostre ricchezze e non ci lasciano niente. Non abbiamo scuole, ospedali, strade. Qui l&amp;rsquo;unica attivit&amp;agrave; &amp;egrave; la pesca, e il petrolio distrugge i nostri fiumi: ha trasformato le terre degli Ijaw e degli Ogoni in un cimitero&amp;rdquo;.Clever e gli adepti della sua setta mistica, che oggi conta almeno 460 uomini, sono stati tra i primi a prendere le armi, nel 1987: &amp;ldquo;Vogliamo investimenti, sviluppo, lavoro&amp;rdquo; proclama il santone. &amp;ldquo;Altrimenti metteremo a ferro e fuoco l&amp;rsquo;intera regione e costringeremo le compagnie petrolifere ad andarsene&amp;rdquo;. La ribellione si estese dopo la condanna a morte di Ken Saro Wiwa, scrittore e attivista per i diritti umani, giustiziato con altri otto compagni di etnia ogoni il 10 novembre 1995. I sabotaggi alle pipeline e i sequestri cominciarono a moltiplicarsi, come pure le sigle dei gruppi oggi riuniti nel Joint revolutionary council: Mend, Movimento per l&amp;rsquo;emancipazione del Delta del Niger; Brigate dei martiri; Coma, Coalition for militant action; Ndvf, Forza popolare volontaria del Delta del Niger.L&amp;rsquo;esercito ha inviato motovedette e contingenti di rinforzo, ma non pu&amp;ograve; garantire la sicurezza degli impianti, che pompano 2,2 milioni di barili al giorno. Anche perch&amp;eacute; dietro i passamontagna dei rivoltosi si celano spesso bande di criminali e di rapinatori manipolati dalle mafie che si dedicano al business degli ostaggi e alla pratica del &amp;ldquo;bunkering&amp;rdquo;: il sistematico furto e contrabbando di migliaia di tonnellate di petrolio, organizzato dai trafficanti con la complicit&amp;agrave; della polizia e dei politici locali. Che si arricchiscono incamerando il 13 per cento dei proventi degli idrocarburi, la quota destinata dal governo di Abuja agli &amp;ldquo;oil states&amp;rdquo;.Le multinazionali sono in allarme: attacchi e sabotaggi le hanno costrette a ridurre del 25 per cento la produzione, con una perdita secca per l&amp;rsquo;erario di Abuja, nel 2006, di 12 miliardi di dollari. Ma &amp;egrave; tutto l&amp;rsquo;Occidente industrializzato a seguire col fiato sospeso il conflitto nel Delta. La Nigeria &amp;egrave; l&amp;rsquo;ottavo esportatore di greggio al mondo e il terzo fornitore degli Stati Uniti, con riserve accertate di oltre 36 miliardi di barili: olio leggero, a basso tenore di zolfo e di residui, che costituisce il 95 per cento dell&amp;rsquo;export e la principale fonte di entrate in valuta. I giacimenti di gas naturale contengono oltre 3.500 miliardi di metri cubi. Eppure il 70 per cento dei 140 milioni di nigeriani vive con meno di un dollaro al giorno e il primo produttore di petrolio del continente deve importare la benzina. Gli oltre 380 miliardi di dollari in royalties incassati in 40 anni dal governo federale sono stati sperperati o semplicemente rubati da una nomenklatura tra le pi&amp;ugrave; corrotte del pianeta. Leggendo il bilancio consuntivo 2006 del Rivers State, per esempio, si scopre che l&amp;rsquo;ufficio del governatore ha speso 65 mila dollari al giorno in limousine, 10 milioni in catering e regali, 38 milioni per l&amp;rsquo;acquisto di due aerei privati. E solo 22 milioni per il servizio sanitario.Il neopresidente Umaru Yar&amp;rsquo;Adua ha promesso un piano d&amp;rsquo;emergenza per i nove stati del Delta e gioved&amp;igrave; 14 giugno ha ordinato la scarcerazione del leader della Ndvf, Mujahid Dokubo-Asari. Ma non &amp;egrave; servito. Il giorno stesso i &amp;ldquo;boys&amp;rdquo; hanno assaltato e occupato la stazione di pompaggio dell&amp;rsquo;Agip di Ogboinbiri, nel Bayelsa, uccidendo una decina di militari: l&amp;rsquo;impianto &amp;egrave; stato riconquistato dalle truppe federali dopo una battaglia con una dozzina di morti. Un oleodotto della Shell, una stazione di pompaggio della Chevron e due pipeline dell&amp;rsquo;Eni sono state sabotate. Il prezzo del barile &amp;egrave; risalito a 70 dollari. E nei giorni precedenti, dopo l&amp;rsquo;ennesimo sequestro di alcuni dipendenti e dei loro famigliari, la societ&amp;agrave; indiana che gestisce il complesso petrolchimico di Eleme aveva annunciato la chiusura della pi&amp;ugrave; grande industria della zona. &amp;ldquo;Gli stranieri sono avvertiti: devono tornarsene a casa&amp;rdquo; ha ribadito Dokubo-Asari. All&amp;rsquo;accampamento di Clever i miliziani sono pronti a entrare in azione. Caricano i bazooka e gli Rpg sulle lance in vetroresina con i potenti fuoribordo Yamaha da 115 cavalli, seguono i tortuosi meandri, attraversano le lagune malariche di cui conoscono ogni anfratto e sbucano nel Niger, zigzagando tra le isole di gigli galleggianti, le piroghe dei pescatori di tilapia, le canoe che trasportano sabbia ai cantieri, noci di cola e pesce affumicato ai mercati. I cartelli che avvertono: &amp;ldquo;Non ancorare. Pipeline ad alta pressione&amp;rdquo;. Sui fondali passano migliaia di chilometri di tubi e nelle anse ristagnano chiazze di petrolio: gli &amp;ldquo;spills&amp;rdquo; provocati dalla corrosione, dai sabotaggi, dai guasti alle attrezzature sono sempre pi&amp;ugrave; frequenti. Spesso s&amp;rsquo;incendiano, sprigionando masse di fumo nero e oleoso.Il disastro &amp;egrave; aggravato dalle emissioni di gas: due milioni di metri cubi al giorno di metano, monossido e biossido di carbonio e acido solforoso generati dalla combustione dei residui dei procedimenti estrattivi. Il 12 per cento del totale mondiale. Il network di 73 &amp;ldquo;flares&amp;rdquo; della Shell potrebbe fornire energia elettrica a tutta la regione; ma bruciare i residui &amp;egrave; pi&amp;ugrave; facile, pi&amp;ugrave; conveniente. Uno scempio ecologico che le multinazionali stanno cercando di limitare riducendo i quantitativi immessi nell&amp;rsquo;atmosfera. Ma intanto le piogge acide continuano a distruggere la vegetazione. E di notte sono i perpetui bagliori rossastri delle fiaccole del gas a illuminare i miserabili villaggi senza luce e senz&amp;rsquo;acqua potabile. Lungo il fiume gli impianti di pompaggio della Shell, difesi da nidi di mitragliatrici e palizzate di filo spinato, ricordano le sinistre stazioni commerciali sul Congo descritte da Conrad in Cuore di tenebra: oro nero,&amp;nbsp; oggi, invece di oro bianco e schiavi. Alla foce, sull&amp;rsquo;isola di Brass, gli &amp;ldquo;oyibo&amp;rdquo; sono stati evacuati: i tecnici stranieri si spostano solo in elicottero e il terminal e le gigantesche cisterne dell&amp;rsquo;Agip sono presidiate da soldati armati.Anche da Port Harcourt, la capitale africana del greggio, i bianchi sono in fuga. Nella citt&amp;agrave; paralizzata dal traffico selvaggio e allagata dalle piogge vige la legge del Kalashnikov. Rapine, attentati, sequestri a scopo di riscatto e sparatorie si susseguono a ritmo quotidiano non solo negli slum senza fogne infestati da topi e zanzare ma anche, in pieno giorno, nei quartieri del centro. Bar e ristoranti sono vuoti: persino le ragazze che si prostituivano nei night si sono trasferite a Lagos. Chi &amp;egrave; rimasto vive rinchiuso in compound convertiti in bunker. Come gli italiani della Alcon, una ditta che lavora nell&amp;rsquo;impianto Shell di Okoloma: doppia recinzione in acciaio, altane di avvistamento, sistemi elettronici di allarme, fotocellule, sacchetti di sabbia, postazioni dell&amp;rsquo;esercito. &amp;ldquo;Sembra di stare a Guantanamo&amp;rdquo; raccontano. &amp;ldquo;Di qui possiamo uscire solo con la scorta, in convoglio&amp;rdquo;.Gli insorti hanno ha ottenuto alcuni risultati: l&amp;rsquo;apertura al negoziato del nuovo presidente, la liberazione di Dokubo-Asari, l&amp;rsquo;impegno delle compagnie petrolifere a investire nello sviluppo sociale delle 291 comunit&amp;agrave; del Delta. Ma le multinazionali, sempre pi&amp;ugrave; orientate ad ampliare le meno rischiose attivit&amp;agrave; off-shore, non possono sostituirsi al governo nigeriano, la cui strategia sembra per ora limitarsi a una generosa &amp;ldquo;campagna acquisti&amp;rdquo; nei confronti dei leader tribali e delle bande ribelli meno politicizzate, avvezze a cambiar bandiera per qualche pugno di dollari. E il misterioso Jomo Gbomo, il presunto capo del Mend, che dal suo nascondiglio comunica soltanto via e-mail, ha fatto sapere che non intende scendere a compromessi. &amp;ldquo;Non ci faremo comprare&amp;rdquo; scrive dal suo rifugio segreto. &amp;ldquo;Continueremo ad attaccare le societ&amp;agrave; straniere perch&amp;eacute; &amp;egrave; il solo mezzo di cui disponiamo per sensibilizzare l&amp;rsquo;opinione pubblica internazionale: vogliamo il controllo delle nostre risorse e un&amp;rsquo;equa distribuzione della ricchezza. Non c&amp;rsquo;&amp;egrave; alternativa alla lotta armata&amp;rdquo;.&amp;nbsp;&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">AFRICA, 2004</title>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-44-1.jpg" alt="#" /><p>Il minareto si erge come una solitaria sentinella su un paesaggio di morte e distruzione. Gli elicotteri e gli Antonov hanno risparmiato solo la&amp;nbsp; moschea del villaggio di Musbet, crocevia di carovane nella desolata savana del Darfur settentrionale. Avanziamo con cautela tra le capanne incenerite, scavalcando le granate inesplose e i crateri aperti dalle bombe: la popolazione &amp;egrave; fuggita, i granai sono bruciati, i cadaveri degli animali marciscono sotto un sole spietato. Mentre il ventennale conflitto che ha mietuto 2 milioni di vittime in Sudan si avvia alla conclusione con la firma di un accordo tra il regime di Khartoum e i ribelli di John Garang (autonomia del sud cristiano-animista e spartizione delle riserve petrolifere valutate in 2 miliardi di barili), un&amp;rsquo;altra guerra di sterminio devasta l&amp;rsquo;arida regione limitrofa al Chad. Lanciata lo scorso anno da due gruppi armati, il Sla (Sudan liberation army) e il Jem (Justice and equality movement), che accusano il governo di discriminare le trib&amp;ugrave; africane a vantaggio degli arabi, la rivolta &amp;ndash; secondo il coordinatore delle Nazioni Unite per il Sudan, Mukesh Kapila &amp;ndash; ha scatenato una selvaggia pulizia etnica e provocato &amp;ldquo;la pi&amp;ugrave; grave crisi umanitaria in corso nel mondo&amp;rdquo;. Un milione di sfollati vaga alla disperata ricerca di cibo tra i villaggi (pi&amp;ugrave; di duemila) rasi al suolo. I morti sono migliaia. Oltre centomila profughi si sono riversati in Chad, dove sopravvivono a stento sparpagliati lungo i 600 chilometri del confine. &amp;ldquo;Siamo di fronte&amp;rdquo; ha aggiunto Kapila &amp;ldquo;a un tentativo di genocidio paragonabile, nel metodo se non nelle proporzioni, a quello del 1994 in Rwanda&amp;rdquo;.Un genocidio senza testimoni. Il governo di Khartoum ha dichiarato il Darfur zona militare e impedisce il libero accesso ai giornalisti e alle organizzazioni umanitarie. I volontari di Msf, che assistono i malati e i feriti alla frontiera, sono costretti a rimanere in territorio chadiano. &amp;ldquo;E fra pochi mesi, con la stagione delle piogge, le piste dell&amp;rsquo;interno saranno impraticabili&amp;rdquo; spiega il responsabile per l&amp;rsquo;emergenza dell&amp;rsquo;Unhcr Yvan Sturm. Le poche notizie che filtrano descrivono orrori senza fine: il villaggio di Tawilah &amp;egrave; stato incendiato, 75 persone sono state massacrate, centinaia di donne e bambini sono stati rapiti, 41 ragazze di una scuola sono state stuprate davanti ai genitori. E&amp;rsquo; notte quando oltrepassiamo il wadi Howar ed entriamo clandestinamente nel Darfur. Un convoglio di quattro Toyota cariche di guerriglieri armati di Kalashnikov e lanciagranate ci attende, mimetizzato tra gli arbusti e gli alberi di gomma arabica. Alcuni sono giovanissimi, quasi tutti di etnia zaghawa, la bellicosa trib&amp;ugrave; maggioritaria nella zona. Appesi al collo e alla cintura portano collane di amuleti: tessere di cuoio che racchiudono i versetti del Corano e prolungano la vita.Viaggiamo in direzione nordest, poi verso sud lungo il letto asciutto del wadi Sinin, tra l&amp;rsquo;ocra delle dune e i tavolati di roccia bruna sferzati dal vento infuocato. A mezzogiorno il cielo, offuscato dalle tempeste di sabbia, &amp;egrave; di un bianco incandescente. Incontriamo capanne carbonizzate, villaggi abbandonati, carcasse di asini, montoni, cammelli. &amp;ldquo;Molti pozzi&amp;rdquo; avverte Abdel Rahim Arga, laureato in legge al Cairo, che ha lasciato il lavoro per arruolarsi nel Sla, &amp;ldquo;sono stati minati e avvelenati&amp;rdquo;. I ribelli si sfamano cacciando antilopi e gazzelle che cuociono sulle braci, dopo la preghiera del tramonto. All&amp;rsquo;alba smontano i fucili automatici e li lubrificano con il midollo degli animali. Le unit&amp;agrave; della guerriglia si spostano in continuazione per non essere individuate dagli elicotteri dell&amp;rsquo;esercito. Conoscono ogni anfratto del territorio, ogni increspatura del deserto, ogni sentiero che si snoda nella savana. Il Thuraya, il telefono satellitare portatile, consente ai comandanti di mantenere i contatti, scambiarsi informazioni sui movimenti del nemico, pianificare agguati e imboscate.Dopo tre giorni raggiungiamo le alture del wadi Koro, a tre ore di jeep da Musbet: la base dove il capo militare del Sla, Minni Arcou, accampato con un centinaio di ribelli, ha fissato l&amp;rsquo;appuntamento. Parla un perfetto inglese, ha nella fondina una pistola Taurus brasiliana e ci accoglie seduto su una stuoia all&amp;rsquo;ombra avara di un&amp;rsquo;acacia spinosa: &amp;ldquo;Benvenuti nel territorio liberato&amp;rdquo; dice. &amp;ldquo;In questo momento siete gli unici giornalisti in Darfur&amp;rdquo;. Arcou sostiene di non ricevere alcun sostegno dall&amp;rsquo;estero, anche se tra i massi sono accatastate casse di munizioni della Jamahiriya libica e alcuni &amp;ldquo;boys&amp;rdquo; indossano T-shirt con l&amp;rsquo;effigie del colonnello Gheddafi: &amp;ldquo;Sequestriamo armi, veicoli, carburante e sistemi di comunicazione ai soldati governativi. L&amp;rsquo;esercito controlla le citt&amp;agrave;, come Al-Fasher e Nyala, e le strade principali. Ma &amp;egrave; statico e poco motivato: la maggior parte dei malpagati coscritti &amp;egrave; originaria del Darfur. Noi invece siamo in grado di colpire infliggendo pesanti perdite e di scomparire nel nulla&amp;rdquo;. Una strategia di lotta che punta a internazionalizzare il conflitto con l&amp;rsquo;obiettivo di ottenere, all&amp;rsquo;interno di un sistema federale, un&amp;rsquo;equa ripartizione delle risorse locali (agricoltura, allevamento, miniere di ferro) ora nelle mani degli arabi.&amp;ldquo;Anche oggi&amp;rdquo; continua il comandante Arcou, che assicura di poter mettere in campo &amp;ldquo;migliaia&amp;rdquo; di guerriglieri addestrati, &amp;ldquo;abbiamo impegnato il nemico a ovest di Al-Fasher. Abbiamo perso 17 combattenti e ucciso 150 militari. Khartoum vuole fare terra bruciata: gli Antonov, i Mig e gli elicotteri sganciano missili e bombe a frammentazione contro i villaggi per costringere i pastori e i contadini ad abbandonare la terra e a rifugiarsi in Chad&amp;rdquo;. Giungono voci di altri combattimenti pi&amp;ugrave; a sud, nel fertile Darfur centrale e meridionale, e sul massiccio del Jebel Marra, inaccessibile roccaforte della resistenza e del suo leader politico, Abdelwahid Mohammed Ahmed Nur.Alcuni sfollati si nascondono nelle caverne o tra i cespugli del wadi. Hawa, un&amp;rsquo;anziana donna con le gote scavate dalle rughe e dalla fame, &amp;egrave; rimasta nella sua capanna di rami secchi: &amp;ldquo;Gli aerei hanno bombardato l&amp;rsquo;altro ieri&amp;rdquo; racconta. &amp;ldquo;Gli animali sono scappati. Due bambini sono spariti. E adesso possono arrivare i janjawid&amp;rdquo;.Sono le milizie arabe irregolari a seminare il terrore tra i civili in questa regione senza scuole, senza luce elettrica, senza ospedali, da secoli teatro di scontri e conflitti culturali tra i &amp;ldquo;negri&amp;rdquo; sedentari e gli invasori nomadi venuti dal nord. I &amp;ldquo;janjawid&amp;rdquo; (cavalieri armati) piombano all&amp;rsquo;improvviso sulla popolazione inerme in bande di centinaia di uomini in sella a cavalli e dromedari o a bordo di veloci pick-up: uccidono, saccheggiano, stuprano le donne, razziano il bestiame, rapiscono i bambini e li vendono come &amp;ldquo;abid&amp;rdquo;, schiavi, nelle piantagioni sulle rive del Nilo. Alle cisterne di Musbet un vecchio dagli occhi spaventati, Ali Isa Abdullahi, abbevera le sofferenti pecore scampate alle razzie. Ogni tanto si zittisce e guarda il cielo color rame: dove c&amp;rsquo;&amp;egrave; acqua si raduna la gente, e dove c&amp;rsquo;&amp;egrave; gente piovono le bombe degli Antonov. &amp;ldquo;Di cosa vivremo durante le piogge? I janjawid&amp;rdquo; dice &amp;ldquo;hanno dato fuoco alle scorte di cereali. E prima di andarsene hanno trucidato due ragazze incinte&amp;rdquo;.I sopravvissuti si nascondono a un giorno di marcia, negli avvallamenti della boscaglia, in recinti di rovi dove bambini seminudi e denutriti aspettano muti, tra fagotti di stracci e taniche di plastica, l&amp;rsquo;unico pasto possibile: il &amp;ldquo;gowo&amp;rdquo;, una melma verdastra di erbe e farina di miglio che le donne macinano su rudimentali mole di pietra. Bahita, 34 anni, ha perso il marito e non sa come nutrire i quattro figli che, affetti da dissenteria, continuano a deperire. Il suo sguardo &amp;egrave; buio come un pozzo inaridito e il suo volto sembra intagliato nell&amp;rsquo;ebano pi&amp;ugrave; duro: nel primo bombardamento di Musbet, il 5 luglio, una scheggia le ha strappato il braccio sinistro. Sul moncherino la ferita, ancora aperta, spurga sangue e siero purulento: Bahita non riesce pi&amp;ugrave; a raccogliere la legna per il fuoco. Sotto un arbusto riarso alcuni uomini con turbante e tunica bianca leggono il Corano. Celebrano il rito funebre per Mukhtar Bush e i suoi due compagni, partiti in cammello alla volta del villaggio di Kutum in cerca di miglio: intercettati dai janjawid, sono stati rapinati e uccisi. I loro corpi insepolti saranno cibo per le iene e gli avvoltoi.&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">PALESTINA, NOVEMBRE 2004</title>
   <updated>2007T04Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-43-1.jpg" alt="#" /><p>Puntuale, ogni mattina, l&amp;rsquo;infermiere specializzato Naser Afifi accompagna i figli a scuola e si presenta al lavoro: ha in gestione il pronto soccorso dell&amp;rsquo;aeroporto internazionale di Gaza, un bugigattolo nel pomposo salone delle partenze affacciato sulla pista di atterraggio. Toglie il lucchetto alla porta, prepara una tazza di t&amp;egrave; sul fornellino a gas, si accomoda sul lettino delle visite e accende la prima sigaretta. Poi aspetta l&amp;rsquo;ora di smontare, saltando da un canale all&amp;rsquo;altro del piccolo televisore appeso al muro. Perch&amp;eacute; di pazienti, Naser non ne vede da oltre tre anni: da quando gli israeliani, all&amp;rsquo;inizio dell&amp;rsquo;intifada, hanno bombardato con gli F-16 il radar e divelto con i bulldozer l&amp;rsquo;asfalto della pista. Ma Naser presidia con ostinazione il suo posto di lavoro. L&amp;rsquo;impiego garantito &amp;egrave; pi&amp;ugrave; importante dello stipendio, di cui ha perso anche il ricordo. La tahdia, la tregua provvisoria, e l&amp;rsquo;imminente evacuazione delle colonie ebraiche lasciano sperare in una riapertura dello scalo, costruito dagli olandesi nella desolata landa di Rafah, a ridosso del confine egiziano. Nel frattempo Naser tiene in ordine la scarna attrezzatura dell&amp;rsquo;infermeria: due bombole di ossigeno, un polveroso armadietto con medicinali scaduti, misteriose fiale prive di etichetta, qualche siringa. A ogni chiamata del muezzin compie le abluzioni rituali nella toilette e si inginocchia in direzione della Mecca nella sala di preghiera. Poi si sgranchisce le gambe aggirandosi come un fantasma nei corridoi deserti, nella penombra surreale della grande hall, tra i banchi del check in, la biglietteria e le vetrine del duty free. &amp;ldquo;L&amp;rsquo;ultimo aereo civile&amp;rdquo; racconta Naser con una vena di tristezza &amp;ldquo;&amp;egrave; atterrato 5 anni fa&amp;rdquo;. Lui per&amp;ograve; non molla. &amp;ldquo;Quando l&amp;rsquo;aeroporto funzioner&amp;agrave; di nuovo&amp;rdquo; dice &amp;ldquo;io sar&amp;ograve; qui: come sempre, al mio posto&amp;rdquo;. Naser non vuole finire come Ziad, falegname, che a 48 anni e con 11 figli da mantenere passa tutte le notti all&amp;rsquo;addiaccio con altri trecento disoccupati davanti al check point della zona industriale di Erez aspettando di essere reclutato per un lavoro a cottimo, qualsiasi lavoro, pagato la miseria di 6 shekel all&amp;rsquo;ora, poco pi&amp;ugrave; di un euro. &amp;ldquo;A volte aprono, a volte no. Restiamo qui accampati, sotto la pioggia: i soldati hanno abbattuto le tettoie e le latrine. Quando ci chiamano per la perquisizione entriamo in una specie di gabbia, in fila indiana. Se abbiamo in tasca una moneta scatta l&amp;rsquo;allarme e ci mandano indietro&amp;rdquo;.Anche Ziad aspetta la pace. Tre anni di intifada hanno strangolato l&amp;rsquo;economia della Striscia, 363 chilometri quadrati tra i pi&amp;ugrave; affollati al mondo (1,4 milioni di palestinesi e 8 mila coloni israeliani barricati in 21 insediamenti) dove Yasser Arafat si era illuso di gettare le basi di uno stato indipendente e dove invece &amp;egrave; continuato a scorrere il sangue. La disoccupazione supera il 30 per cento, quella giovanile il 60. Il reddito pro capite &amp;egrave; 14 volte inferiore a quello di Israele, un palestinese su due vive al di sotto della soglia della povert&amp;agrave;. Ci si aggrappa alla speranza. &amp;ldquo;C&amp;rsquo;&amp;egrave; voglia di rinnovamento&amp;rdquo; dice il dottor Ghazi Hamad, direttore di Risala, il settimanale di Hamas, che ha passato 5 anni in carcere con 12 imputazioni per attivit&amp;agrave; sovversive. &amp;ldquo;I giovani vedono alla tv quello che accade in Libano, chiedono democrazia, libere elezioni. Noi siamo pronti a collaborare, senza per&amp;ograve; rinunciare all&amp;rsquo;opzione militare: sappiamo che il conflitto durer&amp;agrave; ancora a lungo, fino all&amp;rsquo;evacuazione totale dei territori occupati&amp;rdquo;.Qualcosa, nel frattempo, dovr&amp;agrave; pur cambiare con il ritiro dei coloni. Spariranno i presidi armati e i posti di blocco, come il temuto check point fortificato di Abu Huli che taglia in due la Striscia. Le strade distrutte dai blindati saranno rese transitabili. E Mahmud Hawidi, uno dei 1700 pescatori di Gaza, potr&amp;agrave; spingersi a cercar sardine con la sua lampara nelle acque oggi proibite di Khan Younis. Qualcosa &amp;egrave; gi&amp;agrave; cambiato: non si sente sparare. L&amp;rsquo;accordo siglato al Cairo dai gruppi radicali palestinesi non &amp;egrave; una hudna, un cessate il fuoco definitivo. Ma la tregua regge. Gli attacchi suicidi sono sospesi, come le rappresaglie israeliane, le incursioni aeree, i rastrellamenti.Le incognite sono per&amp;ograve; gigantesche. Abu Mazen sta tentando di mettere un freno alla corruzione, di por fine alle faide, di riorganizzare i servizi di sicurezza. I risultati sono deludenti. Dopo che la scorsa settimana alcuni militanti delle Brigate hanno sparato contro la Muqata, a Ramallah, contestando la decisione di disarmarli, il capo dell&amp;rsquo;intelligence Tawfiq Tirawi si &amp;egrave; dimesso e il rais &amp;egrave; stato costretto a licenziare il generale Ismail Jaber, comandante della polizia, minacciando persino di rinunciare al proprio incarico. Sintomi preoccupanti delle difficolt&amp;agrave; del presidente, che per attuare le riforme deve fare i conti con lo strapotere delle milizie e con le mafie economiche della vecchia guardia arafatiana, rappresentata dal premier Abu Ala. Mentre Hamas continua a guadagnare consensi.A Jabalia tutto &amp;egrave; pronto per la preghiera del venerd&amp;igrave; nella moschea Ezzedin al-Qasam, pavesata di manifesti con il ritratto dello sceicco Ahmed Yassin. Gli attivisti, alla guida di trattori e scavatrici, rimuovono i mucchi di rifiuti e le macerie delle case bombardate. &amp;ldquo;L&amp;rsquo;Anp&amp;rdquo; sostiene Nadia Abu Ala, animatrice del Center for women affairs, &amp;ldquo;&amp;egrave; un apparato di sicurezza. Dal punto di vista sociale &amp;egrave; inesistente&amp;rdquo;. Hamas, invece, ha creato una fitta rete di solidariet&amp;agrave;. &amp;ldquo;Gestiamo asili, scuole, consultori famigliari, presidi sanitari, orfanotrofi&amp;rdquo; spiega Umm Mohammed, vedova di Abdelaziz Rantisi, il leader di Hamas ucciso lo scorso anno da un missile israeliano. Sono altrettanti luoghi di reclutamento e di propaganda. Come le moschee, unica distrazione del weekend per adulti e bambini dove cinema e luna park non si sono mai visti. Alle elezioni municipali Hamas ha stravinto. Di fronte alle divisioni dell&amp;rsquo;Anp, si mostra compatto e organizzato, con parole d&amp;rsquo;ordine comprensibili. Alle fumose promesse e alle ciniche tattiche della diplomazia contrappone la forza del messaggio islamico e la visione di una societ&amp;agrave; fondata sui principi del Corano. &amp;ldquo;Vogliamo far parte delle istituzioni politiche della Palestina&amp;rdquo; dice Mushir al-Masri, il portavoce di Hamas. &amp;ldquo;Ma volere la pace non significa rinunciare a usare le armi per costringere gli israeliani a evacuare i territori occupati. Temiamo che Sharon, mantenendo un ferreo controllo sui confini, trasformi Gaza in una grande prigione&amp;rdquo;.A Rafah, sul confine con l&amp;rsquo;Egitto, in un campo di addestramento che Panorama ha potuto visitare, i miliziani continuano a esercitarsi con le armi: giovani della Jihad islamica, di Hamas, delle Brigate al-Aqsa. &amp;ldquo;La tregua e solo temporanea&amp;rdquo; afferma Abu Sakker &amp;ldquo;Ramzi&amp;rdquo;, leader dei Falchi di al-Fatah. &amp;ldquo;Tutto lascia pensare che dovremo presto riprendere le operazioni militari&amp;rdquo;. Neppure Raghad si fa illusioni: sua figlia Nur, 9 anni, &amp;egrave; stata uccisa da un proiettile israeliano mentre entrava in classe, in una scuola dell&amp;rsquo;Onu a Rafah, quando il cessate il fuoco era gi&amp;agrave; stato dichiarato. &amp;ldquo;La tregua&amp;rdquo; dice tra le lacrime &amp;ldquo;serve a darci il tempo di crescere altri figli, destinati a essere ammazzati&amp;rdquo;.Tulkarem, in Cisgiordania, &amp;egrave; la seconda citt&amp;agrave; dopo Gerico consegnata all&amp;rsquo;amministrazione palestinese in seguito agli accordi di Sharm el-Sheikh. &amp;ldquo;E&amp;rsquo; una truffa&amp;rdquo; sbotta il ministro Saeb Erekat, responsabile dei negoziati con Israele. &amp;ldquo;A Gerico e a Tulkarem si sono limitati a spostare di alcune centinaia di metri un posto di blocco. E intanto Sharon da il via a nuovi insediamenti nei territori occupati. Non erano questi i patti&amp;rdquo;. Anche Yasser Abed Rabbo, membro del consiglio esecutivo dell&amp;rsquo;Olp e promotore, con l&amp;rsquo;israeliano Yossi Beilin, dell&amp;rsquo;iniziativa di pace di Ginevra, &amp;egrave; pessimista: &amp;ldquo;Israele e gli Usa non vogliono una soluzione globale, ma con la frammentazione degli accordi non arriveremo alla pace. Il ritiro da Gaza interessa meno del 5 per cento dei territori occupati. E&amp;rsquo; una trappola, uno stratagemma per far dimenticare Gerusalemme e la Cisgiordania, dove il muro continua ad avanzare all&amp;rsquo;interno delle zone palestinesi creando dei nuovi bantustan&amp;rdquo;.Lungo il muro, che a Tulkarem &amp;egrave; alto 8 metri, corre una grata metallica con filo spinato, telecamere, sensori e torri di avvistamento. &amp;ldquo;Per venire a scuola&amp;rdquo; spiega il deputato Hassan Khreish &amp;ldquo;i bambini dei villaggi devono attraversare la barriera e il varco, al mattino, resta aperto per soli 15 minuti. E&amp;rsquo; come vivere in un carcere. Siamo circondati. I militari pattugliano le colline e impediscono agli arabi israeliani di entrare in citt&amp;agrave;: la nostra economia &amp;egrave; stata azzerata&amp;rdquo;.Si fanno incontri inquietanti a Tulkarem. In un &amp;ldquo;domicilio sicuro&amp;rdquo; il capo delle Brigate al-Aqsa, Sheikh al-Zetawey, 29 anni, pistola alla cintura, racconta la sua vita clandestina. E&amp;rsquo; scortato da una decina di miliziani, tutti ricercati dalle forze speciali israeliane, alcuni reduci dal carcere e con i segni delle torture sul corpo.&amp;nbsp; &amp;ldquo;Sono sfuggito a due attentati e per due volte sono stato ferito&amp;rdquo; dice Al-Zetawey. &amp;ldquo;In uno scontro armato ho perso sei compagni. Ieri, per la prima volta dopo sette mesi, ho rivisto le mie figlie. Mi sono accorto che una di loro, tre anni e mezzo, accarezzava il mio Kalashnikov: per lei era un gioco&amp;rdquo;.Poco distante, in una casa contadina, un vecchio con la kefiah mostra la foto del figlio: Abdallah Badran, 21 anni, studente universitario, l&amp;rsquo;ultimo kamikaze che si &amp;egrave; fatto esplodere a Tel Aviv, il 25 febbario, uccidendo 5 civili israeliani. &amp;ldquo;Era molto religioso&amp;rdquo; riesce a dire. &amp;ldquo;Ma non sapevamo che fosse un membro della Jihad islamica. Non abbiamo potuto seppellirlo. Nessuno &amp;egrave; venuto per le condoglianze&amp;rdquo;. Said, il fratellino di 8 anni, sta facendo un disegno per la scuola: il muro, i carri armati, i mitra. E in cielo una scritta: uein as-salam? Dov&amp;rsquo;&amp;egrave; la pace?&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">IRAQ, 2003-2005</title>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-42-1.jpg" alt="#" /><p>Un cielo nero d&amp;rsquo;inverno incombe su Baghdad. Un cielo plumbeo, senza sole, attraversato dalle spire di fumo denso e oleoso che si sollevano dalle trincee di petrolio incendiate. La citt&amp;agrave; brucia. I lampi delle detonazioni illuminano gli scheletri degli edifici bombardati. I traccianti della contraerea e le scie di fuoco dei missili terra-aria scompaiono nella tetra caligine che ci sovrasta. Il giorno e la notte si confondono.Contro i Tomahawk computerizzati e le smart bombs del terzo millennio Saddam Hussein combatte con i mezzi rudimentali che il suo conterraneo Saladino metteva in campo per contrastare l&amp;rsquo;avanzata degli eserciti cristiani alle crociate. Ma la cortina di fumo non impedisce ai sensori degli Awacs di rilevare i bersagli, n&amp;eacute; ai software dei sistemi di puntamento dei caccia di agganciare gli obiettivi alle coordinate trasmesse dai satelliti. Serve solo ad attutire il fragore delle armi, a soffocare gli schianti delle esplosioni. Mi sono abituato ai suoni della guerra. Alle sirene degli allarmi aerei che non sempre funzionano o scattano in ritardo, dopo l&amp;rsquo;impatto delle prime bombe. Al sordo tuono dei B-52 in avvicinamento. Ai boati improvvisi e allo spostamento d&amp;rsquo;aria che fa tremare i vetri. Alle raffiche delle mitraglie, mentre il muezzin chiama alla preghiera. Al silenzio vigile di una citt&amp;agrave; che attende, con l&amp;rsquo;angoscia di un condannato a morte che non sa quando la sentenza sar&amp;agrave; eseguita. Ma non riesco ad abituarmi all&amp;rsquo;informazione pilotata, alla censura, ai bollettini militari, alla tracotanza dei generali, alla propaganda e alle menzogne che accompagnano ogni guerra. Credo solo a quel poco che vedo, ed &amp;egrave; gi&amp;agrave; troppo: la paura dei bambini, il lutto delle vedove, la rassegnazione dei vecchi, la miseria della gente, la violenza della morte.Mentre scrivo queste righe Baghdad &amp;egrave; di nuovo sotto attacco. Ecco il ronzio dei bombardieri, i colpi della contraerea, il missile che colpisce uno degli edifici del palazzo presidenziale sul Tigri, a circa 800 metri da dove mi trovo: abbasso istintivamente la testa mentre l&amp;rsquo;onda d&amp;rsquo;urto investe le pareti del mio albergo. Poi altre esplosioni: conto i secondi tra il lampo di luce all&amp;rsquo;orizzonte e il rombo che segue. Sono lontane, verso la cintura nord della citt&amp;agrave;: sotto tiro sono le basi e le divisioni corazzate della Guardia repubblicana, le difese della capitale. Le avanguardie delle forze anglo-americane hanno ormai raggiunto i dintorni di Baghdad. Nei giorni scorsi hanno percorso pi&amp;ugrave; di 500 chilometri di deserto lungo una direttrice sudest-nordovest sulla riva destra dell&amp;rsquo;Eufrate, incontrando ostacoli superiori alle previsioni. In un discorso registrato e trasmesso il 24 marzo dalla tv di stato, Saddam ha esaltato l&amp;rsquo;eroismo dei soldati iracheni: &amp;ldquo;Allah &amp;egrave; con voi&amp;rdquo; ha detto. &amp;ldquo;Siate pazienti, perch&amp;eacute; pi&amp;ugrave; accanita sar&amp;agrave; la vostra resistenza, pi&amp;ugrave; dura sar&amp;agrave; la reazione del nemico. La nostra guerra &amp;egrave; giusta: sarete accolti in Paradiso&amp;rdquo;.Il trionfalismo dei comunicati ufficiali &amp;egrave; corroborato dai filmati che mostrano i militari americani uccisi in battaglia o fatti prigionieri, i loro indistruttibili tank in fiamme, i loro elicotteri circondati da guerrieri in kefiah armati di Kalashnikov e lanciarazzi. Un ottimismo alimentato da notizie, impossibili da verificare, di caccia abbattuti e di pesanti perdite inflitte agli invasori. In realt&amp;agrave;, la strategia del Pentagono non sembra contemplare, nella fase attuale del conflitto, la conquista delle citt&amp;agrave; del sud con operazioni belliche che rallenterebbero la marcia dei reparti corazzati e avrebbero un elevato costo in vite umane. La tenace resistenza degli iracheni al porto di Umm Qasr ha indotto gli alleati a consolidare la testa di ponte nella penisola di Fao e le posizioni acquisite attorno a Bassora e ai giacimenti petroliferi di Rumailah per puntare su Baghdad, avanzando rapidamente sul fianco occidentale oltre i centri urbani di Suq al-Shuyukh, Nasiriya, Samawa e i santuari sciiti di Najaf e Karbala. Giunti alle porte della capitale, prepareranno l&amp;rsquo;attacco decisivo facendo affluire uomini e mezzi lungo questo corridoio, oltre che dalla Giordania e dal Kurdistan.Intanto, Baghdad sprofonda lentamente nel clima dell&amp;rsquo;assedio. Ma pi&amp;ugrave; che alla Stalingrado prefigurata dal rais, la citt&amp;agrave; comincia ad assomigliare a una Grozny in decomposizione. Bande di miliziani in uniforme e in abiti civili pattugliano le strade sparando raffiche di mitra, apparentemente senza motivo. E dietro la facciata compatta del regime sembra tirare un&amp;rsquo;aria da resa dei conti: la avverti nei nervi scoperti e negli scatti d&amp;rsquo;ira dei militanti del partito, negli occhi arrossati e nei tratti tesi dei funzionari, nelle richieste di aiuto per ottenere un visto sussurrate a mezza voce, nel caos che si &amp;egrave; impadronito dei ministeri e degli uffici pubblici.Lavorare &amp;egrave; sempre pi&amp;ugrave; difficile, quasi impossibile. Nei corridoi del Palestine, l&amp;rsquo;hotel dove alloggiano quasi tutti i 150 giornalisti accreditati e non ancora esplusi, si aggirano poliziotti e agenti dei servizi di sicurezza. Bussano nel cuore della notte e perquisiscono le camere in cerca dei telefoni satellitari (che dovrebbero restare sempre depositati al ministero dell&amp;rsquo;Informazione) e delle videocassette senza il timbro della censura: chi &amp;egrave; colto in flagrante viene immediatamente accompagnato alla frontiera. Dormo vestito, con l&amp;rsquo;orecchio teso ai passi e ai rumori inconsueti, la pila a portata di mano in caso di blackout e il telefono nascosto nelle prese d&amp;rsquo;aria sul soffitto o nella cassetta svuotata dello sciacquone del bagno. Un sonno leggero, interrotto di continuo dagli spari e dal frastuono delle bombe: quando il boato &amp;egrave; vicino, esco con la macchina fotografica sul balcone per vedere dove il missile &amp;egrave; caduto e cercare di inquadrare l&amp;rsquo;esplosione successiva.In molte zone della citt&amp;agrave; non arriva pi&amp;ugrave; la corrente elettrica ed &amp;egrave; meglio evitare l&amp;rsquo;uso degli ascensori. Ombre furtive si arrampicano sulle rampe buie delle scale. Colleghi che si scambiamo informazioni e consigli: &amp;ldquo;Hanno espulso la Cnn&amp;rdquo;, &amp;ldquo;Stanotte dormo al Rashid&amp;rdquo;, &amp;ldquo;Hanno scaraventato in strada dal 17&amp;deg; piano la Canon di Jim Nachtwey&amp;rdquo;, &amp;ldquo;Oggi &amp;egrave; meglio non farsi vedere al centro stampa&amp;rdquo;, &amp;ldquo;Ho trovato un negozietto aperto che vende lattine di birra&amp;rdquo;, &amp;ldquo;Stai attento a quel tipo senza baffi, &amp;egrave; una spia&amp;rdquo;. Al mattino la prima tappa obbligata &amp;egrave; il ministero dell&amp;rsquo;Informazione. In una bacheca sono affissi i comunicati con le mutevoli regole imposte ai giornalisti e gli avvisi con gli appuntamenti programmati, quasi sempre privi di interesse: conferenze stampa e interviste con gli scudi umani. Non ci si pu&amp;ograve; allontanare: da un momento all&amp;rsquo;altro, ma di solito l&amp;rsquo;attesa si protrae per ore, potrebbero comparire tre autobus azzurri: il segnale che &amp;egrave; imminente la gita sociale per i giornalisti alla palazzina sventrata da un Tomahawk e all&amp;rsquo;ospedale del quartiere, dove improbabili feriti di guerra rilasceranno generiche dichiarazioni tradotte da &amp;ldquo;interpreti&amp;rdquo; autorizzati. Le visite ai siti militari colpiti sono fuori discussione. Vietato anche uscire dalla citt&amp;agrave;, avvicinarsi alle trincee in fiamme, fotografare o filmare qualsiasi cosa senza autorizzazione preventiva e senza una guida ufficiale.Sul tetto del ministero, per disposizione del governo, sono concentrate tutte le attivit&amp;agrave; tecniche dei pochi network televisivi ancora a Baghdad: postazioni audiovideo per le trasmissioni in diretta e tende con le apparecchiature per il montaggio e i collegamenti satellitari. C&amp;rsquo;&amp;egrave; anche l&amp;rsquo;ufficio di corrispondenza di Panorama: una sedia sistemata tra grovigli di cavi e antenne paraboliche, generatori e sacchetti di sabbia, a poche decine di metri da una batteria della contraerea. La sedia dovrebbe preludere a una stanzetta con le pareti di plastica e cartone in un sottoscala dell&amp;rsquo;edificio: l&amp;rsquo;ho affittata con regolare contratto due mesi fa e da due mesi pago, come richiesto dalle leggi irachene, un fantomatico guardiano e un &amp;ldquo;direttore amministrativo incaricato dei rapporti con le autorit&amp;agrave; del Paese&amp;rdquo;. Ma il locale non &amp;egrave; ancora disponibile.Quando suona la sirena dell&amp;rsquo;allarme, il ministero dev&amp;rsquo;essere evacuato: ospita l&amp;rsquo;Ina, l&amp;rsquo;agenzia di stampa irachena, ed &amp;egrave; un possibile obiettivo dei Cruise americani. Abbiamo un paio di minuti per spegnere i computer, staccare i telefoni, riavvolgere i cavi e le prolunghe, afferrare le borse e precipitarci dalle scale esterne nel parcheggio sottostante, dove con 50 dinari si pu&amp;ograve; mangiare un uovo sodo o bere un bicchierino di t&amp;egrave; bollente al banchetto del vecchio Khuteiba, mentre gli autisti scrutano il cielo per vedere i missili in picchiata e gli operatori riprendono i bagliori delle esplosioni. Nessuno scende nelle catacombe dei rifugi.Cadono gocce di pioggia nera. Respiro fumo e gas combusti, puzzo di raffineria. Una patina di gasolio si deposita sulle foglie degli aranci e delle palme, sui finestrini delle auto, sui vestiti, sulle mani. Il vento del deserto agita folate di polvere grigia. Shirin, la ragazzina triste che chiedeva l&amp;rsquo;elemosina davanti al centro stampa, &amp;egrave; sparita con le prime bombe. Ma ci sono sempre Hassan e Mustafa, con la cassetta di legno dei sciusci&amp;agrave;, le toppe sul sedere e la faccia imbrattata di lucido da scarpe: me le faccio pulire, anche se non serve, perch&amp;eacute; non accettano mance se non fanno il lavoro.Aspetto il momento della battaglia campale, quando potr&amp;ograve; sfuggire al controllo dei censori. Intanto mi muovo con cautela, cercando di non dare nell&amp;rsquo;occhio, come un clandestino nella stiva di una nave: so che &amp;egrave; destinata ad affondare e devo capire dove saranno le scialuppe di emergenza. Una chiesa? Una moschea? La casa di un amico? Una sede diplomatica?Mi spingo ai margini della citt&amp;agrave;, evitando i posti di blocco: i missili cadono sui bunker e sui terrapieni, la grande base militare di Taji &amp;egrave; in fiamme. Il cerchio si stringe. Ma nei quartieri popolari di Adamiya e Khadimiya la vita ha debolmente ripreso a pulsare. I ragazzini giocano a calcio nei vicoli, incuranti delle bombe. Gli uomini trovano il tempo di andare dal barbiere. I carretti con le bombole del gas hanno ricominciato a circolare. I pochi negozi aperti vendono sigarette, antenne tv, taniche di plastica. Le donne fanno la spesa sulle bancarelle dei mercati: frutta, verdura, uova, riso, polli, farina. Mi metto in fila con loro, anche le mie provviste si stanno esaurendo. Compro formaggio di pecora e pane appena sfornato. Le mosche hanno invaso Baghdad: nessuno raccoglie i rifiuti, che si accumulano sui marciapiedi, in pasto ai cani randagi.Ahmed, 13 anni, paffuto figlio di un funzionario locale del Baath, indossa una tuta mimetica e mostra con orgoglio il suo Kalashnikov con il caricatore innestato. Dice che difender&amp;agrave; al-watan, la sua patria. La famiglia Abu Shakir, nonno, figli, nipotini in fasce, sta trasportando casse di munizioni e scorte di carburante nel cortile. Le armi sono dappertutto, nelle sezioni del partito e nelle centrali della polizia, nelle cantine e nei bagagliai dei taxi. Anche il mio autista si &amp;egrave; procurato una pistola: &amp;ldquo;Era di mio nonno&amp;rdquo; spiega. &amp;ldquo;Ha l&amp;rsquo;impugnatura d&amp;rsquo;avorio: un regalo di re Faisal&amp;rdquo;.Si sente all&amp;rsquo;improvviso una sparatoria sulle rive del Tigri. Sirene, grida, gente che corre sugli argini tra il ponte Sinek e l&amp;rsquo;hotel Mansur. &amp;ldquo;E&amp;rsquo; il pilota di un aereo abbattuto&amp;rdquo; urlano i miliziani inferociti. &amp;ldquo;Lo abbiamo visto scendere con il paracadute, &amp;egrave; finito nel fiume, non pu&amp;ograve; essere lontano&amp;rdquo;. Il regime ha promesso una taglia di 50 milioni di dinari (circa 20 mila euro) per ogni americano catturato vivo e una folla eccitata si lancia nella caccia all&amp;rsquo;uomo. I pi&amp;ugrave; volonterosi incendiano le canne con la benzina, mentre piccoli motoscafi dell&amp;rsquo;esercito perlustrano le sponde. Nessuno fa pi&amp;ugrave; caso ai missili che continuano a piombare sulla citt&amp;agrave;.Poi, dopo tre ore di inutili ricerche, qualcuno avanza dei dubbi: &amp;ldquo;Ma sar&amp;agrave; vero? E dov&amp;rsquo;&amp;egrave; il paracadute? Non sar&amp;agrave; una messa in scena?&amp;rdquo;. E&amp;rsquo; il tramonto e quando la luce comincia a calare scatta un coprifuoco non dichiarato. La folla si disperde, tutti si affrettano verso casa. Al buio solo agli agenti dei servizi di sicurezza &amp;egrave; consentito proseguire la battuta di caccia. Raffiche di mitra. Torce e pile che scavano tra i cespugli. Fal&amp;ograve; di sterpi. Il rombo delle esplosioni che si avvicina. Un&amp;rsquo;altra notte di fuoco nel cielo di Baghdad.</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">IRAQ, 1998-2003</title>
   <updated>2007T04Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-40-1.jpg" alt="#" /><p>Shu&amp;rsquo;ala &amp;egrave; un quartiere povero di Baghdad: casupole fatiscenti, fogne a cielo aperto, vicoli sterrati pieni d&amp;rsquo;immondizia. Quando alle 18.30 di venerd&amp;igrave; 28 marzo la bomba esplode nel mercato di al-Nasir, le botteghe dei fornai e i carretti della verdura sono affollati di massaie con la borsa della spesa e di ragazzini che giocano a rincorrersi tra i sacchi di riso e le cassette di verdura. Kharrar, 9 anni, muore sul colpo, trafitto al petto e alla schiena dalle schegge che uccidono 13 bambini e 42 civili, in maggioranza donne e anziani. Altri 50 sono ricoverati in gravi condizioni all&amp;rsquo;ospedale al-Nur.Il cratere che ha sfondato il marciapiede non ha le dimensioni delle voragini che aprono i Tomahawk o gli ordigni da 900 chili dei B-52 e nella zona non ci sono obiettivi militari. Un razzo iracheno? Una bomba a frammentazione? Un missile di diverso tipo, sganciato per errore? Nella piccola moschea sciita dove si allineano le bare di assi inchiodate, il padre di Kharrar, Abu Mehdi, non si fa queste domande. &amp;ldquo;Mio bambino&amp;rdquo; dice piangendo, in un incerto italiano. &amp;ldquo;Perch&amp;eacute;?&amp;rdquo;Abu Mehdi &amp;egrave; stato 4 anni in Italia, marinaio sulle unit&amp;agrave; della Marina irachena bloccate a La Spezia durante la guerra con l&amp;rsquo;Iran. &amp;ldquo;Bella l&amp;rsquo;Italia&amp;rdquo; sospira offrendomi una sigaretta. &amp;ldquo;Milano, Saronno, Genova&amp;hellip;Vieni, devi vedere anche tu&amp;rdquo;.Nel lavatoio annesso l&amp;rsquo;imam dirige il rituale lavacro del corpo. Su un bancone di piastrelle verdi gli addetti sfilano gli indumenti di Kharrar: il giubbottino e i pantaloni di jeans, le scarpe da tennis, la biancheria intrisa di sangue. Lo lavano con cura, pi&amp;ugrave; volte, recitando versetti del Corano. Riempiono gli orifizi e le ferite di cotone e di incenso profumato. Poi lo avvolgono in un sudario bianco e lo adagiano nuovamente nella bara. Abu Mehdi si china per l&amp;rsquo;ultimo saluto. &amp;ldquo;Era bello mio bambino. Aveva capelli biondi, come sua madre&amp;rdquo;.</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">AFGHANISTAN, 2001-2004</title>
   <updated>2007T04Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-39-1.jpg" alt="#" /><p>La colonna avanza in fila indiana rasentando i muri di fango del villaggio fantasma di Rabat. Sono le 10 del mattino di luned&amp;igrave; 12 novembre e i 400 mujahiddin del comandante Basir Salang&amp;igrave; hanno ricevuto l&amp;rsquo;ordine di attaccare la prima linea dei taliban nella pianura di Shomali. I combattenti marciano in silenzio, dietro la corazza di un cigolante carro armato sovietico che solleva nuvole di polvere e di fumo. Uomini in ciabatte armati di mitra e di bazooka, ragazzini con il Kalashnikov a tracolla, barbe bianche di veterani che trasportano mortai e casse di proiettili. Continuano a camminare, anche quando le granate dei tank esplodono a poche decine di metri, nei vigneti e sulle case abbandonate.La battaglia di Kabul &amp;egrave; iniziata all&amp;rsquo;alba, quando ondate di B-52 e di F-18 hanno cominciato a colpire le trincee e i bunker a sud della base aerea di Baghram. Da un tetto, in una postazione difesa da sacchi di sabbia e mitragliatrici, tre occidentali con giubbotti antischegge scrutano con binocoli da rilevamento gli effetti dei bombardamenti. Hanno in testa il pakul, il copricapo a ciambella degli afghani del nord, e si spacciano per giornalisti della Cnn: sono in realt&amp;agrave; operativi delle forze speciali americane incaricati di trasmettere le coordinate degli obiettivi agli aerei spia. Il loro lavoro era stato determinante per la conquista di Mazar-i-Sharif, dove i C-130 avevano paracadutato biada per i cavalli e munizioni per il generale uzbeko Rashid Dostum. E anche sul fronte di Kabul l&amp;rsquo;appoggio tattico dell&amp;rsquo;aviazione si &amp;egrave; rivelato cruciale.A ogni curva del viottolo che s&amp;rsquo;inoltra verso la prima linea i mujahiddin si fermano. Gli uomini si accucciano nei fossati, al riparo dai cecchini appostati tra i ruderi dei casolari, mentre gli ufficiali attendono dai walkie-talkie le istruzioni di Bismillah Khan, che dirige l&amp;rsquo;offensiva dal comando di Jabal Saraj. Sul fianco destro della valle le truppe corazzate del generale Haji Almas, dopo un nutrito sbarramento di razzi Katyusha, raggiungono Qarabagh, sulla vecchia strada per Kabul, dove 700 taliban vengono fatti prigionieri. Ma a Rabat la resistenza &amp;egrave; pi&amp;ugrave; accanita.Il contingente si divide in due tronconi. Procediamo con cautela, camminando nel solco dei cingolati e cambiando spesso percorso per evitare le mine disseminate ovunque, a migliaia, nei campi e sulle piste sterrate. All&amp;rsquo;improvviso l&amp;rsquo;avanguardia della colonna &amp;egrave; investita dal fuoco nemico: i colpi dei mortai cadono sempre pi&amp;ugrave; vicini e i proiettili delle mitragliatrici rimbalzano sulla sommit&amp;agrave; del muretto d&amp;rsquo;argilla sotto il quale mi sono gettato. Indietro non si pu&amp;ograve; andare. Vengono chiesti rinforzi sulla frequenza radio 5175. E dopo una ventina di minuti, alla testa di un reparto d&amp;rsquo;assalto, Basir Salang&amp;igrave; assume personalmente la guida delle operazioni. Salang&amp;igrave;, 40 anni, barba ben curata, occhiali da sole alla moda, &amp;egrave; il pi&amp;ugrave; spietato signore della guerra tajiko. Dalla sua roccaforte nella valle di Salang controlla la strada strategica tra Mazar-i-Sharif e la capitale. La sua fama di tagliagole e di voltagabbana &amp;egrave; leggendaria: nel &amp;rsquo;96, dopo essersi schierato con il regime fondamentalista di Kabul, si alle&amp;ograve; con Ahmed Shah Massud e fece massacrare centinaia di taliban. Il suo intervento &amp;egrave; risolutivo nella battaglia di Rabat: alle 14,30 i tank sfondano al centro della pianura, si uniscono agli zarbat&amp;igrave; (corpi speciali) di Haji Almas e si lanciano all&amp;rsquo;inseguimento dei taliban in fuga. Uno dopo l&amp;rsquo;altro i capi dei distretti a nord della capitale segnalano la resa sparando in aria un colpo di bazooka. Alle 17 i mujahiddin raggiungono il passo di Khair Kan&amp;agrave;: Kabul, a soli 5 chilometri, &amp;egrave; sotto il tiro della loro artiglieria.I combattenti consumano il rancio, cipolle e patate lesse, attorno a un bunker talibano: all&amp;rsquo;interno una teiera &amp;egrave; ancora sulle braci accese, i razzi anticarro sono accatastati contro le pareti di terra, il pavimento &amp;egrave; coperto da centinaia di bossoli di mitragliatrice. &amp;ldquo;Anche gli arabi e i pachistani stanno scappando&amp;rdquo; dice a Panorama Salang&amp;igrave; indicando le jeep che si dileguano all&amp;rsquo;orizzonte. &amp;ldquo;Si rifugiano in montagna. Ma non hanno scampo&amp;rdquo;.Al crepuscolo una pattuglia &amp;egrave; in marcia verso le retrovie. Gli uomini sfilano nella sterpaglia bruciata dal fuoco delle granate portando a spalla una barella: Mohammed, 22 anni, &amp;egrave; saltato su una mina e la sua gamba sinistra &amp;egrave; un ammasso informe di sangue rappreso e carne spappolata. Non riuscir&amp;agrave; a salvarsi.Le prime luci del mattino del 13 novembre illuminano un paesaggio spettrale. Le bombe da 500 chili sganciate dai B-52 hanno polverizzato le postazioni dei taliban. La strada asfaltata dai russi &amp;egrave; sventrata da giganteschi crateri, nei quali si intravedono i rottami contorti dei mezzi militari. A Khair Kan&amp;agrave; i corpi eviscerati di 6 pachistani sono attorniati da una folla festante: i bambini sputano sui loro volti sfigurati e tumefatti. Poco oltre, i mezzi corazzati sbarrano il passaggio. Dobbiamo proseguire a piedi, facendoci largo nella ressa della gente di Kabul che accoglie i liberatori. Nella notte i taliban e i miliziani della legione araba di Osama Bin Laden hanno abbandonato la citt&amp;agrave; a bordo di tutti i veicoli che sono riusciti a rubare: sono fuggiti verso Kandahar dopo aver saccheggiato la banca centrale e le botteghe dei cambiavalute.Se i tank e le forze regolari dell&amp;rsquo;Alleanza si sono attestate nei sobborghi della capitale, rispettando almeno formalmente l&amp;rsquo;impegno assunto con Washington, i reparti della polizia e i mujahiddin hanno preso possesso degli uffici amministrativi, delle caserme e stanno allestendo i check point agli incroci delle principali arterie di Kabul, sotto la direzione di un comitato per la sicurezza presieduto dal ministro degli Interni Yunis Qanooni. Rappresaglie, vendette e sporadici scontri a fuoco non sono mancati. I cadaveri dei taliban, alcune decine, sono oggetto di scherno e di invettive sui marciapiedi insanguinati del quartiere di Shar-i-Naw. Ahmed Shaker, 20 anni, studente, mostra i corpi di 6 arabi uccisi a colpi di Kalashnikov e gettati in un canale di scolo: &amp;ldquo;Non vogliamo stranieri in Afghanistan. Non vogliamo chi distrugge la nostra cultura. Abbiamo diritto a vivere come nel resto del mondo. Se Bin Laden vuol fare la guerra santa, la faccia a casa sua, in Arabist&amp;agrave;n&amp;rdquo;.Autocarri carichi di miliziani che sventolano i ritratti di Massud percorrono le vie di una citt&amp;agrave; sotto shock. Nessuno si aspettava una disfatta cos&amp;igrave; rapida del regime del mullah Omar, che da Kandahar si ostina a lanciare appelli a un improbabile jihad. E nessuno prevedeva l&amp;rsquo;immediato ingresso a Kabul dei mujahiddin, nei confronti dei quali la popolazione nutre una comprensibile diffidenza: nel &amp;rsquo;92 i vincitori dell&amp;rsquo;Armata rossa, dilaniati da faide interne, scatenarono una guerra civile che ridusse la capitale in macerie e favor&amp;igrave; l&amp;rsquo;ascesa degli &amp;ldquo;studenti di religione&amp;rdquo; armati e finanziati dal Pakistan e da Bin Laden.&amp;ldquo;Mi auguro che i mujahiddin abbiano imparato dagli errori del passato&amp;rdquo; dice Mohammed Ahmed, 65 anni, ex direttore di liceo. &amp;ldquo;E anche l&amp;rsquo;Occidente. Ci avete lasciato sotto il giogo dei terroristi e dei fondamentalisti per 6 anni. C&amp;rsquo;&amp;egrave; voluto l&amp;rsquo;attentato dell&amp;rsquo;11 settembre per far muovere i B-52&amp;rdquo;. La citt&amp;agrave; si risveglia da un lungo incubo. Le saracinesche dei bazaar restano chiuse, ma la gente si riversa nelle piazze in preda all&amp;rsquo;euforia, assaporando le prime libert&amp;agrave;: i bambini possono far volare gli aquiloni senza temere la frusta della polizia religiosa; nelle chai khan&amp;agrave;, le sale da t&amp;egrave;, qualcuno ha dissotterrato una vecchia cassetta con la voce di Ahmed Zahir; gli uomini, che non dovranno pi&amp;ugrave; depilarsi le ascelle e il pube, fanno la fila per tagliarsi la barba e alcuni, come il disoccupato ventiduenne Said Ahmed Shah, hanno deciso di radersi davanti al temuto ministero per la Promozione della virt&amp;ugrave; e la Soppressione del vizio, accanto all&amp;rsquo;ex ambasciata italiana. E le donne, che i taliban avevano cancellato dalla societ&amp;agrave;, costringendole a mendicare e a prostituirsi per sopravvivere, cominciano a sperare. &amp;ldquo;Continueremo a indossare il burqa&amp;rdquo; dice Shajan, 19 anni e un neonato nascosto sotto il velo. &amp;ldquo;Fa parte della nostra tradizione. Ma potremo tornare a studiare e a lavorare&amp;rdquo;.I lugubri luoghi-simbolo dell&amp;rsquo;inquisizione talibana sono meta di un pellegrinaggio liberatorio: la prigione di Pol-i-Charki, dove erano rinchiusi 3 mila detenuti, &amp;egrave; deserta; negli uffici degli zelanti custodi dell&amp;rsquo;ortodossia religiosa restano alcune copie del Corano, i facsimili dei decreti del mullah Omar e gli scudisci in pelle dei poliziotti islamici; le sinistre stanze degli interrogatori del carcere speciale di Sedarat sono vuote; e nello stadio dove il venerd&amp;igrave; andava in scena il macabro spettacolo delle amputazioni e delle esecuzioni capitali due ragazzini rincorrono un pallone di pezza. Sotto i lampioni e i semafori fuoriuso dove venivano appese le mani e i piedi tagliati ai ladri, non tutti riescono per&amp;ograve; a sorridere. &amp;ldquo;I turbanti neri potrebbero tornare&amp;rdquo; sussurra un vecchio ciabattino. &amp;ldquo;Dopo 23 anni di lutti, chi pu&amp;ograve; dire quale sar&amp;agrave; il nostro avvenire?&amp;rdquo; E Mohammed Ibrahim Sekandari, governatore provvisorio di Kabul, tiene a dimostrarce la brutalit&amp;agrave; dei taliban, mentre ci accompagna in una stazione di polizia dove sono sotto inchiesta 21 pachistani appena arrestati. &amp;ldquo;In queste celle&amp;rdquo; racconta &amp;ldquo;c&amp;rsquo;erano le donne. Le hanno portate via con loro&amp;rdquo;. Per terra ci sono i burqa stracciati, i ceppi di ferro, mucchi di cosmetici e di monili di plastica, scarpe di bambini di 2 o 3 anni e inchiodata in un angolo una culla-amaca fatta con una coperta. Su una branda, una lettera d&amp;rsquo;amore firmata Abdulwakil: &amp;ldquo;Ti voglio bene. Non so perch&amp;eacute; ti hanno presa. Che Allah ti protegga&amp;rdquo;.I bombardieri americani, i dollari della Cia e l&amp;rsquo;inveterata consuetudine che spinge i capi tribali a schierarsi con il pi&amp;ugrave; forte, hanno consentito all&amp;rsquo;improvvista armata dei mujahiddin di impadronirsi di mezzo Afghanistan in meno di una settimana. Ma il destino di Kabul non &amp;egrave; soltanto nelle mani dei generali e dei signori della guerra attestati con i loro cannoni sulle alture di Khair Kan&amp;agrave;. L&amp;rsquo;assetto politico della capitale sar&amp;agrave; nei prossimi giorni oggetto di una complessa trattativa diplomatica tra Washington, Islamabad, Mosca, Pechino e gli emissari dell&amp;rsquo;ex sovrano Zahir Shah, impegnati in contatti segreti con i leader dell&amp;rsquo;etnia pashtun. E a qualsiasi governo post-talibano sar&amp;agrave; dettata una condizione irrinunciabile: scovare e consegnare alla giustizia Osama Bin Laden, il principe delle tenebre che ha scagliato i suoi kamikaze contro il mondo occidentale.</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Tehran, dicembre 2005</title>
   <updated>2007T04Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-38-1.jpg" alt="#" /><p>C&amp;rsquo;era una volta la primavera di Teheran. Un tempo in cui i giovani credevano nella politica e nel cambiamento, nelle riforme promesse dal presidente Khatami e nella forza dirompente della societ&amp;agrave; civile, delle donne, degli avvocati dei diritti umani. Un fervore che si percepiva nelle strade, nei campus universitari, nelle concitate discussioni dei weblogger.&amp;nbsp; Una voglia di vivere che colorava di sgargianti colori il russar&amp;igrave;, il foulard imposto alle ragazze dagli inflessibili tutori della morale islamica. &amp;ldquo;Ora siamo come fiori appassiti&amp;rdquo; dice Sharmin, 25 anni, che studia design e artigianato tradizionale. &amp;ldquo;Ci eravamo illusi di riuscire a trasformare il regime in senso pi&amp;ugrave; liberale e democratico. Ci siamo sbagliati. E i politici ci hanno ingannato&amp;rdquo;.E&amp;rsquo; sempre pi&amp;ugrave; difficile avere vent&amp;rsquo;anni in Iran. I conservatori occupano tutte le leve del potere: il governo, il parlamento, i media, i tribunali, l&amp;rsquo;esercito, l&amp;rsquo;economia. E con l&amp;rsquo;elezione di Mahmud Ahmadinejad alla presidenza hanno espugnato l&amp;rsquo;ultima raccaforte dei riformisti. Il nuovo capo dello stato non si limita a sfidare l&amp;rsquo;Occidente sulla questione nucleare. Fervente musulmano, discepolo dell&amp;rsquo;anziano e intransigente ayatollah Mezbah Yazdi, &amp;egrave; convinto che sia suo dovere &amp;ldquo;preparare il terreno per il ritorno del Dodicesimo imam&amp;rdquo;. E a questo scopo ha piazzato nei posti chiave dei ministeri uomini a lui fedeli, pasdaran che rimpiangono il khomeinismo &amp;ldquo;puro e duro&amp;rdquo; delle origini. I margini di libert&amp;agrave; individuali conquistati al prezzo di dure lotte rischiano ora di ridursi o di scomparire. Da mesi non si hanno notizie di Akbar Ganji, il giornalista condannato a sei anni di reclusione nel carcere di Evin per avere contestato la legittimit&amp;agrave; della Guida suprema, l&amp;rsquo;ayatollah Ali Khamenei. La censura ha ricominciato ad abbattersi con rinnovato vigore sui giornali e sui siti web. I basiji delle milizie popolari hanno rialzato la testa nelle universit&amp;agrave; e non nascondono la loro ostilit&amp;agrave; per i simboli della decadenza: le antenne paraboliche, la promiscuit&amp;agrave; dei sessi, i cosmetici, i fast food. &amp;ldquo;In Occidente&amp;rdquo; continua Sharmin &amp;ldquo;sei invisibile. Qui tutti ti guardano, ti giudicano. E la polizia pu&amp;ograve; entrare quando vuole in casa tua&amp;rdquo;. &amp;ldquo;Siamo delusi&amp;rdquo; dice Isfandiar, 23 anni, poeta. &amp;ldquo;Non andiamo pi&amp;ugrave; a votare. Chi pu&amp;ograve; cerca di andare in America o in Europa&amp;rdquo;. &amp;ldquo;Io me ne frego della politica&amp;rdquo; aggiunge Mehdi, 30 anni, insegnante di arte. &amp;ldquo;Vivo nel presente. Cerco di adattarmi alla situazione: puoi sempre corrompere il poliziotto di turno. C&amp;rsquo;&amp;egrave; un patto non scritto col governo: lasciateci in pace e vi lasceremo in pace&amp;rdquo;.Il 60 per cento della popolazione iraniana, 70 milioni, ha meno di 25 anni. Sono i figli del boom demografico degli anni Ottanta. Non hanno partecipato alla Rivoluzione, non si sono identificati negli ideali khomeinisti e &amp;ndash; almeno nelle grandi citt&amp;agrave; &amp;ndash; non sono pi&amp;ugrave; religiosi dei loro coetanei occidentali: si vestono come loro, ascoltano la stessa musica, navigano in internet, adorano la Playstation. Ma si devono nascondere. Disgustati dalla politica, rassegnati all&amp;rsquo;inamovibile autocrazia dei mullah, si rifugiano nel privato. &amp;ldquo;Voglio guadagnare molto, in fretta, e divertirmi come posso&amp;rdquo; dichiara senza complessi Armin, 24 anni, appena laureato in tecnologia informatica, programmatore in una societ&amp;agrave; di computer. Con la sua fidanzata e un gruppo di amici sale ogni weekend sulle montagne di Darband e di Jamshidiye, per passare qualche ora al riparo da sguardi indiscreti. Si appartano a fumare una canna e a suonare la chitarra, bevono succo di melograno da bottigliette di plastica, ascoltano pop turco e americano con gli MP-3, addentano un kebab con yogurt e riso allo zafferano in uno dei ristorantini pensili e sui telefonini si scambiano sms con le barzellette su Ahmadinejad.I cellulari sono diventati un indispensabile strumento di sopravvivenza per i giovani costretti a vivere alla macchia. Li usano i gay per darsi appuntamento a Daneshjoo Park; le coppie per trovarsi in auto o nei bar di Jordan e Ferishteh street; i ragazzi per passarsi l&amp;rsquo;indirizzo di una discoteca clandestina o di un rave party fuori porta. Internet &amp;egrave; un&amp;rsquo;altra via di fuga e un mezzo per aggirare la censura, che pure ha bloccato decine di siti e di weblog: nel 2000 gli utenti della rete erano 400 mila. Oggi sono 10 milioni. Sul web i giovani dialogano con il mondo, discutono di cultura e di democrazia, leggono le notizie e gli articoli della stampa occidentale. Basta inserire una scheda nel computer o fermarsi al pi&amp;ugrave; vicino internet caf&amp;eacute;.Ma gli ultraconservatori non stanno a guardare. Con un decreto promulgato in dicembre Ahmadinejad ha proibito la diffusione della &amp;ldquo;indecente&amp;rdquo; musica occidentale alla radio e alla televisione di stato e ha bandito la proiezione di film che &amp;ldquo;esaltano l&amp;rsquo;arrogante potenza americana&amp;rdquo;. &amp;ldquo;Da quando si &amp;egrave; insediato il nuovo governo&amp;rdquo; spiega Sohrab Mohebbi, chitarrista e leader del gruppo rock &amp;ldquo;127&amp;rdquo;, &amp;ldquo;non possiamo pi&amp;ugrave; suonare in pubblico e all&amp;rsquo;universit&amp;agrave;&amp;rdquo;.Sohrab e gli altri quattro musicisti (tutti nati dopo la Rivoluzione) della band pi&amp;ugrave; prestigiosa del momento, che la scorsa estate ha suonato al festival di Arezzo, provano di nascosto in una cantina insonorizzata dell&amp;rsquo;Ekbatan Complex, un mostruoso agglomerato di edifici popolari alla periferia di Teheran, a due passi dall&amp;rsquo;aeroporto di Mehrabad. I nightclub sono illegali da quando Khomeini decise che &amp;ldquo;non c&amp;rsquo;&amp;egrave; divertimento nell&amp;rsquo;islam&amp;rdquo; e i &amp;ldquo;127&amp;rdquo; non hanno mai ottenuto la benedizione del potente ministero della Guida islamica. &amp;ldquo;Cantiamo in inglese ma non facciamo politica, siamo solo musicisti&amp;rdquo; dice Sohrab parafrasando il suo idolo Bob Dylan. &amp;ldquo;La politica &amp;egrave; nella testa di chi ascolta&amp;rdquo;. Ma in My sweet little terrorist song, scritta pensando ai detenuti di Guantanamo Bay, Sohrab grida: &amp;ldquo;Sono una bomba ambulante, non toccatemi perch&amp;eacute; potrei esplodere; sono un prigioniero, la mano destra del demonio&amp;hellip;&amp;rdquo;All&amp;rsquo;universit&amp;agrave; di Teheran la sicurezza &amp;egrave; stata di nuovo affidata ai pasdaran e ai basiji. Agli stranieri servono permessi e nullaosta. All&amp;rsquo;interno sciamano ragazze infagottate nel chador, altre col russar&amp;igrave; colorato, i jeans e le scarpe da jogging che spuntano dalla tunica attillata. Maschi e femmine siedono nelle stesse aule, ma in gruppi separati. La mensa e i bar, fino allo scorso anno misti, sono nuovamente segregati. L&amp;rsquo;ossessione sessuofobica dei mullah spinge a comportamenti eccessivi. Il sesso &amp;egrave; vissuto in modo compulsivo e molte coppie ricorrono al trucco del sigheh, il matrimonio a tempo determinato (da un&amp;rsquo;ora a 99 anni), che si pu&amp;ograve; stipulare a pagamento di fronte a un&amp;rsquo;autorit&amp;agrave; religiosa e che permette alle donne di avere rapporti senza rischiare l&amp;rsquo;arresto per prostituzione. Chi ha i soldi pu&amp;ograve; sempre rifarsi una verginit&amp;agrave; chirurgica in una delle numerose cliniche che offrono anche costosi trattamenti estetici: 500 dollari per un intervento laser agli occhi, 1.500 per una rinoplastica. I nasi incerottati, alla moda tra le figlie della buona borghesia, sono diffusi soprattutto nei quartieri alti della capitale.&amp;nbsp; &amp;ldquo;Tutto questo &amp;egrave; immorale e contrario all&amp;rsquo;islam&amp;rdquo; afferma Majid, 28 anni, leader del gruppo basiji Shahid Beheshti della moschea Jameh, dove prega Ahmadinejad. &amp;ldquo;La segregazione delle donne fa parte della nostra cultura: sono loro stesse a volerlo&amp;rdquo;. Majid spiega che nella moschea i basiji seguono corsi di religione e di addestramento militare, che dipendono direttamente dalla Guida suprema e che in due ore sono pronti a intervenire &amp;ldquo;in caso di necessit&amp;agrave;&amp;rdquo;. E&amp;rsquo; convinto che le guerre di religione siano inevitabili. Non ascolta alcun genere di musica, non ha la ragazza e va al cinema solo con amici maschi. Viene da una famiglia povera dei sobborghi meridionali di Teheran.La Rivoluzione non ha colmato il gap culturale e le disuguaglianze che affliggono la societ&amp;agrave; iraniana. Alla monarchia si &amp;egrave; sostituita la teocrazia dei mullah, che ora controlla insieme al Bazaar le banche, il petrolio, il mercato immobiliare, le industrie, il commercio e le fondazioni che hanno incamerato i beni dello sci&amp;agrave;. Ma la disoccupazione giovanile &amp;egrave; in costante crescita. E con essa il malessere sociale.Chi pu&amp;ograve; permetterselo va all&amp;rsquo;estero. Gli uomini d&amp;rsquo;affari fanno la spola con Londra o con Los Angeles, dove la diaspora &amp;egrave; pi&amp;ugrave; numerosa. Registi di successo, intellettuali e artisti aprono studi e gallerie a Parigi. In Iran, nelle lussuose ville di Niavaran e Shemiran, i ricchi organizzano feste con caviale e champagne, e d&amp;rsquo;inverno vanno a sciare sulle piste di Dizin. I pi&amp;ugrave; abbienti giocano persino a polo: in dicembre si &amp;egrave; svolto il primo match tra due squadre femminili. L&amp;rsquo;equitazione, come il tiro con l&amp;rsquo;arco, &amp;egrave; considerata uno sport islamico. Un po&amp;rsquo; meno l&amp;rsquo;automobilismo. Zohreh &amp;ldquo;Zozo&amp;rdquo; Vatankhah, 27 anni, pilota di rally, &amp;egrave; per&amp;ograve; riuscita a sfondare.&amp;ldquo;Ho cominciato a guidare la macchina di pap&amp;agrave; a 9 anni&amp;rdquo; racconta. &amp;ldquo;A 18 avevo una Volkswagen. Ora gareggio con una Peugeot 206 truccata e con un&amp;rsquo;altra donna, la mia navigatrice Afsaneh Ahmedi, in Iran ho battuto tutti i record. E tutti gli uomini&amp;rdquo;. Zozo beve, fuma, odia il velo, si &amp;egrave; appena lasciata col fidanzato (&amp;ldquo;Non mi capiva: voleva una casalinga..&amp;rdquo;) e sogna la Parigi-Dakar. &amp;ldquo;Voglio provare tutto&amp;rdquo; confessa. &amp;ldquo;Corro in auto, faccio parapendio, vado a sparare al poligono di tiro&amp;rdquo;. Ma non tutti i giovani hanno le opportunit&amp;agrave; di Zozo. Nello squallido rione di Shush, in uno stabilimento dismesso, su un tappeto di immondizia e di siringhe usate, i tossici accendono fuochi di carta per sciogliere la polvere nel cucchiaio. &amp;ldquo;Un grammo di eroina tagliata costa poco pi&amp;ugrave; di un dollaro&amp;rdquo; spiega il dottor Bijan, che gestisce Persepolis, un centro di accoglienza che distribuisce gratuitamente metadone, cibo e aghi puliti a oltre 500 tossicodipendenti. Ci sono molte donne. Samira, 28 anni, ha cominciato a 17. Lelah, 30 anni, sposata con due figli, si buca da quando era adolescente. I motivi sono sempre gli stessi: matrimoni forzati, violenze, problemi col marito e con la famiglia, depressione, voglia di sottrarsi alle soffocanti costrizioni sociali. &amp;ldquo;In Iran&amp;rdquo; continua il dottor Bijan &amp;ldquo;sono quasi 8 milioni i consumatori di oppiacei, antidepressivi, droghe sintetiche&amp;rdquo;. E sono almeno 200 mila le ragazze, scappate di casa, che si vendono sui marciapiedi. &amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Mogadiscio, gennaio 2007</title>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-37-1.jpg" alt="#" /><p>Coprifuoco, stato di emergenza, legge marziale. Le drastiche misure adottate dal governo di transizione insediato dai carri armati di Addis Abeba non sono di buon auspicio: dopo sei mesi di pace talibana imposta dalle Corti islamiche, nella torturata capitale somala &amp;egrave; tornata la paura. Al tramonto Mogadiscio sprofonda nel buio e il silenzio &amp;egrave; interrotto solo dalle raffiche dei fucili automatici: nessuno osa avventurarsi nelle strade pattugliate dai militari etiopi che presidiano il porto, l&amp;rsquo;aeroporto, le principali vie di comunicazione e rastrellano i quartieri in cerca di sospetti terroristi. Gli uomini d&amp;rsquo;affari hanno ricominciato a spostarsi con la scorta, mentre i signori della guerra cacciati in giugno dagli &amp;ldquo;shebab&amp;rdquo; dei tribunali religiosi fanno incetta di munizioni al mercato di Bakhara: in una citt&amp;agrave; di due milioni di abitanti dove tutti i maschi in grado di camminare maneggiano un Kalashnikov, le armi hanno ripreso a sparare. La sera di domenica 14 gennaio il cielo si &amp;egrave; improvvisamente illuminato di traccianti: un convoglio etiope &amp;egrave; caduto in un&amp;rsquo;imboscata nei pressi del famigerato check point Pasta e per oltre un&amp;rsquo;ora &amp;egrave; infuriata una battaglia a colpi di Rpg e di mitragliatrici pesanti, con un bilancio di numerosi morti e decine di feriti. Si &amp;egrave; trattato di uno scontro isolato con le milizie di un warlord o della prima operazione di resistenza contro le truppe di occupazione preconizzata in un recente video da Ayman al-Zawahiri, il numero due di al-Qaeda?L&amp;rsquo;offensiva della task force del Pentagono di stanza a Gibuti contro le basi e i campi di addestramento degli integralisti musulmani nel sud del paese ha un duplice obiettivo: rafforzare il governo di transizione e frustrare le velleit&amp;agrave; di rivincita della corrente pi&amp;ugrave; estremista delle Corti islamiche, sventando sul nascere la minaccia di una guerriglia di tipo iracheno; catturare, vivi o morti, tre dei pi&amp;ugrave; pericolosi terroristi ricercati dall&amp;rsquo;Fbi. Ma il primo intervento della Casa Bianca in Somalia dopo il fallimento della missione Restore Hope e la tragedia di &amp;ldquo;Black Hawk Down&amp;rdquo; (l&amp;rsquo;abbattimento il 3 ottobre 1993 di due elicotteri Black Hawk e il massacro di 18 soldati americani) potrebbe rivelarsi, oltre che tardivo, suscettibile di aprire un nuovo fronte nella sfida planetaria lanciata dai jihadisti all&amp;rsquo;Occidente con la strage dell&amp;rsquo;11 settembre. Il blocco navale, la presenza della portaerei Eisenhower, la chiusura della frontiera kenyota, i bombardamenti aerei e la ricognizione satellitare non hanno impedito ai tre terroristi braccati dalle forze speciali di eclissarsi nella sterminata savana a nord di Ras Chiamboni. Il comoriano Abdullah Fazul, su cui pende una taglia di 5 milioni di dollari, ricercato per gli attentati del 1998 contro le ambasciate americane a Nairobi e Dar es-Salaam e per l&amp;rsquo;attacco all&amp;rsquo;USS Cole del 2000 nel porto di Aden, il sudanese Abu Taha al-Sudani, luogotenente di Bin Laden nel Corno d&amp;rsquo;Africa, e il kenyota Ali Saleh Nabhan, responsabile dell&amp;rsquo;attentato del 2002 all&amp;rsquo;Hotel Paradise di Mombasa, restano sulla lista dei &amp;ldquo;most wanted&amp;rdquo;. Mentre a Mogadiscio sono in pochi a scommettere sulla tenuta di un governo di cui fanno parte alcuni dei pi&amp;ugrave; temuti signori della guerra somali ed &amp;egrave; potuto entrare nella capitale dopo oltre due anni di peregrinazioni da una citt&amp;agrave; di provincia all&amp;rsquo;altra solo grazie al sostegno militare ed economico dell&amp;rsquo;Etiopia e degli Stati Uniti. &amp;ldquo;L&amp;rsquo;esercito etiope deve ritirarsi al pi&amp;ugrave; presto e far posto alla forza di pace prevista dalle risoluzione 1725 del Consiglio di sicurezza dell&amp;rsquo;Onu&amp;rdquo; avverte l&amp;rsquo;ex presidente Ali Mahdi Mohamed. &amp;ldquo;Altrimenti sar&amp;agrave; inevitabile un altro bagno di sangue&amp;rdquo;. I militari di Addis Abeba, contro i quali i somali hanno combattuto due cruente guerre ai tempi di Siad Barre, sono odiati dalla popolazione. E un crescente risentimento si avverte anche nei confronti dei miliziani di etnia Darod fedeli al presidente Abdullahi Yusuf, l&amp;rsquo;uomo &amp;ldquo;venuto dal nord&amp;rdquo;, dal lontano Puntland, che decretando la legge marziale ha di fatto assunto i pieni poteri. Yusuf, d&amp;rsquo;altra parte, non ha alternative: la priorit&amp;agrave; assoluta &amp;egrave; mantenere l&amp;rsquo;ordine e garantire la sicurezza che le Corti islamiche erano riuscite a imporre dopo 15 anni di scontri fratricidi tra le fazioni. Alcuni warlords hanno promesso di smantellare le loro milizie, ma si rifiutano di consegnare le armi fintanto che gli etiopi resteranno in Somalia.&amp;ldquo;La legge coranica non faceva distinzioni di etnia&amp;rdquo; dice Hersi Osman, uno shebab ricoverato all&amp;rsquo;ospedale Benadir con un proiettile conficcato nel femore. &amp;ldquo;Questo governo fantoccio manovrato dagli americani non ha alcuna credibilit&amp;agrave;: &amp;egrave; arrivato con le truppe straniere e se ne andr&amp;agrave; con loro&amp;rdquo;. Il nuovo regime, per sopravvivere, deve rapidamente guadagnarsi la fiducia della comunit&amp;agrave; internazionale e, soprattutto, quella dei somali: gli anziani delle trib&amp;ugrave;, i capi dei principali clan e sottoclan in cui &amp;egrave; divisa la societ&amp;agrave; tradizionale, gli imam delle moschee, i leader islamici moderati, i businessmen che avevano sostenuto le Corti e la gente comune che teme di ripiombare nell&amp;rsquo;anarchia e nella guerra civile. La presenza nel governo di Hussein Aidid, vice premier, ministro dell&amp;rsquo;Interno e figlio del defunto generale Mohamed Farah Aidid, assicura per il momento al presidente Yusuf l&amp;rsquo;appoggio del potente clan degli Hawiyah, maggioritario nella capitale. Ma gli accordi politici, in Somalia, sono pi&amp;ugrave; aleatori del prezzo di un Kalashnikov: sceso a 150 dollari la scorsa estate, &amp;egrave; oggi pi&amp;ugrave; che raddoppiato.Mogadiscio &amp;egrave; una citt&amp;agrave; fantasma. Uno scheletro di case sventrate e di macerie, di container trasformati in abitazioni e di fetidi tuguri di plastica e stracci dove gli sfollati muoiono di colera, di tubercolosi, di malaria. Tutto &amp;egrave; stato distrutto: ospedali, ministeri, ambasciate, caserme, negozi, musei, archivi. I predoni si sono avventati sui fili della luce, i cavi del telefono, le fognature, le tubature dell&amp;rsquo;acqua. Gli unici edifici risparmiati o ricostruiti sono gli uffici degli uomini d&amp;rsquo;affari, le ville dei warlords e le moschee: sul cadavere della metropoli, sopra i tetti di lamiera verde delle scuole coraniche, svettano decine di minareti.Il regime islamico, nonostante la rigida applicazione della sharia, mal sopportata dalla maggioranza moderatamente religiosa dei somali, aveva liberato il paese dalla tirannia dei signori della guerra. Le loro &amp;ldquo;tecniche&amp;rdquo;, i veicoli con cannoni e mitragliatrici che seminavano il terrore nei quartieri della capitale, si erano volatilizzate. Dopo anni di guerriglia urbana, di saccheggi e di rapine gli sceicchi avevano riorganizzato una parvenza di amministrazione pubblica e giudiziaria, garantendo un accettabile livello di sicurezza. Porto e aeroporto erano tornati a funzionare. Gli imprenditori della diaspora cominciavano a rientrare, investendo in alberghi, ristoranti, cliniche private, linee aeree, telecomunicazioni. &amp;ldquo;Le Corti avevano chiuso i cinema, proibito l&amp;rsquo;alcol e il qat, la droga nazionale; ai ladri tagliavano le mani e i rapinatori erano condannati a morte. Ma non &amp;egrave; cos&amp;igrave; anche in Arabia Saudita? Per sei mesi noi abbiamo vissuto come in paradiso&amp;rdquo; sostiene Ahmed Galal, che gestisce una rivendita di telefoni cellulari. &amp;ldquo;Ora chi potr&amp;agrave; impedirci di precipitare all&amp;rsquo;inferno?&amp;rdquo;La deriva fondamentalista dei tribunali religiosi &amp;egrave; stata rapida e in parte alimentata dall&amp;rsquo;aperta ostilit&amp;agrave; di Washington, che in Somalia vedeva profilarsi un regime talibano con probabili legami con la rete di Bin Laden. All&amp;rsquo;interno delle Corti, presiedute dal moderato Sheikh Sharif Ahmed, hanno finito per prevalere le componenti salafite pi&amp;ugrave; radicali: anziani predicatori come lo sceicco Hassan Dahir Aweys, ex comandante dell&amp;rsquo;ala militare del partito integralista al-Ittihad, inseguito da un mandato di cattura dell&amp;rsquo;Fbi per attivit&amp;agrave; terroristiche; e jihadisti come Hassan Turki e Aden Hashi Ayro, che aveva installato la sua base operativa nell&amp;rsquo;ex cimitero italiano di Mogadiscio dopo aver gettato le salme riesumate in una discarica di rifiuti.&amp;nbsp;Gli shebab con la kefiyah rossa sono oggi in fuga. Ma se anche il quattordicesimo tentativo di costituire un governo legittimo in Somalia dovesse fallire, tutti a Mogadiscio invocherebbero il loro ritorno. &amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Kinshasa, RDC, giugno 2006</title>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-36-1.jpg" alt="#" /><p>Kinshasa, di notte, fa paura. Appena il sole si disfa nei vapori afosi del tramonto le vie alberate del centro si svuotano. I bianchi corrono a rifugiarsi nelle ville circondate da alti muri sorvegliati da guardiani armati o si barricano negli appartamenti con porte blindate e sbarre alle finestre. La notte &amp;egrave; dei ladri e dei rapinatori che aggrediscono i passanti e saccheggiano i negozi incustoditi, dei poliziotti ubriachi che bloccano le auto per taglieggiare i passeggeri e violentare le ragazzine, degli spacciatori di chanvre, la marijuana, e delle prostitute che si vendono per pochi dollari sui marciapiedi.La notte &amp;egrave; delle streghe. Un&amp;rsquo;orda di trentamila &amp;ldquo;enfants sorciers&amp;rdquo; si aggira famelica nell&amp;rsquo;informe reticolo degli slum e dei fetidi rioni della Cit&amp;eacute;, dove gran parte dei dieci milioni di abitanti della sterminata capitale dell&amp;rsquo;ex Congo belga sopravvive di espedienti: sobborghi degradati, senza fogne e senza luce, appestati dai rifiuti marcescenti, cresciuti a dismisura sull&amp;rsquo;ex stazione commerciale che Henry Morton Stanley aveva battezzato Leopoldville. Non &amp;egrave; facile avvicinare i kindoki, bambini-stregoni. Sono aggressivi, rissosi, induriti dalla mancanza di affetto e dalle violenze subite. &amp;ldquo;La credenza negli spiriti maligni &amp;egrave; sempre esistita in Africa&amp;rdquo; spiega Fofe Mutamba, responsabile dell&amp;rsquo;Apea, una piccola organizzazione non governativa che si occupa dei bambini abbandonati nel quartiere di Limet&amp;eacute;. &amp;ldquo;Ma qui siamo di fronte a un fenomeno aberrante e ingiustificato, le cui vittime sono i pi&amp;ugrave; deboli, i pi&amp;ugrave; indifesi&amp;rdquo;.Trent&amp;rsquo;anni di brutale dittatura, una guerra civile che ha causato 4 milioni di morti e altrettanti sfollati, la dissoluzione dello stato, la corruzione dilagante, la rovina economica e il flagello dell&amp;rsquo;aids hanno devastato la societ&amp;agrave; congolese e inferto indelebili traumi psichici alla popolazione. I nuclei famigliari si sono disintegrati. I bambini arruolati nelle milizie si sono trasformati in feroci killer. I soprusi pi&amp;ugrave; ripugnanti hanno sostituito la legge e ogni residuo di umana piet&amp;agrave;. Ga&amp;eacute;tan, 6 anni, ha il viso di un vecchio. I capelli sono caduti, gli occhi sono cerchiati e il suo corpicino fragile, gonfiato dagli edema della fame, &amp;egrave; coperto di ustioni e di piaghe purulente: &amp;egrave; stato torturato e gettato sulla strada dall&amp;rsquo;amante di sua madre. &amp;ldquo;Diceva che avevo l&amp;rsquo;aspetto di un assassino&amp;rdquo; riesce a dire. &amp;ldquo;Diceva che sono un enfant sorcier&amp;rdquo;.Sono gli stessi genitori ad accusare i figli di stregoneria. Le disgrazie, i lutti improvvisi, le malattie, un furto subito o la perdita di un lavoro vengono imputati all&amp;rsquo;influsso malefico dello spirito che alberga in un bambino: il pi&amp;ugrave; piccolo, il peso inutile, il reietto nato per caso. &amp;ldquo;E&amp;rsquo; anche un sistema crudele e sbrigativo per sbarazzarsi delle bocche da sfamare&amp;rdquo; sostiene padre Zbigniew &amp;ldquo;Zibi&amp;rdquo; Orlikowski, direttore dell&amp;rsquo;ong Orper (Oeuvre de reclassement et de protection des enfants de la rue), che gestisce cinque dormitori, due case di accoglienza e due dispensari negli slum di Kinshasa. &amp;ldquo;Se una vedova si risposa, difficilmente la nuova famiglia accetta i figli del primo matrimonio&amp;rdquo;.A stabilire se un bambino &amp;egrave; posseduto dal demonio ci pensano, a pagamento, i ministri delle numerose sette e chiese pentecostali che proliferano in citt&amp;agrave;, criminali senza scupoli che si arricchiscono sulla pelle della gente: invasati ciarlatani congolesi e &amp;ldquo;profeti&amp;rdquo; giunti dagli Stati Uniti, dalla Corea o dal Brasile che attraggono folle di fedeli con la promessa di miracolose guarigioni, redenzione istantanea dai peccati e felicit&amp;agrave; eterna. E&amp;rsquo; un business in crescita, tollerato dal fatiscente governo di Joseph Kabila. Sfruttando il cristianesimo e le tradizioni ancestrali africane, pastori d&amp;rsquo;anime come Sony Kafuta &amp;ldquo;Rockman&amp;rdquo;, Fernando Kutino o il profeta Mokolo del Laboratorio universale della cura spirituale fanno soldi a palate: girano in Mercedes, inaugurano nuovi templi, hanno le loro radio e tv private per annunciare l&amp;rsquo;avvento del Salvatore.&amp;nbsp;I ministri, previo versamento di un consistente contributo alle spese del rito. si incaricano di esorcizzare i bambini in odore di stregoneria. I malcapitati vengono costretti a ingurgitare olio di palma, pozioni di erbe e rospi vivi. Ma se non riescono a vomitare il demonio, i genitori sono autorizzati a cacciarli di casa, condannandoli a una vita da cani randagi.Padre Zibi ha a disposizione un minibus regalatogli dall&amp;rsquo;Unicef, con fondi italiani: un&amp;rsquo;unit&amp;agrave; mobile che tutte le notti visita i siti dove i bambini si radunano e offre assistenza medica, protezione dagli abusi e consigli per evitare i comportamenti a rischio. In un anno il team, composto da un infermiere, un educatore, un &amp;ldquo;leader di strada&amp;rdquo; e un autista, ha stabilito oltre 2.300 contatti ed &amp;egrave; riuscito a reinserire nelle famiglie 160 bambini. Partiamo per Kasa-Vubu, uno dei quartieri pi&amp;ugrave; squallidi e pericolosi di Kinshasa.La prima tappa &amp;egrave; il centro d&amp;rsquo;accoglienza P&amp;egrave;re Frank: un cortile recintato, una televisione accesa, due latrine, un pozzo con una motopompa. Qui i ragazzini possono lavarsi, mangiare una minestra di mais, parlare con l&amp;rsquo;assistente sociale. &amp;ldquo;Il piccolo Jean, 8 anni, non voleva raccontare la sua storia&amp;rdquo; dice suor Alice. &amp;ldquo;Si vergognava. Era davvero convinto di essere un sorcier: lo aveva detto sua madre, dopo avere abortito; e lo aveva confermato il pastore che aveva tentato di esorcizzarlo. I suoi fratelli avevano paura. Suo zio lo aveva picchiato a sangue. I vicini volevano bruciarlo vivo: sul ventre e sulle spalle ha le cicatrici delle ustioni&amp;rdquo;.Usciamo nelle strade polverose e male illuminate. L&amp;rsquo;autista sa dove andare: una discarica di immondizia nei pressi di un mercato. Appena il minibus si ferma i bambini lo circondano e Bernard, l&amp;rsquo;infermiere, li fa salire uno alla volta: medica le piaghe e le contusioni, somministra antipiretrici e disinfettanti intestinali. &amp;ldquo;Hanno quasi tutti la malaria&amp;rdquo; dice. &amp;ldquo;E poi scabbia, vermi, epatite, sintomi di grave malnutrizione. I pi&amp;ugrave; gravi li portiamo all&amp;rsquo;ospedale&amp;rdquo;. Si muovono in branco, come animali selvatici. Dormono raggomitolati negli stracci, con la testa appoggiata a un gradino, tra scatole di cartone e mucchi di rifiuti, nei cimiteri, nei parcheggi, nei sottoscala, tra i topi e gli scarafaggi. Vivono di elemosina e di furti. Scavano nella spazzatura sperando di trovare un avanzo commestibile. Ogni tanto le grasse mama che presidiano le bancarelle rischiarate dalle lampade a petrolio si impietosiscono e allungano qualche involtino di cassava.&amp;ldquo;La droga &amp;egrave; un problema&amp;rdquo; dice Bernard. &amp;ldquo;Fumano chanvre. Comprano sacchetti di plastica con l&amp;rsquo;acquavite di palma e ci sciolgono dentro pasticche di Valium. Se sono fatti non li curo: devono tornare il giorno dopo, lucidi e sobri&amp;rdquo;. Droga e prostituzione. Ragazzine di 10, 12 anni si vendono a clienti che si rifiutano di usare i preservativi. E l&amp;rsquo;aids si propaga come un fuoco nella savana. Ange, 13 anni, ha il volto tumefatto, gli occhi gonfi e le labbra spaccate: ha cercato di resistere all&amp;rsquo;assalto del poliziotto del quartiere. Poi ha dovuto cedere alla violenza. Ha lo sguardo velato di lacrime e mi fissa senza parlare: &amp;egrave; una bambina, i minuscoli seni non sono ancora sbocciati.Corinne &amp;egrave; rimasta orfana a 6 anni: l&amp;rsquo;aids si &amp;egrave; portato via suo padre e sua madre. Lo zio si &amp;egrave; rivolto a un pastore di una chiesa evangelica, il profeta Onokoko. Ha dovuto aspettare, perch&amp;eacute; c&amp;rsquo;erano pi&amp;ugrave; di duecento bambini in lista per l&amp;rsquo;esorcismo. &amp;ldquo;Mi hanno tenuta senza mangiare per nove giorni&amp;rdquo; racconta Corinne. &amp;ldquo;Mi picchiavano per farmi confessare. Mi hanno fatto trangugiare una conchiglia e un grosso pesce ancora vivo. Ho vomitato lo spirito maligno, ma a casa non mi hanno pi&amp;ugrave; voluta&amp;rdquo;.Ci spostiamo a Matonge. E&amp;rsquo; quasi mezzanotte e i bambini stregoni accendono fal&amp;ograve; di carta sui marciapiedi. Non per scaldarsi, perch&amp;eacute; il caldo &amp;egrave; insopportabile. Nel fuoco scaricano la loro rabbia, gettando bottiglie vuote di birra Primus e obbligando i pi&amp;ugrave; piccoli a recuperarle. Sylvestre, il &amp;ldquo;leader di strada&amp;rdquo;, mena qualche ceffone, incurante della lama di un coltello che per un attimo balena nel pugno di Ibrahim, 16 anni, il capobranco. Quando la rissa si placa Ibrahim si lascia avvicinare. E&amp;rsquo; un tipo coriaceo: spavaldo, strafottente, con i larghi jeans da rapper calati lungo i fianchi e una T-shirt con la scritta &amp;ldquo;I am the boss&amp;rdquo;. Vive a Matonge da sei anni. &amp;ldquo;Quando morirono i miei genitori&amp;rdquo; racconta &amp;ldquo;mio cugino mi accus&amp;ograve; di avere avvelenato il cibo. Mi baston&amp;ograve; fino a farmi svenire. Poi sentii che parlava con gli zii: volevano comprare la benzina per bruciarmi. Allora sono fuggito&amp;rdquo;.La ronda &amp;egrave; finita. Torniamo alla base. &amp;ldquo;Facciamo il possibile, con i pochi mezzi che abbiamo&amp;rdquo; dice sconsolato Bernard, l&amp;rsquo;infermiere volontario. L&amp;rsquo;Unicef ha aperto a Limet&amp;eacute; un centro di recupero e alfabetizzazione per le giovani prostitute e i bambini di strada. Save the Children ha reinserito nelle famiglie duemila &amp;ldquo;stregoni&amp;rdquo;. E padre Zibi ha formato con gli enfants sorciers uno straordinario gruppo di percussioni e strumenti tradizionali: una musica magica, catartica, liberatoria. Un tenue raggio di luce nell&amp;rsquo;orrore di Kinshasa. &amp;nbsp;&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Kenya, Nyagwete, giugno 2005</title>
   <updated>2007T04Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-35-1.jpg" alt="#" /><p>Motom Delfino, 160 di cilindrata, velocit&amp;agrave; di punta cento all&amp;rsquo;ora. Non era il massimo neppure nel 1959, ma era abbastanza comoda per i lunghi viaggi: sedile basso, manubrio alto, sellino posteriore sostituibile con un portapacchi, un solido talaio a forma di ariete. E si poteva acquistare a rate. Pini Franco da Ponteranica (Bergamo), classe 1932, operaio in un&amp;rsquo;azienda tessile, con una passione sfrenata per le due ruote, decide che &amp;egrave; il mezzo giusto per riuscire nell&amp;rsquo;impresa: raggiungere Capo Nord, 9.215 chilometri andata e ritorno, vincendo il Concorso turistico organizzato dal Giornale del Popolo. I viaggi in moto sono il chiodo fisso di Franco. Comincia giovanissimo, appena avuta la patente, con una Lambretta 125: Italia, Jugoslavia, Macedonia e il resto dell&amp;rsquo;Europa. Con una tendina, il sacco a pelo e in tasca i soldi, contati, per la benzina. Ha fatto l&amp;rsquo;alpino e sa come cavarsela. Da ragazzino ha fatto anche lo straccivendolo e il garzone da un panettiere per aiutare il padre rimasto disoccupato. Ma la sua pi&amp;ugrave; grande aspirazione &amp;egrave; conoscere il mondo. &amp;ldquo;Si lavorava dodici ore al giorno, compresa la domenica&amp;rdquo; racconta. &amp;ldquo;E durante le tre settimane di ferie ero sempre sulla moto. Correre dietro alle ragazze mi sembrava una perdita di tempo&amp;rdquo;.Anche quando si decide a fidanzarsi &amp;egrave; in sella alla moto. &amp;ldquo;Accompagnavo a casa Rosetta, che lavorava in un laboratorio della ditta. Allo spalto di Sant&amp;rsquo;Agostino, sulle mura di Bergamo alta, mi giro e le chiedo: Vuoi diventare la mia morosa? Lei resta a bocca aperta, ma fa cenno di si col capo. Andammo subito a dirlo ai suoi genitori&amp;rdquo;. Si sposano sette anni pi&amp;ugrave; tardi, nel 1962, dopo aver costruito la casa di Ponteranica: una linda villetta con giardino e l&amp;rsquo;immancabile garage per la moto. &amp;ldquo;La prima notte fu un disastro&amp;rdquo; rammenta Franco. &amp;ldquo;Eravamo entrambi ancora vergini e non sapevamo come fare. Ma poi ci siamo impegnati: ora abbiamo quattro figli, tutti ammogliati, e sei nipoti&amp;rdquo;. I viaggi continuano: un paio con Rosetta (con la moto in Spagna, in auto in Algeria), quasi tutti da solo, con il Delfino e poi con la nuova Gilera 150. Franco, che &amp;egrave; diventato caporeparto, si spinge sempre pi&amp;ugrave; lontano: Marocco, Mauritania, il deserto libico. Nel 1973 cambia lavoro: impiegato tecnico in un&amp;rsquo;altra azienda tessile, la Reggiani. E in estate parte per il Medio Oriente: raggiunge Abadan, la citt&amp;agrave; petrolifera nell&amp;rsquo;Iran meridionale, attraversa lo Shatt al-Arab presidiato dai carri armati e arriva a Bassora. Ad Aleppo, in Siria, &amp;egrave; costretto a cambiare itinerario: sta per scoppiare la guerra del Kippur. Meglio evitare il Libano e tornare in Iraq, rientrando a Bergamo dal Kurdistan e dalla Turchia.Due anni dopo &amp;egrave; in Egitto e in Sudan. Nel maggio del 1976, con l&amp;rsquo;Ana (Associzione nazionale alpini) si fa le ossa come muratore costruendo un asilo nel Friuli colpito dal terremoto. E nell&amp;rsquo;estate del &amp;rsquo;77 parte per il viaggio dei suoi sogni: Bergamo-Kashmir-Bergamo, 19 mila chilometri attraverso Jugoslavia, Bulgaria, Turchia, Iran, Afghanistan, Pakistan, India. Un sogno che s&amp;rsquo;infrange in modo drammatico sulla via del ritorno.&amp;ldquo;Il buio, il sonno eterno, il crollo, la fine della mia esistenza&amp;rdquo;. Cos&amp;igrave; Franco descrive quei cinque giorni di coma. In realt&amp;agrave; non ricorda nulla. E&amp;rsquo; successo nei pressi di Tureg, a 700 chilometri da Teheran. Si risveglia all&amp;rsquo;ospedale di Qazvi, intravede una flebo, alcune ombre, camici bianchi. Ha sette costole rotte, gli occhi neri e il volto gonfio come un pallone per gli ematomi. Lo ha trovato in un dirupo una pattuglia di soldati. Non &amp;egrave; stato un incidente: la moto &amp;egrave; in perfetto stato. Gli aggressori lo hanno sorpreso mentre si trovava nella tenda, ma non hanno rubato niente. &amp;ldquo;Un attacco a sfondo politico?&amp;rdquo; si chiede Franco. &amp;ldquo;In quei mesi il regime dello sci&amp;agrave; cominciava a vacillare sotto i colpi della rivoluzione islamica. C&amp;rsquo;erano scontri, retate della polizia, cadaveri nelle strade&amp;rdquo;.Non &amp;egrave; in grado di rimontare in sella. Regala l&amp;rsquo;amata Gilera ai militari e torna a casa in autostop: un iraniano che vive in Germania lo porta fino a Zagabria, da dove prosegue in treno. Rosetta e i figli sono affranti. Franco &amp;egrave; sparito da oltre un mese e le linee telefoniche con l&amp;rsquo;Iran sono interrotte. Lo vedono barcollare nel giardino: &amp;egrave; un morto che cammina.Franco si riprende. Ma la sua vita cambia in modo radicale. E per capire come bisogna andare a trovarlo a Nyagwethe, un minuscolo villaggio di pescatori e di contadini sulle sponde del lago Vittoria, in Kenya. Rosetta, da brava massaia, sta preparando una marmellata di limoni e si muove tra le pentole come se fosse nella sua villetta di Ponteranica. Ma non &amp;egrave; proprio la stessa cosa. &amp;ldquo;Chiudi bene la porta&amp;rdquo; dice con noncuranza. &amp;ldquo;Qui &amp;egrave; pieno di cobra. L&amp;rsquo;altr&amp;rsquo;anno ne abbiamo trovato uno nel bagno. E se vai al lago fai attenzione agli ippopotami: sono pi&amp;ugrave; pericolosi dei coccodrilli&amp;rdquo;. Quando Franco arriv&amp;ograve; a Nyagwethe, nel 1980, con una missione di scout di Gallarate di cui faceva parte la dottoressa Maria Bonino, uccisa il 7 aprile scorso in Angola dal virus di Marburg, non c&amp;rsquo;erano edifici in muratura. Per undici anni ha vissuto in una capanna col tetto di paglia. &amp;ldquo;Ero terrorizzata dai serpenti&amp;rdquo; racconta Rosetta. &amp;ldquo;Di notte non osavo muovermi neppure per andare a far pip&amp;igrave;. E&amp;rsquo; una testa dura, il Pini! Poi l&amp;rsquo;ho convinto a tirar su la casa. E tra anni fa ha ceduto anche sul telefono satellitare&amp;rdquo;.Non c&amp;rsquo;era, allora, nemmeno la strada. &amp;ldquo;Arrivammo a piedi, aprendoci il sentiero a colpi di machete&amp;rdquo; racconta il Pini. &amp;ldquo;Quasi tutti i bambini erano ammalati: malaria, dissenteria, morbillo, tubercolosi, scabbia. Decisi all&amp;rsquo;istante che avrei costruito un dispensario. Sentivo che quello era il modo per dare un senso alla mia vita, per mettere a frutto tutte le esperienze accumulate in giro per il mondo&amp;rdquo;.Torna in Italia, racimola un paio di milioni, compra secchi, badili, livella, medicinali. E riparte per Nyagwethe. Apre il cantiere e comincia a impastare il cemento. Da solo, con l&amp;rsquo;aiuto della gente del villaggio. E&amp;rsquo; co&amp;igrave; da 25 anni: sei mesi a Bergamo a raccogliere fondi, sei mesi a Nyagwethe a costruire. Senza mai mollare, neppure quando la malaria, nell&amp;rsquo;82, lo sta per ammazzare. D&amp;rsquo;accordo con la famiglia, va in pensione e investe i soldi della liquidazione nel progetto africano, che continua a crescere. Il piccolo dispensario diventa un&amp;rsquo;ospedale. E intanto si fa la strada e si gettano le fondamenta di una scuola elementare. A Bergamo Franco frequenta un corso per infermieri e uno per odontotecnici. A Padova si specializza in malattie tropicali. Ma in realt&amp;agrave; sa fare tutto: il muratore, l&amp;rsquo;idraulico, il carpentiere, l&amp;rsquo;elettricista, il meccanico, il contabile, il geometra. E poi il chirurgo (ha imparato ad amputare), il biologo (fa i test dell&amp;rsquo;aids), il ginecologo (fa nascere i bambini anche nei parti difficili, con il rivolgimento manuale nell&amp;rsquo;utero). Persino il prete: &amp;egrave; stato autorizzato a somministrare ai malati che lo richiedono le ostie, consacrate dal parroco di una vicina missione. Il suo incubo &amp;egrave; la maledizione dell&amp;rsquo;acqua, il falgello di Nyagwethe. E&amp;rsquo; l&amp;rsquo;acqua del lago a decimare la gente del villaggio: poveri pescatori Luo che si nutrono di omena, pesciolini seccati al sole, e di mbuta, il persico del Nilo. E allora il Pini testa dura scala le montagne, setaccia la foresta, finch&amp;eacute; trova la sorgente. E poi anche i soldi (13 milioni di lire) per comprare i tubi. E mette gi&amp;ugrave; un acquedotto di 5 chilometri, con cisterne di raccolta, che porta acqua all&amp;rsquo;ospedale e alle capanne. &amp;ldquo;Un lavoro straodinario&amp;rdquo; dice Gervas Ikhan, direttore della scuola elementare che ospita 527 alunni e 11 maestri. &amp;ldquo;Il tifo e la bilharzia sono quasi del tutto scomparsi&amp;rdquo;.Ma Franco non si ferma. Costruisce un asilo per 250 bambini, una scuola politecnica con annesso campo per sperimentare nuove colture, laboratori di sartoria e di falegnameria, una guest house per gli ospiti, una cooperativa d&amp;rsquo;acquisto, alloggi per il personale (60 dipendenti tra infermieri, insegnanti e impiegati), un ristorantino (Trattoria Ponteranica), un centro sociale, una chiesa (richiesta da cattolici, protestanti, musulmani e animisti) dedicata a San Francesco. Oggi il Pini ha 73 anni. Carlo Azelio Ciampi lo ha nominato Commendatore della repubblica; l&amp;rsquo;Ana lo ha proclamato, in aprile, &amp;ldquo;alpino dell&amp;rsquo;anno&amp;rdquo;. E lui continua a impastare il cemento. Sta ampliando l&amp;rsquo;ospedale, sorveglia il cantiere della nuova mensa scolastica (500 coperti) e in riva al lago &amp;egrave; quasi pronta una barca di 13 metri per il trasporto di merci e persone. &amp;ldquo;Cos&amp;igrave; i miei ragazzi potranno vendere il pesce e la farina di mais nei mercati della costa&amp;rdquo; spiega. &amp;ldquo;Ma dovranno indossare i salvagenti che ho portato dall&amp;rsquo;Italia: su questo non transigo&amp;rdquo;. La comunit&amp;agrave; di Nyagwethe &amp;egrave; diventata un modello per tutto il Kenya. Visitandola, il ministro dei Trasporti Christopher Murungaru &amp;egrave; rimasto di stucco. Ha immediatamente ordinato di allargare e consolidare la strada. E ha chiesto a Franco di costruire, con il contributo del governo di Nairobi, una scuola superiore. Le fondamenta, su un poggio arieggiato da cui si domina il lago Vittoria (&amp;ldquo;Cos&amp;igrave; grande che sembra il mare&amp;rdquo;), saranno gettate nei prossimi giorni. Franco, in canotta e pantaloncini corti, &amp;egrave; gi&amp;agrave; al lavoro con i suoi manovali. Uomini e donne regolarmente pagati, che hanno imparato il mestiere e a essere responsabili fino all&amp;rsquo;autogestione. &amp;ldquo;Perch&amp;eacute; io&amp;rdquo; dice il Pini da Ponteranica &amp;ldquo;sono solo un bianco di passaggio&amp;rdquo;.&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Nigeria, Delta Niger, marzo 2006</title>
   <updated>2007T04Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-34-1.jpg" alt="#" /><p>Di notte la citt&amp;agrave; piomba nel buio. Le uniche luci nell&amp;rsquo;immensa distesa del delta del fiume Niger sono i bagliori rossastri delle fiaccole del gas nelle paludi di mangrovie e i fari che illuminano i compound fortificati delle compagnie petrolifere. Port Harcourt, la capitale africana del greggio, &amp;egrave; priva di corrente elettrica. Un paradosso che alimenta il rancore della popolazione locale e inasprisce la rabbia delle bande armate che hanno dichiarato guerra alle multinazionali degli idrocarburi. Nei mesi scorsi i miliziani hanno sabotato decine di oleodotti, attaccato le piattaforme off-shore, preso in ostaggio tecnici americani e canadesi, rapinato banche, ingaggiato sanguinosi scontri con la polizia e l&amp;rsquo;esercito. La Shell &amp;egrave; stata costretta a evacuare 500 dipendenti e a sospendere le operazioni nel terminal di Forcados, con una perdita netta di oltre 200 mila barili al giorno. Nell&amp;rsquo;ultimo attentato, il 17 marzo, &amp;egrave; saltata con la dinamite una pipeline della Naoc, la joint venture tra l&amp;rsquo;Agip e la societ&amp;agrave; petrolifera nazionale. La guerriglia &amp;egrave; gi&amp;agrave; riuscita a bloccare il flusso di mezzo milione di barili al giorno, quasi il 20 per cento della produzione nigeriana. E minaccia di intensificare la lotta, fino alla chiusura di tutti gli impianti.La Nigeria &amp;egrave; l&amp;rsquo;ottavo produttore mondiale di petrolio e le sue riserve accertate sfiorano i 36 miliardi di barili: greggio leggero, apprezzato dalle raffinerie europee e americane per il basso tenore di zolfo e di residui, che costituisce il 95 per cento dell&amp;rsquo;export del paese e la principale fonte di entrate in valuta. Le riserve di gas naturale sono valutate in oltre 3.500 miliardi di metri cubi. In quarant&amp;rsquo;anni il colosso africano ha incamerato oltre 300 miliardi di dollari in royalties. Ma sono in gran parte finiti nei conti esteri di una nomenklatura politica unanimemente considerata la pi&amp;ugrave; corrotta del pianeta. Il 70 per cento dei 140 milioni di nigeriani sopravvive con meno di un dollaro al giorno. Negli stati del delta, che galleggiano su un oceano di oro nero, il numero degli indigenti al di sotto della linea della povert&amp;agrave; &amp;egrave; raddoppiato nell&amp;rsquo;ultimo ventennio. E il paese, a corto di industrie, &amp;egrave; costretto a importare la benzina.Haj Mohammed &amp;egrave; uno dei capi del Mend, il Movimento per l&amp;rsquo;emancipazione del delta del Niger, il pi&amp;ugrave; recente tra i gruppi armati attivi nella regione. &amp;ldquo;Le multinazionali sfruttano il sottosuolo e inquinano l&amp;rsquo;ambiente&amp;rdquo; dice. &amp;ldquo;Ma il nostro obiettivo &amp;egrave; il governo federale. Attacchiamo le compagnie petrolifere perch&amp;eacute; &amp;egrave; il solo mezzo di cui disponiamo per sensibilizzare l&amp;rsquo;opinione pubblica internazionale e costringere il governo a investire almeno una parte dei profitti nello sviluppo del sud. Vogliamo il controllo delle nostre risorse e un&amp;rsquo;equa distribuzione della ricchezza&amp;rdquo;.Scendiamo nei meandri tortuosi del delta a bordo di una veloce barca a motore dal fondo piatto, sotto un cielo grigio carico di pioggia. Sulle isole di mangrovie e sui fondali melmosi dei canali passano migliaia di chilometri di tubi. Sull&amp;rsquo;acqua, dove i pescatori lanciano le reti da piroghe scavate nei tronchi degli alberi, ristagnano chiazze oleose di petrolio. Chiatte, grandi petroliere e vecchie carrette del mare succhiano il greggio dai terminali costruiti accanto ai villaggi di palafitte. Gli &amp;ldquo;spills&amp;rdquo;, le fuoriuscite di petrolio, sono all&amp;rsquo;ordine del giorno: provocate dalla corrosione, dai sabotaggi, dai guasti alle attrezzature. E dalla diffusa pratica del &amp;ldquo;bunkering&amp;rdquo;, il sistematico furto e contrabbando di migliaia di tonnellate di greggio, organizzato dalle mafie dei trafficanti con la complicit&amp;agrave; della polizia e dei corrotti politici locali. Dopo ogni attacco i ribelli si dissolvono in questo labirinto di canali e di lagune malariche di cui conoscono ogni anfratto, ogni recesso, ogni via di fuga. Sono armati di mitra, fucili a pompa, Kalashnikov, bazooka, lanciagranate e comunicano agevolmente con radio, cellulari e telefoni satellitari. L&amp;rsquo;esercito federale ha inviato nella zona contingenti di rinforzo, ma non sembra in grado di garantire la sicurezza degli impianti e il governo del presidente Olusegun Obasanjo ha chiesto una fornitura urgente di motovedette alla Cina, da tempo impegnata in un serrato confronto strategico con Washington per l&amp;rsquo;accesso alle fonti energetiche africane.Okujagu &amp;egrave; una comunit&amp;agrave; di 1.200 anime nel cuore del delta dove gli oyibo, i bianchi, non mettono piede. Gli uomini pi&amp;ugrave; robusti riempiono le canoe di sabbia e pagaiano fino al mercato di Port Harcourt per venderla ai cantieri edili. I bambini mangiano il cibo dei poveri, che qui sono le ostriche e le lumache di fiume. Le donne affumicano il pesce sui fusti vuoti del carburante: sgombri norvegesi scongelati, perch&amp;eacute; il pesce fresco &amp;egrave; sempre pi&amp;ugrave; scarso. Quasi tutti i giovani sono via con le milizie. &amp;ldquo;Non abbiamo luce elettrica, n&amp;eacute; acqua corrente&amp;rdquo; spiega Princewill Bipialaka, 74 anni, il capo del villaggio. &amp;ldquo;Non abbiamo ospedale e non ci sono strade: chi si ammala deve andare in barca fino in citt&amp;agrave;. Se ha i soldi per la benzina&amp;rdquo;. Sull&amp;rsquo;isola vicina i tubi di una stazione di pompaggio costeggiano le catapecchie di lamiera e assi inchiodate. &amp;ldquo;Qui passano ogni giorno milioni di dollari di greggio&amp;rdquo; dice Jonah Fiberesime, acceso sostenitore della lotta armata. &amp;ldquo;E le nostre ragazze sono costrette a prostituirsi con gli equipaggi delle navi e nei bar in citt&amp;agrave;. Quando i pozzi saranno esauriti qui non rester&amp;agrave; niente. Dobbiamo agire subito: che cosa abbiamo da perdere?&amp;rdquo;Il Bayelsa, farwest della Nigeria dove le bande armate scorrazzano alla luce del sole e i sabotaggi alle pipeline sono pi&amp;ugrave; frequenti, &amp;egrave; uno staterello ritagliato tra gli acquitrini e le paludi. L&amp;rsquo;unica strada &amp;egrave; costellata di check point dove la polizia preleva balzelli. I bianchi si spostano in elicottero o con la scorta armata. Sua altezza reale Simon Ibebi, &amp;ldquo;oba&amp;rdquo; di Aleibiri, &amp;egrave; un uomo mite e anziano, ma si accalora: &amp;ldquo;Non c&amp;rsquo;&amp;egrave; lavoro. Non ci sono attivit&amp;agrave; industriali. Non ci sono trasporti pubblici n&amp;eacute; infrastrutture. Le scuole fanno schifo e gli insegnanti non sono pagati. Gli ambulatori non hanno medicine. L&amp;rsquo;agricoltura &amp;egrave; stata abbandonata. Il governo, i militari e gli amministratori locali rubano a man bassa. Le terre degli Ijaw e degli Ogoni sono diventate un cimitero&amp;rdquo;.Il miraggio del denaro facile e la speranza di un impiego hanno gonfiato a dismisura gli slum di Port Harcourt, citt&amp;agrave; senza legge dove le strade si chiamano &amp;ldquo;Pipeline street&amp;rdquo; e &amp;ldquo;Agip road&amp;rdquo;. E dove anche Samuel Adetuyi, commissario capo della polizia del Rivers state, deve ammettere che &amp;ldquo;omicidi, rapine, furti e conflitti per la propriet&amp;agrave; dei terreni sono in costante aumento&amp;rdquo;. Alla gente delle baraccopoli, cresciute a pochi passi dalle ville con piscina degli espatriati, dagli alberghi a cinque stelle e dagli alloggi difesi dal filo spinato dei funzionari delle multinazionali del petrolio, non resta che aggrapparsi ai deliri dei predicatori delle numerosissime chiese evangeliche, pentecostali, avventiste e apostoliche: ciarlatani che garantiscono, a pagamento, &amp;ldquo;felicit&amp;agrave; istantanea&amp;rdquo; e &amp;ldquo;miracoli last minute&amp;rdquo;.Il disastro ecologico &amp;egrave; esacerbato dalle emissioni di gas. Per decenni nell&amp;rsquo;atmosfera si sono riversati due milioni di metri cubi al giorno di fumi nocivi (metano, monossido e biossido di carbonio, fuliggine, acido solforoso), generati dalla combustione dei gas inutilizzati nei procedimenti estrattivi e responsabili delle piogge acide. Il primo a protestare fu lo scrittore e attivista per i diritti umani Ken Saro Wiwa, arrestato e giustiziato con altri otto compagni di etnia ogoni il 10 novembre 1995: un&amp;rsquo;esecuzione che cost&amp;ograve; alla Nigeria l&amp;rsquo;imposizione di sanzioni economiche e l&amp;rsquo;espulsione dal Commonwealth. Nel 1999 la fine della dittatura militare e l&amp;rsquo;elezione di Obasanjo fecero sperare in una soluzione politica del conflitto. Le trattative non ebbero per&amp;ograve; alcun esito e nel 2004 gli Ijaw del delta imbracciarono il mitra contro le compagnie petrolifere mettendo a segno una serie di spettacolari attacchi e di sequestri di personale straniero. Il capo della rivolta, Mujahid Dokubo-Asari, leader della Forza popolare volontaria del delta del Niger, &amp;egrave; stato arrestato lo scorso settembre ed &amp;egrave; in attesa di processo per &amp;ldquo;tradimento&amp;rdquo; ad Abuja, la capitale federale. I ribelli si sono subito riorganizzati: dietro le sigle del Mend, del Coma (Coalition for militant action) e delle Brigate dei martiri non si celano solo bande di criminali e rapinatori manipolati dalle mafie politiche ed economiche del delta. &amp;ldquo;I nuovi leader della rivolta&amp;rdquo; sostiene Annkio Briggs dell&amp;rsquo;organizzazione per i diritti umani Agape &amp;ldquo;sono giovani istruiti, laureati, con una strategia definita e precisi obiettivi. Vogliono riappropriarsi delle risorse del delta per fare uscire la popolazione da una condizione di intollerabile sottosviluppo&amp;rdquo;.Le compagnie petrolifere (Shell, Agip, Elf, Mobil, Chevron, Texaco) hanno cercato di sopperire alla colpevole assenza dello stato federale investendo miliardi di dollari nella sicurezza e nello sviluppo sociale delle 291 comunit&amp;agrave; del delta. Ma &amp;egrave; una sfida ad alto rischio e dai risultati incerti. Tanto che la Shell, primo produttore in Nigeria con oltre 1,3 milioni di barili al giorno, ha gi&amp;agrave; messo in conto l&amp;rsquo;eventualit&amp;agrave;, niente affatto remota, di cessare le attivit&amp;agrave; sul continente per limitarsi all&amp;rsquo;estrazione off-shore. &amp;ldquo;Con 300 pozzi nel delta&amp;rdquo; spiega Antonio Panza, general manager dell&amp;rsquo;Agip in Nigeria, &amp;ldquo;la nostra societ&amp;agrave; &amp;egrave; tra le pi&amp;ugrave; esposte sul territorio. Abbiamo finanziato centinaia di progetti nel settore agricolo, scolastico, energetico, sanitario. Ma non possiamo certo sostituirci al governo centrale e realizzare le infrastrutture di cui il paese ha bisogno&amp;rdquo;.L&amp;rsquo;Eni, in Nigeria dal 1962, &amp;egrave; oggi in prima linea con Agip (161 mila barili al giorno), Saipem (oleodotti e piattaforme) e importanti partecipazioni negli impianti di liquefazione del gas (isola di Bonny), il business del futuro. Negli anni Novanta la Nigeria bruciava il 75 per cento del gas associato al petrolio: il 12,5 per cento, secondo la Banca mondiale, del totale dei gas combusti sul pianeta. Uno spreco, e uno scandalo ecologico, cui il governo e le multinazionali stanno ponendo rimedio riducendo i quantitativi immessi nell&amp;rsquo;atmosfera. &amp;ldquo;La percentuale combusta &amp;egrave; scesa in Nigeria al 45 per cento&amp;rdquo; spiega Antonino Fiore, responsabile dei progetti downstream dell&amp;rsquo;Eni, che ha realizzato a Okpai una centrale termoelettrica da 480 megawatt alimentata a gas. &amp;ldquo;E nei prossimi anni scender&amp;agrave; ancora&amp;rdquo;. Basteranno questi palliativi per evitare che un conflitto a bassa intensit&amp;agrave; si trasformi in una guerra con devastanti conseguenze per le forniture energetiche dell&amp;rsquo;Occidente? La Nigeria, terra di sanguinosi scontri endemici tra cristiani e musulmani, rischia oggi di implodere per il petrolio? John Negroponte, capo dell&amp;rsquo;intelligence americana, afferma che la posta in gioco &amp;egrave; pi&amp;ugrave; elevata che in Iraq. E lascia intendere che la Casa Bianca e il Pentagono non starebbero a guardare.&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Sud Libano, agosto 2006</title>
   <updated>2007T04Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-33-1.jpg" alt="#" /><p>Sulle alture di Khiam il posto d&amp;rsquo;osservazione dell&amp;rsquo;Unifil era inconfondibile: un edificio dipinto di bianco, circondato da un muro e da un reticolo di filo spinato, con il vessillo azzurro delle Nazioni Unite issato sulla torretta d&amp;rsquo;avvistamento. Le sue coordinate erano note dal 1978, quando i caschi blu presero posizione nella &amp;ldquo;fascia di sicurezza&amp;rdquo; conquistata da Tsahal. Ma il 26 luglio l&amp;rsquo;indifesa base dei peacekeeper, nonostante i ripetuti avvertimenti lanciati dai comandi Onu, &amp;egrave; stata centrata da un missile israeliano: quattro morti, un canadese, un austriaco, un cinese e un finlandese, che si aggiungono ai 244 militari stranieri caduti nell&amp;rsquo;adempimento della loro missione.I rischi, per i soldati italiani in partenza per il Libano, sono elevatissimi. Dovranno presidiare il fronte pi&amp;ugrave; caldo del Medio Oriente: una zona grigia che i 20 mila miliziani di Hezbollah hanno trasformato in un campo di battaglia da cui non intendono smobilitare e su cui Israele &amp;egrave; decisa a mantenere una assoluta supremazia aerea e terrestre. &amp;ldquo;La fascia a sud del Litani &amp;egrave; una polveriera&amp;rdquo; spiega Timur Goksel, che &amp;egrave; stato per vent&amp;rsquo;anni portavoce dell&amp;rsquo;Unifil. &amp;ldquo;La tregua &amp;egrave; gi&amp;agrave; stata violata. E il ruolo dei caschi blu non &amp;egrave; chiaro: se cercheranno di interporsi con le armi, saranno considerati dagli sciiti forze di occupazione. E finiranno nel mirino della guerriglia&amp;rdquo;.La strada che da Marjayoun sale a El-Khiam, verso le montagne della Siria, &amp;egrave; sventrata dai crateri delle bombe. E il villaggio &amp;egrave; un cumulo di rovine. I caccia si sono accaniti contro il carcere dove negli anni Novanta gli israeliani avevano rinchiuso centinaia di libanesi. &amp;ldquo;Era diventato un museo&amp;rdquo; dice Bilal, responsabile locale di Hezbollah. &amp;ldquo;Hanno voluto cancellare la memoria dell&amp;rsquo;occupazione&amp;rdquo;. Ma la prigione era anche qualcos&amp;rsquo;altro: nel piazzale sono ancora posizionati un mortaio da 120 millimetri e una batteria di Katyusha.Lungo la &amp;ldquo;linea blu&amp;rdquo; a ridosso del confine le distruzioni sono impressionanti. Interi villaggi sono rasi al suolo: case, scuole, moschee, ospedali, ponti, caserme, edifici pubblici, pompe di benzina. Le vie sono deserte e il silenzio &amp;egrave; agghiacciante: si sente solo il ronzio dei droni, gli invisibili aerei spia senza pilota, che scrutano e registrano ogni movimento sospetto. Dalle macerie esala un fetore di morte: cadaveri insepolti, gasolio, immondizia, cibo avariato. A Kfar Kila la strada rasenta l&amp;rsquo;Alta Galilea. La Porta di Fatima, il varco che per 22 anni aveva permesso a migliaia di libanesi di recarsi a lavorare in Israele, &amp;egrave; chiuso da una barriera di blocchi di cemento. Le villette dell&amp;rsquo;insediamento di Metulla e le altane del kibbutz di Manara sono a poche centinaia di metri: a tiro di Kalashnikov e di Katyusha. Sulle creste delle colline s&amp;rsquo;intravedono le postazioni dell&amp;rsquo;artiglieria e dei reparti corazzati. Nel cielo volteggiano i palloni aerostatici equipaggiati con sistemi elettronici di rilevamento radar. Nella vallata corre la linea del confine: campi minati e sbarramenti elettrificati, piste percorse da mezzi blindati, reticolati che tagliano gli uliveti e le coltivazioni abbandonate. Maha, la giornalista del quotidiano libanese Al-Akhbar che mi accompagna, &amp;egrave; in apprensione: ci stiamo avvicinando a Markaba, il suo villaggio, teatro di violenti combattimenti. Sui casolari sbriciolati dalle granate, sui bunker, su ogni altura e su ogni scheletro di minareto sventola la bandiera gialla con il Kalashnikov del Partito di Allah. Qui l&amp;rsquo;esercito libanese non &amp;egrave; ancora arrivato. L&amp;rsquo;asfalto &amp;egrave; divelto dai cingoli dei Merkava. Camminiamo su un tappeto di bossoli e di schegge di proiettili, scavalcando i rottami dei veicoli carbonizzati: la casa di Maha &amp;egrave; ancora in piedi, sforacchiata dai colpi, ma risparmiata dai missili. Riusciamo persino a preparare un t&amp;egrave;, nella cucina ingombra di detriti, vetri rotti e calcinacci. &amp;ldquo;Mio padre insegna letteratura araba all&amp;rsquo;universit&amp;agrave; di Beirut&amp;rdquo; racconta Maha, che insiste per innaffiare il giardino. &amp;ldquo;Ha piantato lui gli alberi da frutto, dopo il ritiro degli israeliani nel 2000. Questa &amp;egrave; la nostra terra, ma solo Hezbollah &amp;egrave; stato in grado di difenderla&amp;rdquo;. Pi&amp;ugrave; a sud, nei pressi di Ait Aroun, incrociamo una pattuglia di soldati israeliani. Avanzano con circospezione, a piedi, lungo il corso di un wadi in secca in direzione del confine. Nascosti da un edificio diroccato i miliziani sciiti li osservano con potenti binocoli militari. &amp;ldquo;Non ci fanno paura&amp;rdquo; dice Selim, che indossa una T-shirt con il ritratto dell&amp;rsquo;imam Khomeini. &amp;ldquo;Li abbiamo gi&amp;agrave; sconfitti due volte: li sconfiggeremo ancora. Nessuno riuscir&amp;agrave; a disarmarci, n&amp;eacute; i caschi blu n&amp;eacute; l&amp;rsquo;esercito libanese. Se ci proveranno ne pagheranno le conseguenze&amp;rdquo;.&amp;nbsp;I bombardamenti israeliani non hanno fiaccato la determinazione dei miliziani di Hassan Nasrallah e non hanno inferto il preventivato colpo mortale al potenziale offensivo di Hezbollah, che dallo scontro &amp;egrave; uscito rafforzato (insieme ai suoi padrini iraniani) sullo scacchiere politico arabo e nazionale. Decine di bunker e di postazioni sono state distrutti e le linee di rifornimento con la Siria sono per ora interrotte. Ma la struttura armata del Partito di Allah, la pi&amp;ugrave; grande, disciplinata e meglio addestrata forza paramilitare nella regione, sembra in grado di riequipaggiare in fretta il micidiale arsenale di Rpg, mortai, esplosivi al plastico, mine telecomandate del tipo Claymore, a raggi laser o a cellula fotoelettrica, e missili anticarro a elevata precisione forniti dall&amp;rsquo;Iran. I soldi non sono un problema. Alle generose sovvenzioni degli ayatollah di Teheran si aggiungono i proventi delle innumerevoli attivit&amp;agrave; economiche, commerciali e finanziarie del Partito, che ha cominciato a distribuire consistenti aiuti agli sfollati e a ricostruire gli edifici bombardati nel sud e nei quartieri meridionale di Beirut. Le ruspe sciite sono gi&amp;agrave; al lavoro. A una settimana dalla fine delle ostilit&amp;agrave; i militanti di Hezbollah, armati di telecamere, lap top e mappe catastali, hanno completato il censimento dei danni: 200 edifici distrutti e 300 sinistrati nella capitale, 260 nella Bekaa, 20 mila nel sud del Paese. A ogni famiglia vengono garantiti 12 mila dollari per l&amp;rsquo;affitto di un appartamento, con la promessa di una nuova casa entro un anno: un&amp;rsquo;efficienza organizzativa e una tempestivit&amp;agrave; che stridono con l&amp;rsquo;immobilismo del governo di Beirut, paralizzato dalle divisioni interne e costretto a riconoscere in Hassan Nasrallah, come ha detto il presidente filosiriano Emile Lahoud, &amp;ldquo;l&amp;rsquo;artefice di una vittoria per tutti i libanesi e i popoli arabi&amp;rdquo;. Anche Aicha, 60 anni e due figli &amp;ldquo;martiri&amp;rdquo; nei combattimenti, non ha dubbi. Seduta di fronte alla sua casa sbriciolata dai missili alza le dita in segno di vittoria: &amp;ldquo;Allah &amp;egrave; il pi&amp;ugrave; grande! Possono distruggere gli edifici ma non la nostra volont&amp;agrave; di resistenza&amp;rdquo;. Bint Jbeil &amp;egrave; una citt&amp;agrave; fantasma. Un asino ferito si aggira tra le rovine. Un vecchio osserva quel che resta del suo negozio di verdura. Un bambino rovista tra le macerie da cui affiorano orsacchiotti di pezza, quaderni di scuola e bambole senza testa. All&amp;rsquo;ospedale bombardato, privo d&amp;rsquo;acqua e di corrente elettrica, un medico cerca di infilare l&amp;rsquo;ago di una flebo nel braccio rinsecchito di una donna di 85 anni rimasta per sei giorni senza bere e senza mangiare. &amp;ldquo;Vogliamo vivere in pace&amp;rdquo; dice il dottor Abed Raraj, dirigente di Hezbollah. &amp;ldquo;Ma se saremo attaccati risponderemo colpo su colpo. E non sar&amp;agrave; certo l&amp;rsquo;Onu a fermarci&amp;rdquo;. Sulla strada tra Ait ech-Chaab e Naqoura, quartier generale dell&amp;rsquo;Unifil, incontriamo le avanguardie dell&amp;rsquo;esercito libanese in fase di dispiegamento e qualche jeep di spaesati caschi blu indiani e pachistani. Gli unici a muoversi con disinvoltura sono i miliziani di Hezbollah. Qui sono nati e cresciuti, tra le aride valli e le colline di cui conoscono ogni anfratto. Qui hanno combattuto per quasi trent&amp;rsquo;anni. Qui il Partito di Allah, in asseza di un potere centrale, ha costruito il suo stato semi-indipendente, con la sua giustizia islamica e le sue scuole religiose, ma anche con gli ospedali, gli asili, la polizia, i giornali, la tv, i centri di assistenza per le vedove e gli anziani: la rete di protezione sociale che costituisce la base del crescente consenso popolare di cui gode.Ad Aalma ech-Chaab, a poche centinaia di metri dal confine, abitava un&amp;rsquo;esigua comunit&amp;agrave; maronita. Padre Maroun Ghafary &amp;egrave; angosciato: &amp;ldquo;Sono fuggiti tutti e non so se torneranno. Noi cristiani siamo tra due fuochi: appoggiamo la resistenza ma al tempo stesso temiamo che le correnti integraliste puntino alla creazione di una repubblica islamica. Speriamo che i soldati italiani possano contribuire a riportare la pace&amp;rdquo;. Ma intanto la guerra continua a uccidere i civili. Cinque bambini sono gi&amp;agrave; morti nei dintorni di Nabatiya per lo scoppio di alcuni ordigni inesplosi. Tra le macerie di Saddiquin, dove gli sfollati cominciano a tornare, e a Qana, dove un raid aereo ha seppellito il 30 luglio 28 civili (16 bambini), dobbiamo fare attenzione a dove mettiamo i piedi: l&amp;rsquo;artiglieria israeliana ha disseminato migliaia di &amp;ldquo;cluster bombs&amp;rdquo;. Di forma cilindrica e di piccole dimensioni, con un nastrino di stoffa attaccato alla spoletta detonante, sono difficili da individuare e letali come le mine antiuomo: un&amp;rsquo;altra insidia di cui i militari della forza multinazionale dovranno tener conto nei loro spostamenti.Ma la minaccia pi&amp;ugrave; seria per i caschi blu &amp;egrave; il probabile deterioramento del contesto politico libanese. Se Washington non abbandoner&amp;agrave; la chimera del &amp;ldquo;nuovo Medio Oriente&amp;rdquo; impegnandosi in un dialogo costruttivo con Teheran e Damasco, un nuovo conflitto sar&amp;agrave; inevitabile. Una strategia puramente militare, imperniata sul rafforzamento dell&amp;rsquo;esercito libanese, finirebbe per spingere Hezbollah e le forze armate regolari in una pericolosa rotta di collisione. &amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Beirut, agosto 2006</title>
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Dovranno presidiare il fronte pi&amp;ugrave; caldo del Medio Oriente: una zona grigia che i 20 mila miliziani di Hezbollah hanno trasformato in un campo di battaglia da cui non intendono smobilitare e su cui Israele &amp;egrave; decisa a mantenere una assoluta supremazia aerea e terrestre. &amp;ldquo;La fascia a sud del Litani &amp;egrave; una polveriera&amp;rdquo; spiega Timur Goksel, che &amp;egrave; stato per vent&amp;rsquo;anni portavoce dell&amp;rsquo;Unifil. &amp;ldquo;La tregua &amp;egrave; gi&amp;agrave; stata violata. E il ruolo dei caschi blu non &amp;egrave; chiaro: se cercheranno di interporsi con le armi, saranno considerati dagli sciiti forze di occupazione. E finiranno nel mirino della guerriglia&amp;rdquo;.La strada che da Marjayoun sale a El-Khiam, verso le montagne della Siria, &amp;egrave; sventrata dai crateri delle bombe. E il villaggio &amp;egrave; un cumulo di rovine. I caccia si sono accaniti contro il carcere dove negli anni Novanta gli israeliani avevano rinchiuso centinaia di libanesi. &amp;ldquo;Era diventato un museo&amp;rdquo; dice Bilal, responsabile locale di Hezbollah. &amp;ldquo;Hanno voluto cancellare la memoria dell&amp;rsquo;occupazione&amp;rdquo;. Ma la prigione era anche qualcos&amp;rsquo;altro: nel piazzale sono ancora posizionati un mortaio da 120 millimetri e una batteria di Katyusha.Lungo la &amp;ldquo;linea blu&amp;rdquo; a ridosso del confine le distruzioni sono impressionanti. Interi villaggi sono rasi al suolo: case, scuole, moschee, ospedali, ponti, caserme, edifici pubblici, pompe di benzina. Le vie sono deserte e il silenzio &amp;egrave; agghiacciante: si sente solo il ronzio dei droni, gli invisibili aerei spia senza pilota, che scrutano e registrano ogni movimento sospetto. Dalle macerie esala un fetore di morte: cadaveri insepolti, gasolio, immondizia, cibo avariato. A Kfar Kila la strada rasenta l&amp;rsquo;Alta Galilea. La Porta di Fatima, il varco che per 22 anni aveva permesso a migliaia di libanesi di recarsi a lavorare in Israele, &amp;egrave; chiuso da una barriera di blocchi di cemento. Le villette dell&amp;rsquo;insediamento di Metulla e le altane del kibbutz di Manara sono a poche centinaia di metri: a tiro di Kalashnikov e di Katyusha. Sulle creste delle colline s&amp;rsquo;intravedono le postazioni dell&amp;rsquo;artiglieria e dei reparti corazzati. Nel cielo volteggiano i palloni aerostatici equipaggiati con sistemi elettronici di rilevamento radar. Nella vallata corre la linea del confine: campi minati e sbarramenti elettrificati, piste percorse da mezzi blindati, reticolati che tagliano gli uliveti e le coltivazioni abbandonate. Maha, la giornalista del quotidiano libanese Al-Akhbar che mi accompagna, &amp;egrave; in apprensione: ci stiamo avvicinando a Markaba, il suo villaggio, teatro di violenti combattimenti. Sui casolari sbriciolati dalle granate, sui bunker, su ogni altura e su ogni scheletro di minareto sventola la bandiera gialla con il Kalashnikov del Partito di Allah. Qui l&amp;rsquo;esercito libanese non &amp;egrave; ancora arrivato. L&amp;rsquo;asfalto &amp;egrave; divelto dai cingoli dei Merkava. Camminiamo su un tappeto di bossoli e di schegge di proiettili, scavalcando i rottami dei veicoli carbonizzati: la casa di Maha &amp;egrave; ancora in piedi, sforacchiata dai colpi, ma risparmiata dai missili. Riusciamo persino a preparare un t&amp;egrave;, nella cucina ingombra di detriti, vetri rotti e calcinacci. &amp;ldquo;Mio padre insegna letteratura araba all&amp;rsquo;universit&amp;agrave; di Beirut&amp;rdquo; racconta Maha, che insiste per innaffiare il giardino. &amp;ldquo;Ha piantato lui gli alberi da frutto, dopo il ritiro degli israeliani nel 2000. Questa &amp;egrave; la nostra terra, ma solo Hezbollah &amp;egrave; stato in grado di difenderla&amp;rdquo;. Pi&amp;ugrave; a sud, nei pressi di Ait Aroun, incrociamo una pattuglia di soldati israeliani. Avanzano con circospezione, a piedi, lungo il corso di un wadi in secca in direzione del confine. Nascosti da un edificio diroccato i miliziani sciiti li osservano con potenti binocoli militari. &amp;ldquo;Non ci fanno paura&amp;rdquo; dice Selim, che indossa una T-shirt con il ritratto dell&amp;rsquo;imam Khomeini. &amp;ldquo;Li abbiamo gi&amp;agrave; sconfitti due volte: li sconfiggeremo ancora. Nessuno riuscir&amp;agrave; a disarmarci, n&amp;eacute; i caschi blu n&amp;eacute; l&amp;rsquo;esercito libanese. Se ci proveranno ne pagheranno le conseguenze&amp;rdquo;.&amp;nbsp;I bombardamenti israeliani non hanno fiaccato la determinazione dei miliziani di Hassan Nasrallah e non hanno inferto il preventivato colpo mortale al potenziale offensivo di Hezbollah, che dallo scontro &amp;egrave; uscito rafforzato (insieme ai suoi padrini iraniani) sullo scacchiere politico arabo e nazionale. Decine di bunker e di postazioni sono state distrutti e le linee di rifornimento con la Siria sono per ora interrotte. Ma la struttura armata del Partito di Allah, la pi&amp;ugrave; grande, disciplinata e meglio addestrata forza paramilitare nella regione, sembra in grado di riequipaggiare in fretta il micidiale arsenale di Rpg, mortai, esplosivi al plastico, mine telecomandate del tipo Claymore, a raggi laser o a cellula fotoelettrica, e missili anticarro a elevata precisione forniti dall&amp;rsquo;Iran. I soldi non sono un problema. Alle generose sovvenzioni degli ayatollah di Teheran si aggiungono i proventi delle innumerevoli attivit&amp;agrave; economiche, commerciali e finanziarie del Partito, che ha cominciato a distribuire consistenti aiuti agli sfollati e a ricostruire gli edifici bombardati nel sud e nei quartieri meridionale di Beirut. Le ruspe sciite sono gi&amp;agrave; al lavoro. A una settimana dalla fine delle ostilit&amp;agrave; i militanti di Hezbollah, armati di telecamere, lap top e mappe catastali, hanno completato il censimento dei danni: 200 edifici distrutti e 300 sinistrati nella capitale, 260 nella Bekaa, 20 mila nel sud del Paese. A ogni famiglia vengono garantiti 12 mila dollari per l&amp;rsquo;affitto di un appartamento, con la promessa di una nuova casa entro un anno: un&amp;rsquo;efficienza organizzativa e una tempestivit&amp;agrave; che stridono con l&amp;rsquo;immobilismo del governo di Beirut, paralizzato dalle divisioni interne e costretto a riconoscere in Hassan Nasrallah, come ha detto il presidente filosiriano Emile Lahoud, &amp;ldquo;l&amp;rsquo;artefice di una vittoria per tutti i libanesi e i popoli arabi&amp;rdquo;. Anche Aicha, 60 anni e due figli &amp;ldquo;martiri&amp;rdquo; nei combattimenti, non ha dubbi. Seduta di fronte alla sua casa sbriciolata dai missili alza le dita in segno di vittoria: &amp;ldquo;Allah &amp;egrave; il pi&amp;ugrave; grande! Possono distruggere gli edifici ma non la nostra volont&amp;agrave; di resistenza&amp;rdquo;. Bint Jbeil &amp;egrave; una citt&amp;agrave; fantasma. Un asino ferito si aggira tra le rovine. Un vecchio osserva quel che resta del suo negozio di verdura. Un bambino rovista tra le macerie da cui affiorano orsacchiotti di pezza, quaderni di scuola e bambole senza testa. All&amp;rsquo;ospedale bombardato, privo d&amp;rsquo;acqua e di corrente elettrica, un medico cerca di infilare l&amp;rsquo;ago di una flebo nel braccio rinsecchito di una donna di 85 anni rimasta per sei giorni senza bere e senza mangiare. &amp;ldquo;Vogliamo vivere in pace&amp;rdquo; dice il dottor Abed Raraj, dirigente di Hezbollah. &amp;ldquo;Ma se saremo attaccati risponderemo colpo su colpo. E non sar&amp;agrave; certo l&amp;rsquo;Onu a fermarci&amp;rdquo;. Sulla strada tra Ait ech-Chaab e Naqoura, quartier generale dell&amp;rsquo;Unifil, incontriamo le avanguardie dell&amp;rsquo;esercito libanese in fase di dispiegamento e qualche jeep di spaesati caschi blu indiani e pachistani. Gli unici a muoversi con disinvoltura sono i miliziani di Hezbollah. Qui sono nati e cresciuti, tra le aride valli e le colline di cui conoscono ogni anfratto. Qui hanno combattuto per quasi trent&amp;rsquo;anni. Qui il Partito di Allah, in asseza di un potere centrale, ha costruito il suo stato semi-indipendente, con la sua giustizia islamica e le sue scuole religiose, ma anche con gli ospedali, gli asili, la polizia, i giornali, la tv, i centri di assistenza per le vedove e gli anziani: la rete di protezione sociale che costituisce la base del crescente consenso popolare di cui gode.Ad Aalma ech-Chaab, a poche centinaia di metri dal confine, abitava un&amp;rsquo;esigua comunit&amp;agrave; maronita. Padre Maroun Ghafary &amp;egrave; angosciato: &amp;ldquo;Sono fuggiti tutti e non so se torneranno. Noi cristiani siamo tra due fuochi: appoggiamo la resistenza ma al tempo stesso temiamo che le correnti integraliste puntino alla creazione di una repubblica islamica. Speriamo che i soldati italiani possano contribuire a riportare la pace&amp;rdquo;. Ma intanto la guerra continua a uccidere i civili. Cinque bambini sono gi&amp;agrave; morti nei dintorni di Nabatiya per lo scoppio di alcuni ordigni inesplosi. Tra le macerie di Saddiquin, dove gli sfollati cominciano a tornare, e a Qana, dove un raid aereo ha seppellito il 30 luglio 28 civili (16 bambini), dobbiamo fare attenzione a dove mettiamo i piedi: l&amp;rsquo;artiglieria israeliana ha disseminato migliaia di &amp;ldquo;cluster bombs&amp;rdquo;. Di forma cilindrica e di piccole dimensioni, con un nastrino di stoffa attaccato alla spoletta detonante, sono difficili da individuare e letali come le mine antiuomo: un&amp;rsquo;altra insidia di cui i militari della forza multinazionale dovranno tener conto nei loro spostamenti.Ma la minaccia pi&amp;ugrave; seria per i caschi blu &amp;egrave; il probabile deterioramento del contesto politico libanese. Se Washington non abbandoner&amp;agrave; la chimera del &amp;ldquo;nuovo Medio Oriente&amp;rdquo; impegnandosi in un dialogo costruttivo con Teheran e Damasco, un nuovo conflitto sar&amp;agrave; inevitabile. Una strategia puramente militare, imperniata sul rafforzamento dell&amp;rsquo;esercito libanese, finirebbe per spingere Hezbollah e le forze armate regolari in una pericolosa rotta di collisione. &amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Kurdistan, ottobre 2005</title>
   <updated>2007T04Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-31-1.jpg" alt="#" /><p>Il check point sbarra la strada pochi chilometri a nord di Kirkuk ed &amp;egrave; chiaro che non si tratta di uno dei tanti posti di blocco della polizia irachena. I miliziani in tuta mimetica che ispezionano le auto provenienti dal &amp;ldquo;paese dei sunniti&amp;rdquo; sono guardie di frontiera dell&amp;rsquo;esercito curdo. L&amp;rsquo;impiegato in abito grigio che controlla il passaporto &amp;egrave; un funzionario del ministero dell&amp;rsquo;Interno curdo. E sulla garitta la bandiera che sbatacchia nel vento giallo di sabbia e di sulfurei miasmi petroliferi &amp;egrave; un tricolore bianco-rosso-verde con il sole al centro: il vessillo della Regione autonoma del Kurdistan, l&amp;rsquo;eufemismo che nasconde la realt&amp;agrave; di uno stato indipendente.L&amp;rsquo;altro Iraq comincia oltre questa invisibile linea verde: un territorio grande quanto la Svizzera, 4 milioni di abitanti che vivono una vita quasi normale da quando Saddam Hussein, nel &amp;rsquo;91, fu costretto a ritirare i carri armati dalle province del nord ponendo fine allo sterminio del popolo curdo. La violenza non &amp;egrave; estranea al Kurdistan: autobombe, omicidi e attacchi kamikaze (l&amp;rsquo;ultimo domenica scorsa a Kirkuk) non sono infrequenti; i fondamentalisti di Ansar al-Islam dispongono ancora di cellule e di rifugi sulle montagne di Halabja; e le infiltrazioni dei jihadisti dall&amp;rsquo;Iran, dalla Siria e dalla Turchia rappresentano una costante minaccia. Ma l&amp;rsquo;enclave curda sembra un altro pianeta se paragonata all&amp;rsquo;inferno iracheno, al terrore che soffoca Baghdad, ai massacri nel triangolo della morte sunnita, alle quotidiane stragi di militari e di civili indifesi.In Kurdistan non c&amp;rsquo;&amp;egrave; il coprifuoco e non ci sono i marines, gli occidentali circolano liberamente, i cristiani non sono perseguitati e gli 80 mila combattenti peshmerga prendono disciplinamente gli ordini dal potere politico. Ovunque si vedono cantieri. Quasi tutti i 3.839 villaggi rasi al suolo dai bulldozer di Saddam sono stati ricostruiti. Scuole e ospedali sono stati restaurati. Le tre universit&amp;agrave; (15 mila studenti e 700 professori) funzionano in modo regolare. Le citt&amp;agrave; sono piene di ristoranti, nuovi alberghi, internet caf&amp;eacute; e grandi magazzini stracolmi di beni di consumo importati: telefonini, televisori, elettrodomestici, computer portatili.Nella capitale Erbil (in curdo: Hawler), l&amp;rsquo;aeroporto dell&amp;rsquo;ex base militare utilizzata da Saddam per bombardare Halabja con i gas chimici accoglie i voli diretti della Kurdistan Airways da Dubai, Amman, Beirut, Francoforte. Un&amp;rsquo;altra compagnia, Zagros Air, offre passaggi per Istanbul: oltre 800 milioni di dollari in contratti di costruzione sono stati appaltati a societ&amp;agrave; turche, impegnate anche nella realizzazione del nuovo aeroporto internazionale. Imprenditori e uomini d&amp;rsquo;affari s&amp;rsquo;incontrano allo Sheraton, dove &amp;egrave; in mostra il plastico di un mastodontico progetto immobiliare battezzato Dream City: una citt&amp;agrave; satellite completa di moschea, palazzo dei congressi e shopping mall ideata da un consorzio di ditte private curde, libanesi, egiziane e americane. E dove ha sede la Emerald Bank, la prima banca privata del paese, controllata dal clan Barzani: &amp;ldquo;Solo oggi&amp;rdquo; afferma il direttore commerciale Hikmut Dagestany, che ha le gambe devastate dai torturatori di Saddam ed &amp;egrave; tornato a Erbil dopo 13 anni di esilio in Olanda, &amp;ldquo;ho firmato 2 milioni di dollari di trasferimenti esteri&amp;rdquo;.&amp;ldquo;Stiamo gettando le basi per lo sviluppo della regione&amp;rdquo; spiega Anwar Abdullah, consigliere economico del presidente Massud Barzani. &amp;ldquo;Abbiamo un governo stabile e il parlamento &amp;egrave; in procinto di ratificare la legge sugli investimenti, che saranno incoraggiati con agevolazioni fiscali. Non avendo sbocchi sul mare, dovremo rafforzare la rete stradale e moltiplicare i collegamenti aerei con l&amp;rsquo;Europa, il mondo arabo, gli Stati Uniti. E poich&amp;eacute; siamo circondati da paesi ostili, dobbiamo puntare a uno sviluppo sostenibile e all&amp;rsquo;autosufficienza alimentare. Dopo il petrolio, l&amp;rsquo;agricoltura &amp;egrave; la seconda voce del pil. Abbiamo grandi potenzialit&amp;agrave;: clima e suolo favorevoli, abbondanti risorse idriche. Vogliamo convincere i contadini inurbati a ripopolare le campagne&amp;rdquo;. Anche il turismo &amp;egrave; nei piani del governo regionale. Il Kurdistan &amp;egrave; ricco di siti archeologici, sorgenti termali, monasteri, montagne incontaminate. Ma in questa fase la priorit&amp;agrave; &amp;egrave; assegnata alle infrastrutture, al commercio, al comparto produttivo. La Zte, colosso cinese dell&amp;rsquo;industria spaziale, sta investendo nella telefonia fissa e mobile e nella trasmissione dati via internet, settore nel quale &amp;egrave; gi&amp;agrave; presente la tedesca Siemens. L&amp;rsquo;italiana Sistemi Segnaletici di Castiglione dello Stiviere (Mantova) si &amp;egrave; aggiudicata l&amp;rsquo;appalto per i semafori e la segnaletica stradale di Erbil. E Dino Bigelli, imprenditore di Senigallia, titolare dell&amp;rsquo;omonima azienda specializzata nella lavorazione del marmo, ha appena firmato un contratto di 10 milioni di euro per la realizzazione di un impianto in territorio curdo. Il crescente interesse per il mercato curdo ha indotto la Francia ad aprire un centro culturale in un palazzo dell&amp;rsquo;antica cittadella fortificata di Erbil, dove nelle prossime settimane i tedeschi inaugureranno un Goethe institut e gli inglesi un&amp;rsquo;antenna consolare, mentre l&amp;rsquo;Italia sta valutando l&amp;rsquo;opportunit&amp;agrave; di un&amp;rsquo;analoga iniziativa. Anche se per ora, nonostante lo scarso entusiasmo di Ankara, sono gli imprenditori turchi i pi&amp;ugrave; attivi sul territorio.Ilnur Cevik, direttore del quotidiano turco in lingua inglese New Anatolian ed ex consigliere politico di Suleyman Demirel, ha messo a buon frutto i rapporti di amicizia instaurati con il leader del Pdk (Partito democratico del Kurdistan) Barzani e con il fondatore dell&amp;rsquo;Upk (Unione patriottica del Kurdistan) Jalal Talabani, attuale presidente iracheno, che dopo essersi combattuti per anni hanno fatto causa comune. Nel feudo di Talabani, una Sulaymaniah in tumultuosa espansione, la sua impresa di costruzioni, Cevikler, ha realizzato l&amp;rsquo;aeroporto internazionale e un convitto per 1.500 studenti. A Erbil ha appena completato un altro internato universitario; sta edificando la nuova sede del governo (15 milioni di dollari) e un complesso di case popolari (50 milioni di dollari) su un&amp;rsquo;area di 500 mila metri quadrati. &amp;ldquo;I principali progetti in corso&amp;rdquo; spiega il governatore di Erbil, Nawzad Hadi Mawlud, &amp;ldquo;sono il nuovo city center, con 4 grattacieli per uffici di 30 piani e 5 mila negozi (600 milioni di dollari) e l&amp;rsquo;acquedotto cittadino (140 milioni), finanziati con la quota del 17 per cento sui proventi petroliferi che riceviamo da Baghdad. Ma i problemi non mancano: scarsit&amp;agrave; di energia elettrica, di alloggi e di carburante, che dobbiamo importare dalla Turchia&amp;rdquo;. La casa di Rewan, 26 anni, e di Awat, 25, appena sposati, ha luce per cinque ore al giorno. &amp;ldquo;Poi dobbiamo usare il generatore&amp;rdquo; dice Awat, impiegata in un ministero. &amp;ldquo;Ma la benzina, razionata, costa mezzo dollaro al litro. E il costo della vita continua ad aumentare&amp;rdquo;.Le rapide trasformazioni del tessuto economico hanno scosso la societ&amp;agrave; tradizionale curda, conservatrice e maschilista. Gli ospedali sono pieni di giovani donne che hanno tentato di suicidarsi col fuoco. E il tasso di democrazia non ha ancora raggiunto livelli accettabili. Kak (&amp;ldquo;fratello&amp;rdquo;) Massud, il presidente Barzani, ha sistemato il figlio Masrur alla testa dei servizi segreti, l&amp;rsquo;altro figlio Mansur al comando dei peshmerga e il nipote Nechirvan a capo del governo.Ai confini meridionali, inoltre, resta irrisolto il nodo di Kirkuk, la &amp;ldquo;Gerusalemme curda&amp;rdquo; che il parlamento di Erbil ha proclamato &amp;ldquo;futura capitale&amp;rdquo;. Nello stadio sportivo, accampati in miserabili baracche di lamiera, languono da anni 450 famiglie: una piccola parte dei 300 mila curdi cacciati da Saddam e rimpiazzati da coloni sunniti. Il ritorno degli sfollati nella citt&amp;agrave;, abitata da arabi, curdi, turcomanni e cristiani, non &amp;egrave; solo una questione umanitaria. La posta in gioco &amp;egrave; il controllo dei pi&amp;ugrave; ricchi giacimenti di greggio dell&amp;rsquo;Iraq e degli oleodotti diretti in Siria e in Turchia, costantemente sotto il tiro dei sabotatori e oggi difesi da 5 battaglioni dell&amp;rsquo;esercito di Baghdad e da centinaia di contractors stranieri.&amp;nbsp; &amp;ldquo;Quel petrolio appartiene al nostro popolo&amp;rdquo; sostiene Hiner Saleem, il regista curdo di Kilometro Zero e di Vodka Lemon, premiato nel 2003 a Venezia. E sul futuro non ha dubbi: &amp;ldquo;L&amp;rsquo;Iraq non &amp;egrave; mai esistito: &amp;egrave; un&amp;rsquo;invenzione di Churchill e dell&amp;rsquo;Occidente. Noi invece siamo una nazione da 3 mila anni. Non vogliamo l&amp;rsquo;autonomia. Vogliamo l&amp;rsquo;indipendenza e la conquisteremo: in modo pacifico, se possibile; con le armi, se necessario&amp;rdquo;.&amp;nbsp; BOX&amp;nbsp; Gli iracheni hanno eletto un parlamento e un governo provvisorio, hanno votato la costituzione, processano Saddam Hussein (prossima udienza il 28 novembre) e in dicembre apriranno nuovamente le urne per le elezioni generali di legislatura. I riti e le scadenze del processo di democratizzazione fissati dall&amp;rsquo;Amministrazione americana devono essere rispettati, a qualsiasi costo: lo esigono vitali imperativi d&amp;rsquo;ordine politico (scongiurare il rischio di una guerra civile e di una disgregazione del Paese) e militare (sconfiggere il terrorismo jihadista e accelerare il disimpegno delle truppe straniere). Ma dopo trenta mesi di occupazione, la pace &amp;egrave; ancora lontana.Nelle province sciite l&amp;rsquo;autorit&amp;agrave; morale non &amp;egrave; appannaggio del governo, bens&amp;igrave; del grande ayatollah Ali al-Sistani. A dettar legge nelle citt&amp;agrave; sante di Kerbala e Najaf sono le milizie religiose di Muqtada al-Sadr e del Consiglio supremo della rivoluzione islamica, spalleggiate dall&amp;rsquo;Iran. Le strade sono infestate da banditi armati specializzati nei sequestri a scopo di estorsione e da contrabbandieri impegnati nel traffico clandestino di petrolio.Le zone sunnite del centro e dell&amp;rsquo;ovest sono un campo di battaglia. Nella provincia di Anbar, nonostante le ripetute e devastanti operazioni antiguerriglia dell&amp;rsquo;esercito Usa, quasi tutti i centri urbani restano nelle mani degli insorti. Gli attentati kamikaze, gli attacchi ai convogli militari e alle caserme della polizia continuano a intensificarsi. E il bilancio delle vittime continua a crescere: duemila soldati americani, oltre centomila iracheni, un numero imprecisato di jihadisti arabi. Nell&amp;rsquo;ultimo &amp;ldquo;sfortunato incidente&amp;rdquo;, il 18 ottobre, i caccia del Pentagono hanno incenerito 70 civili, tra cui 18 bambini, scambiati per terroristi di Al-Zarqawi.Le infrastrutture e le industrie sono in stato di abbandono. I progetti di ricostruzione non sono mai decollati: il 70 per cento degli stanziamenti (32 miliardi di dollari, di cui 3 erogati) &amp;egrave; assorbito da spese per la difesa degli impianti petroliferi, l&amp;rsquo;addestramento dell&amp;rsquo;esercito nazionale, assicurazioni e stipendi dei contractor. Mentre a Baghdad milioni di iracheni sopravvivono senza luce, senz&amp;rsquo;acqua, senza carburante, senza lavoro.&amp;nbsp;&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Sud Africa, Kimberley, settembre 2005</title>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-30-1.jpg" alt="#" /><p>E&amp;rsquo; come il cratere spalancato da un gigantesco meteorite, con le pareti rocciose che strapiombano nel lago della falda acquifera, di un verde intenso. Una voragine profonda 215 metri, che invisibili gallerie sotterranee hanno sondato fino a 820. Pi&amp;ugrave; di un chilometro e mezzo di circonferenza: sullo sfondo i grattacieli di Kimberley sembrano giocattoli di Lego contro il vasto orizzonte africano. Con la Muraglia cinese e le piramidi egiziane &amp;egrave; una delle rare opere dell&amp;rsquo;uomo che si distinguono a occhio nudo dallo spazio. I minatori zulu e matabele lo chiamavano Umgodi Kakulu, il &amp;ldquo;Grande Buco&amp;rdquo;. Dalle sue viscere, con pale e picconi, hanno estratto 23 milioni di tonnellate di terra. E 2.722 chili di abbacinanti pietre. Diamanti d&amp;rsquo;ogni forma, dimensione e colore. Diamanti che hanno generato immense fortune, provocato rovinose disgrazie, alimentato folli sogni di conquista e scritto l&amp;rsquo;epopea dell&amp;rsquo;ultimo impero dell&amp;rsquo;et&amp;agrave; moderna: De Beers Consolidated Mines Inc., l&amp;rsquo;onnipotente cartello della famiglia Oppenheimer che attraverso un&amp;rsquo;intricata rete di consociate domina da oltre un secolo tutti i settori del mercato mondiale, dalla produzione al commercio, dall&amp;rsquo;esplorazione all&amp;rsquo;andamento dei prezzi. Senza contare gli usi industriali, il giro d&amp;rsquo;affari dei diamanti da gioielleria supera i 60 miliardi di dollari l&amp;rsquo;anno. &amp;ldquo;E tutto &amp;egrave; cominciato qui, nel lontano 1871&amp;rdquo; dice Steve Lunderstedt affacciandosi sul precipizio del Grande Buco. Steve &amp;egrave; un ex paracadutista rhodesiano che ha combattuto in Angola e in Mozambico prima di finire a Kimberley, stregato dalle gemme e dalla storia della citt&amp;agrave; mineraria, su cui ha pubblicato una mezza dozzina di libri. &amp;ldquo;Era una calda sera di luglio. Da cinque anni le pianure alluvionali dell&amp;rsquo;Orange e del Vaal, il &amp;ldquo;fiume grigio&amp;rdquo;, pullulavano di cercatori accorsi da ogni parte dopo la scoperta di Eureka, un diamante di 21 carati trovato per caso da un ragazzino quindicenne, Erasmus Jacobs, e della Star of South Africa, una gemma di 83 carati raccolta da un pastore. Quella sera Fleetwood Rawstorne, figlio di un magistrato di Colesberg, si era spinto a cercare pi&amp;ugrave; all&amp;rsquo;interno, nell&amp;rsquo;arido veld, sul terreno di una fattoria di propriet&amp;agrave; di un arcigno colono boero, Nicolaas de Beer. Il servo ottentotto di Rawstorne, Damon, si era preso una sbronza di Cape Smoke, il brandy del Capo, ed era stato cacciato fuori dalla tenda a scavare su un kopje, un&amp;rsquo;altura battuta dal vento. Poco dopo si ripresent&amp;ograve; con le mani colme di pietre lucenti. Aveva scoperto la pi&amp;ugrave; ricca miniera di diamanti del mondo&amp;rdquo;.La notizia si diffuse in un baleno. Migliaia di cercatori abbandonarono gli accampamenti sui fiumi e in preda a una febbrile eccitazione si lanciarono a cavallo, a piedi, a bordo di carri trainati da buoi verso la fattoria del vecchio De Beer. In pochi giorni il &amp;ldquo;Colesberg kopje&amp;rdquo; fu picchettato e suddiviso in 800 concessioni di 10 metri per lato. Era l&amp;rsquo;inizio del &amp;ldquo;new rush&amp;rdquo;, la nuova corsa ai diamanti. &amp;ldquo;De Beer&amp;rdquo; continua Steve &amp;ldquo;era un olandese profondamente religioso. Disgustato da quell&amp;rsquo;avida torma di avventurieri, fin&amp;igrave; per vendere la fattoria per un&amp;rsquo;inezia: seimila ghinee, 30 mila sterline. La collinetta si trasform&amp;ograve; in un avvallamento, poi in un abisso senza fondo, fino al suo esaurimento nel 1914. Ma il Grande Buco non era l&amp;rsquo;unico: ce n&amp;rsquo;erano altri quattro, enormemente produttivi, e undici camini secondari&amp;rdquo;. Kimberley &amp;egrave; oggi una sonnolenta e ordinata cittadina di 200 mila abitanti nella sterminata provincia sudafricana del Northern Cape. Ma all&amp;rsquo;epoca del &amp;ldquo;rush&amp;rdquo; era un avamposto di frontiera in tumultuoso sviluppo. Gli archivi del Diamond Fields Advertiser, il quotidiano fondato nel 1878, e la documentazione conservata negli scaffali della Africana Library raccontano con abbondanza di dettagli l&amp;rsquo;ambiente e la storia di quel nuovo Eldorado. Il miraggio di una fulminea ricchezza attirava orde di cercatori dall&amp;rsquo;Europa, dall&amp;rsquo;Australia e dall&amp;rsquo;America: avanzi di galera e funzionari coloniali, soldati di ventura e commercianti ebrei, missionari di dubbia fede e marinai in congedo, giocatori d&amp;rsquo;azzardo e affaristi senza scrupoli. La competizione era selvaggia. Le liti nelle baracche di lamiera ondulata che spacciavano alcolici finivano a coltellate. Nelle taverne si aggiravano loschi individui: ladri, contrabbandieri, compratori illegali che rischiavano la forca o il linciaggio per un pugno di diamanti.I registri della polizia elencano una serie impressionante di omicidi e fatti di sangue. Due a caso: nel &amp;lsquo;73 un garzone sospettato di aver trafugato una pietra &amp;egrave; frustato a morte dai padroni; il 28 novembre &amp;lsquo;76 Jacob Hendriks, minatore accusato di furto, &amp;egrave; ucciso da un malese ubriaco fradicio. Fra i 30 mila &amp;ldquo;diggers&amp;rdquo; ammassati nelle stamberghe e in luride tende di tela inglese&amp;nbsp; scoppiavano tumulti, incendi, epidemie di tifo e di colera. Le estati erano torride, gli inverni gelidi, il cibo scarso, l&amp;rsquo;acqua un bene pagato a caro prezzo.In Stirpe di uomini, il romanzo che &amp;egrave; una cronaca fedele di quei giorni, Wilbur Smith descrive con piglio da reporter l&amp;rsquo;infernale girone del Grande Buco: &amp;ldquo;Bisognava avanzare su vacillanti passerelle tese sopra il profondo pozzo di una concessione o arrampicarsi su per oscillanti scale di corda o calarsi gi&amp;ugrave; per una scala di legno, due lunghi pali messi insieme con pioli che cigolavano e spesso cedevano sotto il peso di un uomo&amp;rdquo;. I minatori neri erano pagati 5 scellini la settimana e dopo tre anni ricevevano un fucile. Arrotondavano il salario trafugando diamanti: li ingoiavano, li nascondevano sotto le palpebre, nell&amp;rsquo;ano, nelle ferite che si autoinfliggevano. Alla fine furono segregati in recinti sorvegliati da guardie armate: prima della scadenza del contratto venivano denudati e purgati per eseminarne le feci.Tra i cercatori bianchi che nell&amp;rsquo;ottobre 1871 si dannano nel Grande Buco c&amp;rsquo;&amp;egrave; anche un corpulento ragazzo di 17 anni, cagionevole di salute ma deciso a farsi largo con ogni mezzo nella brutale lotta per il controllo delle miniere: Cecil John Rhodes, settimo figlio del reverendo Francis Rhodes e della sua seconda moglie, Louisa. L&amp;rsquo;uomo che avrebbe dato il nome a due stati africani (la Rhodesia, oggi Zimbabwe, e la Rhodesia del nord, l&amp;rsquo;attuale Zambia), il fondatore dell&amp;rsquo;impero De Beers, l&amp;rsquo;implacabile alfiere del colonialismo britannico, il confidente della regina Vittoria e di Lord&amp;nbsp; Rothschild, il magnate dell&amp;rsquo;oro, il Re di diamanti, non &amp;egrave; che un giovane squattrinato dotato di una volont&amp;agrave; di ferro e di un incomparabile senso degli affari. Sbarca il lunario vendendo ghiaccio e gelati. Ma ha grandi progetti. E sa come metterli in pratica. La fase eroica e spontanea del &amp;ldquo;rush&amp;rdquo; &amp;egrave; gi&amp;agrave; al tramonto. I lavori richiedono crescenti investimenti per le attrezzature, gli scavi, le pulegge a vapore, le provviste, gli stipendi. Schiacciati dai debiti, i meno fortunati sono costretti a svendere le concessioni. E Rhodes le compra per una manciata di sterline. Quando sul fondo del Grande Buco i picconi si rompono contro una parete bluastra, i diggers si convincono che il filone &amp;egrave; esaurito. Ma Rhodes ha un&amp;rsquo;intuizione: bench&amp;eacute; in profondit&amp;agrave; la kimberlyte che racchiude i diamanti sia pi&amp;ugrave; compatta e scura, la sua composizione chimica non cambia e a contatto con l&amp;rsquo;atmosfera &amp;egrave; destinata a sbriciolarsi. Acquista tutto a prezzi stracciati e nel 1880, con alcuni soci, fonda la De Beers Mining Company. L&amp;rsquo;ultimo ostacolo &amp;egrave; un estroso e geniale ebreo londinese: Barney Barnato, nato Barnett Isaacs, la cui Central Diamond possiede i migliori lotti al centro del Buco. Lo scontro &amp;egrave; inevitabile, senza esclusione di colpi. &amp;ldquo;Ogni uomo ha un prezzo&amp;rdquo; sostiene Rhodes, forte dell&amp;rsquo;appoggio finanziario dei Rothschild. Quello di Barney &amp;egrave; un assegno di 5 milioni 338 mila e 650 sterline staccato il 18 luglio 1889 negli uffici della Standard Bank di Kimberley in liquidazione della Central; e il posto di governatore a vita della neonata De Beers Consolidated Mines, che ormai controlla il 90 per cento della produzione mondiale di diamanti.L&amp;rsquo;assegno che sanc&amp;igrave; la nascita del monopolio &amp;egrave; incorniciato accanto ai ritratti dei padri fondatori nell&amp;rsquo;ovattata sala riunioni al piano terra del quartier generale della De Beers, al 36 di Stockdale street, dove quattro volte l&amp;rsquo;anno i 18 direttori della multinazionale si riuniscono in conclave intorno a un tavolo di teak foderato di cuoio. Ma &amp;egrave; a qualche isolato di distanza, in Warren street, nella sede della prima societ&amp;agrave; di Rhodes, che lo storico accordo con Barnato prese forma, nel marzo 1888. Kimberley, a quell&amp;rsquo;epoca, si era gi&amp;agrave; trasformata. Erano sorte chiese, moschee, singoghe e un tempio massonico. Le vie erano rischiarate dalla luce elettrica. C&amp;rsquo;erano un ippodromo, un campo di cricket, due giornali, la biblioteca, l&amp;rsquo;ufficio postale, il commissariato, i pompieri e la stazione ferroviaria. Sulle strade principali si aprivano le botteghe dei gioiellieri e dei farmacisti, dei calzolai e degli spacci alimentari, dei fotografi e dei barbieri, dei rivenditori di armi e degli assicuratori, dei panettieri e dei birrai. Negli alberghi si faticava a trovare una stanza libera. E le insegne dei bar si moltiplicavano: Gog and Magog, Old Cock, Red Light, Noah&amp;rsquo;s Ark, Star of the West. Prostitute e entra&amp;icirc;neuse d&amp;rsquo;alto bordo, come la leggendaria Diamond Lil, stappavano bottiglie di champagne ai tavoli da gioco.C&amp;rsquo;erano anche un paio di italiani: lo scultore Achille Bocciarelli, autore delle statue femminile che ornano il frontone del museo; e Bernardo Ferraris, da Cuneo, proprietario del Corner, all&amp;rsquo;incrocio di Pniel e Thompson road, l&amp;rsquo;unico negozio che vendeva spaghetti e maccheroni. &amp;ldquo;Bernardo&amp;rdquo; racconta il bisnipote Darren &amp;ldquo;fu poi tra i fondatori del Buffalo Club, a quei tempi molto in voga: era la sede della Diamond Lodge, una delle prime logge massoniche di Kimberley&amp;rdquo;.Rhodes, che frequentava l&amp;rsquo;esclusivo Kimberley Club ma non disdegnava un sorso di whisky alla ruspante Half Way House, era all&amp;rsquo;apogeo del potere e della fama. Eletto primo ministro della Colonia del Capo, aveva indotto il parlamento a concedere alla De Beers i diritti esclusivi di sfruttamento di tutte le ricchezze minerarie nei domini della Corona britannica. Quando mor&amp;igrave;, appena quarantanovenne nel 1902, la De Beers era gi&amp;agrave; nel mirino di un giovane ebreo di buona famiglia tedesca: Ernest Oppenheimer, il capostipite della dinastia che ancora oggi governa l&amp;rsquo;impero dei diamanti. La scalata di Ernest, che nel 1912 era gi&amp;agrave; sindaco di Kimberley e nel 1917 registrava a suo nome l&amp;rsquo;Anglo-American Corporation, si concluse vittoriosamente alla vigilia della Grande depressione del &amp;rsquo;29 con la nomina a presidente della De Beers. Uno scettro che passer&amp;agrave; di padre in figlio: da Ernest a Harry, nel 1957; da Harry a Nicky, nel 2000. Il cartello, che nel lungo regno di Harry lancia il fortunato slogan &amp;ldquo;Un diamante &amp;egrave; per sempre&amp;rdquo;, guadagna quote di mercato e assume una fisionomia planetaria: diversifica gli investimenti e la produzione, stringe accordi con banche e governi, fissa i prezzi, sviluppa nuove tecnologie estrattive, acquisisce giacimenti d&amp;rsquo;oro, uranio, zinco, rame, ottiene vantaggiose concessioni in Botswana, Angola, Canada, Australia, Congo, Namibia. Riesce persino a convincere i sovietici a vendere l&amp;rsquo;intera produzione annuale di diamanti siberiani alla &amp;ldquo;multinazionale dell&amp;rsquo;apartheid&amp;rdquo;: a patto che non si sappia e che le transazioni avvengano tramite una delle oltre 300 societ&amp;agrave; finanziarie degli Oppenheimer con sede in Svizzera o in Lussemburgo.Le frontiere del &amp;ldquo;diamond rush&amp;rdquo; sono ormai Johannesburg, Londra, New York, Shanghai. Kimberley, dove le ultime miniere hanno cessato la produzione il 15 agosto, lotta invece per non cadere in un oblio popolato di ricordi e di fantasmi. Molte case, si dice, sono animate da inquietanti presenze. &amp;ldquo;Quando non trovo un libro&amp;rdquo; assicura Shirley James, l&amp;rsquo;arzilla bibliotecaria dell&amp;rsquo;Africana Library, &amp;ldquo;mi d&amp;agrave; una mano il vecchio Bertram Dyer, che si suicid&amp;ograve; con l&amp;rsquo;arsenico, nel 1908&amp;rdquo;. Non c&amp;rsquo;&amp;egrave; da stupirsi: il conto dei morti nei cinque cimiteri cittadini supera di gran lunga quello dei vivi. E nei cantieri le ruspe continuano a dissotterrare gli scheletri dalle fosse comuni.Passato e presente si confondono. Dormo nella camera di Sir Ernest Oppenheimer, nella villa al n&amp;deg; 7 di Lodge road dove nacque Harry, oggi trasformata in albergo. E il cottage accanto &amp;egrave; la saltuaria residenza di Nicky e di sua moglie Orcillia. Il bordello pi&amp;ugrave; frequentato all&amp;rsquo;epoca di Rhodes si &amp;egrave; riciclato in un&amp;rsquo;agenzia di escort: Diamond Girls. Al Kimberley Club un maggiordomo mostre le suite che negli anni Quaranta ospitarono la famiglia reale inglese, mentre al bar dove un tempo si barattavano le concessioni i dirigenti della De Beers scolano pinte di birra ghiacciata in attesa dell&amp;rsquo;ultimo fixing dell&amp;rsquo;oro alla Borsa di Londra.Il presente &amp;egrave; ancora la De Beers. E pi&amp;ugrave; esattamente l&amp;rsquo;HOH (Harry Oppenheimer house), il grattacielo della Diamond Trading Company dove converge la totalit&amp;agrave; dei diamanti grezzi sudafricani: &amp;ldquo;14,8 milioni di carati negli ultimi 12 mesi&amp;rdquo; precisa il direttore generale Paul Rowley &amp;ldquo;per un valore di 1,3 miliardi di dollari&amp;rdquo;. Le pietre arrivano ogni mattina in cassette sigillate con quattro voli privati, vengono scortate in auto blindate nei sotterranei dell&amp;rsquo;edificio e salgono con un montacarichi all&amp;rsquo;ultimo piano. Subiscono vari processi: bagni in acido idrofluoridico, lavaggio, pesatura elettronica. Sono poi suddivise in migliaia di differenti categorie in base alle dimensioni, alla forma, al colore, al grado di purezza con l&amp;rsquo;ausilio di filtri, piani vibranti, spettrometri. E infine analizzate con strumenti ottici di precisione da un collaudato team di esperti. &amp;ldquo;Ogni diamante&amp;rdquo; spiega Rowley &amp;ldquo;pu&amp;ograve; essere esaminato dieci volte&amp;rdquo;. Le finestre, su un solo lato del palazzo, sono inclinate in modo da catturare la luce pi&amp;ugrave; idonea. Un computer centrale controlla le fasi della lavorazione, stabilisce il prezzo finale e rileva ogni minima variazione del peso di un lotto in ogni singolo istante: se scatta l&amp;rsquo;allarme le porte automatiche si chiudono e il grattacielo si trasforma in una cassaforte.David Noko, manager delle miniere di Kimberley, che dal 2006 sar&amp;agrave; il primo nero a dirigere la De Beers Consolidated Mines, per 76 anni feudo esclusivo degli Oppenheimer, &amp;egrave; convinto che la citt&amp;agrave; abbia ancora un futuro. &amp;ldquo;Abbiamo cessato le attivit&amp;agrave; improduttive e un migliaio di operai &amp;egrave; rimasto a casa. Ma siamo ancora, dopo il governo, i principali datori di lavoro con 1.800 dipendenti; stiamo finanziando il progetto per trasformare il Grande Buco in un parco a tema, con l&amp;rsquo;obiettivo di attirare 200 mila turisti l&amp;rsquo;anno; e ci sono ancora quelle montagne la fuori da setacciare&amp;rdquo;.Le montagne sono i giganteschi depositi di kimberlyte accumulati in 130 anni di scavi: 150 milioni di tonnellate di scarti che le attuali tecnologie di ricerca hanno reso appetibili. &amp;ldquo;I disoccupati, comunque, non saranno reintegrati&amp;rdquo; commenta amaro Scotty Ross, ex minatore. &amp;ldquo;I nuovi impianti sono completamente automatizzati&amp;rdquo;. Alla Combined Treatment Plant, inaugurata nel 2002, una squadra di venti tecnici e ingegneri &amp;egrave; in grado di trattare 20 mila tonnellate giornaliere con una resa media di 4.600 carati. Nel bunker della Recovery tower, un parallelepipedo di cemento armato senza aperture alto 16 piani, software di ultima generazione manovrano nastri trasportatori, carrelli robotizzati, sifoni di aria compressa, scanner magnetici ed elettronici, sensori, separatori a raggi laser e 890 telecamere a circuito chiuso collegate a un impenetrabile sistema di sicurezza. La procedura per accedere alla &amp;ldquo;zona rossa&amp;rdquo;, il cuore dell&amp;rsquo;impianto, prevede tessere di riconoscimento, codici segreti, porte automatiche blindate, tunnel sotterranei, palpazioni corporali e radiografia ai raggi X.Willi Fritz se ne frega delle procedure. Non si &amp;egrave; mai fatto assumere dalla De Beers. E&amp;rsquo; uno dei liberi cercatori di diamanti nelle pianure alluvionali del Vaal. Una razza a parte: gente con la faccia cotta dal sole e dal vento, con gli occhi duri, le mani ruvide spaccate dalle pietre e il fucile a ripetizione nel baule del pick-up. Devono giocare sporco: per non perdere la concessione e pagare i debiti riciclano i diamanti angolani di contrabbando. La casa di Willi &amp;egrave; una baracca di mattoni circondata dal filo spinato e gli attrezzi sono quelli di sempre: piccone, badile, centrifuga, setacci. Scava in un buco di terra rosso sangue. &amp;ldquo;Come facevano nonno Peter, immigrato dalla Germania, e pap&amp;agrave; Benjamin&amp;rdquo; spiega. &amp;ldquo;Come fa mio figlio Alex&amp;rdquo;. E&amp;rsquo; dallo scorso dicembre che non trova diamanti. Ma continua a sperare: &amp;ldquo;Una sola pietra buona. Una sola dannata pietra. E la mia vita pu&amp;ograve; cambiare&amp;rdquo;.&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Gaza, aprile 2005</title>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-29-1.jpg" alt="#" /><p>Puntuale, ogni mattina, l&amp;rsquo;infermiere specializzato Naser Afifi accompagna i figli a scuola e si presenta al lavoro: ha in gestione il pronto soccorso dell&amp;rsquo;aeroporto internazionale di Gaza, un bugigattolo nel pomposo salone delle partenze affacciato sulla pista di atterraggio. Toglie il lucchetto alla porta, prepara una tazza di t&amp;egrave; sul fornellino a gas, si accomoda sul lettino delle visite e accende la prima sigaretta. Poi aspetta l&amp;rsquo;ora di smontare, saltando da un canale all&amp;rsquo;altro del piccolo televisore appeso al muro. Perch&amp;eacute; di pazienti, Naser non ne vede da oltre tre anni: da quando gli israeliani, all&amp;rsquo;inizio dell&amp;rsquo;intifada, hanno bombardato con gli F-16 il radar e divelto con i bulldozer l&amp;rsquo;asfalto della pista. Ma Naser presidia con ostinazione il suo posto di lavoro. L&amp;rsquo;impiego garantito &amp;egrave; pi&amp;ugrave; importante dello stipendio, di cui ha perso anche il ricordo. La tahdia, la tregua provvisoria, e l&amp;rsquo;imminente evacuazione delle colonie ebraiche lasciano sperare in una riapertura dello scalo, costruito dagli olandesi nella desolata landa di Rafah, a ridosso del confine egiziano. Nel frattempo Naser tiene in ordine la scarna attrezzatura dell&amp;rsquo;infermeria: due bombole di ossigeno, un polveroso armadietto con medicinali scaduti, misteriose fiale prive di etichetta, qualche siringa. A ogni chiamata del muezzin compie le abluzioni rituali nella toilette e si inginocchia in direzione della Mecca nella sala di preghiera. Poi si sgranchisce le gambe aggirandosi come un fantasma nei corridoi deserti, nella penombra surreale della grande hall, tra i banchi del check in, la biglietteria e le vetrine del duty free. &amp;ldquo;L&amp;rsquo;ultimo aereo civile&amp;rdquo; racconta Naser con una vena di tristezza &amp;ldquo;&amp;egrave; atterrato 5 anni fa&amp;rdquo;. Lui per&amp;ograve; non molla. &amp;ldquo;Quando l&amp;rsquo;aeroporto funzioner&amp;agrave; di nuovo&amp;rdquo; dice &amp;ldquo;io sar&amp;ograve; qui: come sempre, al mio posto&amp;rdquo;. Naser non vuole finire come Ziad, falegname, che a 48 anni e con 11 figli da mantenere passa tutte le notti all&amp;rsquo;addiaccio con altri trecento disoccupati davanti al check point della zona industriale di Erez aspettando di essere reclutato per un lavoro a cottimo, qualsiasi lavoro, pagato la miseria di 6 shekel all&amp;rsquo;ora, poco pi&amp;ugrave; di un euro. &amp;ldquo;A volte aprono, a volte no. Restiamo qui accampati, sotto la pioggia: i soldati hanno abbattuto le tettoie e le latrine. Quando ci chiamano per la perquisizione entriamo in una specie di gabbia, in fila indiana. Se abbiamo in tasca una moneta scatta l&amp;rsquo;allarme e ci mandano indietro&amp;rdquo;.Anche Ziad aspetta la pace. Tre anni di intifada hanno strangolato l&amp;rsquo;economia della Striscia, 363 chilometri quadrati tra i pi&amp;ugrave; affollati al mondo (1,4 milioni di palestinesi e 8 mila coloni israeliani barricati in 21 insediamenti) dove Yasser Arafat si era illuso di gettare le basi di uno stato indipendente e dove invece &amp;egrave; continuato a scorrere il sangue. La disoccupazione supera il 30 per cento, quella giovanile il 60. Il reddito pro capite &amp;egrave; 14 volte inferiore a quello di Israele, un palestinese su due vive al di sotto della soglia della povert&amp;agrave;. Ci si aggrappa alla speranza. &amp;ldquo;C&amp;rsquo;&amp;egrave; voglia di rinnovamento&amp;rdquo; dice il dottor Ghazi Hamad, direttore di Risala, il settimanale di Hamas, che ha passato 5 anni in carcere con 12 imputazioni per attivit&amp;agrave; sovversive. &amp;ldquo;I giovani vedono alla tv quello che accade in Libano, chiedono democrazia, libere elezioni. Noi siamo pronti a collaborare, senza per&amp;ograve; rinunciare all&amp;rsquo;opzione militare: sappiamo che il conflitto durer&amp;agrave; ancora a lungo, fino all&amp;rsquo;evacuazione totale dei territori occupati&amp;rdquo;.Qualcosa, nel frattempo, dovr&amp;agrave; pur cambiare con il ritiro dei coloni. Spariranno i presidi armati e i posti di blocco, come il temuto check point fortificato di Abu Huli che taglia in due la Striscia. Le strade distrutte dai blindati saranno rese transitabili. E Mahmud Hawidi, uno dei 1700 pescatori di Gaza, potr&amp;agrave; spingersi a cercar sardine con la sua lampara nelle acque oggi proibite di Khan Younis. Qualcosa &amp;egrave; gi&amp;agrave; cambiato: non si sente sparare. L&amp;rsquo;accordo siglato al Cairo dai gruppi radicali palestinesi non &amp;egrave; una hudna, un cessate il fuoco definitivo. Ma la tregua regge. Gli attacchi suicidi sono sospesi, come le rappresaglie israeliane, le incursioni aeree, i rastrellamenti.Le incognite sono per&amp;ograve; gigantesche. Abu Mazen sta tentando di mettere un freno alla corruzione, di por fine alle faide, di riorganizzare i servizi di sicurezza. I risultati sono deludenti. Dopo che la scorsa settimana alcuni militanti delle Brigate hanno sparato contro la Muqata, a Ramallah, contestando la decisione di disarmarli, il capo dell&amp;rsquo;intelligence Tawfiq Tirawi si &amp;egrave; dimesso e il rais &amp;egrave; stato costretto a licenziare il generale Ismail Jaber, comandante della polizia, minacciando persino di rinunciare al proprio incarico. Sintomi preoccupanti delle difficolt&amp;agrave; del presidente, che per attuare le riforme deve fare i conti con lo strapotere delle milizie e con le mafie economiche della vecchia guardia arafatiana, rappresentata dal premier Abu Ala. Mentre Hamas continua a guadagnare consensi.A Jabalia tutto &amp;egrave; pronto per la preghiera del venerd&amp;igrave; nella moschea Ezzedin al-Qasam, pavesata di manifesti con il ritratto dello sceicco Ahmed Yassin. Gli attivisti, alla guida di trattori e scavatrici, rimuovono i mucchi di rifiuti e le macerie delle case bombardate. &amp;ldquo;L&amp;rsquo;Anp&amp;rdquo; sostiene Nadia Abu Ala, animatrice del Center for women affairs, &amp;ldquo;&amp;egrave; un apparato di sicurezza. Dal punto di vista sociale &amp;egrave; inesistente&amp;rdquo;. Hamas, invece, ha creato una fitta rete di solidariet&amp;agrave;. &amp;ldquo;Gestiamo asili, scuole, consultori famigliari, presidi sanitari, orfanotrofi&amp;rdquo; spiega Umm Mohammed, vedova di Abdelaziz Rantisi, il leader di Hamas ucciso lo scorso anno da un missile israeliano. Sono altrettanti luoghi di reclutamento e di propaganda. Come le moschee, unica distrazione del weekend per adulti e bambini dove cinema e luna park non si sono mai visti. Alle elezioni municipali Hamas ha stravinto. Di fronte alle divisioni dell&amp;rsquo;Anp, si mostra compatto e organizzato, con parole d&amp;rsquo;ordine comprensibili. Alle fumose promesse e alle ciniche tattiche della diplomazia contrappone la forza del messaggio islamico e la visione di una societ&amp;agrave; fondata sui principi del Corano. &amp;ldquo;Vogliamo far parte delle istituzioni politiche della Palestina&amp;rdquo; dice Mushir al-Masri, il portavoce di Hamas. &amp;ldquo;Ma volere la pace non significa rinunciare a usare le armi per costringere gli israeliani a evacuare i territori occupati. Temiamo che Sharon, mantenendo un ferreo controllo sui confini, trasformi Gaza in una grande prigione&amp;rdquo;.A Rafah, sul confine con l&amp;rsquo;Egitto, in un campo di addestramento che Panorama ha potuto visitare, i miliziani continuano a esercitarsi con le armi: giovani della Jihad islamica, di Hamas, delle Brigate al-Aqsa. &amp;ldquo;La tregua e solo temporanea&amp;rdquo; afferma Abu Sakker &amp;ldquo;Ramzi&amp;rdquo;, leader dei Falchi di al-Fatah. &amp;ldquo;Tutto lascia pensare che dovremo presto riprendere le operazioni militari&amp;rdquo;. Neppure Raghad si fa illusioni: sua figlia Nur, 9 anni, &amp;egrave; stata uccisa da un proiettile israeliano mentre entrava in classe, in una scuola dell&amp;rsquo;Onu a Rafah, quando il cessate il fuoco era gi&amp;agrave; stato dichiarato. &amp;ldquo;La tregua&amp;rdquo; dice tra le lacrime &amp;ldquo;serve a darci il tempo di crescere altri figli, destinati a essere ammazzati&amp;rdquo;.Tulkarem, in Cisgiordania, &amp;egrave; la seconda citt&amp;agrave; dopo Gerico consegnata all&amp;rsquo;amministrazione palestinese in seguito agli accordi di Sharm el-Sheikh. &amp;ldquo;E&amp;rsquo; una truffa&amp;rdquo; sbotta il ministro Saeb Erekat, responsabile dei negoziati con Israele. &amp;ldquo;A Gerico e a Tulkarem si sono limitati a spostare di alcune centinaia di metri un posto di blocco. E intanto Sharon da il via a nuovi insediamenti nei territori occupati. Non erano questi i patti&amp;rdquo;. Anche Yasser Abed Rabbo, membro del consiglio esecutivo dell&amp;rsquo;Olp e promotore, con l&amp;rsquo;israeliano Yossi Beilin, dell&amp;rsquo;iniziativa di pace di Ginevra, &amp;egrave; pessimista: &amp;ldquo;Israele e gli Usa non vogliono una soluzione globale, ma con la frammentazione degli accordi non arriveremo alla pace. Il ritiro da Gaza interessa meno del 5 per cento dei territori occupati. E&amp;rsquo; una trappola, uno stratagemma per far dimenticare Gerusalemme e la Cisgiordania, dove il muro continua ad avanzare all&amp;rsquo;interno delle zone palestinesi creando dei nuovi bantustan&amp;rdquo;.Lungo il muro, che a Tulkarem &amp;egrave; alto 8 metri, corre una grata metallica con filo spinato, telecamere, sensori e torri di avvistamento. &amp;ldquo;Per venire a scuola&amp;rdquo; spiega il deputato Hassan Khreish &amp;ldquo;i bambini dei villaggi devono attraversare la barriera e il varco, al mattino, resta aperto per soli 15 minuti. E&amp;rsquo; come vivere in un carcere. Siamo circondati. I militari pattugliano le colline e impediscono agli arabi israeliani di entrare in citt&amp;agrave;: la nostra economia &amp;egrave; stata azzerata&amp;rdquo;.Si fanno incontri inquietanti a Tulkarem. In un &amp;ldquo;domicilio sicuro&amp;rdquo; il capo delle Brigate al-Aqsa, Sheikh al-Zetawey, 29 anni, pistola alla cintura, racconta la sua vita clandestina. E&amp;rsquo; scortato da una decina di miliziani, tutti ricercati dalle forze speciali israeliane, alcuni reduci dal carcere e con i segni delle torture sul corpo.&amp;nbsp; &amp;ldquo;Sono sfuggito a due attentati e per due volte sono stato ferito&amp;rdquo; dice Al-Zetawey. &amp;ldquo;In uno scontro armato ho perso sei compagni. Ieri, per la prima volta dopo sette mesi, ho rivisto le mie figlie. Mi sono accorto che una di loro, tre anni e mezzo, accarezzava il mio Kalashnikov: per lei era un gioco&amp;rdquo;.Poco distante, in una casa contadina, un vecchio con la kefiah mostra la foto del figlio: Abdallah Badran, 21 anni, studente universitario, l&amp;rsquo;ultimo kamikaze che si &amp;egrave; fatto esplodere a Tel Aviv, il 25 febbario, uccidendo 5 civili israeliani. &amp;ldquo;Era molto religioso&amp;rdquo; riesce a dire. &amp;ldquo;Ma non sapevamo che fosse un membro della Jihad islamica. Non abbiamo potuto seppellirlo. Nessuno &amp;egrave; venuto per le condoglianze&amp;rdquo;. Said, il fratellino di 8 anni, sta facendo un disegno per la scuola: il muro, i carri armati, i mitra. E in cielo una scritta: uein as-salam? Dov&amp;rsquo;&amp;egrave; la pace?&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp; &amp;nbsp;&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Israele, aprile 2005</title>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-28-1.jpg" alt="#" /><p>Intervista al Gran Mufti di GerusalemmeLo sceicco Ekrima Said Sabri, Gran Mufti di Gerusalemme e della Terra Santa, massima autorit&amp;agrave; spirituale dei musulmani di Palestina, accolse nella moschea di al-Aqsa Giovanni Paolo II durante il pellegrinaggio del marzo 2000.Qual &amp;egrave; il ricordo pi&amp;ugrave; vivo che conserva del suo incontro con il Pontefice?La determinazione con cui sosteneva il principio che non c&amp;rsquo;&amp;egrave; pace senza giustizia. Era un uomo di Dio. La sua scomparsa &amp;egrave; una perdita non solo per i cristiani ma per l&amp;rsquo;intero mondo. Mi auguro che il suo successore proseguir&amp;agrave; sul sentiero del dialogo e della tolleranza tracciato da questo Papa.I rapporti tra i palestinesi e la Santa Sede sono sempre stati molto stretti. Yasser Arafat ha incontrato pi&amp;ugrave; volte il Papa e l&amp;rsquo;accordo siglato tra il Vaticano e l&amp;rsquo;Olp delinea per Gerusalemme uno &amp;ldquo;statuto speciale&amp;rdquo; per la culla delle tre religioni monoteistiche. Condivide questa posizione?&amp;nbsp;Mi sono trovato d&amp;rsquo;accordo con il Papa quando ha sottolineato la sacralit&amp;agrave; di Gerusalemme, il suo significato universale. E abbiamo parlato dei tentativi israeliani di fagocitare la zona araba e musulmana della citt&amp;agrave;. Sia noi che la Santa Sede condanniamo l&amp;rsquo;occupazione illegale dei territori palestinesi e sosteniamo che &amp;egrave; necessario applicare le risoluzione dell&amp;rsquo;Onu. Ma Israele si rifiuta di accettarle.Che cosa unisce cristiani e musulmani? E cosa li divide?Viviamo insieme da 15 secoli. Camminiamo sulla stessa strada. Crediamo negli stessi principi di pace, giustizia e tolleranza. Per noi Cristo non &amp;egrave; morto sulla croce e l&amp;rsquo;islam non &amp;egrave; solo una religione, &amp;egrave; anche un codice giuridico e sociale. Noi, per esempio, siamo contrari all&amp;rsquo;aborto ma non al controllo delle nascite. Ci&amp;ograve; che davvero conta, per&amp;ograve;, &amp;egrave; lo spirito di collaborazione, la volont&amp;agrave; di superare le differenze che il Papa ha sempre manifestato.E gli ebrei?Sono ahl al-Kitab, gente del Libro, come noi e i cristiani. Abbiamo il massimo rispetto per la religione ebraica, che ha tanti punti in comune con la nostra. Ci battiamo contro la politica di Israele, contro l&amp;rsquo;occupazione delle nostre terre, contro il proliferare delle colonie. Non contro l&amp;rsquo;ebraismo.&amp;nbsp;&amp;nbsp;.</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Spagna, Galizia, gennaio 2007</title>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-27-1.jpg" alt="#" /><p>Era il 19 novembre 2002. Dopo una settimana di agonia nell&amp;rsquo;oceano in tempesta la petroliera greca &amp;ldquo;Prestige&amp;rdquo;, carretta del mare monoscafo di 26 anni, bandiera ombra delle Bahamas, equipaggio filippino, in navigazione da Riga a Singapore, affondava spezzandosi in due tronconi 130 miglia a sudovest di Capo Finisterre trascinando sul fondo 35 mila tonnellate di olio combustibile pesante. Prima del naufragio il cargo in avaria aveva gi&amp;agrave; disperso 42 mila tonnellate di fuel oil M-100, uno dei derivati pi&amp;ugrave; tossici del greggio: denso, viscoso, ad alto contenuto di zolfo. Una velenosa marea nera che aveva investito 500 chilometri di costa tra Vigo e La Coru&amp;ntilde;a.L&amp;rsquo;impatto fu disastroso: morie di uccelli, di pesci e di delfini; seimila pescatori e 2.500 pescherecci a riposo forzato; danni irreparabili all&amp;rsquo;industria turistica; gravi conseguenze per l&amp;rsquo;impiego e il reddito di 885 mila persone; perdite economiche per oltre 1,2 miliardi di euro. Ma a quattro anni di distanza non c&amp;rsquo;&amp;egrave; traccia visibile della catastrofe. Il &amp;ldquo;chapapote&amp;rdquo;, la nafta rappresa, &amp;egrave; sparito dalle spiagge della Galizia, ripulite da un esercito di 327 mila volontari accorsi da ogni parte del mondo. Le donne, con la bassa marea, sono tornate a scavare nella sabbia in cerca di vongole. E i pescherecci hanno ripreso il mare.Alle 5 del mattino il mercato del pesce di Vigo, il pi&amp;ugrave; grande d&amp;rsquo;Europa, &amp;egrave; in fermento: 1.500 imprese del settore forniscono il 37 per cento del prodotto ittico della penisola iberica. C&amp;rsquo;&amp;egrave; un&amp;rsquo;asta per lo spada, il baccal&amp;agrave; e il pesce d&amp;rsquo;altura, un&amp;rsquo;altra per quello di basso fondale, un&amp;rsquo;altra ancora per i mitili e i crostacei. &amp;ldquo;L&amp;rsquo;ecosistema ha recuperato rapidamente&amp;rdquo; spiega Xos&amp;eacute; S&amp;aacute;nchez, &amp;ldquo;patron mayor&amp;rdquo; della Cofradia (cooperativa) dei pescatori della citt&amp;agrave; e leader del movimento ambientalista Nunca Ma&amp;iacute;s. &amp;ldquo;Ci siamo dati da fare e siamo stati fortunati. Il petrolio della Prestige era molto denso, ha solidificato in fretta. E i pescatori si sono subito mobilitati, nonostante i ritardi nei soccorsi e l&amp;rsquo;assenza di mezzi di decontaminazione adeguati&amp;rdquo;.Julio Alonso era in prima linea con la sua barca. &amp;ldquo;Abbiamo combattuto senza sosta contro il chapapote&amp;rdquo; racconta. &amp;ldquo;Lo raccoglievamo con strumenti rudimentali: pale, secchi, reti galleggianti. E siamo riusciti a bloccare la marea nera all&amp;rsquo;ingresso dei fiordi dove ci sono le coltivazioni di mitili&amp;rdquo;. Le cozze sono il bene pi&amp;ugrave; prezioso: la Galizia &amp;egrave; il secondo produttore al mondo dopo la Cina e ogni giorno un solo peschereccio ne scarica a terra, in media, non meno di 30 tonnellate.Gli 8,6 milioni di euro in aiuti e compensazioni stanziati dal Fondo di solidariet&amp;agrave; dell&amp;rsquo;Unione europea dopo il naufragio del &amp;ldquo;Prestige&amp;rdquo; e i sussidi erogati dal governo spagnolo, all&amp;rsquo;epoca presieduto da Jos&amp;eacute; Maria Aznar, hanno rivitalizzato l&amp;rsquo;economia locale. I cantieri navali sono in piena attivit&amp;agrave;. Sulle banchine del porto franco sono allineati migliaia di veicoli: le auto del grande stabilimento Citroen di Vigo e le Toyota in arrivo dal Giappone, destinate al mercato europeo. A Muxia, il villaggio di &amp;ldquo;ground zero&amp;rdquo; dove nel 2002 era installato il quartier generale dei soccorsi, il responsabile della Protezione civile Ramon Perez Barrientos mostra con orgoglio i moderni capannoni per la conservazione e commercializzazione del pesce. E sui promontori che si affacciano sulla temibile Costa della Morte, battuta dai burrascosi venti atlantici e teatro di innumerevoli naufragi, a nordest del faro di Capo Finisterre, squadre di operai sono al lavoro per costruire nuove strade.&amp;ldquo;La tragedia del Prestige&amp;rdquo; sostiene Xos&amp;eacute; S&amp;aacute;nchez &amp;ldquo;ha avuto anche risvolti positivi, non solo economici. La Galizia era una regione chiusa e conservatrice. La mobilitazione sociale innescata dalla catastrofe &amp;egrave; servita a risvegliare le coscienze: ci ha insegnato a pescare in modo intelligente, a rispettare i fermi biologici e a lottare per difendere i nostri diritti&amp;rdquo;.Dall&amp;rsquo;autostrada del mare della Costa della Morte passano ogni anno pi&amp;ugrave; di 5 mila navi, ma la torre di controllo di La Coru&amp;ntilde;a non dispone di radar sufficienti per sorvegliare il traffico in ogni punto del litorale. Ora il parlamento gallego sta chiedendo al governo spagnolo &amp;ndash; competente in materia di navigazione e inquinamento marino &amp;ndash; di rimediare e di adottare criteri pi&amp;ugrave; rigidi di prevenzione. &amp;ldquo;Il doppio scafo per le petroliere non basta&amp;rdquo; dice Pablo Villar, presidente della Cofradia dei pescatori di Cangas. &amp;ldquo;Servono controlli pi&amp;ugrave; severi sulle strutture portanti delle navi, revisioni pi&amp;ugrave; frequenti ed equipaggi professionali. E&amp;rsquo; un problema globale, di cui dovrebbe farsi carico l&amp;rsquo;Organizzazione marittima internazionale adottando misure urgenti di prevenzione ed efficaci strategie d&amp;rsquo;intervento in caso di disastro&amp;rdquo;. Nel 2002 Pablo fece lo sciopero della fame per protestare contro l&amp;rsquo;inerzia delle autorit&amp;agrave; e l&amp;rsquo;inadeguatezza dei soccorsi: non c&amp;rsquo;erano skimmer, non c&amp;rsquo;erano barriere oceaniche galleggianti, non c&amp;rsquo;erano rimorchiatori d&amp;rsquo;altura con motori abbastanza potenti. Ma ora qualcosa si &amp;egrave; mosso. L&amp;rsquo;assessore galiziano alla Pesca Carmen Gallego ha annunciato la scorsa settimana il varo di un piano territoriale di emergenza per l&amp;rsquo;inquinamento che potr&amp;agrave; contare su 19 imbarcazioni, 52 veicoli, un aereo, due elicotteri e nuovi rimorchiatori: i mezzi saranno coordinati da una &amp;eacute;quipe di tecnici in collaborazione con il ministero della Difesa e la Protezione civile. La prima esercitazione avr&amp;agrave; luogo in aprile nelle acque di Vigo, simuler&amp;agrave; l&amp;rsquo;avaria di una petroliera e vedr&amp;agrave; impegnati tutti i nuovi mezzi disponibili, con la consulenza della compagnia petrolifera spagnola Repsol, l&amp;rsquo;intervento della Marina e degli esperti dell&amp;rsquo;Istituto oceanografico.Il rischio per l&amp;rsquo;ambiente non &amp;egrave; per&amp;ograve; del tutto scongiurato. Il relitto del &amp;ldquo;Prestige&amp;rdquo;, coricato a 3.500 metri di profondit&amp;agrave;, continua a rilasciare veleni: chiazze di nafta sono state avvistate nei pressi del luogo del naufragio. La Repsol, incaricata dal governo di svuotare e sigillare le stive della petroliera (un appalto da 100 milioni di euro), assicura che nei serbatoi della nave restano meno di 700 tonnellate di carburante. Ma secondo uno studio pubblicato dalla rivista Scientia Marina il quantitativo ancora a bordo oscillerebbe tra le 16 mila e le 23 mila tonnellate. Alcune specie marine come il polipo, i gamberi e i calamari non sarebbero ancora tornati ai normali livelli di riproduzione. Rostro e Nemi&amp;ntilde;a, due tra le spiagge pi&amp;ugrave; colpite, sembrano incontaminate, ma a un metro di profondit&amp;agrave; si scopre la melma nera e appiccicosa del catrame. Mentre il 75 per cento delle 80 mila tonnellate di residui raccolti in dieci mesi di lavoro sono ancora in attesa di smaltimento nel centro di trattamento di As Somozas.I dati pi&amp;ugrave; allarmanti riguardano per&amp;ograve; la salute dei volontari venuti a contatto con la nafta. Molti di loro avevano manifestato difficolt&amp;agrave; respiratorie, dolori di testa, irritazioni oculari, sintomi gastrointestinali e disturbi del sonno. La maggior parte non utilizzava mascherine di protezione e quelle disponibili non erano adeguate a proteggere l&amp;rsquo;organismo dai gas volatili: benzene e idrocarburi aromatici potenzialmente mutageni e cancerogeni. Oggi, dopo quattro anni e centinaia di esami clinici, i ricercatori della Facolt&amp;agrave; di biologia cellulare e molecolare dell&amp;rsquo;universit&amp;agrave; di La Coru&amp;ntilde;a affermano di avere riscontrato una significativa incidenza di alterazioni cromosomiche nei soggetti esposti al combustibile. Bisogner&amp;agrave; aspettare per avere il bilancio definitivo della tragedia del &amp;ldquo;Prestige&amp;rdquo;.&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Corea del Nord, maggio 2005</title>
   <updated>2007T04Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-26-1.jpg" alt="#" /><p>Il vecchio Ilyushin della compagnia di stato Air Koryo, che due volte la settimana collega Pechino alla capitale nordcoreana, &amp;egrave; una macchina del tempo. Nel paese pi&amp;ugrave; isolato, pi&amp;ugrave; misterioso e pi&amp;ugrave; inaccessibile del mondo, dove persino Orwell si sentirebbe smarrito, gli orologi sono ancora fermi alla mattina del 27 luglio 1953, quando i rappresentanti delle Nazioni Unite, della Cina e della Repubblica popolare democratica di Corea (Rpdk) firmarono a Panmunjom l&amp;rsquo;armistizio che pose fine a tre anni di spaventosi massacri. La rivoluzione informatica, il mercato capitalista, la globalizzazione non hanno lambito l&amp;rsquo;ultimo avamposto della guerra fredda. Oltre la cortina di bamb&amp;ugrave;, 23 milioni di uomini, donne e bambini sono convinti che un&amp;rsquo;invasione americana sia imminente. E si preparano a combattere la battaglia decisiva di un conflitto che, in termini giuridici, non si &amp;egrave; mai concluso.Vista di notte dai satelliti e dagli aerei spia del Pentagono la Rpdk &amp;egrave; un buco nero: una macchia scura circondata dalle luci sfavillanti delle metropoli cinesi e sudcoreane. Da vicino appare meno tenebrosa, almeno a Pyongyang, vetrina del &amp;ldquo;paradiso dei lavoratori&amp;rdquo; e punto di partenza obbligato per la visita del primo giornalista italiano ufficialmente accreditato.La signora Kim e il signor Toh, gentilissimi e inflessibili funzionari del ministero dell&amp;rsquo;Informazione, mi accompagnano ovunque e il programma, stabilito nei minimi dettagli, non ammette deroghe. Non prevede, per esempio, che mi allontani da solo dall&amp;rsquo;hotel Moranbong, dove alloggio in una linda cametta con un televisore che trasmette immagini rassicuranti: bambine che suonano flauti e cetre, mostruosamente brave, vestite come confetti colorati; e Kim Jong-il, il Caro leader, che passa in rassegna un reparto dell&amp;rsquo;esercito. Notizie dal mondo esterno: nessuna. La tragedia dell&amp;rsquo;11 settembre &amp;egrave; stata annunciata con una settimana di ritardo.Pyongyang, costruita sulle rive del fiume Taedong, ha l&amp;rsquo;aspetto di una citt&amp;agrave; futurista degli anni Cinquanta: larghi viali alberati, piazze e giardini scrupolosamente curati, geometrici blocchi d&amp;rsquo;appartamenti in cemento, monumentali archi di trionfo, teatri e biblioteche, stadi sportivi da 150 mila posti. L&amp;rsquo;architettura esalta i fasti del regime. La statua bronzea di Kim Il-sung, il &amp;ldquo;sole della nazione&amp;rdquo;, &amp;egrave; alta 45 metri: il Grande leader, padre della patria e dell&amp;rsquo;attuale segretario generale del Partito dei lavoratori, nonch&amp;eacute; comandante supremo delle forze armate, &amp;egrave; deceduto nel 1994, ma &amp;egrave; stato dichiarato &amp;ldquo;presidente per l&amp;rsquo;eternit&amp;agrave;&amp;rdquo;. La vertiginosa Torre della Juche, 170 metri di granito, &amp;egrave; intitolata alla totalizzante ideologia gerarchica che permea la societ&amp;agrave; nordcoreana: un singolare amalgama di nazionalismo, collettivismo autarchico e tradizione confuciana che traduce, con accenti quasi religiosi, l&amp;rsquo;appello maoista a &amp;ldquo;contare sulle proprie forze&amp;rdquo;.Un palazzo delle esposizioni di ciclopiche dimensioni raccoglie un&amp;rsquo;interminabile sequenza di fantasmagoriche composizioni floreali. Ma i fiori sono solo due: la Kimilsungia, un&amp;rsquo;orchidea violetta cos&amp;igrave; battezzata nel &amp;rsquo;65 dal presidente indonesiano Sukarno per onorare il Grande leader, e la Kimjongilia, una begonia rossa creata da un floricultore giapponese per il 46&amp;deg; compleanno del Caro leader. Le scolaresche in gita s&amp;rsquo;inchinano davanti ai ritratti sorridenti dei due Kim. Le strade sono semideserte. Agli incroci avvenenti poliziotte in divisa immacolata dirigono con gesti da automa un traffico di pedoni e biciclette. Poche le automobili, anche se il signor Toh assicura che il loro numero &amp;egrave; in aumento e se la prima pubblicit&amp;agrave; commerciale apparsa nel dicembre 2003 a Pyongyang, visibile sul viale dell&amp;rsquo;aeroporto, decanta i pregi della Huiparam, &amp;ldquo;lo zufolo&amp;rdquo;, una berlina assemblata nel porto di Nampo con componenti Fiat importati dalla Corea del Sud. Prezzo: 8 mila euro, un&amp;rsquo;enormit&amp;agrave; a fronte di salari medi mensili che non superano i 20 euro.Le vie della citt&amp;agrave; si animano al mattino presto, quando gli altoparlanti installati sui lampioni e in tutte le case del Regno eremita (ognuna provvista di rifugio antiaereo) diffondono squillanti inni patriottici ed esortano il popolo a proseguire l&amp;rsquo;edificazione dello stato socialista. Operai, impiegati, manovali, studenti si mettono in marcia, spesso percorrendo a piedi molti chilometri, o attendono in file silenziose e ordinate i rari e vetusti autobus, i tram di seconda mano regalati dalla Germania orientale prima della riunificazione tedesca o i convogli della metropolitana nelle stazioni a prova di atomica tappezzate di mosaici celebrativi. Le piazze si riempiono di giovani nel pomeriggio. Dopo l&amp;rsquo;orario scolastico, i pi&amp;ugrave; capaci e meritevoli prendono parte ai quotidiani allenamenti in vista dei prossimi Giochi di massa Arirang: spettacolari esibizioni atletiche che coinvolgono oltre centomila ginnasti e che, nell&amp;rsquo;ultima edizione, hanno richiesto un impegno pari a 200 milioni di ore lavorate. Nei parchi, sulla spianata del museo della Rivoluzione e davanti allo stadio Primo maggio, migliaia di ragazzini si esercitano senza sosta, sotto la guida di istruttrici armate di megafoni. I Giochi sono la rappresentazione plastica dell&amp;rsquo;ideologia del regime. Per ottenere la sincronia assoluta e raggiungere la perfezione dei movimenti all&amp;rsquo;unisono, l&amp;rsquo;individuo deve annullarsi nel gruppo: la massa deve agire come un unico organismo, scattando con incondizionata disciplina al ritmo dei comandi impartiti. E&amp;rsquo; anche un modo per mantenere alto il livello di mobilitazione di un paese che si sente accerchiato, bandito dalla comunit&amp;agrave; internazionale e nel mirino di Geroge W. Bush, che&amp;nbsp; lo ha incluso nell&amp;rsquo;asse del male degli &amp;ldquo;stati canaglia&amp;rdquo;.Kim Jong-il ha lanciato la parola d&amp;rsquo;ordine &amp;ldquo;songun chongchi&amp;rdquo;: lo sforzo bellico prima di tutto. L&amp;rsquo;intera societ&amp;agrave; &amp;egrave; militarizzata e organizzata in funzione della difesa nazionale, che assorbe oltre un terzo del bilancio e gran parte dei 22 miliardi di dollari del pil. La leva obbligatoria dura dai sei ai dieci anni. I soldati in servizio attivo sono 1,1 milioni, 4,7 milioni sono i riservisti e 120 mila i membri delle forze speciali: le pi&amp;ugrave; numerose al mondo. Le 75 divisioni dell&amp;rsquo;esercito, schierate soprattutto lungo i 246 chilometri della Zona smilitarizzata al confine tra le due Coree, dispongono di 13.500 pezzi d&amp;rsquo;artiglieria e batterie di missili, 5.800 carri armati e mezzi blindati, 26 sommergibili, 780 Mig, 300 elicotteri da combattimento. L&amp;rsquo;industria bellica &amp;egrave; l&amp;rsquo;unico settore sviluppato dell&amp;rsquo;economia e il solo che, attraverso l&amp;rsquo;export, garantisce introiti in valuta. Mentre il programma nucleare, accanto alla ricerca per usi civili, ha da tempo imboccato il tunnel della produzione militare: il 10 febbraio la Rpdk ha annunciato di possedere un numero imprecisato di testate atomiche e, secondo fonti americane, starebbe allestendo un primo test sotterraneo.Si tratta di una minaccia reale o di una complessa e rischiosa strategia per alzare la posta delle trattative diplomatiche a distanza con l&amp;rsquo;Occidente? L&amp;rsquo;assenza di informazioni verificabili legittima qualsiasi ipotesi. L&amp;rsquo;ex capo della Cia in Corea del Sud ed ex ambasciatore a Seoul Donald Gregg ha ammesso che l&amp;rsquo;intelligence di Washington brancola nel buio e ha definito la Rpdk &amp;ldquo;il pi&amp;ugrave; macroscopico fallimento nella storia dello spionaggio americano&amp;rdquo;. Certo &amp;egrave; che la linea dura della Casa Bianca non ha ottenuto effetti positivi. L&amp;rsquo;amministrazione Clinton stava lavorando a un accordo che prevedeva il congelamento della produzione di plutonio in cambio della fornitura di petrolio e tecnologia nucleare civile. Rifiutando ogni contatto bilaterale, Bush ha spinto Pyongyang su posizioni pi&amp;ugrave; intransigenti, col risultato di accelerare la corsa al riarmo e di rafforzare il monolitico regime di Kim Jong-il, nel quale non si intravede alcun segno di cedimento, nonostante le evidenti difficolt&amp;agrave; economiche.Dopo il tramonto la capitale si svuota e affonda nella penombra. Restano accese le luci dei monumenti e dei palazzi del potere, degli alberghi per turisti, di qualche ristorante, delle residenze nel quartiere diplomatico (che ospita sette italiani), del casin&amp;ograve; nel seminterrato dell&amp;rsquo;hotel Yongakto dove ai tavoli della roulette i pochi clienti stranieri ammazzano la noia con il whisky e le entraineuse cinesi. La carenza di energia elettrica e di riscaldamento &amp;egrave; pesante d&amp;rsquo;inverno, quando il termometro scende a meno venti e la legna &amp;egrave; il solo combustibile a portata di mano: intere foreste vengono tagliate e i pionieri col fazzoletto rosso al collo piantano ogni primavera milioni di alberi ad accrescimento rapido. Anche i camion, nelle campagne, vanno a legna, grazie a un rudimentale e ingegnoso sistema di caldaie a vapore.Fuori da Pyongyang si viaggia in un paese regredito all&amp;rsquo;et&amp;agrave; preindustriale, in un paesaggio costellato di torrette di avvistamento, postazioni di contraerea e bunker mimetizzati nei fianchi delle montagne. Molti distretti sono off-limits: zone militari, forse riservate ai campi di rieducazione. Le strade sono sterrate e i brevi tratti asfaltati sono piste di atterraggio per i Mig. Il crollo dell&amp;rsquo;Impero sovietico, la scarsit&amp;agrave; di pezzi di ricambio e di investimenti, il collasso del sistema dei trasporti hanno distrutto l&amp;rsquo;industria pesante, spina dorsale dell&amp;rsquo;economia. Con un&amp;rsquo;agricoltura che dispone di un misero 14 per cento di terre coltivabili, le inondazioni e le carestie degli anni Novanta (un milione di morti) hanno costretto il governo a ricorrere, di malavoglia, agli aiuti internazionali. &amp;ldquo;Ogni giorno&amp;rdquo; dice Richard Ragan, del Wfp, &amp;ldquo;consegnamo 6,5 milioni di razioni energetiche attraverso il capillare sistema di distribuzione statale. E&amp;rsquo; un&amp;rsquo;integrazione indispensabile: i 400 grammi di riso che passa il governo non sono sufficienti&amp;rdquo;. Secondo Pierrette Vu Thi, dell&amp;rsquo;Unicef, il tasso di malnutrizione &amp;egrave; sceso dal 60 al 40 per cento, ma &amp;egrave; ancora allarmante. &amp;ldquo;Colpa delle sanzioni e della politica imperialista di Washington&amp;rdquo; recitano le mie guide, che sottolineano le conquiste sociali della Rpdk: casa e sanit&amp;agrave; gratuite, alfabetizzazione al 99 per cento, pensioni garantite, niente tasse, aids e criminalit&amp;agrave; inesistenti. Ma a Wonsan, l&amp;rsquo;unico ospedale materno da 250 letti &amp;egrave; stato realizzato dalla cooperazione italiana. E a Pangsjo, racconta Ri Yong Kil, il delegato del partito, l&amp;rsquo;unico trattore &amp;egrave; stato fornito dal Cesvi, l&amp;rsquo;ong bergamasca impegnata nella riabilitazione di sette aziende agricole della contea.&amp;ldquo;L&amp;rsquo;Italia&amp;rdquo; spiega Massimo Urbani, responsabile della Cooperazione a Pyongyang, &amp;ldquo;&amp;egrave; stato il primo paese del G-7 a riconoscere la Rpdk. Abbiamo erogato aiuti economici e umanitari per oltre 2,6 milioni di euro, destinati a progetti di sviluppo e alle agenzie dell&amp;rsquo;Onu&amp;rdquo;. Una parte dei fondi &amp;egrave; servita alla ricostruzione di scuole e abitazioni rase al suolo a Ryongchon, cittadina al confine cinese dove gli amministratori locali, sorseggiando acquavite di riso e masticando &amp;ldquo;kimchi&amp;rdquo;, cavoli fermentati, rievocano la spaventosa detonazione del 22 aprile 2004, scambiata dall&amp;rsquo;intelligence americano per un test nucleare: 161 morti e 3 mila feriti, nell&amp;rsquo;esplosione di due treni carichi di nitrato di ammoniaca.Tornando verso Pyongyang, osservando le mondine e i militari irreggimentati nelle risaie in uno sventolio di bandiere rosse, sembra di vedere la Cina ai tempi del catastrofico Grande balzo in avanti. Eppure, anche nel Regno eremita, qualcosa sta cambiando se Kim Chun Guk, alto funzionario del ministero degli Esteri, confida a Panorama che &amp;ldquo;stiamo mandando in Europa decine di esperti per studiare i meccanismi dell&amp;rsquo;economia occidentale&amp;rdquo;. E se dal luglio 2002 Kim Jong-il ha osato aprire una breccia nel rigido sistema della pianificazione centralizzata. Il governo ha infatti annunciato un pacchetto di misure senza precedenti: abolizione dei sussidi alle imprese statali, incentivi alla produzione, liberalizzazione controllata dei prezzi e del tasso di cambio, possibilit&amp;agrave; per i contadini di vendere il surplus nei mercatini informali. Di colpo i salari sono aumentati, anche se non tengono il passo dell&amp;rsquo;inflazione, salita alle stelle. E i consumi sono cresciuti. Al mercato di Tongil, un sobborgo della capitale, le massaie pagano in contanti, non pi&amp;ugrave; con le tessere alimentari. Sui banchi dell&amp;rsquo;elettronica si trova di tutto, dai televisori al plasma ai lettori di dvd, bench&amp;eacute; non sia chiaro chi possa permettersi simili lussi. Ancora pi&amp;ugrave; arduo &amp;egrave; divinare l&amp;rsquo;impatto a lungo termine degli &amp;ldquo;aggiustamenti economici&amp;rdquo;. I paladini dell&amp;rsquo;ortodossia ripetono che &amp;ldquo;la Rpdk non seguir&amp;agrave; la deriva capitalistica del Vietnam e della Cina&amp;rdquo;. Ma intanto, con il beneplacito del Caro leader, nella cortina di bamb&amp;ugrave; sono apparse le prime, seducenti, insidiose crepe. Nucleare: la posizione della RpdkLa tensione tra la Casa Bianca e il Regno eremita ha raggiunto livelli critici. Pyongyang ha rimosso dalla centrale di Yongbyon 8 mila barre di uranio spento, sufficienti a estrarre il plutonio necessario alla fabbricazione di tre o quattro testate atomiche. Una mossa che, secondo Washington, potrebbe&amp;nbsp; preludere alla realizzazone di un test nucleare sotterraneo. Nei giorni scorsi il vice ammiraglio Lowell Jacoby, capo della Defence intelligence agency, ha sostenuto che Kim Jong-il &amp;egrave; gi&amp;agrave; in grado di armare i suoi missili Nodong con ordigni nucleari. Gli Stati Uniti si preparano a presentare al Consiglio di sicurezza dell&amp;rsquo;Onu una risoluzione che impone un blocco navale nelle acque nordcoreane. La Rpdk replica che la riterrebbe &amp;ldquo;una dichiarazione di guerra&amp;rdquo;. In una rara intervista a un giornalista straniero, Ri Kwang Hyok, responsabile del Dipartimento per l&amp;rsquo;Europa del ministero degli Esteri, spiega le ragioni di Pyongyang.Il 10 gennaio 2003 siete usciti dal Trattato di non proliferazione. E il 10 febbraio scorso avete ufficialmente annunciato che la Rpdk possiede armi nucleari. Che cosa vi ha spinto a produrre ordigni atomici?Noi non vogliamo la guerra. Il nostro obiettivo &amp;egrave; la completa denuclearizzazione della penisola coreana. Ma la politica ostile degli Stati Uniti ci ha costretto ad adottare delle contromisure. Washington ci ha isolati e soffocati economicamente con le sanzioni. Bush ha definito la Rpdk un bastione della tirannia e l&amp;rsquo;ha inclusa nell&amp;rsquo;asse del male, con l&amp;rsquo;intento dichiarato di distruggere il nostro sistema. Abbiamo il diritto di dotarci di armi atomiche per difendere il paese dalla minaccia americana.I colloqui sul disarmo sembrano finiti su un binario morto. Per quale motivo?In Corea del Sud sono schierate dozzine di testate nucleari americane. In marzo si sono svolte grandi manovre congiunte americane e sudcoreane sui nostri confini. Tutto questo impedisce la prosecuzione dei negoziati e pregiudica una pacifica risoluzione del contenzioso. Le trattative devono essere condotte su un piano paritetico. Gli americani pretendono di smantellare il nostro arsenale nucleare mantenendo intatto il loro. Questo per noi &amp;egrave; inaccettabile.A quali condizioni &amp;egrave; secondo voi possibile una ripresa delle trattative?Washington deve rinunciare alla minaccia atomica, alle esercitazioni militari sulle nostre frontiere, al suo atteggiamento aggressivo. La Rdpk &amp;egrave; oggi una potenza nucleare: i negoziati devono vertere sullo smantellamento di tutte le armi atomiche nella penisola, non solo le nostre. Il disarmo non pu&amp;ograve; essere parziale. Il nostro potenziale bellico &amp;egrave; il deterrente che assicura la stabilit&amp;agrave; e la pace nella regione. E garantisce la nostra sopravvivenza.La centrale nucleare di Yongbyon &amp;egrave; gi&amp;agrave; in produzione?Siamo un paese privo di risorse energetiche, sottoposto a embargo. Dobbiamo sviluppare il nucleare civile per far fronte alla carenza di petrolio e per soddisfare la crescente domanda di energia elettrica. Il progetto &amp;egrave; in fase di realizzazione.&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Lubumbashi, RDC, giugno 2006</title>
   <updated>2007T04Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-25-1.jpg" alt="#" /><p>Un girone dantesco: dall&amp;rsquo;alba al tramonto quattromila disperati scavano a mani nude nel fango color ocra della miniera di Ruashi, nella remota provincia congolese del Katanga. I pi&amp;ugrave; robusti scendono nei crateri, strisciano nei cunicoli delle pericolanti gallerie e armati di picconi e rudimentali scalpelli aggrediscono il filone di roccia. I portatori risalgono a fatica le montagne di detriti, con le spalle piagate dai sacchi di juta da 50 chili. I bambini, centinaia di bambini dagli 8 ai 15 anni, fanno il lavoro &amp;ldquo;leggero&amp;rdquo;: spaccano le pietre a martellate e immersi nell&amp;rsquo;acqua fetida delle pozze di lavaggio setacciano ogni giorno tonnellate di terra inalando polveri e letali particelle di metallo.Sono i &amp;ldquo;creuseurs&amp;rdquo;, i cercatori artigianali, l&amp;rsquo;eufemismo coniato per definire i minatori illegali che spinti dalla fame hanno invaso le concessioni appaltate alle grandi multinazionali. Dagli inesauribili giacimenti estraggono rame, oro, diamanti, cobalto e la preziosa cassiterite in cui si trova il coltan (columbite-tantalite), il superconduttore indispensabile per far funzionare i nostri computer portatili, i nostri telefoni cellulari e le PlayStation dei nostri figli: l&amp;rsquo;80 per cento delle riserve mondiali &amp;egrave; nascosto nelle impenetrabili foreste della Repubblica democratica del Congo. Ma sono ricchezze che grondano sangue. La corsa all&amp;rsquo;accaparramento dei minerali strategici essenziali allo sviluppo dell&amp;rsquo;industria bellica ed elettronica &amp;egrave; la principale causa di un conflitto che in otto anni ha mietuto 4 milioni di vittime: un massacro paragonabile soltanto alle stragi naziste, perpetrato nell&amp;rsquo;indifferenza dell&amp;rsquo;opinione pubblica internazionale. Il crollo nel 1997 della corrotta dittatura di Mobutu Sese Seko, che per 32 anni aveva depredato in modo sistematico le risorse del sottosuolo, il saccheggio &amp;egrave; continuato. Le guarnigioni di otto eserciti africani si sono impossessate delle miniere del Kivu, del Katanga e del Kasai obbligando la popolazione al lavoro forzato. E nell&amp;rsquo;immenso paese senza legge, senza amministrazione e senza strade, precipitato nell&amp;rsquo;anarchia e nella pi&amp;ugrave; assoluta impunit&amp;agrave;, i militari allo sbando, i signori della guerra e i miliziani Mayi-Mayi eccitati da infusi di erbe, droghe e pozioni magiche si sono abbandonati a ogni genere di violenze contro i civili: stupri, estorsioni, esecuzioni sommarie, cannibalismo rituale. Pi&amp;ugrave; di 3 milioni di contadini sono stati costretti ad abbandonare i loro villaggi.Gli accordi di pace firmati a Lusaka nel 1999 hanno acceso qualche debole speranza. Gli eserciti stranieri si sono ritirati. Il presidente Joseph Kabila, capo di uno stato che di fatto non esiste, ha formato un governo di riconciliazione nazionale. E il prossimo 31 luglio 26 milioni di elettori voteranno nelle prime elezioni libere della storia dell&amp;rsquo;ex Zaire. Ma la violenza e le rapine, nei killing fields dell&amp;rsquo;Africa centrale, non sono cessate. Nell&amp;rsquo;Ituri e nel Katanga si continua a combattere. Anche se &amp;ldquo;Gedeone&amp;rdquo;, uno dei capi dei Mayi-Mayi, ha rinunciato al Kalashnikov, migliaia di miliziani non si accontentano dei 25 dollari al mese promessi dal governo e si rifiutano di consegnare le armi. Solo nel Kivu e solo nell&amp;rsquo;ultimo anno, secondo le stime delle Nazioni Unite, sono state violentate 45 mila donne. Ogni giorno pi&amp;ugrave; di 1.200 congolesi muoiono di fame e di malattie. E quasi la met&amp;agrave; del budget militare mensile di 8 milioni di dollari scompare nelle capaci tasche dei generali congolesi.Lubumbashi, un milione di abitanti, &amp;egrave; una linda e fiorente citt&amp;agrave; di provincia: un altro pianeta rispetto alla squallida e tentacolare palude di miseria di Kinshasa. I semafori funzionano. L&amp;rsquo;asfalto resiste. Le pompe di benzina erogano il carburante. I giovani sorseggiano birra Simba ai tavoli del Katanga Fried Chicken e al sabato la discoteca Hollyboom &amp;egrave; piena di espatriati: americani, canadesi, indiani, cinesi, belgi, libanesi, australiani. L&amp;rsquo;economia ha ripreso a girare, stimolata dall&amp;rsquo;aumento della domanda di minerali strategici in India e in Cina. Il prezzo del rame, da quando il Cile nel 2005 ha deciso di dimezzare l&amp;rsquo;estrazione per frenare l&amp;rsquo;esaurimento delle miniere, &amp;egrave; salito da 1.300 dollari la tonnellata a 8 mila; quello dello zinco da 750 a 3.600; il cobalto e il coltan, di cui il Congo &amp;egrave; il principale produttore, sono passati rispettivamente da 6 a poco meno di 20 dollari la libbra e da 60 a oltre cento dollari il chilo. &amp;ldquo;E&amp;rsquo; diventato conveniente persino recuperare i vecchi residui di produzione&amp;rdquo; spiega il console onorario italiano Giovanni Zunino, in Congo da 22 anni. &amp;ldquo;Il loro valore &amp;egrave; decuplicato&amp;rdquo;. Nel cuore di Lubumbashi, &amp;ldquo;Big Hill&amp;rdquo;, la montagna di scarti della G&amp;eacute;camines, la societ&amp;agrave; nazionalizzata da Mobutu e fallita nel &amp;rsquo;97, &amp;egrave; stata rilevata da un consorzio americano e dal gruppo di George Arthur Forrest, l&amp;rsquo;imprenditore belga che ha fatto la storia delle miniere in Katanga: il gigantesco cono contiene tonnellate di polvere di zinco, rame e coltan. Forrest si &amp;egrave; aggiudicato anche Kamoto, la pi&amp;ugrave; grande cava a cielo aperto del Congo. Gli israeliani hanno messo gli occhi sui giacimenti diamantiferi di Mbuji-Mayi. Mentre avvolte nel mistero sono le miniere di uranio di Kolwezi, difese dai mercenari delle compagnie di sicurezza private. I belgi avevano cementificato i pozzi da cui fu estratto il materiale utilizzato per fabbricare le bombe lanciate du Hiroshima e Nagasaki. Ma i &amp;ldquo;creuseurs&amp;rdquo; non si sono fermati neppure di fronte alle micidiali radiazioni. Il manto di calcestruzzo &amp;egrave; stato sfondato e i contrabbandieri organizzano trasporti clandestini nella vicina Zambia: nei mesi scorsi la polizia ha fermato un camion di yellowcake, la materia prima da cui si estrae l&amp;rsquo;uranio. Recenti indagini hanno confermato un&amp;rsquo;elevata concentrazione di radionucleidi nelle acque e nel suolo della regione.A Kasumbalesa, il posto di confine, dove l&amp;rsquo;unico controllo &amp;egrave; la verifica dell&amp;rsquo;ammontare della mazzetta versata ai doganieri, transitano in media venti camion stracarichi di minerali al giorno. Il cobalto, impiegato oltre che nell&amp;rsquo;elettronica e nell&amp;rsquo;aeronautica nella fabbricazione delle batterie, &amp;egrave; quasi tutto destinato a soddisfare il mercato cinese: un business da 1,7 milioni di dollari la settimana.Gli incidenti con i minatori artigianali si moltiplicano. &amp;ldquo;I bambini del Congo muoiono nelle miniere perch&amp;eacute; i nostri figli in America e in Europa possano continuare a uccidere immaginari alieni nei loro videogiochi&amp;rdquo; accusa senza mezzi termini la deputatessa inglese Oona King. Nell&amp;rsquo;ottobre 2004, a Kilwa, l&amp;rsquo;esercito ha massacrato un centinaio di &amp;ldquo;creuseurs&amp;rdquo; utilizzando veicoli e aerei forniti dalla societ&amp;agrave; mineraria australiana Anvil. Lo scorso 24 aprile, a Kulu, un minatore e due impiegati della Anvil sono morti in un tumulto. Le compagnie straniere si sono impegnate ad applicare standard pi&amp;ugrave; accettabili e a limitare lo sfruttamento del lavoro minorile. Ma la fame spinge un numero crescente di congolesi a rischiare la vita nelle gallerie: &amp;ldquo;Non hanno alternative&amp;rdquo; dice Gaston Namushidi, responsabile dell&amp;rsquo;Emak, il sindacato dei minatori artigianali. &amp;ldquo;In Katanga i cercatori illegali sono pi&amp;ugrave; di 150 mila: 40 mila hanno meno di 18 anni&amp;rdquo;.L&amp;rsquo;italiana Alba (Associazione laica bambini africani: www.albaonlus.it, alba@fastwebnet.it), in collaborazione con l&amp;rsquo;Unicef e Group One, una ong belga, ha lanciato un progetto: realizzare una scuola per 250 bambini tra gli 8 e i 15 anni. E ha chiesto a Panorama di invitare i suoi lettori ad adottarli a distanza, per evitare che tornino nelle miniere.A Ruashi la giornata volge al termine sotto il cielo avaro di pioggia, ma i piccoli schiavi continuano a scavare e a setacciare, immersi fino alla vita nella melma giallastra. Nudi, senza attrezzi adeguati e senza protezione. I sacchi di juta si accumulano ai piedi degli emissari della compagnia mineraria: si procede alla pesa e alla valutazione, a occhio, dell&amp;rsquo;eterogenite, il minerale grezzo. Una tonnellata vale 175 dollari se il contenuto in rame raggiunge il 20 per cento; 160 dollari se la percentuale di cobalto arriva al 3 per cento, 275 se sfiora il 5 per cento. I minatori possono portar via il carico di una bicicletta, 150.200 chili, che venderanno ai trafficanti cinesi in attesa come avvoltoi oltre il posto di blocco, assieme alle prostitute malate di aids, agli spacciatori di droga e ai venditori di cassava, sulla strada della vicina baraccopoli. Si sente un canto ritmato. Oltre le colline di rame e di cobalto, preceduto da una croce di legno, un corteo di uomini e donne danza lungo il sentiero polveroso trasportando una bara. Nessuno piange. Si chiamava Mamgwelo Dorcin: aveva 14 anni. &amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Afghanistan, marzo 2007</title>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-24-1.jpg" alt="#" /><p>A sud, nelle fertili pianure dell&amp;rsquo;Helmand, i petali bianchi e lilla dei papaveri hanno cominciato ad appassire: segno che la stagione del raccolto &amp;egrave; alle porte. Dalla fine di aprile in 28 delle 34 province dell&amp;rsquo;Afghanistan due milioni di contadini armati di rudimentali bisturi inizieranno a incidere i turgidi bulbi da cui sgorga il resinoso lattice del &amp;ldquo;taryak&amp;rdquo;, l&amp;rsquo;oppio. Le donne lavoreranno nei campi accanto agli uomini. E i bambini salteranno la scuola per partecipare alla grande vendemmia. Annata eccezionale il 2007. Le messi sono maturate in fretta: le generose nevicate dell&amp;rsquo;inverno, l&amp;rsquo;abbondanza di acqua e la precoce primavera fanno sperare in una produzione record, superiore alle 6.100 tonnellate del 2006.La monocoltura del &amp;ldquo;papaver somniferum&amp;rdquo;, pianta gi&amp;agrave; nota ai Sumeri e agli antichi greci per le sue miracolose propriet&amp;agrave; analgesiche, &amp;egrave; ormai la principale industria afghana: si estende su 165 mila ettari (il 50 per cento delle terre irrigate), impiega il 10 per cento della popolazione e produce la met&amp;agrave; del reddito nazionale. I profitti combinati della vendita e della commercializzazione locale dell&amp;rsquo;oppio (e in percentuale crescente della cannabis) ammontano a oltre 3 miliardi di dollari, mentre il turnover generato dal traffico internazionale sfiora i 40 miliardi. Gli oppiacei afghani rappresentano pi&amp;ugrave; del 90 per cento del totale mondiale. E la superficie coltivata, cresciuta del 59 per cento lo scorso anno, &amp;egrave; in crescita costante. L&amp;rsquo;ultimo rapporto dell&amp;rsquo;Unodc, l&amp;rsquo;agenzia antinarcotici delle Nazioni Unite, conferma che il calo della produzione nel nord sar&amp;agrave; compensato da un forte incremento nelle province meridionali di Helmand, Kandahar, Nangarhar, Kunar e Uruzgan: regioni controllate dai taliban dove l&amp;rsquo;autorit&amp;agrave; del governo centrale &amp;egrave; nominale e dove prosperano i signori della guerra e della droga.E&amp;rsquo; un circolo vizioso: l&amp;rsquo;estrema povert&amp;agrave; spinge i contadini verso il bene-rifugio dell&amp;rsquo;oppio, che ha un valore di mercato di oltre 100 dollari il chilo, dieci volte superiore a quello del grano; mentre per le milizie il &amp;ldquo;taryak&amp;rdquo; e i suoi derivati raffinati, morfina ed eroina, sono il mezzo pi&amp;ugrave; rapido per procurarsi armi e denaro in contanti. &amp;ldquo;I vantaggi derivanti dalla droga hanno effetti immediati: l&amp;rsquo;economia dell&amp;rsquo;oppio genera profitti elevati a rischio zero&amp;rdquo; avverte il direttore dell&amp;rsquo;Unodc Antonio Maria Costa. &amp;ldquo;Il legame tra narcotraffico, contrabbando di armi e terrorismo &amp;egrave; sempre pi&amp;ugrave; stretto&amp;rdquo;. I taliban hanno bisogno di capitali freschi per finanziare le loro attivit&amp;agrave;. E l&amp;rsquo;oppio &amp;egrave; il business pi&amp;ugrave; sicuro e redditizio. Nel sud la guerriglia protegge i campi coltivati e i laboratori per la raffinazione opponendosi ai timidi e inefficaci tentativi di eradicazione previsti dal piano nazionale antidroga varato dal presidente Hamid Karzai: strategia che, in assenza di incentivi e di realistiche alternative, si &amp;egrave; rivelata fallimentare. Molti contadini coltivano per conto di proprietari terrieri che vivono all&amp;rsquo;estero e alcuni boss hanno gi&amp;agrave; accumulato capitali che investono in immobili e in attivit&amp;agrave; commerciali in Afghanistan, in Iran, in Pakistan e negli emirati del Golfo dando vita a un nuovo cartello della droga. Il rischio, concreto, &amp;egrave; che l&amp;rsquo;Afghanistan si trasformi in un narcostato. Indirettamente finanziato dall&amp;rsquo;Occidente.Le connivenze sono note. &amp;ldquo;I funzionari dell&amp;rsquo;amministrazione sono coinvolti nel 70 per cento dei traffici&amp;rdquo; sostiene il deputato Amanullah Paiman. &amp;ldquo;La catena dei narcodollari parte a livello di distretto per arrivare ai governatori e alle pi&amp;ugrave; alte sfere del governo&amp;rdquo;. Le prove non ci sono. Ma a Kabul, dove gran parte del boom immobiliare &amp;egrave; finanziato da denaro sporco, spuntano nomi eccellenti: il vicepresidente del paramento Arif Noorzai, il responsabile dell&amp;rsquo;antinarcotici generale Mohammad Daud e persino il fratello minore di Karzai, Ahmed Wali.Ogni commerciante di oppio ha un burocrate di riferimento che, previo congruo bakshish, agevola il trasferimento della merce corrompendo in misura proporzionale poliziotti, agenti dei servizi di sicurezza, capitrib&amp;ugrave;, funzionari locali e uomini politici. Un meccanismo perfettamente oliato, che si mette in moto nelle valli afghane durante la semina e ha il suo terminale nelle strade di Londra, New York, Milano o Zurigo, nelle micidiali bustine di polvere bianca.E&amp;rsquo; Ahmed, emissario di un grossista, a svelarmi i segreti del traffico clandestino al bazaar di Baharak, una delle maggiori zone di produzione del nordest, dove ha appena acquistato dieci chili di &amp;ldquo;poder&amp;rdquo;, eroina, stoccata in sacchetti di plastica nel baule di un mercante di stoffe. &amp;ldquo;Compro l&amp;rsquo;oppio a 150 dollari il chilo. Per l&amp;rsquo;eroina si va dai 3 ai 5 mila dollari, in base alle variazioni del mercato e alla qualit&amp;agrave; del prodotto&amp;rdquo;. La &amp;ldquo;brown sugar&amp;rdquo;, grani grossi color crema, costa meno. La &amp;ldquo;999&amp;rdquo;, sottile e candida come la neve, &amp;egrave; la pi&amp;ugrave; pregiata. Sull&amp;rsquo;etichetta, come per i grandi cru del vino, sono riportate l&amp;rsquo;annata, la regione di provenienza, il grado di purezza e l&amp;rsquo;intestazione del produttore con tanto di cartiglio augurale: &amp;ldquo;Paradise&amp;rdquo;, &amp;ldquo;Salute e felicit&amp;agrave;&amp;rdquo;, &amp;ldquo;Diamond Sky&amp;rdquo;.A Baharak e a Fayzabad, dove confluisce l&amp;rsquo;oppio delle valli di Gurm e di Kash, crescono come funghi i palazzi dei boss della droga, con le Suv parcheggiate nei cortili e le antenne paraboliche sui tetti. Nelle cucine delle vicine fattorie sono attrezzati i laboratori. Il lattice rappreso e condensato in pani brunastri viene sciolto e mescolato alla calce in un bidone di acqua bollente. Quando il liquido si raffredda viene filtrato e riscaldato in un altro bidone contenente ammoniaca: il precipitato &amp;egrave; morfina-base. Da questa, attraverso analoghi procedimenti di riscaldamento e filtraggio, con l&amp;rsquo;aggiunta di anidride acetica e di carbonato di sodio, si ottiene l&amp;rsquo;eroina-base, da cui si estraggono, con l&amp;rsquo;ausilio di acetone, etanolo e acido idrocloridrico, i cristalli di eroina pura.I precursori chimici necessari alla raffinazione viaggiano, in direzione opposta, sulle stesse strade della droga: le rotte meridionali del Pakistan e del Beluchistan, verso l&amp;rsquo;Iran, i paesi del Golfo, il Medio Oriente e l&amp;rsquo;Africa; quelle dell&amp;rsquo;Asia centrale, che da Turkmenistan, Uzbekistan, Tajikistan e Kyrghyzstan raggiungono l&amp;rsquo;Europa attraverso il Caucaso, la Turchia, i Balcani e la Russia. L&amp;rsquo;intensificazione dei controlli e dei sequestri in Iran ha indotto i trafficanti a privilegiare la rotta del nord: il 60 per cento dell&amp;rsquo;eroina entra in Tajikistan nei distretti di Moskowski e di Pyanj, mentre il resto viene trasportato a dorso d&amp;rsquo;asino da Fayzabad verso le zone montuose del Pamir. I contrabbandieri, armati di mitra e lanciarazzi, dotati di radio e di telefoni satellitari, non desistono neppure di fronte ai reticolati ad alta tensione e ai mezzi blindati della 201ma Divisione russa che pattugliano il confine.Le coltivazioni, estensive in pianura, si spingono fino ai 2.500 metri dell&amp;rsquo;alto Badakshan, in piccoli appezzamenti terrazzati su scala familiare. I comandanti locali, con le loro milizie, presidiano i depositi, prelevano le imposte (l&amp;rsquo;ushr, una tassa del 10 per cento sui coltivatori, e la zakat, il 20 per cento sulle transazioni commerciali) e riscuotono gli interessi sui prestiti concessi per l&amp;rsquo;acquisto dei semi e dei fertilizzanti con il sistema del &amp;ldquo;salaam&amp;rdquo;: crediti ottenuti come forma di pagamento anticipato sul futuro raccolto. I trafficanti entrano in gioco al momento dell&amp;rsquo;export: il passaggio pi&amp;ugrave; rischioso, che garantisce i margini di guadagno pi&amp;ugrave; elevati. Il profitto di un chilo di eroina equivale, secondo l&amp;rsquo;Unodc, a 4 anni di reddito di un contadino afghano. Nell&amp;rsquo;ultimo decennio la produzione di &amp;ldquo;taryak&amp;rdquo; ha subito un unico isolato contraccolpo, per intervento diretto del mullah Omar: nel luglio 2000 aveva emesso una fatwa che proibiva la coltivazione dei papaveri. Ma era una mossa dettata da ragioni politiche (rompere l&amp;rsquo;isolamento diplomatico con l&amp;rsquo;Occidente) e da precisi calcoli economici: dopo l&amp;rsquo;eccezionale raccolto del &amp;rsquo;99 (oltre 4 mila tonnellate) i magazzini erano pieni e la quotazione dell&amp;rsquo;oppio sul mercato rischiava di crollare. Dal 2001, cacciati i taliban, l&amp;rsquo;area coltivata ha continuato a crescere in quasi tutte le province afghane. E solo nel 2006 l&amp;rsquo;Afghanistan ha generato un quantitativo d&amp;rsquo;oppio sufficiente a produrre 610 tonnellate di eroina: molto pi&amp;ugrave; del consumo annuale mondiale.Il nesso tra il traffico di droga, le attivit&amp;agrave; di al-Qaeda e dei seguaci del mullah Omar nelle aree tribali pashtun e le cellule dormienti della guerriglia islamica in Asia &amp;egrave; da tempo sotto la lente d&amp;rsquo;ingrandimento dei servizi segreti occidentali. Alla fine degli anni Novanta l&amp;rsquo;anello di congiunzione con Bin Laden &amp;egrave; il responsabile del braccio armato dell&amp;rsquo;Imu, il Movimento islamico dell&amp;rsquo;Uzbekistan: Juma Namangani, alias Juma Kasimov, alias Jummaboi Khojaev, nato in un villaggio agricolo della valle di Fergana. Dopo avere incontrato il miliardario saudita in Afghanistan Namangani, affascinato dal fondamentalismo wahhabita, diventa il braccio destro di Osama sul fronte centroasiatico della guerra santa. Dopo la sua morte, nel novembre 2001 a Kunduz, sotto le bombe dei B-52 americani, la centrale della &amp;ldquo;opium connection&amp;rdquo; si sposta al sud, nella roccaforte talibana dell&amp;rsquo;Helmand.E&amp;rsquo; un problema insolubile: una battaglia persa. Di fronte all&amp;rsquo;impossibilit&amp;agrave; di adottare metodi coercitivi la Nato e l&amp;rsquo;Ue stanno meditando strategie alternative. Un&amp;rsquo;idea allo studio &amp;egrave; l&amp;rsquo;acquisto in blocco dell&amp;rsquo;intero raccolto di oppio, che verrebbe poi in parte distrutto e in parte ceduto alle industrie farmaceutiche. Un&amp;rsquo;altra prevede la graduale legalizzazione delle coltivazioni: i contadini in possesso di regolare licenza potrebbero vendere il prodotto a prezzi di mercato, anche perch&amp;eacute; la maggioranza dei paesi del Terzo mondo soffre di una grave carenza di morfina e analgesici. Ma si tratta per ora di ipotesi teoriche. E mentre il business fiorisce, il numero dei consumatori afghani, uomini, donne, ragazzini, continua ad aumentare.Nejat, una Ong che svolge indagini per conto dell&amp;rsquo;Unodc, stima in oltre un milione i tossicodipendenti nel paese. Nella capitale sono almeno 70 mila. Come Ajmal, 27 anni, che ha cominciato quand&amp;rsquo;era rifugiato in Pakistan: non ha pi&amp;ugrave; smesso e per trovare i soldi manda i figli a mendicare per le strade, dove si diffonde la piaga dell&amp;rsquo;aids. Tutti i maggiori fattori di rischio per la propagazione del virus sono oggi presenti: l&amp;rsquo;influsso dei profughi, le migrazioni da paesi ad alta incidenza di aids come la Cina e l&amp;rsquo;India, la prostituzione, l&amp;rsquo;analfabetismo, la resistenza culturale all&amp;rsquo;uso dei preservativi, la crescente percentuale degli eroinomani che si iniettano la droga per via intravenosa (19 mila solo a Kabul), l&amp;rsquo;assenza di test sul sangue da trasfusione negli ospedali, la paura e l&amp;rsquo;ostracismo nei confronti dei malati. Dopo la guerra, le mine, la dittatura islamica, l&amp;rsquo;occupazione straniera, il terrorismo, i rapimenti e le autobombe, un nuovo flagello sta per abbattersi sull&amp;rsquo;Afghanistan. &amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;&amp;nbsp;</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Chiara Castellani, Kimbau, RDC, luglio 2005</title>
   <updated>2007T04Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-23-1.jpg" alt="#" /><p>Anche con le marce ridotte la jeep arranca. L&amp;rsquo;unica strada del Congo &amp;egrave; lo specchio del paese che attraversa: distrutta dall&amp;rsquo;incuria e dalle piogge, divorata dalla foresta, devastata dalle guerre. Sulla terra rossa, scavata da solchi e profonde buche, restano pochi brandelli di asfalto. I ponti sono ferraglia contorta, fatti saltare dai soldati di Mobutu nel tentativo di fermare l&amp;rsquo;avanzata dei miliziani di Laurent Kabila, il padre &amp;ndash; poi assassinato &amp;ndash; dell&amp;rsquo;attuale presidente: bisogna guadare i fiumi o traghettare l&amp;rsquo;auto sui decrepiti ferry abbandonati dai coloni belgi. I rari, macilenti camion avanzano a passo d&amp;rsquo;uomo, oscillando nelle voragini della pista con il loro carico di legname, carbone, bidoni di carburante, capre, passeggeri. Impiegano settimane, o mesi, per giungere a destinazione. Quando il motore &amp;egrave; in panne si prosegue a piedi per decine di chilometri, con i bambini e i fagotti sulla schiena. E ai posti di blocco ci si deve guardare dai militari affamati, dal grilletto facile: ubriachi di birra Primus e di malafu, l&amp;rsquo;acquavite di palma, pretendono soldi, esigono balzelli, violentano le donne.&amp;nbsp;&amp;nbsp; E&amp;rsquo; in fondo a questa strada maledetta, a due giorni di viaggio da Kinshasa, nell&amp;rsquo;arida savana del Bandundu, che vive e lavora Chiara Castellani, ginecologa e chirurgo di guerra, appena insignita dal presidente Ciampi dell&amp;rsquo;Ordine al merito della repubblica italiana: unico munganga, medico, per i centocinquantamila abitanti della regione e unica luce che da 14 anni rischiara le tenebre nei pi&amp;ugrave; remoti recessi del continente africano.La incontro a Kenge, ospite del vescovo Gaspard Mudiso. E&amp;rsquo; sfibrata dai postumi di una malaria: uno dei tanti, ricorrenti attacchi. Questa volta pi&amp;ugrave; violento. Gli occhi lucidi sono febbricitanti. Ma freme dalla voglia di partire per il suo ospedale di Kimbau, altre sei ore di jeep verso l&amp;rsquo;Angola. Chiara &amp;egrave; in ansia per i malati: &amp;ldquo;Da pi&amp;ugrave; di un mese non li vedo&amp;rdquo; dice con una vena di tristezza nello sguardo. E subito ti accorgi che la donna fragile e minuta che hai di fronte &amp;egrave; un vulcano ribollente di energia, alimentata da un&amp;rsquo;incrollabile fede e da un amore incondizionato per i pi&amp;ugrave; deboli della Terra, per gli ultimi, per i dimenticati.&amp;nbsp;Senza il fuoco che le brucia dentro non avrebbe potuto resistere ai colpi del destino. Nata a Parma nel 1956, laureata all&amp;rsquo;Universit&amp;agrave; cattolica di Roma, Chiara parte come volontaria per il Nicaragua con il marito Piero, anch&amp;rsquo;egli medico. Sono gli anni della guerra tra il Frente sandinista e i contras: &amp;egrave; l&amp;igrave; che impara ad amputare braccia e gambe dilaniate dalle mine, a ricomporre i corpi sfigurati dalle granate. E a non cedere mai di fronte ai soprusi, alla paura, all&amp;rsquo;odio. Trova il coraggio di continuare anche quando il marito l&amp;rsquo;abbandona. E quando, nel 1992, diventa &amp;ldquo;un passero con un&amp;rsquo;ala sola&amp;rdquo;.Tutto avviene in un attimo. Chiara, che si &amp;egrave; trasferita nell&amp;rsquo;ex Congo belga, gestisce l&amp;rsquo;ospedale di Kimbau per conto dell&amp;rsquo;Aifo (Associazione italiana di Raoul Follereau, gli &amp;ldquo;amici dei lebbrosi&amp;rdquo;). E&amp;rsquo; il 6 dicembre e la jeep corre su quella maledetta strada. L&amp;rsquo;autista perde il controllo della Land Rover, che si rovescia. Chiara alza il braccio destro per proteggersi: lo sente stritolato, maciullato sotto il peso dell&amp;rsquo;auto. &amp;ldquo;Sollevo appena la testa&amp;rdquo; scrive Chiara nel suo ultimo libro, Una lampadina per Kimbau (Mondadori), &amp;ldquo;e riesco a vedere una massa informe di muscoli, di tendini, di frammenti di ossa. Capisco che &amp;egrave; perduto e, nella stessa frazione di secondo, ne accetto la perdita. Mi pongo subito un obiettivo pi&amp;ugrave; elevato: vivere&amp;rdquo;. Chiara stringe i denti e non si perde d&amp;rsquo;animo. &amp;ldquo;Da chirurgo che amputava&amp;rdquo; scherza &amp;ldquo;sono diventata un&amp;rsquo;amputata!&amp;rdquo; Rientra in Italia, viene operata, si procura una protesi di ultima generazione, si sottopone alla rieducazione, impara a scrivere con la sinistra. E 18 mesi dopo &amp;egrave; di nuovo in Zaire, tra i suoi malati.Partiamo per Kimbau e non incrociamo neppure una bicicletta: siamo alla fine del mondo. Sulle colline si vedono i tralicci della linea ad alta tensione che parte dalla foce del Congo raggiunge Lubumbashi, duemila chilometri pi&amp;ugrave; a est. Un progetto faraonico voluto da Mobutu per vendere energia ai paesi confinanti. Ma migliaia di villaggi congolesi sono ancora senza luce e senz&amp;rsquo;acqua potabile. Chiara &amp;egrave; furibonda: &amp;ldquo;Niente! Qui non c&amp;rsquo;&amp;egrave; niente! E&amp;rsquo; tutto come ai tempi della dittatura: nepotismo, violenza, corruzione. Non ci sono strade, scuole, medicine. Sai qual &amp;egrave; la principale risorsa economica? Tsiata, bruchi di farfalle. Ce ne sono a milioni nella boscaglia: la gente li raccoglie per nutrirsi o per venderli a Kinshasa. Eppure questo &amp;egrave; uno dei paesi pi&amp;ugrave; ricchi del mondo: oro, diamanti, uranio, cobalto, minerali strategici. Le multinazionali saccheggiano il Congo e i bambini muoiono di fame&amp;rdquo;.I fuochi della brousse incendiano la notte. &amp;ldquo;Bruciano la savana per procurarsi un po&amp;rsquo; di cibo&amp;rdquo; continua Chiara. &amp;ldquo;Cacciano piccoli roditori, con archi e frecce. E coltivano la manioca con cui preparano il fufu, la polenta base della loro dieta&amp;rdquo;. Ma la manioca cela un pericolo mortale: il cianuro. Prima di consumarla bisogna lasciarla tre giorni nell&amp;rsquo;acqua. Ma i bambini non sanno aspettare e la conseguenza &amp;egrave; il konzo, una paralisi acuta e irreversibile degli arti inferiori, spesso fatale, provocata dai cianidi del tubero. In dialetto kikongo, konzo &amp;egrave; il nome di un ndoki, uno spirito maligno. &amp;ldquo;Perch&amp;eacute; qui la morte&amp;rdquo; spiega Chiara &amp;ldquo;&amp;egrave; sempre il frutto avvelenato di&amp;nbsp; un sortilegio&amp;rdquo;.Chiara parla con entusiasmo dei suoi impegni. Oltre all&amp;rsquo;ospedale c&amp;rsquo;&amp;egrave; l&amp;rsquo;Istituto superiore di medicina di Kenge, di cui &amp;egrave; direttrice; ci sono le due scuole infermieri; la farmacia diocesana; le 16 unit&amp;agrave; sanitarie locali; le borse di studio per le donne della Fondazione Rita Levi Montalcini; il progetto infanzia e quello sui diritti umani. E c&amp;rsquo;&amp;egrave;, soprattutto, il sogno di portare acqua e luce a Kimbau e nei villaggi della zona: l&amp;rsquo;impianto idroelettrico (diga sul fiume Nzasi, turbina in grado di produrre 10 mila kilovatt, condotte, linea elettrica) &amp;egrave; ormai quasi ultimato. Chiara si occupa di tutto: raccolta dei fondi, contabilit&amp;agrave;, trasporto dei materiali, formazione del personale. Combattendo un&amp;rsquo;impari battaglia con i corrotti amministratori del territorio. Ha ricevuto minacce. Un suo autista &amp;egrave; stato arrestato. Un amico medico &amp;egrave; stato assassinato. Lei non ha mai ceduto.Ecco l&amp;rsquo;ospedale, una vecchia struttura costruita dai belgi. Al chiarore delle lampade a petrolio Chiara entra in azione. Una donna &amp;egrave; in gravi condizioni per un&amp;rsquo;emorragia interna: il bambino nato prematuro da un cesareo &amp;egrave; morto. Serve plasma per la trasfusione, gruppo 0 positivo. Chiara offre il suo sangue, ma l&amp;rsquo;infermiere &amp;egrave; categorico: &amp;ldquo;Sei troppo debole, hai appena avuto la malaria&amp;rdquo;. Per fortuna si trova un altro donatore. L&amp;rsquo;emoglobina risale, la donna &amp;egrave; fuori pericolo.Per la bimba nel padiglione pediatrico non c&amp;rsquo;&amp;egrave; speranza. E&amp;rsquo; in coma epatico, forse causato da leptospirosi, e ha il fegato spappolato. Chiara s&amp;rsquo;arrabbia con l&amp;rsquo;infermiera: &amp;ldquo;Perch&amp;eacute; non ha la flebo? Dove sono le siringhe da insulina? Cercatele in sala parto!&amp;rdquo; In un angolo buio la madre resta impassibile. Alle 5 del mattino Marie &amp;egrave; spirata. Lo sguardo di Chiara vola lontano, assorto in un&amp;rsquo;intima preghiera. &amp;ldquo;Ogni morte &amp;egrave; una sconfitta&amp;rdquo; sussurra. &amp;ldquo;Ogni vita salvata &amp;egrave; una ragione per lottare&amp;rdquo;. Chiara riesce ancora a operare i casi urgenti, con la sua protesi e l&amp;rsquo;aiuto di un infermiere chirurgo, pap&amp;agrave; Andr&amp;eacute;. Due mesi fa ha salvato un uomo asportandogli un metro di intestino. &amp;ldquo;E&amp;rsquo; stato Nzambi, Dio, a guidare le mie mani&amp;rdquo;.In una stanza della missione dove alloggia Chiara ha installato il computer e un generatore. Pu&amp;ograve; comunicare e ricevere la posta elettronica (www.kimbau.org) utilizzando il sistema via etere del packet radio: &amp;egrave; il suo ancoraggio notturno con gli amici, con i genitori a Roma, con il pianeta Terra. Ma all&amp;rsquo;alba &amp;egrave; in ospedale, dove le visite si susseguono senza sosta. Tutte le patologie conosciute sembrano concentrarsi nel piccolo ambulatorio: malaria cerebrale, meningite, tripanosomiasi (malattia del sonno), lebbra, tubercolosi, morbillo, filariosi, poliomielite, malnutrizione, onchocercosi (cecit&amp;agrave; dei fiumi), dissenteria, bilharzia, parassitosi, colera. Per l&amp;rsquo;aids non &amp;egrave; ovviamente disponibile alcuna terapia antiretrovirale.Nel pomeriggio, mentre Chiara esamina il cadavere di un giovane annegato nel fiume Inzia (&amp;ldquo;Un incidente&amp;rdquo; dice. &amp;ldquo;Forse era ubriaco. Forse cercava diamanti&amp;rdquo;), la radio lancia l&amp;rsquo;allarme: tre morti a Mumvuala, verso l&amp;rsquo;Angola. Si teme un&amp;rsquo;epidemia di febbre emorragica di Marburg, parente stretta del virus di Ebola. Partenza immediata, dopo aver caricato la jeep di antibiotici, materiale protettivo, siringhe, provette. Al calar del sole ci fermiamo a Lukuni Wamba dove Chiara passa la notte visitando l&amp;rsquo;intero villaggio: al lume di una lanterna, su giacigli improvvisati, bevendo ogni tanto un sorso d&amp;rsquo;acqua. &amp;ldquo;Un altro caso di konzo&amp;rdquo; sospira. &amp;ldquo;E ha anche la tubercolosi!&amp;rdquo;A Mumvuala, un misero villaggio di capanne di paglia, i morti sono gi&amp;agrave; cinque e una decina i malati gravi. Itterici, anemici, con tosse e scompensi cardiaci. Chiara, preoccupata, somministra massicce dosi di penicillina e di chinino, preleva campioni di sangue e di orina. &amp;ldquo;E&amp;rsquo; febbre gialla. O leptospirosi. Ma non posso escludere Marburg: una donna ha del sangue nelle feci. Te la senti di portare i campioni a Kinshasa? Qui non siamo in grado di analizzarli e potrebbe essere necessario mandarli al Center for Desease Control di Atlanta&amp;rdquo;.Dopo trentasei ore di quella maledetta strada ho consegnato la borsa isotermica con le provette al dottor Yogolelo, direttore del laboratorio di virologia dell&amp;rsquo;Istituto di ricerche biomediche di Kinshasa. Pochi giorni fa ho ricevuto una mail da Kimbau: &amp;ldquo;L&amp;rsquo;epidemia &amp;egrave; debellata. I malati sono tutti guariti!&amp;rdquo; Ancora una volta Chiara, il passero con un&amp;rsquo;ala sola, &amp;egrave; riuscita a spiccare il volo.</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">Qurna, Egitto, dicembre 2006</title>
   <updated>2007T04Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-22-1.jpg" alt="#" /><p>Quando arrivano le ruspe la casa di Abdul Hof &amp;egrave; una carcassa spolpata. La sua famiglia &amp;egrave; al lavoro dall&amp;rsquo;alba per svuotare i locali e recuperare i materiali utili. Gli uomini hanno divelto le porte e gli infissi, strappato i fili della luce, sradicato i tronchi di palma che sorreggevano il tetto. Le donne hanno trasportato le masserizie sul piazzale di fronte in attesa del camion: letti, armadi, materassi, la tv, la cucina a gas, il frigo, le ceste dei polli e i bauli dei vestiti. I vecchi e i bambini osservano in silenzio, accucciati sulla cresta di un&amp;rsquo;altura che domina la vallata del Nilo. Il bulldozer, sorvegliato da un ispettore del governo, impiega pi&amp;ugrave; di un&amp;rsquo;ora per demolire i robusti muri di pietre e mattoni di fango, che infine crollano in una nube di polvere giallastra. &amp;ldquo;Maledetti!&amp;rdquo; ringhia Abdul Hof. &amp;ldquo;I miei antenati avevano costruito questa casa due secoli fa. I monumenti sono forse pi&amp;ugrave; importanti degli esseri umani?&amp;rdquo;Da almeno sessant&amp;rsquo;anni le autorit&amp;agrave; del Cairo cercano di espellere i 10 mila residenti dei villaggi di Qurna dalla zona archeologica delle necropoli dell&amp;rsquo;antica Tebe, sulle colline dove s&amp;rsquo;incuneano le valli dei Re e delle Regine. Il primo tentativo, negli anni Quaranta, era fallito: la &amp;ldquo;nuova Qurna&amp;rdquo; progettata dall&amp;rsquo;architetto Hassan Fathy non aveva convinto gli abitanti a spostarsi ed &amp;egrave; stata occupata da successive ondate di immigrati. Nel 1997 uno sgombero forzoso era finito in violenti scontri con la polizia e con un bilancio di quattro morti e una ventina di feriti. Questa volta il destino dei villaggi appare segnato. Con un approccio pi&amp;ugrave; morbido ma non meno inesorabile il generale Samir Farag, governatore di Luxor, &amp;egrave; deciso a raderli al suolo e a trasferire l&amp;rsquo;intera popolazione a Qurna Taref, un aggregato di villette a schiera realizzato a tempo record dall&amp;rsquo;esercito in un&amp;rsquo;area desertica a una decina di chilometri di distanza e costato 32 milioni di dollari. &amp;ldquo;Tremilacinquecento famiglie avranno a disposizione case moderne con acqua corrente, negozi, scuole, servizi sociali&amp;rdquo; afferma il generale Farag. &amp;ldquo;E&amp;rsquo; cominciato il pi&amp;ugrave; grande esodo organizzato dall&amp;rsquo;epoca della costruzione della diga di Assuan&amp;rdquo;.Maryam, un&amp;rsquo;anziana copta che vive con la figlia in una decrepita baracca, &amp;egrave; contenta di andar via. Il suo letto &amp;egrave; sistemato all&amp;rsquo;interno di una tomba dalle nude pareti di roccia. Ma non tutti concordano con i metodi e le finalit&amp;agrave; della migrazione pianificata dal governo, che insiste sulla necessit&amp;agrave; di preservare i siti archeologici minacciati dall&amp;rsquo;invasione dei turisti e dalla pressione antropica. Zahi Hawass, dinamico e controverso capo del Consiglio supremo per le antichit&amp;agrave; egiziane, &amp;egrave; il fautore delle misure pi&amp;ugrave; drastiche. &amp;ldquo;Con 5 miliardi di euro all&amp;rsquo;anno il turismo &amp;egrave; la prima industria del paese&amp;rdquo; spiega. &amp;ldquo;Proprio per questo dobbiamo proteggerla. I danni ai monumenti e alle pitture sono incalcolabili: dobbiamo dimezzare il numero dei visitatori, da 10 a 5 milioni. Il 18 per cento del nostro patrimonio archeologico &amp;egrave; gi&amp;agrave; andato perso&amp;rdquo;. A Luxor molte tombe, tra cui quelle di Tutankhamon e della regina Nefertari, sono chiuse al pubblico e saranno soppiantate da rappresentazioni virtuali con sistemi di riproduzione laser.I villaggi di Qurna sorgono sulla necropoli dei nobili e dei funzionari faraonici, in gran parte inesplorata. Le abitazioni sono prive di condutture idriche e di fognature: i reflui e l&amp;rsquo;acqua che le donne attingono ai pozzi e trasportano sui carretti tirati dagli asini penetrano nel suolo e percolano nelle caverne sotterranee danneggiandole. Ma &amp;egrave; un ragionamento che non convince Hassan Amer, egittologo e professore all&amp;rsquo;universit&amp;agrave; del Cairo, nato in una delle tombe-case di Qurna Marai: &amp;ldquo;Le tombe sono state trasformate in cantine e in magazzini, tutto quanto era di valore &amp;egrave; gi&amp;agrave; stato trafugato e non &amp;egrave; comunque necessario abbattere i villaggi per aprire nuovi scavi. Qurna ha una sua storia: la trasformeranno in un luogo desolato, in una citt&amp;agrave; dei morti&amp;rdquo;.Il sito originale era abitato da discendenti di popolazioni beduine che usavano le tombe come rifugi. Con l&amp;rsquo;arrivo dei primi esploratori al seguito di Napoleone e poi degli archeologi europei, i contadini locali si riciclarono in manovali negli scavi, guardiani, restauratori e &amp;ndash; soprattutto &amp;ndash; abili tombaroli. Una delle principali scoperte del XIX secolo, il sito DB 320, contenente le mummie, i sarcofagi e gli arredi funerari di numerosi faraoni, fu messa a segno nel 1875 dallo sceicco Abdel Rasul, che per anni continu&amp;ograve; a vendere i papiri e i preziosi reperti ai collezionisti stranieri e agli antiquari del Cairo.Quando nel 1850 vi giunse Gustave Flaubert, Qurna era gi&amp;agrave; un insediamento strutturato: &amp;ldquo;Le case sono sopra, dentro e con le rovine. Le case abitano tra i capitelli delle colonne, le galline e i piccioni si appollaiano, fanno il nido tra le grandi foglie di loto; muri di mattoni o di fango secco separano una casa dall&amp;rsquo;altra, i cani corrono sui muri abbaiando. Cos&amp;igrave; si agita una piccola vita tra i resti di una grande&amp;rdquo;. Al British Museum di Londra sono conservati i disegni di Robert Hay, che negli anni Venti e Trenta dell&amp;rsquo;Ottocento document&amp;ograve; l&amp;rsquo;architettura e le attivit&amp;agrave; quotidiane nei villaggi: quasi nulla &amp;egrave; cambiato. Le donne cuociono il pane nei forni di argilla, i fellahin tagliano il grano e la canna da zucchero nella piana verdeggiante del Nilo, i traghettatori in galabiya alzano la vela delle feluche e le ragazzine vendono collane e bambole di pezza ai turisti di passaggio.I villaggi sono parte del paeseggio, il cui fascino fiabesco scaturisce proprio dall&amp;rsquo;innesto delle zone abitate sullo sfondo archeologico e monumentale dell&amp;rsquo;antica necropoli: un presepe che al calar del sole si accende di mille luci tremule, tra il viavai degli asini, le voci e i giochi dei bambini. Un mondo condannato a scomparire. Solo venti case, forse meno, saranno risparmiate grazie a un accordo con l&amp;rsquo;Unesco: le pi&amp;ugrave; belle, con le facciate d&amp;rsquo;intonaco pastello decorate con murales che raccontano il pellegrinaggio alla Mecca. Ma per farne uffici amministrativi, musei, posti di ristoro. &amp;ldquo;Dicono che le nuove case sono confortevoli e moderne&amp;rdquo; lamenta Ahmed Mohammed Abdel, scultore. &amp;ldquo;Ma non &amp;egrave; vero. Ci vogliono deportare in appartamenti dove non c&amp;rsquo;&amp;egrave; spazio per gli animali e per le nostre famiglie allargate: siamo abituati a vivere insieme, nonni, figli, nipoti e pronipoti. E poi chi protegger&amp;agrave; le tombe? Io e mio padre le abbiamo custodite perch&amp;eacute; ci viviamo sopra. Metteranno un esercito di poliziotti? Sono nato e cresciuto qui, e da qui non ho intenzione di andarmene&amp;rdquo;.Un altro irriducibile &amp;egrave; Mohammed Abdel Salam &amp;ldquo;Snake&amp;rdquo;, proprietario della Sennefer Guest House: dieci stanze e una terrazza con vista mozzafiato sulla necropoli, il tempio di Ramesse e il Nilo. &amp;ldquo;Abbiamo speso tutto per costruire l&amp;rsquo;albergo, che &amp;egrave; la nostra unica fonte di reddito. E ora mi vogliono cacciare. Non c&amp;rsquo;&amp;egrave; motivo. La mia acqua finisce in serbatoi che svuoto ogni settimana: &amp;egrave; mio interesse proteggere i monumenti, collaborando con il governo. Qui sotto non c&amp;rsquo;&amp;egrave; niente, mentre intorno ci sono centinaia di ettari dove scavare&amp;rdquo;.Il vero obiettivo, anche a parere di molti esperti, &amp;egrave; fare di Qurna un parco archeologico &amp;ldquo;sterilizzato&amp;rdquo;, circondato da mura di cinta e controlli di sicurezza, assecondando lo stolido trend del turismo organizzato: quegli &amp;ldquo;inclusive tours&amp;rdquo; con torpedoni e colazione al sacco che considerano un&amp;rsquo;inutile e pericolosa perdita di tempo qualsiasi contatto con la popolazione locale. Una prassi consolidata e quasi militarizzata, soprattutto dopo la strage del 17 novembre 1997 al tempio funerario di Hatshepsut, dove 58 turisti e 4 guardie furono massacrati a raffiche di mitra da un commando di terroristi islamici.Gli ispettori fanno la ronda nei villaggi con l&amp;rsquo;elenco degli edifici da demolire e i nominativi degli assegnatari dei nuovi appartamenti. Scoppiano furiose discussioni. &amp;ldquo;Ho una famiglia di 12 persone, ho 5 fratelli e 3 figli&amp;rdquo; sbotta Jaber. &amp;ldquo;Ci volete rinchiudere in tre stanze? E che ne sar&amp;agrave; del mio negozio di artigianato?&amp;rdquo; &amp;ldquo;Io sono un contadino&amp;rdquo; incalza Gamal. &amp;ldquo;Ci costringete a vendere gli animali: al mercato il prezzo degli asini e delle vacche &amp;egrave; crollato. Come faremo a campare?&amp;rdquo; &amp;ldquo;Ho una fabbrica di alabastro&amp;rdquo; si sfoga Khaled. &amp;ldquo;Perder&amp;ograve; il lavoro e dovr&amp;ograve; licenziare dieci operai&amp;rdquo;.Guide turistiche non autorizzate, venditori ambulanti di cianfrusaglie, tassisti, piccoli artigiani e guardiani delle tombe rischiano di restare disoccupati. Sar&amp;agrave; anche pi&amp;ugrave; difficile accalappiare le facoltose turiste nordeuropee in caccia di un marito o di un&amp;rsquo;avventura erotica sul Nilo: attivit&amp;agrave; che nell&amp;rsquo;ultimo decennio ha fatto nascere un lucroso business, con&amp;nbsp; agenzie specializzate in viaggi romantici e in contratti matrimoniali, truffe ai danni delle sprovvedute signore e inevitabili strascichi legali. Al punto che l&amp;rsquo;ambasciata britannica ha incaricato un funzionario di monitorare sul posto il dilagante fenomeno.Nel pomeriggio la grande casa di Abdul Hof &amp;egrave; un cumulo di macerie e le ruspe hanno preso di mira un altro edificio. Lo accompagno al suo nuovo alloggio: tre stanze per sette persone, un salottino, cucina e bagno microscopici, soffitti bassi. Un&amp;rsquo;infilata di villette come nel compound di una caserma, con pareti di cemento che nella torrida estate nubiana le trasformeranno in soffocanti fornaci. E intorno soltanto il deserto. Le donne non sanno dove mettere le oche e le ceste con le galline. La cucina a gas non passa dalla porta. E dai rubinetti non stilla una goccia d&amp;rsquo;acqua. Il vecchio Ali, il nonno, guarda i nipoti che armeggiano con la tv. Poi si rivolge al figlio: &amp;ldquo;Abdul Hof! Qui non &amp;egrave; degno. Me lo hai promesso: voglio morire nella tomba in cui sono nato&amp;rdquo;.</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">ALBANIA, 1999</title>
   <updated>2007T03Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-13-1.jpg" alt="#" /><p>&amp;nbsp;Di chi &amp;egrave; quel bambino? E&amp;rsquo; solo e cammina nella terra di nessuno verso la sbarra del confine albanese di Qafe Prushi, una stazione di polizia su un&amp;rsquo;altura rocciosa dove i soldati di Tirana scrutano con i binocoli le mitragliatrici serbe appostate a meno di 150 metri sul pendio di fronte. Il bambino ha la faccia sporca, rigata di pianto, e non sa dove andare. Un vecchio kosovaro con la schiena curva agita il bastone e gli fa segno di venire avanti, lo prende in braccio, lo stringe forte cercando di calmarlo. &amp;ldquo;Guarda, Ahmet, guarda! E&amp;rsquo; di la che verranno gli altri. Stai tranquillo, arriver&amp;agrave; anche la mamma&amp;rdquo;. Ma la strada che sale da Gjacova &amp;egrave; vuota. I serbi hanno chiuso la frontiera e l&amp;rsquo;orizzonte &amp;egrave; silenzioso e immobile: gi&amp;ugrave; nella valle la citt&amp;agrave; sembra deserta. Si sente ogni tanto l&amp;rsquo;eco di un&amp;rsquo;esplosione che rimbalza tra le gole, in lontananza, e il ronzio di un generatore di corrente dal campo dei militari di Belgrado, dietro la collina. Da tre giorni le milizie di Slobodan Milosevic hanno preso di mira Gjacova: prima l&amp;rsquo;hanno circondata, poi sono entrate nei quartieri e hanno rastrellato le case in modo sistematico, costringendo l&amp;rsquo;intera popolazione, 50 mila abitanti, a fuggire verso Prizren e il valico di Kukes o ad affrontare un massacrante viaggio a piedi attraverso le montagne fino al passo di Qafe Prushi. &amp;ldquo;Qui il terreno &amp;egrave; minato&amp;rdquo; spiega un osservatore dell&amp;rsquo;Osce. &amp;ldquo;Anche il tratto asfaltato che separa le due dogane: i profughi devono seguire un percorso tortuoso lungo un sentiero accidentato, sotto il tiro dei cecchini serbi. Oggi ne aspettiamo almeno duemila&amp;rdquo;. Sbucano all&amp;rsquo;improvviso tra i cespugli: una famiglia isolata, quindi un gruppo di donne con i neonati in collo e una fila di ragazzini che si tengono per mano. Il flusso aumenta oltre ogni previsione: in sole tre ore sono diecimila i disperati che si accampano in una spianata di fango in attesa dei soccorsi. Ma gli aiuti che speravano di trovare non ci sono. Niente cibo, niente acqua, niente coperte, niente mezzi di trasporto. Sulla strada, una mulattiera ripida e piena di buche che la pioggia ha trasformato in un torrente di melma scivolosa, riescono ad arrampicarsi solo le jeep e qualche trattore. I volontari di Medici senza frontiere e i poliziotti albanesi sono gli unici a prestare assistenza sul posto: l&amp;rsquo;Unicef si &amp;egrave; limitato all&amp;rsquo;invio simbolico di un funzionario mentre l&amp;rsquo;Acnur, l&amp;rsquo;Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, dispone soltanto di due Toyota per il trasferimento dei malati e dei giornalisti al seguito. Ai profughi non resta che riprendere la marcia.Ahmet non ha trovato i genitori. Si &amp;egrave; addormentato sulle spalle del nonno che cammina lentamente, appoggiandosi al bastone, tra la folla che ha invaso la mulattiera. Nessuno parla. I vecchi e i bambini piangono, piedi scalzi affondano nella poltiglia, le madri si siedono ad allattare sulle valigie o cercano acqua per riempire i biberon, gli uomini spingono biciclette e carrelli carichi di fagotti, gli infermi gemono nelle carriole. Un anziano contadino barcolla, sostenuto a braccia dalla moglie e dalla figlia, poi si accascia sul ciglio erboso. Non &amp;egrave; pi&amp;ugrave; in grado di continuare: ha in mano il sacchetto di plastica del catetere, che si &amp;egrave; riempito di sangue.&amp;ldquo;E&amp;rsquo; questo l&amp;rsquo;aiuto dell&amp;rsquo;Occidente?&amp;rdquo; sbotta Kusari Afrim, professore di francese al liceo di Gjacova. &amp;ldquo;Sono in viaggio da 12 ore con i miei tre figli di 4, 7 e 9 anni. Non ce la fanno pi&amp;ugrave;! Le Nazioni Unite spendono miliardi di dollari per le operazioni umanitarie e per gli stipendi dei loro funzionari, ma arrivano sempre in ritardo. La Nato si sta prendendo gioco di noi. Non hanno pensato alle conseguenze dei bombardamenti? Il Kosovo &amp;egrave; vuoto, &amp;egrave; terra bruciata! Per la prima volta nella storia un&amp;rsquo;intera nazione &amp;egrave; stata sradicata: eravamo un popolo, ora non siamo pi&amp;ugrave; nulla&amp;rdquo;.Annullare l&amp;rsquo;identit&amp;agrave; dei kosovari &amp;egrave; la principale consegna dei miliziani serbi. Prima di essere deportati, tutti gli albanesi devono consegnare i documenti personali, patenti, passaporti, carte di riconoscimento, le targhe e i libretti di circolazione delle auto e dei trattori. Chi si rifiuta &amp;egrave; giustiziato sul posto. &amp;ldquo;Il piano di Milosevic era pronto da tempo&amp;rdquo; dice Tani, 45 anni, architetto, che cammina portando a tracolla due bambini infilati in un sacco per la farina. &amp;ldquo;Il suo obiettivo era la pulizia etnica del Kosovo e l&amp;rsquo;intervento militare della Nato gli ha offerto l&amp;rsquo;occasione che aspettava. A Gjacova non &amp;egrave; rimasto pi&amp;ugrave; nessuno&amp;rdquo;.L&amp;rsquo;esercito dei senza patria &amp;egrave; una massa compatta, incolonnata sulla pista di fango, sotto un cielo plumbeo e gravido di pioggia. Sono contadini e insegnanti, operai e intellettuali, studenti e disoccupati, autisti di camion e casalinghe, ingegneri e artigiani: uomini e donne a cui il futuro &amp;egrave; negato e che del passato conservano solo il ricordo di una notte di sangue, il terrore negli occhi di un figlio, le misere cianfrusaglie chiuse in fretta in una borsa di plastica.La colonna guada a fatica un torrente in piena, s&amp;rsquo;inerpica sull&amp;rsquo;ultima collina, sfocia in un avvallamento dove la Croce Rossa ha allestito un ambulatorio e dove la strada, meno accidentata, consente il transito dei mezzi di trasporto. L&amp;rsquo;Acnur ha affittato una quindicina di camion e ha pagato gli autisti, ma gli sciacalli sono in agguato: chiedono ai profughi somme esorbitanti per il tragitto fino a Kruma, il primo villaggio in territorio albanese. Mischiati tra la gente che prende d&amp;rsquo;assalto gli autobus, i miliziani dell&amp;rsquo;Uck in tuta mimetica e basco rosso avvicinano i giovani per reclutarli. Tutti gli uomini tra i 18 e i 50 anni, avverte un comunicato, sono tenuti a registrarsi, sottoporsi a due settimane di addestramento militare ed entrare nei ranghi dell&amp;rsquo;Esercito di liberazione. Ma si tratta, almeno fino ad ora, di una guerriglia-fantasma. Non si ha infatti notizia di azioni dell&amp;rsquo;Uck all&amp;rsquo;interno del Kosovo. La spiegazione semi-ufficiale &amp;egrave; che qualsiasi operazione militare da parte dei partigiani kosovari provocherebbe immediate e sanguinose rappresaglie serbe nei confronti della popolazione civile. Solo quando tutti gli albanesi saranno stati espulsi dal Kosovo l&amp;rsquo;Uck potrebbe lanciare un&amp;rsquo;offensiva, prima o subito dopo l&amp;rsquo;eventuale intervento di truppe terrestri della Nato nella regione. Sussistono in ogni caso seri dubbi sulla consistenza effettiva, l&amp;rsquo;organizzazione, l&amp;rsquo;armamento e la capacit&amp;agrave; di manovra della guerriglia, ora apertamente appoggiata dagli Stati Uniti, ma divisa al suo interno da forti contrasti politici e indebolita dalle rivalit&amp;agrave; tra i suoi principali leader, dei quali &amp;egrave; impossibile sondare le intenzioni. Nati in clandestinit&amp;agrave; come organizzazione terroristica, cresciuti con la mentalit&amp;agrave; paranoica di chi deve costantemente guardarsi da agenti segreti inflitrati e spie al servizio del regime di Belgrado, anche i dirigenti locali rifiutano ogni contatto con la stampa, non distribuiscono materiale di propaganda, evitano di mostrarsi in pubblico. A Kukes hanno il loro quartier generale in una vecchia fabbrica abbandonata alla periferia della citt&amp;agrave;, sorvegliata giorno e notte da miliziani armati. L&amp;igrave; confluiscono i giovani arruolati, pi&amp;ugrave; o meno volontariamente, alle frontiere con il Kosovo e ai posti di blocco sulla strada per Scutari e Tirana. Altre reclute arrivano dalla Svizzera e dalla Germania, paesi di elezione della disapora kosovara, a bordo degli aliscafi e dei traghetti che collegano ogni giorno Bari con il porto di Durazzo. Anche nella colonna dei profughi in marcia verso Kruma c&amp;rsquo;&amp;egrave; qualcuno che si lascia convincere. Si chiama Ibrahim, ha 30 anni e faceva il muratore. Prima di allontanarsi con gli uomini in divisa si inginocchia ai bordi della pista e abbraccia singhiozzando i due figli e la moglie. &amp;ldquo;Hanno ammazzato mio padre e mio fratello&amp;rdquo; racconta. &amp;ldquo;Sono arrivati all&amp;rsquo;alba, erano mascherati, hanno incendiato la mia casa. I cadaveri erano nell&amp;rsquo;androne delle scale, in un lago di sangue&amp;rdquo;. Irina, 25 anni, &amp;egrave; decisa a tornare per combattere: &amp;ldquo;Devo portare in salvo mio figlio&amp;rdquo; dice. &amp;ldquo;Ho dei parenti a Tirana. Poi verr&amp;ograve; qui e cercher&amp;ograve; di attraversare il confine. Mio marito si &amp;egrave; nascosto nei boschi intorno a Gjacova. Voglio morire con lui&amp;rdquo;.I carri trainati dai macilenti trattori cinesi, stipati di donne e di bambini, scendono con esasperante lentezza verso Kruma. Una ragazza estrae dallo zainetto alcune foto: i compagni di scuola, l&amp;rsquo;amica del cuore, il giardino di una casa di campagna. China la testa e piange, in silenzio, stringendo la mano della sorellina: Dora, 2 anni, infagottata in una giacca a vento intrisa di pioggia e di fango, dorme con il ciuccio tra le labbra sul pianale che sobbalza nelle buche. Non sente il frastuono del vecchio diesel, non vede il volto impietrito della madre, non sa cosa sono quei mucchi di terra smossa di fresco nel cimitero alle porte del villaggio. Quindici tombe senza fiori e senza nomi, con un bastone piantato tra i sassi.E&amp;rsquo; buio quando l&amp;rsquo;ultimo carro scarica davanti alla moschea la famiglia di Afrim Musab: sono in 15 e per loro non c&amp;rsquo;&amp;egrave; pi&amp;ugrave; posto. Si sistemano sul marciapiede e accendono un fuoco di sterpi per scaldarsi e per cuocere una minestra di patate. L&amp;rsquo;indomani, se sono fortunati, troveranno un camion che li porter&amp;agrave; verso Tirana, Durazzo, Elbasan. Anche Kukes &amp;egrave; ormai invasa dal popolo senza patria. Ogni notte centomila profughi si accampano nelle strade, nelle piazze, nei terreni intorno a una cittadina che non &amp;egrave; pi&amp;ugrave; in grado di assorbire le ondate intermittenti dei kosovari, utilizzati da Milosevic come scudi umani e come pedine per destabilizzare i Balcani. All&amp;rsquo;ospedale arrivano in continuazione feriti e malati in gravi condizioni. Alla frontiera di Morina, dove i serbi stanno rinforzando le difese militari, sono gi&amp;agrave; stati contati pi&amp;ugrave; di 50 morti, soprattutto vecchi e bambini stroncati dal freddo e dalla fatica. E i medici segnalano i primi casi di meningite e di epatite. &amp;ldquo;Siamo indignati dall&amp;rsquo;incompetenza e dall&amp;rsquo;inefficienza delle agenzie umanitarie delle Nazioni Unite&amp;rdquo; dicono i volontari di Medicins du monde, che hanno installato una piccola tendopoli e un ambulatorio al confine. &amp;ldquo;I primi aiuti organizzati e largamente insufficienti sono arrivati con pi&amp;ugrave; di una settimana di ritardo, quando almeno 200 mila kosovari erano gi&amp;agrave; entrati in Albania&amp;rdquo;.Il ponte aereo con Tirana per evacuare gli infermi e trasportare viveri e medicinali con gli elicotteri della Nato &amp;egrave; stato deciso dopo nove giorni dall&amp;rsquo;inizio dell&amp;rsquo;esodo. L&amp;rsquo;emergenza &amp;egrave; stata affrontata con uno sforzo straordinario di solidariet&amp;agrave; dagli albanesi, che hanno mobilitato tutti gli scarsi mezzi di cui dispongono e hanno aperto ai rifugiati le loro case, mentre le agenzie dell&amp;rsquo;Onu, incapaci di prevedere l&amp;rsquo;imminenza e l&amp;rsquo;ampiezza della crisi, non sono neppure state in grado di gestirla con la necessaria tempestivit&amp;agrave;. Se non fossero intervenuti i 130 ex militari italiani dell&amp;rsquo;Associazione nazionale alpini, che con la Croce Rossa e i tecnici della Protezione civile hanno montato a tempo di record un campo di transito per diecimila persone dotato di cucine, servizi igienici, riserve idriche e di un ospedale da campo completo, a Kukes i profughi non avrebbero trovato alcuna assistenza.Marted&amp;igrave; 6 aprile il campo &amp;egrave; stato aperto, ma tre bambini erano gi&amp;agrave; stati ricoverati nella notte con ferite d&amp;rsquo;arma da fuoco alle braccia e alle gambe. Racconta Shake Kelmendi, del villaggio di Graboc: &amp;ldquo;Ho viaggiato per tre giorni e due notti, sempre con mio figlio in braccio. Perdeva sangue: una scheggia gli ha dilaniato il polpaccio mentre salivamo sul trattore. La casa bruciava. Le granate scoppiavano. I bambini piangevano. E i serbi sparavano, sparavano. Sparavano su chiunque si muoveva&amp;rdquo;.Qafe Prushi, aprile 1999</p> ]]></content>
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   <title mode="escaped" type="text/html">NEPAL, 2002</title>
   <updated>2007T03Z</updated>
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   <content type="text/html"><![CDATA[ <img src="http://www.giovanniporzio.it/gp/images/photos/photo-10-1.jpg" alt="#" /><p>&amp;lt;!--[if !supportEmptyParas]--&amp;gt; &amp;lt;!--[endif]--&amp;gt;La strada, una mulattiera sulla quale anche la jeep fatica ad avanzare, finisce a Livang, bazaar e avamposto militare alla confluenza di due valli nel remoto distretto di Rolpa: un buco circondato dal filo spinato in cui si aggirano poliziotti ubriachi di roksi, l&amp;rsquo;acquavite di mais, spie del governo e gruppi di sfollati. E che alle 18, quando scatta il coprifuoco, piomba nel buio e in un silenzio teso, interrotto dai latrati dei cani e dai rauchi colpi di tosse dei bambini tubercolotici. I mille effettivi delle forze di sicurezza si rintanano in caserma, le pattuglie di guardia sbarrano gli ingressi del paese e le sentinelle piazzano le mitragliatrici sulle altane fortificate e sui tetti delle case. Il nemico invisibile colpisce di notte. Poi svanisce nell&amp;rsquo;impenetrabile territorio montuoso che da Livang sale fino alle vette dell&amp;rsquo;Himalaya.Guidati da Pushpa Kamal Dahal &amp;ldquo;Prachanda&amp;rdquo; (Furioso), e dal dottor Baburam Bhattarai, due intellettuali della casta dei brahmini, i maobadi (guerriglieri maoisti) hanno lanciato nel &amp;rsquo;96 la lotta armata per rovesciare la monarchia e instaurare un regime comunista. Dispongono di oltre 15 mila uomini (il capo militare &amp;egrave; un certo Ram Bahadur Thapa, detto &amp;ldquo;Baadal&amp;rdquo;, Nuvola), sono attivi in 73 dei 75 distretti del Paese e nelle zone liberate hanno formato amministrazioni provvisorie che impongono tasse rivoluzionarie e dispensano la giustizia popolare. Il bilancio di sette anni di combattimenti, attentati, massacri, sabotaggi e &amp;ldquo;operazioni coperte&amp;rdquo; condotte dai reparti d&amp;rsquo;assalto dell&amp;rsquo;esercito (50 mila soldati) &amp;egrave; devastante: pi&amp;ugrave; di 7 mila vittime, sistematiche violazioni dei diritti umani, arresti arbitrari, esecuzioni sommarie, stato di emergenza, spopolamento delle campagne, distruzione di ponti e centrali elettriche, tracollo dell&amp;rsquo;economia e del turismo, scuole paralizzate dallo sciopero a tempo indeterminato proclamato dall&amp;#39;associazione degli studenti maoisti. Re Gyanendra Bir Bikram Shah, succeduto lo scorso anno al fratello Birendra, assassinato con la moglie e altri otto membri della famiglia reale dal principe ereditario Dipendra, che si &amp;egrave; poi suicidato (&amp;egrave; la versione ufficiale; ma molti nepalesi pensano a una fosca congiura di palazzo), ha sciolto il parlamento, rinviato sine die le elezioni, nominato un esecutivo di sua fiducia e dato mano libera alle forze armate. Una soluzione militare del conflitto &amp;egrave; per&amp;ograve; improbabile. Il massacro &amp;egrave; destinato a continuare. Nelle zone rurali ormai disertate anche dalle agenzie dell&amp;rsquo;Onu e dalle organizzazioni umanitarie il consenso agli insorti &amp;egrave; in costante crescita, alimentato dalla miseria e dalla disoccupazione. Nei villaggi annichiliti dalla paura e dal sospetto l&amp;rsquo;unica presenza dello stato &amp;egrave; quella, sporadica e brutale, delle forze armate.Nella tetra prigione locale languono in attesa di giudizio 42 detenuti accusati di attivit&amp;agrave; sovversive. Manjit Ghanti ha 27 anni: &amp;egrave; dentro da 7. &amp;ldquo;Qui non ci sono giudici&amp;rdquo; dice. &amp;ldquo;Non c&amp;rsquo;&amp;egrave; nemmeno il tribunale&amp;rdquo;. Sarashoti Shah, 21 anni, sta allattando il figlio di 11 mesi: &amp;ldquo;Mio marito&amp;rdquo; dice &amp;ldquo;&amp;egrave; stato ammazzato dai soldati&amp;rdquo;. C&amp;rsquo;&amp;egrave; chi ha venduto la casa e il pezzo di terra per pagarsi un legale, senza risultato.Mentre all&amp;rsquo;alba supero l&amp;rsquo;ultimo check point per inoltrarmi nel territorio dei maobadi ripenso a una frase del colonnello Dipak Grun, incontrato al Circolo ufficiali di Kathmandu: &amp;ldquo;Non ci servono altri uomini e altri mezzi. Quello che ci manca &amp;egrave; l&amp;rsquo;intelligence&amp;rdquo;. Non potrebbe essere altrimenti. La gente, presa tra due fuochi, non parla. I militari escono dai loro avamposti solo per effettuare rastrellamenti e incursioni-lampo, senza fare troppa distinzione tra miliziani comunisti, sospetti fiancheggiatori e semplici contadini. Violenze, stupri, rappresaglie sono documentate nei rapporti di Amnesty International e di Human Rights Watch.I ribelli, giovanissimi e molto spesso analfabeti, sono altrettanto feroci. Assaltano banche (&amp;ldquo;autofinanziamento&amp;rdquo;), attaccano autobus e stazioni di polizia, saccheggiano le caserme per procurarsi le armi, distruggono le statue di Shiva e gli stupa buddhisti (&amp;ldquo;vecchie superstizioni&amp;rdquo;), tagliano le linee telefoniche e i cavi elettrici, giustiziano i &amp;ldquo;traditori&amp;rdquo;. Nelle campagne come nella capitale costringono commercianti, latifondisti, piccoli imprenditori a versare un&amp;rsquo;obolo per l&amp;rsquo;esercito del popolo. Chi sgarra paga con la vita.Questa strategia del terrore, mutuata dall&amp;rsquo;esperienza del peruviano Sendero luminoso pi&amp;ugrave; che dai precetti di Lenin e dal Mao Zedong-pensiero, ha una finalit&amp;agrave; precisa: provocare il caos sociale e la bancarotta dello stato, spingere le classi medie alla rivolta, indurre il governo a negoziare da una posizione di debolezza.Il sentiero sale ripido tra i pendii terrazzati a riso e cereali delle colline, diramandosi in un labirinto di percorsi secondari verso vallate coperte di vegetazione subtropicale e alpeggi battuti dal vento, oltre i quali s&amp;rsquo;intravedono i ghiacciai del Dhaulagiri. Nel distretto di Rolpa, culla e roccaforte dell&amp;rsquo;ultima guerriglia maoista, le strade non sono mai esistite e nessuno si &amp;egrave; mai preoccupato di fare arrivare i fili della luce. Tranne i centri urbani e la pianura meridionale al confine con l&amp;rsquo;India, tutto il Paese versa in simili condizioni. Gli impervi e sdrucciolevoli sentieri di montagna sono le uniche vie di comunicazione, di commercio e di fuga per migliaia di villaggi e per milioni di nepalesi. I ponti sospesi, indispensabili per attraversare i fiumi che scendono impetuosi dall&amp;rsquo;Himalaya, sono le uniche infrastrutture risparmiate dal conflitto: consentono di guadagnare giorni di marcia, all&amp;rsquo;esercito come alla guerriglia.Mi imbatto in lunghe file di portatori: donne, vecchi, bambini piegati sotto il peso delle gerle cariche di riso, zucchero, olio per le lampade, farina. Camminano scalzi: i sandali di plastica sono un lusso. Gli uomini se ne sono andati, con la guerriglia o a cercar lavoro in India e nei Paesi del Golfo. A Jankot, un agglomerato informe di casupole di fango a quota 1.700, molte abitazioni sono vuote. Sono i ragazzini di 8, 10, 12 anni a lavorare i campi, a raccogliere la legna e lo sterco, a trasportare l&amp;rsquo;acqua dal torrente, mentre le loro madri tritano il miglio nelle macine di pietra, accendono il fuoco e preparano il chang, la birra di cereali. Sui muri della scuola gli slogan dei maobadi: &amp;ldquo;Viva la lotta armata del popolo!&amp;rdquo;, &amp;ldquo;Lunga vita al movimento maoista!&amp;rdquo;. Kim Bahadur, il maestro, tiene a bada 170 bambini vestiti di stracci. &amp;ldquo;Non c&amp;rsquo;&amp;egrave; cibo a sufficienza&amp;rdquo; spiega. &amp;ldquo;Il governo non ci permette di fare provviste a Livang perch&amp;eacute; teme che finiscano agli insorti. Gli elicotteri dell&amp;rsquo;esercito, decrepiti MI-8 sovietici, sorvolano la zona. Un insegnante &amp;egrave; stato arrestato dai maobadi perch&amp;eacute; aveva indetto una riunione senza il loro permesso. Da un mese non abbiamo sue notizie. Dopo il tramonto non usiamo neppure le candele: i militari e i ribelli sparano a vista&amp;rdquo;. La radio diffonde bollettini di guerra: &amp;ldquo;Sedici terroristi abbattuti a Lahan&amp;rdquo;, &amp;ldquo;Tre poliziotti assassinati a Dang&amp;rdquo;. Le famiglie pi&amp;ugrave; agiate cremano i cadaveri a Pashupatinath, sulle sponde del sacro Baghmati. Il giorno successivo ci informano che &amp;egrave; in corso un&amp;rsquo;operazione delle forze di sicurezza a fondovalle e che i guerriglieri si sono spostati in un altro settore. Per avvicinarli sono necessari altri tre o quattro giorni di marcia nelle zone pi&amp;ugrave; interne del distretto orientale, verso Pobang. Si cammina anche di notte, col favore della luna, guadando fiumi e risalendo sui crinali, dormendo nei fienili abbandonati, mangiando patate dolci e bevendo latte di bufala. La mia guida &amp;egrave; un magar, l&amp;rsquo;etnia del posto, e conosce ogni anfratto del monte Jaljala. Il primo contatto non &amp;egrave; incoraggiante. Veniamo intercettati da due ragazzi armati e in tuta mimetica che ci intimano di seguirli in un vicino casolare. Guardano con sospetto i miei pantaloni blu, identici a quelli dei poliziotti, e mi perquisiscono. &amp;ldquo;Siete nel territorio del Janamukti Sena (Esercito popolare di liberazione, ndr)&amp;rdquo; dicono in tono brusco. &amp;ldquo;E non avete un lasciapassare&amp;rdquo;. Dopo un lungo interrogatorio e interminabili discussioni in nepalese con la guida accettano infine di inviare al loro comandante una staffetta con la nostra richiesta di un abboccamento. Non resta che aspettare, sotto stretta sorveglianza. Un&amp;rsquo;altra gelida notte di attesa, con la tosse incessante dei bambini. Non ci sono farmaci, non ci sono medici, non ci sono ambulatori. Maghi e stregoni si danno da fare con erbe, radici e amuleti. Ma nessuno &amp;egrave; vaccinato e l&amp;rsquo;elenco delle malattie &amp;egrave; deprimente: tubercolosi, poliomielite, tetano, morbillo, scabbia, rachitismo, denutrizione, verminosi, infezioni virali, intestinali, polmonari. La mancanza di igiene e di acqua potabile concorre a un&amp;#39;altissima mortalit&amp;agrave; infantile e neonatale. Il comandante di zona si presenta di buon mattino, accompagnato da un reparto di miliziani con il volto coperto che imbracciano gli antiquati fucili britannici 303 in dotazione alla polizia nepalese e carabine ad avancarica fabbricate in casa. Si fa chiamare &amp;ldquo;Iman&amp;rdquo; e si definisce &amp;ldquo;un membro attivo del movimento rivoluzionario&amp;rdquo;. &amp;ldquo;L&amp;rsquo;esercito brucia le case e uccide i contadini&amp;rdquo; esordisce. &amp;ldquo;In questa valle 30 persone sono state arrestate e solo due sono tornate. Hanno ammazzato anche un bambino di tre anni. Ma la repressione gioca in nostro favore: i giovani capiscono che non c&amp;rsquo;&amp;egrave; alternativa alla lotta armata&amp;rdquo;. Che cosa chiedete? &amp;ldquo;Diritti basilari: riforma agraria, istruzione, alloggi decenti, assistenza sanitaria, pari opportunit&amp;agrave;, abolizione delle caste. Vogliamo una societ&amp;agrave; senza classi, una vera democrazia&amp;rdquo;. Ma il comunismo non ha fallito ovunque? &amp;ldquo;In Urss, in Cina, a Cuba e in Corea del nord i revisionisti hanno commesso gravi errori. Noi faremo meglio: costruiremo un vero comunismo, basato sul maoismo e sulle teorie scientifiche di Marx e Lenin&amp;rdquo;. Ricevete aiuti dall&amp;rsquo;estero? &amp;ldquo;Si. Non solo armi, ma soprattutto un sostegno politico da gruppi rivoluzionari in India, Turchia, Sri Lanka, Bangla Desh&amp;rdquo;. Come fate a sopravvivere alla macchia? &amp;ldquo;Il popolo ci nutre. Armi e munizioni le prendiamo al nemico. Abbiamo cominciato con bastoni e coltelli. E abbiamo imparato a fabbricarci i fucili&amp;rdquo;. Come &amp;egrave; strutturato il movimento? &amp;ldquo;E&amp;rsquo; diviso in tre settori: partito, esercito, organizzazioni di base. Il compagno Parchanda &amp;egrave; il capo politico e militare&amp;rdquo;. Perch&amp;eacute; distruggete le infrastrutture? &amp;ldquo;Sono obiettivi militari, presidiati dalle forze di sicurezza. E servono solo ai ricchi: i contadini non usano il telefono e la luce elettrica&amp;rdquo;. Perch&amp;eacute; attaccate agenzie umanitarie come SOS Kinderdorf? Perch&amp;eacute; incendiate gli autobus? &amp;ldquo;Chiunque si oppone alla lotta armata &amp;egrave; un nemico del popolo. E i poveri vanno a piedi&amp;rdquo;.Fine dell&amp;rsquo;intervista. &amp;ldquo;A noi non piace la guerra&amp;rdquo; conclude Iman, come per scusarsi. &amp;ldquo;Desideriamo la pace. Ma dobbiamo abbattere questo sistema monarchico, corrotto e feudale che mantiene il popolo nella miseria e nell&amp;rsquo;ignoranza&amp;rdquo;. La sera i maobadi ci scortano sull&amp;rsquo;altro fianco della montagna oltre il fiume Lunri, che &amp;ndash; si narra &amp;ndash; &amp;egrave; gonfio di pagliuzze d&amp;rsquo;oro. Su un poggio terrazzato, tra greggi di capre e fal&amp;ograve; di stoppie, alcune centinaia di contadini assistono estasiati a una &amp;ldquo;rappresentazione di massa&amp;rdquo;: una versione riveduta del Distaccamento femminile rosso, lo spettacolo teatrale simbolo della Rivoluzione culturale cinese. Musiche, danze, canti e discorsi di propaganda, arti marziali. Niente alcol e niente hashish: nelle zone liberate sono vietati. La gente applaude, anche se non sembra capire: l&amp;rsquo;ideologia maoista &amp;egrave; totalmente estranea alla societ&amp;agrave; nepalese, ma promette ai diseredati &amp;lsquo;affrancamento da un ingiusto karma.Kashi, 16 anni, ha lasciato la scuola un anno fa per unirsi ai ribelli. Ti hanno arruolato a forza? &amp;ldquo;Imparavo solo cose inutili&amp;rdquo; dice. &amp;ldquo;Qui invece combatto per la dignit&amp;agrave; del mio popolo&amp;rdquo;. Pu&amp;ograve; darsi. Ma scendendo a valle incontriamo famiglie intere di sfollati in marcia. Muti, a testa bassa, i volti come pietre scavate, i piccoli che sonnecchiano nelle gerle tra le pentole e i fagotti. Emigranti che si lasciano alle spalle i killing fields dell&amp;rsquo;Himalaya sognando di pulire i cessi di Mumbay o di pedalare su un rickshaw di Delhi. Dal posto di frontiera di Nepalganj, la scorsa settimana, sono passati in 8 mila, dopo aver pagato il pizzo ai doganieri e ai procacciatori di manodopera. I pi&amp;ugrave; disperati vendono le figlie: 12 mila ragazzine finiscono ogni anno nei bordelli indiani. Il loro futuro si perde nelle nebbiose pianure del Gange.Rolpal, dicembre 2002&amp;lt;!--[if !supportEmptyParas]--&amp;gt; &amp;lt;!--[endif]--&amp;gt;</p> ]]></content>
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